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Uccidiamo tutti i mostri sotto il letto con una pillola

Da poco, dopo anni di ricerca, uno scienziato americano e professore di farmacologia, fisiologia e neurologia al SUNY Downstate Medical Center di New York, un certo Todd Sacktor ha scoperto il modo per cancellare un ricordo dalla nostra memoria, per dimenticare un determinato evento, un frammento del nostro passato. La pillola ancora non esiste, ma il neurologo ha identificato l’enzima PKMZeta come stimolante dei neuroni che, nel momento in cui riaffiora un ricordo, lo ricreano in tutta la sua ricchezza (ad esempio odore, colore, aspetto eccetera). Proprio così, poiché la memoria non è un magazzino, un deposito pieno di cassetti e cassettini come nell’immaginario collettivo spesso appare: non ci sono ripiani e scaffalature da cui noi prendiamo parti della nostra memoria che poi riponiamo al loro posto, ma ogni volta che ripercorriamo il nostro passato ‘ricreiamo il ricordo’, in termini più tecnici trasformiamo la sua composizione cellulare sintetizzando nuove proteine. In questo processo di rigenerazione del frammento di memoria, se l’enzima PKMZeta non c’è, il ricordo sparisce. Lo cerchiamo ma non c’è.
Gli esperimenti fatti sulle cavie hanno dato i risultati sperati: non associavano più un rumore che le spaventava alla paura, in sostanza non si spaventavano più. ‘Gli inibitori del PKMZeta  -afferma Sacktor- sono gli strumenti più potenti e precisi a questo scopo, perché agiscono sul meccanismo di conservazione della memoria a lungo termine.’ Gli esperimenti funzionano, le ricerche continuano, ora è solo una questione di tempo.

Nell’era in cui le memorie sono tutte esterne, sono tutte su chiavette, hard disk e quant’altro  ecco che la memoria può essere cancellata anche dalla testa, come su un computer: Seleziona. Cancella. Sei sicuro? Sì. Cancellato. Un buco, un piccolo spazio nero nella distesa d’oceano della nostra memoria. Un puntino di  nulla in un universo intero fatto di galassie di primi amori, primi giorni di scuola, odori e profumi di persone, torte di compleanno, sorrisi di madri, canzoni che fanno piangere ma anche violenza, morte, paura, disperazione. Immaginiamo dunque questo universo, di cui nemmeno conosciamo i confini, immaginiamo tutte le galassie, i pianeti, i satelliti, le meteore vaganti, le stelle, e quest’infinita distesa oscura così inaspettatamente piena di vita. Immaginiamo di cancellare un pezzo, anche minuscolo. Cosa resta lì? Cosa resta in quel microspazio che è stato tagliato? Nulla. Qualcosa che non possiamo immaginare. Certo, in prima analisi è una prospettiva interessante, non sarebbe male, e non ci sarebbe niente di male, giusto? Senz’altro risolverebbe tanti problemi, tante vite tormentate a cui verrebbe finalmente offerto un angolino di pace. Pensiamo ai reduci dalle guerre, da incidenti, da esperienze di prigionia, tortura, o qualsiasi altra forma di abuso o violenza, a chi ha subito perdite di cari in modo inatteso e terribile, insomma pensiamo a tutti quelli che non riescono a convivere con un ricordo che li perseguita. Non sarebbe forse una cosa buona e giusta dare loro la possibilità dell’oblio? Sarebbe come rimuovere un tumore, una ciste, un corpo estraneo dal proprio, di corpo, con l’unica differenza che qui, però, il corpo in questione estraneo non è: come qualunque cosa ci sia accaduta fa parte della nostra esperienza, dei nostri ricordi e quindi di noi. Anche se sono mostri sono i nostri, e perdere la memoria  di ciò che siamo è quanto di più orrendo possa accaderci, peggio di qualunque cosa possiamo immaginare, sì, peggio di quella cosa che vorreste forse rimuovere. Certe volte mi capita di sentire un profumo, un odore, una musica, o di vedere qualcosa, un’immagine, un libro di quando ero piccola, un gioco, un qualsiasi oggetto magari insignificante che mi fa tornare in mente qualcosa, e sento che il ricordo mi assale, mi travolge, incontrollabile e con forza sovrumana. Sento che arriva da lontanissimo, come una meteora, così distante ed inconcepibile, ma lo sento così mio che non posso far altro che accoglierlo a braccia aperte. Capisco cosa significa ricordare e mi sento fortunata perché tutte queste cose mi appartengono, questi pezzi di memoria e di universo, anche se se ne stanno nascosti, è rassicurante sapere che comunque sono lì. Per questo, che siano mostri, incubi o la cosa più cara che abbiamo, il ricordo che custodiamo più gelosamente e che ci rende felici quando ci pensiamo, io dico teniamoceli perché sono nostri e sono quello che siamo. Bisogna avere il coraggio, e non dico di accettare le cose indicibili e insopportabili che abbiamo dentro, e non dico nemmeno di conviverci, di superarle, di elaborarle e rimpastarle nell’universo chimico e sterilizzato della psicoterapia o di altre più o meno palliative illusorie limitate possibilità di ‘cura’, ma dico bisogna avere il coraggio tutte queste cose di averle e basta. Se bisogna starci male si starà male. Le cose orribili che lasciano ricordi atroci esistono ed esisteranno sempre, e finché ci sarà gente che ricorda si continuerà, laddove è possibile, a cercare di combatterle, di lottare contro le fonti di questo male. Se sarà data a tutti la possibilità di rimuovere comodamente il frammento di loro che non possono o non vogliono più tenersi dentro, allora quando e dove ci si dovrà fermare? Il giorno che tutti avranno cancellato quella parte di loro allora nessuno saprà più cosa significa fare lo stesso incubo tutte le notti, aver subito una violenza, e saremo tutti mutilati e inconsapevoli, e senza fatica accetteremo la compassione artificiale dell’oblio in compresse, innaturale, senza vincoli e senza criterio se non quello del soddisfacimento di un’idea di finta e patinata serenità e distensione da lobotomizzati della domenica.


Quel corridoio rosso e le sedie di legno (di Anna Maniscalco)

Tra i tanti ricordi d’infanzia, ce n’è uno che ha tutto un suo spazio. La prima volta che i miei genitori mi portarono al cinema per vedere un film non d’animazione, non per bambini. Era l’inizio del millennio e si trattava dell’ultimo Woody Allen, “La maledizione dello Scorpione di Giada”. Mi fece ridere fino alle lacrime e, per diversi anni a venire, alla domanda < Che cosa vuoi fare da grande? > rispondevo: < Woody Allen >.

Ricordo anche che quella sera, al cinema, ci andammo a piedi. Perchè era nel centro di Modena. Era dietro l’Accademia, a un passo dai Giardini. Si chiamava Cinema Cavour, e l’ingresso era tutto rosso. Forse no, ma io nella mia mente lo rivedo così. Un corridoio rosso e la sala con le sedie di legno. Probabilmente erano già state imbottite; nell’immagine sfocata che ritorna alla mia memoria però erano di legno, più romantiche che scomode. Tre anni dopo ci sono tornata con il mio papà a vedere “Il Mistero dei Templari”. Il film non aveva nulla di speciale, ma era bello stare in quella saletta confortevole con mio padre, che là ci andava bambino. Quando uscì il seguito, lo andammo a vedere al Raffaello. Perché ormai il Cinema Cavour, dietro all’Accademia, non esisteva più.

Ci sono passata davanti pochi giorni fa, e allora l’ho notato, per la prima volta dopo anni. Resta abbandonato, serrato, le locandine ricoperte di scarabocchi e dei numeri di telefono scritti da amici che fanno gli spiritosi. Non potrò più controllare se effettivamente le sedie erano di legno oppure no. Rimane l’insegna, un’ombra del tempo che fu. Il Cinema Embassy non è più nemmeno quella. Ora è un supermercato. Dove passò una pellicola di Sofia Coppola, adesso puoi comprarti il sugo di pomodoro. Per non parlare dello Splendor, del Principe. Il centro di Modena era pieno di sale. Si guardava il film, e poi si passeggiava, per strade che erano vive anche dopo cena, discutendo magari di quanto appena visto. Con un gelato, stagione permettendo.

Adesso si esce dal multisala, dove sei arrivato affannato perchè se non sei lì mezz’ora prima la prenotazione ti scade e stai fresco, rimani lì con i tuoi nachos e senza biglietto, e poi scappi a recuperare la macchina, imprechi nel parcheggio e infine vai. Adesso, magari, neanche pensi a che film andare a vedere. Nello stesso edificio ci sono tutte le ultimissime uscite, una vale l’altra. Ragazzi, ci troviamo là, decidiamo poi cosa vedere. Sarà più comodo, ma certo non restituisce il gusto di scrutare attentamente la colonnina sul giornale per vedere in che sala danno il film che davvero interessa, la sala che in cartellone ha solo quello, la sala che profuma di cinema e non di pop corn. Che poi, è buono anche quello, ma dov’è la magia?

Forse sono solo nostalgica. Ma quando chi è più grande di me ricorda: “Il Principe, era quello dei cartoni animati a Natale”, non posso non pensare a cosa significasse andare a vedere un film. Era prima di tutto un piccolo piacere che ci si concedeva. Un momento rilassante, da soli, con la famiglia, con gli amici. Noi, in una sala che può contenerci appena, noi e il nostro regista preferito, noi e i nostri eroi del momento. Un bellissimo tête-à-tête, con l’odore delle poltrone un po’ vecchiotte, quando erano poltrone. Un posto intimo quanto sacro, come la platea di un teatro. Un posto pronto ad accogliere famigliarmente una bambina che andava a vedere il suo primo film non d’animazione.

Tra i tanti ricordi d’infanzia, ce n’è uno che un suo spazio, ora, non ce l’ha più.

Anna Maniscalco


Tutto passa, ma passando, ci cambia per sempre

Quel giorno ero all’università, in via Campi a Modena, appena tornato dalla pausa pranzo. Mi stavo rilassando davanti ad un pc del centro informatico prima di tornare ai miei libri. Controllavo la mail. Erano le 14,46 dell’11 settembre 2001. In quello stesso momento un boeing 767 dell’American Airlines stava centrando la Torre Nord del World Trade Center a Manhattan.

Non ricordo nessun episodio del passato con la stessa lucidità, nessuno in cui non ero protagonista attivo. Da quel momento ho cominciato a seguire le cose del mondo senza quel distacco che avevo prima: ho iniziato a sentirmi parte di qualcosa.

Quel pomeriggio l’ho passato a casa della mia ragazza di allora, davanti alla televisione ad osservare il corso degli eventi. Qualcosa mi aveva spinto a raccogliere i libri. L’istinto mi aveva consigliato di non perdere tempo. Arrivato da lei, che abitava a soli 5 minuti dalla facoltà, ho visto entrambe le torri ferite, visto che nel frattempo un boeing 767 della United Airlines aveva colpito la Torre Sud. Quello che all’inizio sembrava un disastro aereo stava lentamente prendendo i contorni di un folle attacco terroristico. Le notizie frammentarie, riportate dal giornalista, cercavano di definire qualcosa che mi sembrava indefinibile. Ed io restavo lì, in silenzio, ad assorbire le immagini e le prime analisi, sperando che mi aiutassero a capire perché mi sentissi così.

Alle 15,59 il crollo della Torre Sud. Ricordo il fumo e quelle persone che scappavano. Ricordo lo stordimento del giornalista, incredulo come lo ero io, che cercava di continuare il suo triste lavoro di commentatore. Ricordo le immagini di una Manhattan deturpata da quell’inaspettata modifica del profilo delle Twin Towers. Modifica ultimata alle 16,28 con il crollo della Torre Nord. In meno di 2 ore era stato cancellato uno dei luoghi più famosi della Terra. Per americani e non.

In quel momento pensai al mio unico vero contatto con New York. Era l’agosto del 1992, durante un viaggio con la mia famiglia. Eravamo stati sulla Torre Sud. Avevo scattato foto alla Statua della Libertà da quel tetto. Ed ora quel palazzo non c’era più, se non nei miei ricordi.

Dieci anni dopo mi rendo conto che l’11 settembre non ha davvero mutato il mondo come avrei creduto. Altri probabilmente sono gli eventi cruciali di questo secolo ancora giovane: la crisi economica, la superpotenza cinese, la caduta di governi via Facebook e social network. In fondo la vita continua, nonostante tutto, e probabilmente continua anche per i famigliari delle quasi 3000 vittime di quel triste giorno di dieci anni fa. Però le conseguenze di quell’atto terroristico, dalla guerra in Iraq a quella in Afganistan, hanno di certo cambiato la mia percezione del bene e del male. Se quel pomeriggio del 2001, davanti a quelle immagini, avevo la certezza di chi erano i buoni ed i cattivi, oggi devo ammettere che le due categorie sono per me ormai inutili. Dopo la vergogna di Abu Ghraib e Guantanamo, dopo gli attacchi di Nassiriya, Madrid e Londra, dopo le bugie sulle armi di Saddam e dopo le follie delle guerre per il petrolio, ho capito che bene e male è solo questione di punti di vista.

Che la missione di pace può essere un’invasione di una nazione e delle sue libertà. Che un partigiano può essere un terrorista, o viceversa. Che i cattivi siamo noi, anche se non vogliamo ammetterlo. Che i cattivi sono loro, anche se ci colpiscono con le armi che gli abbiamo venduto a caro prezzo.


Tracce dal Rasoio #10

“Morire con una patata in mano.”

E’ così che dice sempre mia nonna.

“Se mai dovessi morire vorrei che fosse così. Come la mia povera mamma che si è spenta in cucina mentre preparava il pranzo per mio padre. Felice nel fare quello che faceva sempre.”


La zona rossa dei ricordi.

Piazza Alimonda si sveglia con un dubbio che ricopre ogni singola pietra dell’acciottolato: sarà celebrazione o protesta? Probabile che l’una si mischierà con l’altra. Facce diverse di una medaglia che nessuno, qui, avrebbe voluto tirare fuori di nuovo dal labirinto della memoria. Un labirinto fatto di strade strette e di ricordi assordanti, immagini di voci che chiedevano risposte e che invece hanno ottenuto solo nuove, dolorose, domande.

20 luglio 2001. La piazza che oggi attende silenziosa, quel giorno era piena di silenzi diversi: quello della gente, nelle case, che aspettava solamente che quell’ondata di giovani passasse in fretta per ritornare alla normalità; quello delle forze dell’ordine, in Questura e nelle camionette, mentre si preparavano ad affrontare tute bianche e black bloc. Perché il rischio ed il pericolo di quella giornata era chiaro e conosciuto da tempo e da tutti: quella città non poteva sopportare una manifestazione del genere.

Perché l’intrico di strade scende dalla collina verso il mare, un grosso imbuto che si concentra in piazza Alimonda. Da via Tolemaide, dove i manifestanti scendono a migliaia verso il tunnel di Marassi, lungo corso Torino con i suoi alberi che accompagnano lo sguardo verso il porto. Cominciano qui i primi scontri, inevitabili, perché voluti da pochi molto organizzati, attesi, perché facevano comodo a troppi.
Su corso Italia l’unica via di fuga percorribile: la scalinata e la risalita verso monte. Ma il corteo è un fiume senza controllo, la discesa verso il mare la più facile delle soluzioni. Sia per chi scappava dalle cariche e dalla violenza sia per chi, quella violenza, l’aveva consapevolmente scatenata. Su corso Buenos Aires i black bloc fecero a pezzi la pavimentazione per potersi armare alla battaglia. Oggi ci sono nuove pietre ma gli stessi vecchi interrogativi, a cui nessuno darà mai una risposta.

Così come nessuna risposta accettabile si può dare all’episodio che oggi si celebra in piazza Alimonda. La morte di Carlo Giuliani. La fine di una vita e la rovina di altre. Per prima quella di Mario Placanica, il carabiniere che sparò quel proiettile calibro nove verso un manifestante che sollevava un estintore contro di lui. La pena per un ragazzo morto a 23 anni e la stessa pena per un altro che, salvando la propria vita, l’ha segnata per sempre.

 

Non ero a Genova quel giorno, così come non ci sarò oggi. Non ero alla scuola Diaz in quella notte di terrore, così come non ero in Val di Susa o in tutte quelle manifestazioni dove l’interesse di pochi cancella le motivazioni – giuste o sbagliate – di tanti. Ma quelle immagini mi sono rimaste dentro: un eco che si ripropone ogni volta che accadono episodi del genere. Paura, rabbia e vergogna. Sentimenti che si mischiano a tutte quelle domande che non avranno risposta.


Bologna, 2 agosto 1980 (di Baldoni Fabio)

 

 

Quest’articolo non vuole parlare dei processi – che hanno portato a sentenze definitive per tre esecutori – e nemmeno sostenere verità storiche o politiche; queste parole vogliono semplicemente, ma fermamente, ricordare un episodio che ha segnato la vita degli 85 morti, dei 200 feriti, e delle decine di famiglie che da quelle 10,25 del 2 agosto 1980 sono in attesa di tutta la verità.

Perché è innegabile che molti, troppi, punti oscuri sono rimasti – tant’è vero che alcuni dipendenti dello Stato, dei nostri servizi segreti, sono stati condannati per depistaggio – e che, sopra ogni cosa, non si è mai arrivati ad alcun nome degli inevitabili mandanti.

Si potrebbe scrivere di verità scomoda, strage di Stato, delle innumerevoli domande irrisolte che i lunghi processi hanno lasciato in eredità, dei motivi che portano i servizi segreti italiani a voler intralciare l’azione della giustizia – e la strage di Bologna è, purtroppo, solo uno dei tanti episodi di questo tipo (da P.zza Fontana a Ustica, passando per l’Italicus) – e parlare di strategia della tensione sarebbe fin troppo facile.

Oggi invece vorrei che il Rasoio, questo non-luogo, questa piazza virtuale e vitale, dove veniamo per confrontarci, per dare valore alle parole ed ai pensieri utilizzando il mezzo più veloce che esiste oggi – la rete – diventasse per tutti noi quella sala d’attesa che 30 anni fa è stato teatro di uno degli episodi più cruenti della storia moderna d’Italia.

Una sala d’attesa. Agosto. Famiglie in partenza per le agognate vacanze. Gente in transito ed in arrivo. Centinaia di persone dentro una stazione – Bologna – che, in quegli anni forse più di oggi, era nodo strategico per gli spostamenti lungo la penisola (naturalmente questo semplicissimo pensiero sarà stato determinante anche per chi ha deciso di mettere proprio in quel luogo, proprio in quella data, quella maledetta bomba)

Per molti di voi, modenesi e non, sicuramente quella sala d’attesa sarà almeno un po’ famigliare: di passaggio verso mete più o meno lontane o luogo di arrivo e di partenza per chi – come me – ha studiato, o studia, a Bologna. Per alcuni anni ho fatto il pendolare da Modena, casa e università, università e casa, e la stazione era un momento di passaggio che ha scandito le mie giornate per tanto tempo. I ritmi delle lezioni e la voglia di tornare non mi hanno quasi mai lasciato lo spazio di riflessione che tale luogo merita e meritava. Ma quelle tre o quattro volte che mi sono soffermato su quella lapide, su quei nomi, lo stesso crampo allo stomaco nasceva dentro di me: quel luogo rumoroso e caotico diventava per alcuni terribili secondi silenzioso e solo.

ANTONELLA CECI anni 19
ANGELA MARINO “23
LEO LUCA MARINO ” 24
DOMENICA MARINO ” 26
ERRICA FRIGERIO IN DIOMEDE FRESA ” 57
VITO DIOMEDE FRESA ” 62
CESARE FRANCESCO DIOMEDE FRESA ” 14
ANNA MARIA BOSIO IN MAURI ” 28
CARLO MAURI ” 32
LUCA MAURI ” 6
ECKHARDT MADER ” 14
MARGRET ROHRS IN MADER ” 39
KAI MADER ” 8
SONIA BURRI ” 7
PATRIZIA MESSINEO ” 18
SILVANA SERRAVALLI IN BARBERA ” 34
MANUELA GALLON ” 11
NATALIA AGOSTINI IN GALLON ” 40
MARINA ANTONELLA TROLESE ” 16
ANNA MARIA SALVAGNINI IN TROLESE ” 51
ROBERTO DE MARCHI ” 21
ELISABETTA MANEA VED. DE MARCHI ” 60
ELEONORA GERACI IN VACCARO ” 46
VITTORIO VACCARO ” 24
VELIA CARLI IN LAURO ” 50
SALVATORE LAURO ” 57
PAOLO ZECCHI ” 23
VIVIANA BUGAMELLI IN ZECCHI ” 23
CATHERINE HELEN MITCHELL ” 22
JOHN ANDREW KOLPINSKI ” 22
ANGELA FRESU ” 3
MARIA FRESU ” 24
LOREDANA MOLINA IN SACRATI ” 44
ANGELICA TARSI ” 72
KATIA BERTASI ” 34
MIRELLA FORNASARI ” 36
EURIDIA BERGIANTI ” 49
NILLA NATALI ” 25
FRANCA DALL’OLIO ” 20
RITA VERDE ” 23
FLAVIA CASADEI ” 18
GIUSEPPE PATRUNO ” 18
ROSSELLA MARCEDDU ” 19
DAVIDE CAPRIOLI ” 20
VITO ALES ” 20
IWAO SEKIGUCHI ” 20
BRIGITTE DROUHARD ” 21
ROBERTO PROCELLI ” 21
MAURO ALGANON ” 22
MARIA ANGELA MARANGON ” 22
VERDIANA BIVONA ” 22
FRANCESCO GOMEZ MARTINEZ ” 23
MAURO DI VITTORIO ” 24
SERGIO SECCI ” 24
ROBERTO GAIOLA ” 25
ANGELO PRIORE ” 26
ONOFRIO ZAPPALA’ ” 27
PIO CARMINE REMOLLINO ” 31
GAETANO RODA ” 31
ANTONINO DI PAOLA ” 32
MIRCO CASTELLARO ” 33
NAZZARENO BASSO ” 33
VINCENZO PETTENI ” 34
SALVATORE SEMINARA ” 34
CARLA GOZZI ” 36
UMBERTO LUGLI ” 38
FAUSTO VENTURI ” 38
ARGEO BONORA ” 42
FRANCESCO BETTI ” 44
MARIO SICA ” 44
PIER FRANCESCO LAURENTI ” 44
PAOLINO BIANCHI ” 50
VINCENZINA SALA IN ZANETTI ” 50
BERTA EBNER ” 50
VINCENZO LANCONELLI ” 51
LINA FERRETTI IN MANNOCCI ” 53
ROMEO RUOZI ” 54
AMORVENO MARZAGALLI ” 54
ANTONIO FRANCESCO LASCALA ” 56
ROSINA BARBARO IN MONTANI ” 58
IRENE BRETON IN BOUDOUBAN ” 61
PIETRO GALASSI ” 66
LIDIA OLLA IN CARDILLO ” 67
MARIA IDRIA AVATI ” 80
ANTONIO MONTANARI ” 86

Scorrendo questi nomi non riesco a non immaginare quelle vite – quei sogni – spezzate per sempre. Ognuna di esse meriterebbe spazio e parole. Oggi vorrei ricordarle tutte scrivendo di due di loro: Maria e Angela Fresu. Madre e figlia. In attesa di un treno per vacanze che non faranno mai. Due vite cancellate in un battito di ciglia. Il corpo della piccola Angela ritrovato, come tutti gli altri, sotto le macerie. Maria, invece, sembrava scomparsa. La sua morte, tristemente inevitabile, non aveva un corpo sul quale poter piangere. Solo molto tempo dopo si è scoperta la spaventosa verità: i resti della donna sono stati ritrovati sotto il treno Ancona-Chiasso che era fermo sul primo binario. I resti. Maria era talmente vicina alla bomba, a quel muro portante giustamente scelto per colpire il maggior numero di persone, che ciò che è stato dato alla famiglia, ciò che è rimasto del suo corpo, stava dentro un’urna troppo piccola per racchiudere tutto il dolore di una vita spezzata. Maria è stata disintegrata da un gesto vile e sanguinario: come se non fosse mai esistita.

Queste mie poche e ingenue parole, vogliono invece ricordare quella vita e quelle di tutte le persone morte in quel maledetto giorno di 30 anni fa.

Per questo vi invito a soffermarvi un momento su questo sito.


19 luglio 1992 (di Baldoni Fabio)

Siamo maggiorenni oggi.

Orfani di Padri che hanno provato a costruire una società libera. La loro vita e la loro morte continua ad essere da esempio per chi ha portato avanti la loro opera. Il nostro compito forse è quello di dare vero valore al nostro voto – alla nostra vita – per non sprecare gli sforzi di ieri e di oggi: perchè anche se i nomi, i volti, sono cambiati – non tutti – non è mutato l’intreccio tra sangue e potere.

E perchè questa sirena non ha ancora smesso di suonare…


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