La prima volta che sono entrata all’Oasis i biglietti di ingresso si strappavano ancora da un carnet arancione, ci si aggiungeva a biro la frase da orgasmo Un Drink Omaggio e si sentiva ancora odore di umano, non di nazionalità, ma di umano. Il mondo all’Oasis era diviso in due parti, mai statiche, mai fisse. Nella sala grande nascevano i grandi amori, quelli che poi finivano per lasciare i propri liquidi sui divanetti nascosti dalla consolle. Si ballava, con tutti e si creavano quei morbosi repeat musicali dei giorni a venire. Ci si prestavano gli occhi, le labbra e le parole, ci scambiavamo sudore e tutto quello che volevamo essere era lì, a portata di mano. Cantavamo le nostre frasi, quelle che ora sono scolpite in quello spazio tra noi e i visi senza nome che riconosciamo per strada. Tutti i nostri desideri sono passati da li, ed erano tanti. Probabilmente pochi si sono avverati, molti si sono evoluti, altri sono scomparsi investiti da cose inaspettate. Limp Bizkit, Afterhours, Linkin Park, Chemical Brothers e già quando si riusciva ad arrivare a questi ultimi, era una vittoria nella guerra personale contro il sonno e l’alcool. Nella sala piccola, invece, vi erano tutte le mani, i piedi, i salti dell’intera vita, quelli che il giorno dopo ti bloccavano agonizzante sul divano con la carne greve fino alle mascelle. Alla sala piccola si arrivava con calma, dopo cinque o sei giri nel percorso minato che dall’ingresso portava ai bagni, fiore all’occhiello del peggior splatter mai visto. Nella sala piccola c’erano quelli cattivi, quelli che nel pogare ti lasciavano un tatuaggio sanguinante con il bracciale borchiato. Quelli che quando partiva Paradise City scaravoltavano gli occhi e si mettevano in mezzo, mimando in malo mondo quella chitarra omicida.
Quando mi hanno detto che l’hanno demolito, la prima cosa che ho pensato è che probabilmente tra quelle macerie c’è ancora un mio cerchietto borchiato, perso durante una delle migliori serate della mia vita. Il mio cerchietto. Il mio Oasis. Quando, da lontano, ho visto la foto di quello che è rimasto mi si è spalancato il cuore e ho vissuto una serie inaspettata di epifanie, cose che avevo perduto, dimenticato, bruciato nel corso degli anni. Se non fosse stato per l’Oasis e per quella serie di straordinari eventi che mi hanno portato ai miei primi compagni di viaggio, non avrei mai visto Praga sullo sfondo dell’assenzio, dei rolloni diabetici e delle partite a Pinacolo fino alle cinque di mattina. Non avrei mai deciso di tornare qua, per viverci. Ma più di ogni altra cosa, non avrei mai compreso che il per sempre in amore può durare una serata sola che è eterna e che l’unica musica che spinge nelle casse è quella che crei tu armonizzandoti con chi, come te, li dentro ha lasciato i tasselli di un mosaico ancora in divenire.








