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Le cento piazze dello Sciopero Generale

Stamattina ero talmente stupita dalla fiumana di gente che continuava ad affluire in Piazza Roma che mi sono chiesta ad alta voce “Ma quanti saremo?!”.

Una signora davanti a me, con la bandiera dell’UDI sulle spalle, si è girata per guardarmi e mi ha risposto “Te lo dico io in quanti siamo: mai abbastanza”.

La mia manifestazione è iniziata nel piazzale Tien an men, alle nove di stamattina.

Ammetto che nonostante la carica e la convinzione con cui sono andata verso il luogo di ritrovo, non mi aspettavo troppa gente a manifestare, seppur per una motivazione così valida come il dissenso alla Manovra Economica. Invece quando sono arrivata c’era già un discreto numero di bandiere svolazzanti e persone di ogni età che aspettavano, chi trepidante, chi con aria serafica, l’inizio del corteo verso Piazza Roma.

Le lettere cubitali dello striscione di apertura, portato dagli studenti, bruciavano l’aria carica di pioggia: “Salviamo l’Italia: siamo il cambiamento che aspettavamo”.

Lentamente, mentre i manifestanti continuavano ad aggiungersi al corteo, abbiamo marciato attraverso la via Emilia, bloccando il traffico, cantando, correndo, sventolando le nostre bandiere, incitando i passanti ad unirsi a noi. Erano tanti quelli che se ne stavano bloccati sui marciapiedi, guardandoci passare con indifferenza o con l’aria di chi avrebbe tanto voluto essere in mezzo a noi, se solo il gesto non fosse sembrato troppo “estremo”, troppo pretenziosamente rivoluzionario. Eppure quando ci siamo messi a cantare Bella Ciao, anche quelli alle finestre -che ignoravano i nostri richiami- muovevano le labbra a tempo.

Ci siamo dunque diretti verso la piazza, dove abbiamo trovato una folla di gente sotto tantissime bandiere diverse e un palco circondato da palloncini e striscioni della Fiom. Ovunque cartelloni e slogan, gente che cantava, il colore rosso che si ritrovava un po’ dappertutto, persino gli stand di Emergency e dell’Unione Universitari. Dopo un paio di canzoni della band salentina “Krasì”, sono iniziati gli interventi. Inizialmente si sono alternate le segretarie provinciali della CGIL Tania Scacchetti e Fiorella Prodi, seguite dai segretari generali Donato Pivanti e Rossana Dettori.

 E’ stato grazie al discorso di quest’ultima, più lungo e appassionato rispetto ai precententi, che tutti i sentimenti del popolo sono usciti allo scoperto.

La Dettori ha cominciato a parlare della Manovra economica in tutti i suoi dettagli, trattando punto per punto. Osservando la folla, si poteva quasi vedere la sua trasformazione in una enorme belva accucciata, pronta a saltare e ad attaccare. Commento dopo commento, era possibile avvertire come il respiro della belva si facesse sempre più accelerato e impaziente, carico di rabbia, carico di senso di unità, con un urlo che, almeno oggi, è riuscito a non rimanere intrappolato in gola.

I boati, i fischi, gli applausi: ma veramente è possibile ignorare una tale dimostrazione di volontà? Tutte le persone che erano in piazza oggi, non solo a Modena, ma in tutta Italia, nelle loro grida imprimevano solo una cosa: ascoltateci.

Si è passato dal sottolineare come la Chiesa non paghi l’ICI (intervento accompagnato da grandi fischi) al discutere su come sia possibile che nella manovra siano comprese misure di collocamento a parte per i disabili (anche lì, urla indignate), dalla richiesta di spiegazioni alla Cisl e Uil per la loro presa di posizione a proposito dell’Articolo 8 alla proposta di spostamento delle Feste Civili del 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno.

Quello che mi ha stupito è stato vedere come la CGIL sia riuscita, nella giornata di oggi, ad organizzare uno sciopero in cui si sono riunite tante bandiere (Sel, Idv, ANPI, Fiom, Filcams, Rete degli Studenti, GD, UDI, Rete Viola, UDU, Nidil, Rifondazione) e come sia stata dunque vero e proprio simbolo di democrazia ed unione del popolo, cosa che -per quanto io possa sapere poco di politica-, mi sarei aspettata dall’opposizione.

Girando tra la folla e parlando con i partecipanti ho conosciuto Cristina, una giovane educatrice professionale: “Non sono iscritta a nessun sindacato, ma mi sono sempre sentita molti vicina alla Cisl. Oggi tuttavia ho deciso di manifestare, perché sono convinta che ogni cittadino abbia il diritto di esprimere la sua contrarietà nei confronti della sua presa di posizione.”

Tanto negativa invece è stata la conversazione con Marco, un pensionato: “Penso che la CGIL di trent’anni fa fosse molto più sentita, oggi i lavoratori se ne fregano: vogliono fare i signori in bolletta, preferiscono l’apparire.”

“E’ una visione molto pessimista”

“Non è pessimista, è la realtà! Se ci avessero creduto, la piazza sarebbe stata molto più piena. Anche gli altri due sindacati ci sarebbero stati, sarebbe stato tutto molto più sentito. C’è la gente che vuole solo apparire, vede quanta gente abbronzata? Sono andati tutti in ferie, questi? Certo che no, ma i centri di bellezza sono tutti pieni, vada invece a vedere in biblioteca quanta gente c’è. Siamo lo specchio della nazione.”

Non sono mancate però anche le voci speranzose, come quella di Maurizia, educatrice d’infanzia: “E’ giunto il momento di  compattare la delegazione sindacale, perché separati non si arriva da nessuna parte. Credo che Cisl e Uil debbano fare un passo indietro e capire veramente cosa pensano i loro iscritti, vedere le piazze come si sono mosse oggi e ricompattarsi alla CGIL. Sono molto ottimista riguardo alla giornata di oggi, credo sia l’inizio di una mobilitazione che dovrà diventare sempre più generale: tutte le confederazioni e tutti i cittadini dovranno unirsi contro questa manovra, perché se non facciamo qualcosa ci porterà alla rovina. Oggi ho visto anche i giovani in piazza, me ne aspettavo di più, ma spero che sia solo l’inizio per un futuro promettente!”

Dunque, siamo solo all’inizio. Come dice il titolo dell’estratto letto dal segretario Claudio Riso al termine degli interventi sul palco, “Salviamo l’Italia”.

Credo che il movimento di oggi, che ha visto più di cento piazze italiane conquistate dalla protesta, sia il primo di una lunga serie. Non resta da vedere che cosa hanno intenzione di fare i signorotti seduti al governo: saranno anche bravi a tapparsi le orecchie e fingere che vada tutto bene, ma la belva ormai è sveglia, ed ha fame.

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Valentina Camac


La zona rossa dei ricordi.

Piazza Alimonda si sveglia con un dubbio che ricopre ogni singola pietra dell’acciottolato: sarà celebrazione o protesta? Probabile che l’una si mischierà con l’altra. Facce diverse di una medaglia che nessuno, qui, avrebbe voluto tirare fuori di nuovo dal labirinto della memoria. Un labirinto fatto di strade strette e di ricordi assordanti, immagini di voci che chiedevano risposte e che invece hanno ottenuto solo nuove, dolorose, domande.

20 luglio 2001. La piazza che oggi attende silenziosa, quel giorno era piena di silenzi diversi: quello della gente, nelle case, che aspettava solamente che quell’ondata di giovani passasse in fretta per ritornare alla normalità; quello delle forze dell’ordine, in Questura e nelle camionette, mentre si preparavano ad affrontare tute bianche e black bloc. Perché il rischio ed il pericolo di quella giornata era chiaro e conosciuto da tempo e da tutti: quella città non poteva sopportare una manifestazione del genere.

Perché l’intrico di strade scende dalla collina verso il mare, un grosso imbuto che si concentra in piazza Alimonda. Da via Tolemaide, dove i manifestanti scendono a migliaia verso il tunnel di Marassi, lungo corso Torino con i suoi alberi che accompagnano lo sguardo verso il porto. Cominciano qui i primi scontri, inevitabili, perché voluti da pochi molto organizzati, attesi, perché facevano comodo a troppi.
Su corso Italia l’unica via di fuga percorribile: la scalinata e la risalita verso monte. Ma il corteo è un fiume senza controllo, la discesa verso il mare la più facile delle soluzioni. Sia per chi scappava dalle cariche e dalla violenza sia per chi, quella violenza, l’aveva consapevolmente scatenata. Su corso Buenos Aires i black bloc fecero a pezzi la pavimentazione per potersi armare alla battaglia. Oggi ci sono nuove pietre ma gli stessi vecchi interrogativi, a cui nessuno darà mai una risposta.

Così come nessuna risposta accettabile si può dare all’episodio che oggi si celebra in piazza Alimonda. La morte di Carlo Giuliani. La fine di una vita e la rovina di altre. Per prima quella di Mario Placanica, il carabiniere che sparò quel proiettile calibro nove verso un manifestante che sollevava un estintore contro di lui. La pena per un ragazzo morto a 23 anni e la stessa pena per un altro che, salvando la propria vita, l’ha segnata per sempre.

 

Non ero a Genova quel giorno, così come non ci sarò oggi. Non ero alla scuola Diaz in quella notte di terrore, così come non ero in Val di Susa o in tutte quelle manifestazioni dove l’interesse di pochi cancella le motivazioni – giuste o sbagliate – di tanti. Ma quelle immagini mi sono rimaste dentro: un eco che si ripropone ogni volta che accadono episodi del genere. Paura, rabbia e vergogna. Sentimenti che si mischiano a tutte quelle domande che non avranno risposta.


Primo Maggio: la rabbia tra le grida

E’ la prima volta che scendo in piazza per il Primo Maggio.

Sono le dieci del mattino, il centro di Modena è ancora abbastanza tranquillo, e mentre cammino verso Piazza Grande sento l’emozione salire: mi immagino di trovare tantissima gente.

Appena arrivo, però, le mie aspettative vengono immediatamente deluse. Un gruppo non troppo grande di persone, riunito davanti ad un piccolo palco  –età media: 60 anni- sventola distrattamente varie bandiere, da quelle del PDI e della Cgil a quelle con Falce e Martello e con Che Guevara. Ci sono pochissimi giovani, si contano su una mano.

Penso che magari è ancora presto, che bisogna aspettare ancora. Sono molto paziente, ma dopo mezz’ora la piazza è piena a malapena per metà. Dal palco parte, solenne, l’inno di Mameli. Sono pochi quelli che muovono le labbra per cantarlo, ma almeno l’attenzione della gente è stata attirata. Le bandiere cominciano a sventolare più forte, si alzano cartelloni rabbiosi: frasi come “Padrone cacciatore non avrai le nostre teste” e “Sindacati al servizio dei Padroni? NO GRAZIE!” vengono sorrette con forza. Quando l’inno si interrompe un uomo si avvicina al microfono sul palco, e comincia a parlare.

Un gruppo, costituito da Rifondazione, studenti ed alcuni lavoratori (circa un terzo rispetto ai partecipanti) comincia ad agitarsi, a fischiare, ad urlare. All’inizio sono un po’ spaesata, poi mi rendo conto che tutta la loro rabbia, che si manifesta con sempre maggiore decisione, è rivolta all’uomo che sta parlando: Francesco Falcone, segretario generale della Cisl modenese.

Mentre lui inizia il suo discorso, il gruppo comincia ad urlare slogan e a ripetere parole come “venduto” e “fuori”. I fischi non si arrestano, le urla continuano imperterrite per tutta la durata del suo intervento. Lui prova ad ignorare gli insulti, va avanti, la voce ogni tanto vacilla, ma è perché si sta sforzando quanto più possibile di sovrastare le urla dei manifestanti. Mi avvicino al palco per guardarlo in viso: il discorso che sta pronunciando è scritto su un plico di fogli che tiene in mano, ogni tanto guarda la folla, cerca di trarre forza dalle prime file, che lo ascoltano sembrando sinceramente interessate. Dopotutto le sue parole sono cariche di ideali, di propositi, di idee. Ma mi chiedo, ha senso parlare di libertà, giustizia e democrazia alla luce delle attuali condizioni lavorative?

“Il nostro è un sindacato forte, libero e democratico. Non tolleriamo i comportamenti mafiosi, e combatteremo l’illegalità con tutte le nostre forze. Quello che noi vogliamo è uguaglianza, un futuro diverso e migliore per le nostre famiglie…”

“SINDACATO DELL’IPOCRISIA, CHE SOSTIENE LA FIAT E MARCHIONNE!!!”

“…E’ necessario, per ottenerle, avere una consapevolezza politica, sociale ed economica…”

“IL DIRITTO AL LAVORO CE LO STANNO MANGIANDO!!!”

“…Non bisogna mai vedere nero, in fondo c’è sempre una luce, e noi possiamo raggiungerla!”

“IPOCRITI! BUGIARDI!”

Belle parole. Sentire parlare di maggiori opportunità, di diritti che nessuno ci può negare e che dobbiamo far valere ad ogni costo, di speranza per il futuro e di interesse da parte dei giovani, e in particolare di unità tra i vari sindacati… Questo sì che è un discorso. Ma le sue parole sono come un sogno, e la sveglia, alle mie spalle, sta suonando con violenza per portarmi prepotentemente alla realtà. E la realtà è che l’unità tra i sindacati non esiste, e che sempre meno stanno facendo il loro mestiere, ossia tutelare i diritti dei lavoratori.

La parte peggiore della realtà è come questa giornata viene vissuta dai cittadini. Non c’è la soddisfazione di festeggiare la conquista dei diritti dei lavoratori, o sottolineare l’importanza del lavoro. Credevo che avrei trovato persone unite dal senso di speranza e di orgoglio, ma quello che ho visto nella gente è stata solo rabbia e delusione. Le parole di Modena si sono riversate sulle mie ingenue idealizzazioni con una brutale sincerità.

-“Vivo male questo Primo Maggio. Male perché vorrei far parte di un sindacato unito, mentre ogni giorno continua a perdere le forze. Io ho un lavoro sicuro, ma tantissimi altri che non sono nelle mie condizioni sono privi di speranza, perché le prospettive che ci offrono sono sempre meno. Ormai questa giornata sta perdendo di significato, con gli anni ha cominciato ad essere festeggiata per inerzia, perché il lavoro veniva dato per scontato. Solo adesso ci stiamo rendendo conto che non è così.”, dice la signora che urlava “vergogna” a Falcone.

“Sto vivendo con grande dispiacere questo Primo Maggio, perché vedo che i sindacati sono contro di noi. Io non approvo le contestazioni di questo tipo, ma la mia posizione in questo momento è molto negativa: quando ci sono le assemblee  dei lavoratori non manco mai di intervenire con le mie critiche. Purtroppo credo che i sindacati in questo momento non siano all’altezza di affrontare questo governo, sono supini e sottomessi. Napolitano ha fatto un discorso per esortare l’unità tra i sindacati, ma questa unità non la vedo. Oggi sinceramente in piazza mi aspettavo molto più persone, considerata la crisi e la disoccupazioni, in particolare dei più giovani. Invece vedo che questa giornata è quasi interamente rappresentata dagli anziani.”, dice l’assessore comunale delle politiche giovanili.

“Io sono tra coloro che hanno organizzato le contestazioni contro Cisl e Uil, che non vogliono far altro che spodestare la Cgil. Loro stanno agendo sulla pelle dei nostri diritti, attaccando direttamente i diritti di malattia, smantellando lo statuto dei lavoratori, come il diritto allo sciopero. Questo è un diritto che i nostri genitori e i nostri nonni hanno conquistato duramente, e dopo anni vediamo togliercelo con due semplici firme: noi non ci stiamo.”, dice lo studente disoccupato di Lettere in Movimento.

“Sto vivendo molto male questo Primo Maggio. Non per l’idea della festa, ma per tutto quello che sta succedendo, per la situazione che ci circonda e sembra non cambiare. E’ un momento molto critico.”

“Però nonostante questo, continua a scendere in piazza”

“Assolutamente. La Piazza è la Parola, è il luogo dove possiamo portare tutti i nostri sentimenti, dove possiamo far sentire la rabbia. Bisogna che le persone tornino a scendere in piazza, bisogna che si informi come si deve: le persone hanno perso la coscienza. Noi dobbiamo continuare a far sentire la nostra rabbia, perché le condizioni in fabbrica sono sempre più dure, non ci sono garanzie di sicurezza, e non possiamo cedere ad altri ricatti, come a Pomigliano e a Mirafiori.”

Il fallito discorso di Falcone, ormai terminato, è seguito nuovamente dall’Inno di Mameli e da pochi applausi. Viene presentato Frankie HI-NRG MC, uno dei maggiori esponenti del movimento hip hop italiano che conclude il magro evento della mattinata. Le persone cominciano a disperdersi, e nel giro di un’ora la piazza è semivuota, mentre il palco e le bandiere sono stati sistemati frettolosamente. Io sento un po’ di vuoto dentro.

Mi aspettavo davvero entusiasmo e partecipazione, mi aspettavo che la giornata del Primo Maggio venisse vissuta veramente dalla città, sia con la testa che col cuore. Mi aspettavo di vedere fiumi di persone pronte a festeggiare e a ricordare, con la volontà di migliorare il presente, e invece ciò che ho visto è stata circostanza, mera presenza fisica, spaccature interne, rabbia -una valanga di rabbia- e quella speranza che pensavo, ormai appassita o comunque avvelenata dalle accuse e dalla sfiducia.

E dal momento che gli enti che dovrebbero rappresentare i lavoratori pare abbiano dimenticato la loro ragion d’essere, come possono i cittadini ritrovare il vero significato di questo Primo Maggio?

Valentina Camac

 


Il Peccato Originale, ultimo capitolo: L’Origine del Male

Lucifero

“Che cos’hai fatto?”

Silenzio.

“Guardami.”

Silenzio.

Lucifero.”

Sarebbe stato così semplice se fossi rimasto al mio posto.
Avevo tutto. Ero potente, stimato. Godevo della Sua fiducia.
Anzi, ne ero straripante. Ero così dannatamente pieno della sua fiducia che mi sentivo invincibile.

Se Lui non fosse stato maledettamente perfetto, se non avesse creduto così tanto in me, non l’avrei mai fatto. E’ stata colpa sua.

All’inizio era facile godere passivamente della Sua luce, ero in grado di saziarmi della Sua grazia e del Suo potere.
Poi però cominciò a non soddisfarmi più così riccamente, iniziai a rendermi conto che la felicità che avevo in corpo era dimezzata in confronto a quella che avrei potuto raggiungere.

Iniziai a provare rabbia. Una rabbia profonda e incontenibile che aumentava ad ogni Suo sorriso rivolto a me, ogni volta che Lui chiamava dolcemente il mio nome, con la voce ricca di amore.
Lui diceva di amarmi.

Ma se veramente mi avesse amato, se veramente si fosse fidato incondizionatamente di me, perché negarmi una felicità superiore? Perché pensare che io mi potessi accontentare delle briciole del suo amore, quando era evidente all’intero universo che dentro di lui ne risiedeva una quantità infinitamente più potente?

Cominciai a desiderare di essere più grande. Più grande dei miei fratelli, più potente di tutti.
Ero l’angelo più bello e meraviglioso, il mio nome stesso era il segno che il mio destino poteva, doveva essere diverso da tutti gli altri: Lucifero, il portatore di luce, colui che ha il diritto alla luce, alla luce somma, alla Sua luce.
Avevo il diritto di essere come Lui.

Ogni altro pensiero al di fuori del Suo torto nei miei confronti cominciò ad apparire inutile e vano.
Cosa importava del cuore di un qualsiasi altro angelo, in confronto alla Sua grandezza? La volevo mia.
Ero ossessionato, terribilmente frustrato, stavo perdendo me stesso.
Non ero più in grado di distinguere l’importanza ed il valore della mia esistenza, dal momento in cui la mia anima stava andando in frantumi.
Dentro al mio cuore, tra mille dubbi e sfaccettature, ero straziato dall’amore incompleto che lui riversava senza sosta in me e dal desiderio di erigermi alla sua altezza, così da essere finalmente degno della sua immensità.

Dovevo compiere un gesto decisivo. Non sapevo come, ma dovevo far sì che il mio destino si compisse, ed il mio destino era stare accanto a lui.
Volevo agire in fretta, non ero più in grado di stare fermo a rimuginare e ad ipotizzare. Avrei dovuto rovesciarlo dal suo trono di luce, intrappolarlo, avrei dovuto costringerlo ad ascoltare le parole che non avrebbe mai capito se gliele avessi dette con la stessa dolcezza che usava Lui quando parlava con me.
Gli avrei confessato che stavo spendendo la mia esistenza nell’amarlo, e solo allora mi avrebbe ricambiato appieno.

Avrei dovuto fare tutto questo. Se ci fossi riuscito, il senso di invincibilità sarebbe diventato realtà pura e semplice.

Ma lui vide.

Forse dopotutto ero davvero il suo angelo preferito. Forse mi amava veramente più di chiunque altro.
Altrimenti come avrebbe fatto a intuire che dentro di me infuriava una battaglia, come avrebbe fatto a districarsi nel caos che assediava la mia mente?

Aveva intuito la natura di ogni mio desiderio.

Perché non ho saputo accontentarmi dell’amore che lui provava per me? Solo ora mi rendo conto che la sua vastità era tale da risultare inconcepibile. Ero totalmente accecato, mentre ora nulla ormai ha più senso.

Nulla ha più senso.
Sono vuoto, annullato. Sono morto.
Le sue ultime parole ed il suo ultimo sguardo hanno scavato in me la voragine con cui, sono certo, dovrò convivere per l’eternità.

“Che cos’hai fatto?”
La sua voce era calma, pacata, profonda. Non osai guardarlo, non avrei sopportato le nere pupille cariche d’ira.

“Guardami”
Mi ostinai a tacere, immobile. Fissai ostinato le mie mani, mentre ero al suo cospetto.
Intorno a me sentii i sussurri sbigottiti degli altri angeli.
Non avevo il coraggio di misurarmi con quello che, ero certo, sarebbe stato uno sguardo carico di disprezzo e repulsione.

“Lucifero”

Quando pronunciò il mio nome non ce la feci più. Che senso aveva, ormai, esitare? Avevo progettato una sommossa grandiosa e terribile, ormai non potevo più tirarmi indietro.

Alzai gli occhi lentamente.
Vidi il piedi del trono su cui sedeva, seguii le pieghe della sua veste, vidi le mani che giacevano inanimate sulle sue ginocchia. Arrivai fino al suo viso, con una lentezza esasperante data dal terrore di non essere più così sicuro di ciò che avrei trovato dietro le iridi dorate.

Quando finalmente entrai nel suo sguardo, rimasi folgorato.
La sua potenza mi investì con una violenza tale che cominciai a bruciare. Le fiamme avvilupparono fameliche il mio cuore e la mia anima, mentre la mia mente fu invasa dal terrore e dall’incredulità.
Perché non vidi rabbia, né delusione, né rancore. Non vidi nulla di tutto ciò. Ciò che vidi era talmente immenso e sconcertante che per un attimo mi chiesi se non fosse tutto frutto della morte imminente che incombeva su di me, che sviava la mia ragione.

Vidi il Dolore.
Esasperante e incontenibile, definitivo e assassino dolore che veniva sprigionato dal suoi occhi con una forza tale da far scaturire dal nulla il fuoco intorno a me.

Non avevo capito niente del suo amore.
Ero stato così divorato dal desiderio di esserne riempito totalmente che non avevo intuito come lui mi completasse già, in tutto e per tutto.

Lui era dentro di me, Lui aveva riservato per me una quantità tale di amore che io vivevo solo di quello.
E il fuoco in me era Lui.
Le fiamme che stavano distruggendomi l’anima erano il suo amore che lentamente si consumava, perché non aveva più ragion d’essere.
Quando me ne resi conto, fu lì che iniziai a morire.

Fu come se mi avessero strappato il cuore dal petto, come se mi stessero divorando il fegato. Non sentivo più alcun suono, le voci degli angeli erano scomparse, non avvertivo il vento accarezzare le mie bianche ali. La mia mente non era più libera, le mie mani non erano più calde.
Ero intrappolato nell’immensità del suo sguardo, e ogni secondo che vi rimanevo era una breccia in più che Lui spalancava nel mio petto: stava creando una voragine.

Era dentro di me. Lo sentivo accaparrarsi tutti i miei sentimenti ed il mio essere, era un mostro che mi stava dilaniando senza pietà, prelevava con cura ogni pezzo del mio essere lasciando al suo posto devastazione, lo conservava amorevolmente per sé, e il rimanente lo maciullava con tutte le sue forze.

Questo fu il dolore di Dio.

Il fuoco si intensificò sempre di più.
Il candido piumaggio che rivestiva le mie ali si annerì e cadde, lasciandole nude.
Ogni forza fu strappata dal mio corpo.
Cominciai a inquadrare immagini sempre più sfocate, finchè non mi resi conto che stavo precipitando nel vuoto.
Cadevo in picchiata dal Paradiso, ancora avvolto dalle fiamme. Non c’erano più bianco e oro, solo il rosso bollente intorno a me e i suoi occhi, che nonostante il volo mi seguivano inesorabilmente. Non ero in grado di sfuggirvi.

Mi schiantai. Finì tutto, di colpo.
Mi ritrovai rannicchiato a terra.
Provai a rialzarmi, e mi osservai inorridito: le mie splendide ali erano diventate qualcosa di disgustosamente nudo e nero.
Osservai le mie mani. Erano ancora lisce e pulite. Mi toccai piano il viso, studiandolo con le dita: ero ancora perfetto.

Urlai con quanto fiato avevo in corpo, caddi a terra straziato: tutto l’amore che mi aveva animato, saziato e sostenuto, quell’amore agognato e alimentato, era scomparso.
La consapevolezza di averlo perduto per sempre, infine, mi distrusse.

Ora sono qui. Con le mani tra i capelli, come per ricordarmi che c’è ancora qualcosa di reale in questa meschina esistenza. Mi guardo dentro e non vedo altro che la voragine, che però pulsa con meno violenza: ora è rivestita da qualcosa che non riesco a spiegarmi, ma è qualcosa che mi permette di continuare a respirare senza stramazzare al suolo.
Questa entità farà sì che io possa esistere ugualmente, anche dopo aver perso tutto, anche ora che sono vuoto.
E’ un balsamo che allevia il dolore della mia immensa ferita.
E’ una sensazione piacevole.
E’ il male.

Valentina Camac


A Quelli che Rompono i Vetri

Il primo fu mio padre, aveva giusto 19 anni quando prestò servizio militare a Verona, proprio lui che aveva partecipato alle manifestazioni contro la guerra e a quelle per i diritti delle donne e degli studenti.

Era nato da genitori di bassa estrazione sociale, era quindi per puro diritto un figlio del popolo, un popolo quello italiano degli anni70 che credeva nella libertà e nelle possibilità di un futuro ancora tutto da costruire.

Partì incerto di quella scelta effettuata più per obbligo che per volontà propria, infatti mi immagino come sia andata con mio nonno riformato durante la guerra e mio zio ritenuto di salute fragile, l’ultimo uomo di famiglia non poteva tirarsi indietro dal passare sotto le armi.

La leva obbligatoria a mio parere era qualcosa di utile al tempo e lo sarebbe anche ora per molti versi, ovvio che come tutte le cose dipende da come le prendi, temo però che per mio padre passare dal fuggire dalla polizia con zoccoli di legno e capelli lunghi da fricchettone al marciare sotto il sole con anfibi di cuoio e i capelli completamente rasati non debba essere stato uno scarto semplice.

La disciplina, la miope arroganza dei superiori, le folli costrizioni e le mancanze della vita da caserma,  nel suo immaginario erano riconducibili solo ed unicamente all’ingiustizia, alla mancanza di libertà, alla prigionia e al fascismo.

Povero ragazzo, appena conquistavi la libertà dei diciotto anni, appena iniziavi a capire come funzionava il mondo e le sue lotte a cui prendervi parte dicendo la tua e schierandoti venivi costretto a servire per ciò che era più lontano dal tuo spirito e del tuo pensare.

Dopo 3 mesi e mezzo circa, così raccontano le cronache, mio padre insultò ferocemente un ufficiale e preso dall’ira con un pugno ruppe una vetrata di due metri ferendosi.

Venne recluso per insubordinazione e danneggiamento aggravato al carcere militare di Peschiera del Garda.

Come sappiamo bene noi che studiamo tragedia greca le colpe del padre capita che cadano sul collo del figlio, più per genetica mi viene da dire che per un effettiva coincidenza del fato e in questo caso per esemplificare è opportuno citare il motto:

“la mela non cade molto lontano dall’albero”

Ero in quinta ginnasio al liceo S. Carlo in una classe in cui non ero particolarmente apprezzato, in cui per i miei compagni ero un emarginato o per lo meno io mi sentivo tale sotto i loro sguardi e percepivo un misto di disgusto e mistificazione dalle loro parole quando si riferivano a me.

Quando si è fuori luogo o ci si sente esclusi da un posto in cui devi passare qualcosa come 28 ore della tua settimana, luogo che per altro deve formarti alla vita, allora tendi a non dare peso alle cose che fai e come le fai per una mancanza di senso.

Ai primi di Aprile ruppi un vetro lanciando con incoscienza la mia sacca dell’ora di ginnastica sul banco ma centrando la vetrata della finestra che si trovava proprio a fianco: questo fu un gesto senza senso.

Fortuna volle che sotto i due piani di edificio e sul marciapiede sottostante non vi fosse nessuno, e nessuno si fece male.

Quell’anno venni bocciato non tanto per quel fatto, quanto per un’immaturità che quel fatto aveva semplicemente reso lampante.

L’anno successivo ebbe inizio la mia adolescenza, iniziai a fumare, mi innamorai per la prima volta e forte del mio ruolo di emarginato che io stesso ero riuscito a convincermi di avere divenni realmente tale.

Un rinnegato che rigettava tutto e tutti, tutto a partire dai professori che mi avevano bocciato, i miei vecchi compagni di classe, la scuola e il suo sistema di voti, ma soprattutto fra tutti io rinnegavo il padre che se ne era andato di casa e la madre che non capiva.

Non furono anni felici, li vissi con troppe emozioni nella pancia e troppe domande nel cuore e nella mente.

La scuola andava male mi ci dedicavo con incostanza come se fosse marginale quando in realtà era fondamentale perché tra quelle mura che costituiscono il S. Carlo noi senza saperlo iniziamo a scegliere il nostro percorso, la nostra vita, il nostro futuro.

La scuola che poteva essere una sicurezza divenne una delle tante incertezze assieme alla famiglia, agli amici, alla società; ero sospeso nel mare di emozioni che può pervadere un adolescente che non trova appigli concreti, e in questo mare le domande anche quelle giuste non trovando risposte diventavano quei dubbi che pian piano ti rodono l’anima, i grandi Perché che ti suggestionano fino a renderti completamente cieco a quali siano gli obbiettivi e le motivazioni per le quali si stia studiando greco e latino piuttosto che qualunque altra materia.

All’età di 17 o18 anni si è incapaci di ascoltare con chiarezza probabilmente perché la nostra voce è troppo alta per sentire quelle degli altri e detta come va detta molti buoni consigli e buone occasioni per crescere vanno a finire nel cesso.

Ero al penultimo anno al S. Carlo una notte di metà Maggio dopo un aperitivo decisamente lungo in Via Gallucci, dovevo tornare dai miei nonni a Modena est perché all’epoca abitavo da loro e a portarmi a casa c’erano solo le mie gambe e la musica dei “Blind Guardian” sul lettore.

Sotto casa la luce sulla porta mi permetteva di vedere distintamente contro il vetro il riflesso di un ragazzo stanco, sporco, con tante preoccupazioni e molto risentimento per se stesso per non essere stato capace di dare un senso alla vita e per un mondo che non lo aveva aiutato in questo.

Gli occhi di quel riflesso erano pieni di odio e di rabbia.

Con un pugno infransi anche il vetro di quella porta.

Quel vetro quel venerdì sera rifletteva ciò che io non volevo vedere: la mia inedia, la mia tristezza, e tutto il tempo perso.

Io non vi dico che non si commettono sbagli nella vita ragazzi, ma l’importante è cogliere le occasioni e farle proprie.

 La scuola è una di queste occasioni anzi è la prima di queste per un ragazzo, occasione nella quale può confrontarsi con gli altri e crescere, imparare e apprendere, ma soprattutto vivere liberamente la propria adolescenza.

Ricordate che il vostro tempo dentro al S. Carlo è adesso ed è di ciascuno di voi il dovere di farlo vostro.

Se la vostra scuola non vi piace allora cambiate voi stessi per cambiare il S. Carlo, perché questo liceo non è fatto da professori o dirigenti scolastici, educatori o carcerieri, ma è fatta principalmente da voi perché senza di voi non avrebbe senso di esistere.

Rompere un vetro non è grave, ma la motivazione che vi sta dietro fa capire molte cose.

 African Detto Il Nero

Marcello Bergamini

Liceo S.Carlo bei ricordi

Banchi abbandonati, vetri rotti nel momento della decadenza della scuola pubblica italiana. La mancanza di Senso porterà molti di noi e le future generazioni a stare come questi banchi: invisibili e ammassati sulla porta di servizio della Vita.


Quel Giovane nella Torre D’Avorio

La greve luce feriva il suo viso mentre lui, ancora dormiente, si rigirava nel letto. Era tutta la notte che i demoni lo tormentavano: lo rincorrevano sussurrandogli all’orecchio la Verità che lui non voleva ascoltare. All’improvviso rinvenne. Si destò da quell’orribile incubo che gli aveva assediato la mente e si mise a sedere sul letto. Pensava. Pensava a quel sogno nero, quel sogno vero, che ormai aveva sconvolto la sua giornata. Poi si alzò e andò alla finestra, quasi a voler cercare qualcosa di confortante al di fuori della sua stanza, della sua mente. Errore. Un misto di pioggia e neve battente cadeva senza sosta sulla città: il cielo era di un grigio scuro, minaccioso come lo sguardo di un cane randagio. Dall’alto del suo palazzone guardava le strade e osservava le persone. Queste, sotto la bufera di nevischio incalzante, correvano chi in macchina chi a piedi, verso le proprie destinazioni. Non era la solita corsa tuttavia. Non era la fretta dell’uomo del Nord a scandire quei movimenti scattanti e discontinui. Sembrava, a lui che guardava dall’alto, di vedere in quelle persone una forza mostruosa spingerli in avanti, una forza non loro. Così tornò a pensare alla pioggia battente, al cielo e a tutte quelle forze che nel mondo spingono gli uomini a correre. Chi o cosa li stava spingendo dentro quella bufera? E se veramente correvano per una forza superiore in loro infusa, si trattava di una forza buona o di una forza malvagia? Poi pensò che forse a loro non interessava e forse neanche a lui. In definitiva loro volevano rimanere vivi: chiedevano solo di continuare a correre così, come cani nella tempesta o sotto il sole cocente. Che importava loro del perché corressero, contava solo poter continuare a farlo. Lui invece avrebbe sempre potuto stare là, nella sua torre d’avorio, ad osservarli, analizzarli e ad emettere giudizi, salvando e condannando arbitrariamente o meno per volontà di una forza superiore. Non si sarebbe mai trovato nella loro condizione, tuttalpiù sarebbe stato infastidito da quel contorno di anime in pena. Ma prima o poi ci avrebbe fatto l’abitudine. Avrebbe fatto finta di non vedere e sentire, e se un giorno questi avessero deciso di far valere le loro ragioni, qualcuno li avrebbe messi a tacere: momentaneamente o per sempre. Mentre questi pensieri si avvicendavano in lui, come in un’arena, si guardò allo specchio: era giovane, forte, intelligente. Era molto più forte di tanti altri che colpiti dal giogo dell’età continuavano a far valere il loro diritto, un diritto fondato sull’esserci prima. Sapeva sognare e creare dai sogni delle mète, degli obiettivi nuovi ed inaspettati. Sapeva amare, di un amore universale quasi evangelico, ma non cattolico. Sapeva lottare, perché era cresciuto combattendo e questa sua condizione gli aveva insegnato cos’era la giustizia che sentiva forte dentro di lui. Allora si chiese se tutti quelli come lui, che continuavano a rimanere celati nel loro mondo e nelle loro case, avrebbero dovuto rassegnarsi ad una vita a metà, fatta di agi e di bende sugli occhi: una vita vissuta tra la paura di essere colpiti da un fulmine e la voglia di uscire fuori, a gridare la loro rabbia, per lanciarsi finalmente nel mondo con i loro sogni e combattere fino alla fine. Sì, non poteva che essere questo il suo destino, era chiaro. Non era venuto al mondo per fare lo spettatore, per sedersi su una comoda poltrona e guardare quel triste spettacolo che ogni giorno veniva messo in scena. Lui voleva stare sul palco e voleva far parte di uno spettacolo di ben altro spessore, qualcosa che riprendesse la grandezza smarrita del suo paese, quella povera Italia, colpita meschinamente ogni giorno dai suoi figli. Ma per far questo occorreva mettersi in gioco e mandare via chi aveva fatto il suo tempo e non aveva avuto l’eleganza ed il buon gusto di abbandonare il suo ruolo di protagonista, continuando ad inscenare quella recita che era uguale da 30 anni. Erano loro che avevano fatto addormentare il pubblico! Che lo avevano fatto prima arrabbiare, poi piangere e che infine lo avevano reso indifferente allo spettacolo della vita. Erano colpevoli di un delitto gravissimo, questi signori, e dovevano quantomeno essere allontanati il più possibile da quel palco, perché con la loro insensibilità gli avevano tolto il suo sacro valore. Fu questo che pensò dall’alto del suo palazzone in quella grigia mattina. E per questo si vestì di fretta e scese correndo, sospinto da una forza immane: una forza buona proveniente dal suo cuore, che lo avrebbe portato chissà dove, ricordando a tutti quelli che avrebbe incontrato sul suo cammino che lui era vivo e che correva per sua volontà verso un fine alto. E che forse un giorno l’avrebbe raggiunto.

Enrico Monaco


Versi scritti in una nebbiosa notte a Baggiovara

 

Taciti rintocchi di campane nel buio

rieccheggiano nel dormiente paesello.

Moti tombali di vite sopite stroncate

da una disillusione collettiva

aleggiano come spettri nell’aria.

Un sonno di morte ed una quiete

di fuochi estinti governano un regno

di nebbia e di oblio.

                      **

Ma tra dimessi spazi e rassegnati antri

un piccolo mondo nascosto sussurra rabbioso

e balla un ritmo tribale ed oscuro,

rievocazione moderna di satire e ninfe

ebbri del dono di Dioniso.

Una fuoco ribelle arde in me,

un urlo improvviso che squarcia la notte.

<<Ti prego, uomo, svegliati da questo sonno

malsano! Discendi attraverso il sacro fiume

in sacre foreste; e corri ad abbeverarti alla

fonte che sola può curare la tua sventura!>>

Perchè in me solo ribollono tumultuosi pensieri?

L’anima, in preda ad una forza misteriosa,

si agita e si scaglia come il Mare in tempesta

contro gli scogli.

Come un Vulcano che dalle profondità della

Terra sprigiona forze spaventose,

così si contorce ed urla il mio istinto di fronte

a questo scempio.

Ma tanto frastuono di fulmini e tuoni rugge in silenzio

inascolatato e nascosto nell’abisso del mio cuore,

lontano dalle menti di uomini smarriti senza saperlo.

Enrico


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