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La rivolta è femmina. Un anno di rivoluzioni fatte di donne.

Il mondo brucia. Lo abbiamo visto bruciare la prima volta con Mohamed Bouazizi, un giovane commerciante ambulante tunisino che si era dato fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouzid per protestare contro il sequestro della propria merce da parte delle autorità. L’abbiamo visto nelle piazze d’Egitto, in libia, nello Yemen, nel Baharain. Abbiamo visto diversi tipi di fuochi ardere nelle rivoluzioni e nelle proteste che hanno caratterizzato questo 2011. Bruciava Londra la scorsa estate, bruciavano le proteste degli operai contro Marchionne. Il mondo brucia, e continua a bruciare chiedendo Libertà.

E la stessa Libertà è raffigurata in quel quadro di Delacroix del 1839, La libertà che guida il popolo, dove una donna – una popolana, dicono – incita il popolo alla rivolta. Ed è esattamente cosi che è andata quest’anno, perchè con il fuoco, la costante di questo infausto anno è la presenza  della realtà femminile nel mondo della protesta. Le donne che hanno sostenuto i propri figli e le nuove generazioni per cambiare l’ordine dittatoriale del mondo arabo, donne che hanno portato il velo non per costrizione ma per scelta. Le donne che sono scese in piazza contro un primo ministro puttaniere, le donne che si sono battute per portare all’attenzione un’incidenza mostruosa di mortalità sul lavoro femminile.  Udite udite, noi che eravamo state definite da Gheddafi pezzo di mobilio del mondo e generazione delle veline  dalle femministe degli anni ’70, siamo riuscite a sorprendere ancora una volta. Abbiamo tralasciato la retorica e gli slogan delle nostre ave per passare all’azione. Ed è accaduto quello di cui si era discusso nell’articolo sulla protesta delle donne quando si cercava di capire se davvero le nuove generazioni fossero interessate a dimostrare un’identità autonoma e nuova rispetto alla carogna del femminismo che, ormai anacronistico, persiste in una lotta continua di superiorità l’una sull’altro.  E ora, rileggendo un intero anno alla luce delle proteste, delle rivolte, delle rivoluzioni e dei contrasti urbani che hanno scandito il tempo di quest’anno, potremmo tentare di rispondere a quella domanda che ancora giace sul piatto senza risposta: Noi, non ci interessa? Potremmo dire che, mettendo da parte tutta la zavorra che ha deviato il discorso della sessualità e del genere, siamo arrivate alla fine del 2011 diverse da come l’abbiamo cominciato. Ci siamo rese conto che sottolineare la nostra estraneità alla vendita del corpo in cambio di favore è un nostro dovere, non solo un diritto. Abbiamo preso decisioni, siamo scese in piazza in un mondo tradizionalmente ostile alle donne, e abbiamo supportato i nostri uomini nella rivendicazione della libertà. Le ricercatrici in piazza accanto ai colleghi, la protesta universitaria, il rogo dei veli delle donne dello Yemen e la rivendicazione del velo come scelta e non come imposizione. Quello che si profila all’orizzonte è un risveglio della dignità femminile che scavalca la tradizione e rientra semplicemente nella sfera della persona: le categorie di genere devono restare fuori, siamo prima di tutto persone che insieme ad altre persone formano un popolo in viaggio verso la libertà personale.


Dialogo tra generazioni (di Luca “Bax” Bassoli)

Dopo l’abbondante cena uscimmo tutti dal ristorante per la consueta sigaretta. Un gruppo di motociclisti pronti a risalire in sella per tornare alle loro case. Era stata una bella giornata, fatta di pieghe e risate, piena di parole e sfottò, tra i veterani ed i più giovani centauri. Uno in particolare, soprannominato Musica dagli amici motociclisti, aveva calcato la mano per tutta la serata. E non sembrava voler mutare atteggiamento nemmeno ora…

“Eh, quando ero giovane io… Noi sì che ci facevamo in quattro per la famiglia: si lavorava anche 12 ore al giorno per dare un futuro ai figli. Lavoravo il sabato e non ho mai fatto mancare nulla alla mia famiglia. Tutte le estati li portavo al mare, anche per tre settimane. Negli anni 70 ed 80 mi sono costruito quel piccolo gruzzoletto con il quale, ora, ho comprato 3 case: una per me e mia moglie e due appartamenti per i miei figli. Gli ho dato un futuro io! E loro adesso non riescono nemmeno a pagare le bollette, mi tocca dargli una mano ancora oggi che hanno quasi trent’anni… Che generazione che siete! Volete studiare, paghiamo l’università e dopo una laurea non siete nemmeno buoni a farla valere. Se non ci fosse stata la mia generazione che ha imparato cosa vuol dire lavorare, risparmiare, tenere duro: oh, ma noi abbiamo conosciuto davvero la miseria, invece Voi state dilapidando i risparmi che con fatica e devozione la nostra generazione ha messo da parte. Sapete fare tutto con i computer, internet, mail e quelle cazzate lì… poi nemmeno riuscite trovarvi un lavoro che c’entri qualcosa con quello che avete studiato. Voi… voi… voi… se non ci fossimo stati noi… noi… ”.
“BASTA!”.
L’eco di quelle parole era irritante. Non riuscivo a sopportare oltre quelle ingiurie che, pur venendo da una persona anziana e rispettabile, mi suonavano come una beffa da mandar giù insieme alla sconfitta della mia generazione. Perché aveva ragione. Ma c’erano delle cose che non aveva preso in considerazione in quel suo bel discorso: anche Loro avevano delle colpe.
Musica ora mi guardava stupefatto. Di certo non si aspettava quella mia reazione: in fondo mi considerava uno senza spina dorsale come tutti quelli della mia generazione, almeno questo era il pensiero che aveva appena espresso così chiaramente. Aspirava la sua sigaretta in attesa delle mie parole. Forse era interessato al mio punto di vista, che di sicuro non aveva mai preso in considerazione…

“Se non ci foste stati Voi non saremmo nella merda adesso! Avete creato Voi questo sistema. La vostra generazione ha votato e fatto crescere quell’ammasso di gentaglia che siamo abituati a chiamare politici. Avete fatto del lavoro nero il vostro cavallo di battaglia e, senza pagare tasse, avete accumulato piccole ricchezze… ”.
E qui il volto dell’anziano si fece rosso di vergogna. Tentò di ribattere ma non gli concessi spazio…
“Forse era normale ai tuoi tempi fare lavori in nero, lo facevano tutti, perché tu no? L’Italia viaggiava bene negli anni 70 e 80, era una mucca piena di latte da mungere il più possibile, giusto? Bene. Adesso è arrivato il conto di quel latte. E chi c’è a pagare? Di sicuro non voi, che siete nello status di pensionati; una pensione che vi siete sudati, non lo nego. Ma è uno status che NOI nemmeno vedremo! E questo perché? Perché il mercato del lavoro offre solo posti precari, contratti co.co.co., contratti rinnovati di tre mesi in tre mesi… ”.
Musica per la prima volta aveva abbassato lo sguardo: forse stava mettendo in discussione alcune delle sue certezze sulla mia generazione. Ma non voleva darmela vinta…

“Ora però è tutto in mano a Voi. Potete cambiare quando volete questa situazione”.
“Troppo facile dire così! Come prima cosa nulla è in mano a noi: nel sistema che avete creato tutto è in mano a persone dai 60 anni in su; non ci avete dato spazio, soffocando una generazione che ora è allo sbando. Voi che dite tanto, ma avete mai fatto autocritica?”.
“Ho lavorato tutta la vita per i miei figli e…”.
Lo interruppi subito: “Vi siete guardati le scarpe tutta la vita, lavorando senza pensare al sistema che si stava istaurando e, quando avete alzato la testa e visto il mostro da Voi creato, avete addossato le colpe alle nuove generazioni. Ma noi che colpe abbiamo?”.
Finalmente aveva capito: non c’erano ne vincitori ne vinti. Qui non si trattava di capire chi avesse più colpe, qui bisognava fare qualcosa per cambiare le cose.
Guardò la platea di amici motociclisti che aveva assistito alla conversazione e concluse…

“Allora prendete i frutti dei nostri sforzi ed usateli per correggere i nostri errori”.
“Così mi piaci. Ma a questo punto per cambiare questa situazione sai di cosa c’è bisogno?”.
Musica mi guardò, con lo sguardo compiaciuto di un brigante preso poco prima della frontiera, e rispose: “Ormai sono troppo vecchio per la rivoluzione”.


Anarchy in the UK: o State senza diritti o Stato di Polizia! (di Enrico Monaco e Claudio Cavazzuti)

Dopo le rivolte degli studenti e dei sindacati dello scorso dicembre, in questi giorni è scoppiata nuovamente la rivolta a Londra, la Londra dove molti modenesi e italiani sono emigrati in cerca di fortuna. Masse di giovani di tutte le etnie si sono riversati nelle strade, prima di Tottenham, dilagando poi nei sobborghi: Peckham, Croydon, Clapham, Hackney, Ealing, Camden e Nottingh Hill e adesso si estende anche alle altre città più popolose dell’Inghilterra, come Liveropool e Manchester. Palazzi incendiati e negozi saccheggiati. Episodi di sciacallaggio anche tra gli stessi rivoltosi.

Ridurre quest’esplosione di violenza urbana all’uccisione di Mark Duggan, il giovane pregiudicato che in fuga dalla polizia è stato ucciso con colpi di arma da fuoco dagli agenti, è come pensare che una bomba esploda a causa della miccia e non perché imbottita di tritolo.  Qui c’è in ballo qualcosa di più grosso, altrimenti non si spiegherebbe perché la rivolta si è propagata così repentinamente nell’intera Inghilterra.

L’inquilino al numero 10 di Downing Street, David Cameron, bolla come “puri e semplici criminali”  i rivoltosi. Puri e semplici? e aggiunge “You will feel the full force of the law. And if you are old enough to commit these crimes, you are old enough to face the punishment.” Evvai di repressione! Come se le centinaia di arrestati rimanessero in carcere e fosse finita lì. Molti di loro sono già stati rilasciati e tornano in strada. Come se, anche rimanessero in galera, le loro famiglie e i loro amici non andassero a loro volta ad alimentare la rivolta, più arrabbiati di prima.

Verrebbe da chiedersi come mai, se Gheddafi o Mubarak reprimono una rivolta in Libia o in Egitto sono dei criminali internazionali, e noi “occidentali” ci schieriamo a paladini protettori, finanziatori, legittimatori degli insorti mandando persino i nostri bombarideri, mentre a Londra dovremmo schierarci col governo in carica. O si è per la lotta o si è contro la lotta del popolo, non si può fare i voltagabbana e prendere per i fondelli i cittadini. E’ talmente ovvio che Cameron vuole dividere gli inglesi, che il suo intervento da inquisitore appare quasi ridicolo. Cameron vorrebbe che il popolo non violento (la “Londra bene”) condannasse la violenza. La “Londra bene” certo lo farà. Ma l’Inghilterra del vecchio ceto medio? Sarebbe giusto che lo facesse, certo. Ma solo se non fosse sempre e solo il popolo a pagare il prezzo della crisi e mai i governi incapaci. Mai hanno pagato i ricchi di Chelsea; sono sempre quelli di Tottenham a pagare la crisi, come nell’85. E secondo voi dove si prendono le decisioni? A Chelsea, nella City o a Tottenham? La crisi la paga chi le decisioni le subisce e non chi le prende.

La violenza che sta avvolgendo progressivamente tutta l’Inghilterra non è cieca e non è di pochi criminali: gli arresti ammontano già a 562 a Londra, 138 a Birmingham e altri ci saranno nella notte a Liverpool, Bristol e Nottingham, stando alle ultime notizie della BBC. La rivolta è cominciata nei quartieri più degradati di Londra; chi anima la sommossa sono in maggioranza giovani appartenenti ai ceti sociali più danneggiati dalla crisi, hanno cominciato i neri, poi la rivolta ha preso tutti i colori; la loro rabbia non si abbatte indistintamente su ogni cosa, ma colpisce con precisione quasi militare obiettivi specifici come gli esercizi commerciali, colpisce cioè quel privato che detiene i prodotti ai quali loro, legalmente, non possono più accedere. Una volta, quand’era organizzato, lo chiamavano esproprio proletario. Oggi, in questo caos è solo sciacallaggio. Come ad esempio alla warehouse della Sony che si vede bruciare in tutte le foto sul web. I rivoltosi sono gli ESCLUSI. Quelli che prima della crisi accettavano la loro condizione, perchè esisteva ancora una misera forma di welfare assistenziale, un po’ di lavoro e qualche speranza di accedere all’istruzione per migliorare il proprio tenore di vita. Esisteva insomma un’ascensore sociale sul quale potevano aspirare a salire e che, dopo essersi ristretto notevolmente negli ultimi 10 anni, si è inceppato del tutto.

Questo ascensore ha smesso di funzionare  sull’ondata conservatrice che, travolta l’Europa, ha ridotto ulteriormente il ruolo degli Stati nella definizione delle politiche economiche e nell’organizzazione del sistema sociale, trasferendo grosse fette di potere in mano ai privati. Il caso di Berlusconi è emblematico in questo senso: quando un imprenditore raggiunge la vetta del potere pubblico, significa che il profilo, la filosofia del “privato” vince dal punto di vista elettorale su quella pubblica, sul senso dello Stato. Forse solo adesso cade veramente il muro di Berlino. Questa è la stoccata finale all’idea dello Stato, come l’abbiamo concepito dall’800, cioè come entità unitaria e nazionale che subordinava l’interesse dei singoli a quello collettivo, che manteneva in equilibrio attraverso un patto virtuoso l’impresa, il profitto e la proprietà privata con lo stato sociale.

Ora che la sinistra europea è disintegrata e inerme di fronte alla tempesta dei mercati, le persone scese in strada non hanno più neanche una rappresentanza politica nella quale riconoscersi: per questo non è possibile ricomporre un conflitto su un piano democratico nell’immediato, per questo sono lì a distruggere tutto. E non è un caso che la situazione sia esplosa in Gran Bretagna, dove l’accesso all’istruzione, alla sanità e ai servizi sociali hanno i costi fra quelli più alti del Vecchio Continente. In altre parti dell’Europa come in Spagna e in Italia la situazione economica nazionale è anche peggiore, ma uno stato sociale storicamente più assistenzialista dà speranze (vacue) ai cittadini di poter tutto sommato sopravvivere. Il nostro debito pubblico è maggiore, ma il debito privato è assai inferiore (va detto, anche grazie al sommerso; per questo, forse non lo si combatte a dovere nel nostro Paese…).

Le fiamme della City sono l’ennesimo avvertimento all’Europa della necessità di intervenire sui poteri forti che governano il flusso dei capitali attraverso una connivenza mascherata da debolezza della politica: com’è possibile che un’azienda come la Apple disponga di più liquidità del governo degli Stati Uniti? Com’è possibile che degli stati sovrani come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, l’Italia, la Spagna si indebitino con le banche (è solo di ieri l’intervento di “salvataggio” della BCE dei nostri pacchetti obbligazionari) consentendo loro di manovrarli secondo le logiche della finanza e del profitto? Cos’è questo, se non l’attacco del capitale privato allo stato sovrano? Un sogno liberale che i banchieri coltivano dall’epoca dei Fugger…la morte dello Stato.

Le vetrine rotte ci dicono che lo strapotere dei privati si è fatto oggi molti nemici, che le fasce sociali a cui è stato tolto troppo non accetteranno più un patto sociale al ribasso per il privilegio di una minoranza.

A questo punto potrebbero aprirsi due possibili scenari di fronte alle quali si trova l’Europa. Nel primo caso i vecchi poteri (partiti tradizionali di destra e di sinistra), ormai incapaci di gestire politicamente la situazione, faranno di tutto per mantenere il controllo delle istituzioni pubbliche, e non esiteranno ad usare la violenza contro i cittadini in un’ondata repressiva che non farà altro che soffiare su braci già più accese che mai, dagli Indignados in Spagna, alle rivolte di Atene, agli sconvolgimenti del Mediterraneo meridionale e orientale. In questo caso il sistema politico-economico europeo continuerebbe ad agonizzare lentamente, e si rischierebbe una guerra civile su scala continentale, quindi mai vista prima.

La seconda possibilità vede una ricomposizione meno violenta del conflitto: se la vecchia classe politica e quella nuova avranno la possibilità di confrontarsi e di contendersi democraticamente la leadership, e se dovessero vincere le forze nuove, si potrebbe aprire una nuova stagione, nella quale, auspicabilmente, i futuri governi avrebbero la legittimazione per riformare il sistema, attenuando le fortissime diseguaglianze economiche e sociali e restringendo la forbice tra ricchi e poveri. E soprattutto attuando una politica economica europea comune. Perché se si deve essere capitalisti, con una moneta unica e forte, allora bisogna esserlo per bene, con una politica economica unica e forte. Non si può avere una sola moneta e 25 diverse politiche economiche e sociali!

In ogni caso la risoluzione della crisi passerà solo attraverso un cambiamento della classe dirigente europea, che da tempo ormai non rispecchia la volontà razionale dei popoli che si trova a governare, e fatto ancor più grave, non rispetta gli sforzi di carattere economico e umano che ciascuno di noi oggi si trova ad affrontare.

Di fronte a noi abbiamo la rivoluzione violenta o quella civile: cosa sceglieremo, noi cittadini europei?


Rivolta in Egitto: tra democrazia e poteri oscuri. (di Alberto Canuri)

1. IL PASSATO

Per capire attentamente la rivoluzione popolare in Egitto a partire da fine gennaio 2011, è necessaria una cronistoria del paese dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale.

Partiamo dal 1948, anno in cui,dopo la nascita dello Stato d’Israele, vi fu la prima guerra arabo-israeliana. L’Egitto uscì sconfitto dalla guerra, peggiorando la situazione economica già grave. Nel 1952  Gamal Nasser, a capo dell’organizzazione militare  Liberi Ufficiali , con un colpo di stato si pone al potere in Egitto. Per lui, come per molti altri del suo gruppo, era inammissibile la corruzione e lo stretto legame con la Gran Bretagna del regime monarchico di re Farouq.

L’organizzazione dei Liberi Ufficiali iniziarono a mettere in cantiere ampi progetti di ristrutturazione dell’economia e della società soltanto dopo la guerra di Suez del 1959.Essa fu frutto di un’invasione dell’Egitto preparata e condotta con molta superficialità dalle forze della Gran Bretagna, Francia e Israele per rovesciare Nasser, il quale oltre ad aver nazionalizzato il canale di Suez, stava sostenendo gli algerini in rivolta contro il colonialismo francese e aveva appena concluso con la Cecoslovacchia l’acquisto di una fornitura militare che minacciava di mutare l’equilibrio di potere nella regione. L’invasione fallì e al contempo aumentarono il prestigio del potere di Nasser sia in Egitto che nel Medio Oriente. Nasser iniziò una politica antimperialista, confiscando le proprietà degli imperialisti e utilizzandole per finanziare un rapido sviluppo economico e sociale. In quegli anni \vi furono numerosi fattori positivi, quali un’efficiente riforma agraria, l’ampliamento dei diritti delle donne e lo sviluppo di un funzionale sistema scolastico e sanitario. Vi erano però anche fattori negativi, quali il ricorso al pugno duro per reprimere qualsiasi oppositore(in quegli anni le carceri egiziane erano piene di dissidenti politici, dai militanti di  sinistra agli islamici più radicali) e una concreta limitazione dei diritti degli operai.

Il modello egiziano venne ammirato e copiato da Iraq e Siria.

Nel 1967 Nasser ordinò la chiusura del Canale di Suez alle navi israeliane. Nasser definiva Israele  “un pugnale diretto contro la nazione araba”, ritenendolo un intralcio all’unità araba. Israele iniziò la seconda guerra contro i paesi arabi. La guerra durò solo 6 giorni e si risolse con una clamorosa sconfitta degli eserciti arabi. L’esercito israeliano conquistò l’intera città di Gerusalemme, la Cisgiordania, la penisola del Sinai e le alture del Golan.

Nasser muore nel 1970, e gli succede Anwar al Sadat. Il nuovo presidente si potrà ricordare per tre elementi.

Il primo è la liberalizzazione dell’economia, la quale ebbe pessimi risultati dal punto di vista

sociale : disoccupazione, violenza, povertà, mancanza di servizi, analfabetismo, ed un divario incolmabile tra i poveri e i ricchi, segnarono livelli mai visti prima di allora.

Il secondo è la guerra sferrata da Egitto e Siria  contro Israele , definita “del Kippur” in quanto iniziò nel giorno della tale festività ebraica. La guerra si risolse senza vincitori né vinti.

Terzo elemento fu la firma a Camp David nel 1978 da parte di al-Sadat del primo trattato di pace con Israele, con il quale l’Egitto recuperò una parte della zona del Sinai, e soprattutto riconobbe, dopo trent’anni di ostilità, lo Stato d’Israele, rinunciando alla speranza di tanti arabi di vedere la Palestina libera. Il trattato suscitò malcontenti generali in Egitto, bloccati solo con l’uso di una dura repressione. E sul  piano della politica estera , l’Egitto viene sia dalla Lega Araba sia dalla Conferenza Islamica.

Proprio in quel momento in cui l’economia egiziana era a livelli bassissimi e la rabbia popolare incrementava sempre più, un ufficiale dell’esercito egiziano con simpatie islamiche, freddò il presidente con tre colpi di Kalanshnikov il 6 ottobre 1981.

A succedergli fu il vice-presidente Hosni Mubarak.

Il nuovo presidente proseguì in modo più deciso l’apertura economica, smantellando progressivamente il settore pubblico e aprendo la strada ad un’autentica trasformazione capitalistica dell’economia egiziana.

Il Partito Nazionale Democratico(PND) filo-presidenziale ha vinto tutte le competizioni elettorali, conquistando sempre l’assoluta maggioranza nei seggi. Da sottolineare che i partiti dell’opposizione sono sempre stati ostacolati, anche con arresti e aggressioni, nelle varie sedute elettorali. Sotto Mubarak, soprattutto negli anni ’90, l’Egitto ha conosciuto una pericolosa escalation del terrorismo estremista islamico. La cieca furia del terrorismo ha tuttavia isolato gli estremisti dalla  maggioranza musulmana della popolazione. Questa perdita di contatto con la base popolare ha condotto progressivamente alla sconfitta del terrorismo interno.

L’Egitto di Mubarak ,riguardo al piano politico internazionale, ha perso ulteriormente peso: nonostante il paese sia stato riammesso sia nella Lega Araba sia nella Conferenza Islamica, il suo schieramento sempre più netto a favore degli Stati Uniti ha indebolito la sua capacità contrattuale nei confronti dei paesi arabi.

 

2. IL PRESENTE

Arriviamo a metà gennaio 2011: una folla di milioni di cittadini egiziani invade le strade e le piazze (ormai famosa la piazza Tahrir) della capitale invocando la cacciata dal potere di Mubarak, in carica da ben 31 anni.

Se analizziamo la protesta possiamo evidenziare due punti importanti: è una rivolta da considerarsi “giovane”, in quanto a manifestare sono soprattutto ragazzi sotto i 30 anni( che rappresentano ben i 30 % della popolazione ), ed è laica, non legata a nessun tipo di ideologia religiosa ( non si vedono infatti nelle manifestazioni bandiere islamiche, ma solo bandiere nazionali).

Ma veniamo a capire i motivi di questa rivoluzione, che passerà certamente alla storia.

Uno dei motivi più importanti è da trovarsi nell’economia. Se ci si fermasse a solo alcuni dati , l’economia sembrerebbe florida: negli ultimi cinque anni è cresciuta a tassi superiori del 5%, attraversando, senza particolari contraccolpi, la crisi del 2008/2009. Questo ha permesso la creazione nel quinquennio di circa 4 milioni di nuovi posti di lavoro e la caduta del tasso di disoccupazione dall’11 al 9 %. Tuttavia bisogna andare a vedere altri dati, quali ad esempio un elevatissimo tasso di disoccupazione giovanile, in quanto l’incremento del livello di scolarizzazione ,fortemente voluto  dal governo egiziano negli ultimi anni, non è stato seguito da un aumento della domanda di lavoro qualificato. Altri punto dolente è la frenata dell’esportazioni di petrolio, in quanto ,per l’aumento del fabbisogno interno, l’Egitto da esportatore,dal 2011 è diventato importatore della preziosa materia prima. Se poi si aggiunge che l’incremento demografico(all’incirca 80 milioni di abitanti secondo stime recenti è lo stato più popoloso del Medio Oriente e il secondo stato più popoloso dell’Africa, in maggioranza concentrati lungo il corso del Nilo ) non ha avuto un supporto adeguato di sussidi e sovvenzioni sociali, e il prezzo delle materie prime alimentari ha raggiunto massimi storici( l’Egitto è il più grande importatore di grano nel mondo per quantità), si capisce che la situazione è diventata altamente critica.

Se ci si  sofferma sulla politica, si ha un paese in cui la corruzione è a livelli altissimi, e i partiti oppositori, tra i quali I Fratelli Musulmani a matrice islamica, non riescono, per vari brogli,arresti  e intimidazioni, a poter essere una reale opposizione al partito PND di Mubarak . Si è in presenza di una democrazia , che non ha nessun connotato democratico.

Dal punto di vista dei rapporti con i paesi esteri, questa situazione è vista in due modi differenti. Dalla parte degli Stati Uniti, si palesa un proprio imbarazzo nei confronti di Mubarak,in contrasto con la fiducia espressa dalla Casa Bianca nei confronti del suo vice Suleiman, il quale, secondo gli ultimi telegrammi pubblicati da Wikileaks, rappresenterebbe la soluzione preferita anche da Israele. Obama ha segnalato che, pur accennando alle preoccupazioni americane riguardo al rispetto dei diritti umani in Egitto, non vorrebbe troppo contestare apertamente Mubarak, perché questi costituisce “una forza per la stabilità e il bene in Medio Oriente” ed è stato per molti aspetti “un alleato forte per gli Stati Uniti”. Obama ha inoltre detto di non considerare Mubarak un leader autoritario, anche se vi sono critiche sul modo in cui funziona la politica in Egitto.

D ‘altro canto il Presidente iraniano Ahmadinejad ha appoggiato il progetto della rivoluzione , aggiungendo con molta autorevolezza che sta nascendo un nuovo Medio Oriente, libero dagli Stati Uniti e da Israele, e ha invitato gli egiziani a diffidare dell’amicizia mostrata dagli americani.

Divergenze molto ampie, in una situazione in cui è palese che sia Israele che gli Usa hanno timore che dall’attuale confusione nasca una forza comandante a matrice islamica. Secondo il Time “La posizione di Mubarak nei confronti d’Israele è servita a frenare gli altri stati arabi, per non parlare degli 80 milioni di egiziani le cui opinioni su Israele sono ,secondo i sondaggi, tra le più negative nel mondo”.

Dati molto tristi e inquietanti di questo primo mese di rivoluzione  sono stati i più di 300 morti tra i manifestanti e di circa un migliaio di feriti, l’allontanamento dei vari reporter internazionali dai principali luoghi di manifestazione, numerosi casi di intimidazioni, aggressioni e arresti degli inviati delle varie testate giornalistiche e televisive.

 

 

 

3. IL FUTURO

 

Mentre scrivo questo articolo (11 febbraio 2011) si apprende che Mubarak si è dimesso, lasciando il potere ai militari.

Nel futuro si dovrà gestire un’enorme perdita economica causata da uno stallo di tutte le industrie

(soprattutto quella del turismo, importantissima fonte di ricchezza), dall’assalto ai conti con annessa fuga di capitali, appena le banche riapriranno. Difficilmente imprenditori e capitali saranno investiti in quest’Egitto strappato.

Cosa prevede il futuro? Quali vie si dovranno percorrere per ritrovare un equilibrio saldo? Potremmo ipotizzarne tre, a mio avviso:

1)      La prima è quella di un lento passaggio ad una reale democrazia, che necessiterà di molto tempo per uno sviluppo economico che permetta un minore divario tra le classi sociali e una migliore redistribuzione del denaro.

2)      La seconda è l’entrata al potere del vice Suleiman, ipotesi non gradita al popolo, sperando che non utilizzi per calmarla il pugno duro, che provocherebbe un enorme costo di vite umane. Questa situazione non cambierebbe di tanto le problematiche molto gravi che attanagliano il paese.

3)      La terza via è quella di una rapida ascesa del gruppo I Fratelli Musulmani e soprattutto di altri gruppi islamici più estremisti. Ciò potrebbe essere di rilievo, in quanto la posizione dell’Egitto nel Medio Oriente è fondamentale per la stabilità. Israele si potrebbe allarmare, memore del passato bellicoso tra i due stati. Potrebbe iniziare una spirale d’odio nei confronti d’Israele, con conseguenti problematiche internazionali (pensate che cosa può succedere se venisse bloccato il canale di Suez).

Un paese bucato e al limite. E in attesa, in attesa di una forza di volontà e di una moralità talmente strong da ricreare i binari su cui tornare a viaggiare uniti.

Alberto Canuri

 


Critica della ragion antagonista (di Pietro Terzi)

In occasione dell’occupazione, conclusa, dell’ex torrefazione Molinari e dell’attuale in corso del Nuovo Cinema Scala da parte del Collettivo Autonomo Studentesco, ritengo sia doveroso fornire un punto di vista sul progetto Guernica a partire da una posizione che non sia sommaria tanto nel difendere quanto nel criticare, siccome soprattutto le critiche fino ad ora non hanno mai colto il nocciolo della questione, che ha ben altra portata rispetto alle dichiarazioni degli esponenti del centrodestra, Ghelfi e Leoni fra i tanti. Io personalmente mi sono reso inviso a molti del C.A.S. – e colgo qui l’occasione per precisare che non si tratta di anarchici, a differenza di quanto i giornali hanno spesso scritto – per via delle mie posizioni ostinatamente contro il Guernica, ricevendo come risposta che non ho capito nulla dello spirito della cosa. Forse è vero, ma mi sono sforzato di guardare oltre lo spirito e quello che ho notato valga come un’interpretazione fra le tante.

Ho potuto constatare direttamente la scarsa diffusione di una capacità di problematizzare la realtà che una vera mente antagonista dovrebbe possedere e la diffusione per converso di un certo facile dogmatismo. D’altronde già Adorno ed Horkheimer, due padri della critica alla società capitalista e massificata, hanno illustrato come tutte le rivoluzioni, culturali e non,  intenzionate a migliorare lo stato di cose di fatto finiscano per produrre mitologia, intolleranza, contraddicendo nei fatti i nobili proposti iniziali. E questa non è speculazione fine a se stessa, non è disimpegno né tantomeno pigrizia, come spesso la si vuole fare passare. È un insegnamento che viene dalla Storia, che ci può aiutare nell’affrontare le tante contrapposizioni sorte a partire dall’età moderna: si vedano le teste tagliate del Terrore, il dogmatismo scientifico seguito alla Rivoluzione industriale o le purghe staliniane che finirono per fagocitare anche chi, come Trotsky, non faceva sconti sul raggiungimento dell’obiettivo: “O con noi o fuori dalla Storia”.

Questo per dire che la rivoluzione deve essere prima di tutto affare del pensiero, e che non si dà uno stravolgimento del sistema con i mezzi messi a disposizione del sistema stesso, quindi sostituendo potere a potere. Tutte le rivoluzioni conosciute nel Novecento occidentale sono avvenute all’interno del sistema e non hanno fatto altro che perpetrarlo. Si tratta, prima di licenziare una rivoluzione, di indire in se stessi una rivolta.

O ancora: rivoluzione significa partire da un punto, compiere un giro completo e lì tornare – in questo senso una rivoluzione è un movimento conservatore. Ciò di cui si ha bisogno ora è piuttosto una rivolta, in cui i termini del ragionamento, quindi la posizione stessa, vengono stravolti, offrono un’altra faccia. Rivolta significa dunque amare un uomo che non esiste ancora, che noi non siamo, un tipo di uomo che ha smesso di scendere a patti con ideologie, limitandosi a cambiare colore all’ingiustizia, e che ribalta la mentalità, la quale è presupposto di ogni cambiamento.

Per spiegare meglio questa differenza vorrei rifarmi al significato del termine jihad, che per i Musulmani è duplice: significa tanto uno sforzo interiore per emendare l’io dalle pulsioni, dalle facili credenze, quanto un impegno militare, esteriore. Queste due mobilitazioni sono l’una il presupposto dell’altra. Ugualmente, ciò che spetta a chiunque voglia porsi-contro è liberare se stesso dalle catene dogmatiche di ogni facile soluzione, di ogni risposta che sembri cosa limpida e chiara e semplice.

Per questi motivi, e per altri, non condivido la critica culturale che lo Spazio Guernica incarna, in quanto praticata con stilemi e preconcetti tipici di una sottocultura asservita al sistema, che già per essa ha predisposto tutto, dai vestiti alle bombolette spray da usare sulle lenzuola della madre agli slogan di utilizzare. Anche lo spirito critico millantato nelle note pubblicate sul profilo facebook dello Spazio Guernica si dimostra del tutto inautentico ed emerge il tentativo di forzare nella sintesi sociale realtà che non meritano di essere così banalizzate, prime fra tutte le proteste studentesche dei giorni scorsi. Nell’antagonismo esasperato io sento fin nelle ossa la catena di montaggio che rovina l’opinione pubblica del nostro paese e mi convinco sempre più che non sia questa la soluzione.

Per quanto il Guernica sia un’ipotesi di associazionismo, una marea che finalmente a Modena ha preso a salire e scendere, la modalità in cui si è manifestata, e cioè l’occupazione, non la ritengo accettabile; ritengo ammissibili atti di questo genere solo in casi estremi, quando la libertà individuale presente e futura è soffocata oltre la soglia di sopportazione, ma non di certo per motivazioni come la richiesta di uno spazio sociale, che per quanto giusta ritengo malamente perorata – soprattutto se rivendicata nel nome di Modena, secondo la più becera delle prassi propagandistiche.

Il fatto è che non sempre è possibile guardare il caso particolare, bisogna vedere talvolta le conseguenze del proprio comportamento qualora venisse utilizzato universalmente. Il primo scopo di chi vive all’interno di un sistema democratico, oggigiorno, è quello di rendere questo il più armonico possibile, perché non è possibile cambiarlo, in quanto, essendo più grande della somma delle parti,  sfugge ad ogni intervento localizzato. Il primo fine di qualsivoglia movimento deve quindi essere quello di ridurre i conflitti evitando di fare della propria esigenza l’esigenza di ognuno.

Faccio presente un dato: se dal 2000 l’uso di psicofarmaci e antidepressivi in Italia è aumentato del 310%, ciò è da imputarsi non più, come un tempo, ai conflitti tra pulsioni e norme sociali, ma al senso di inadeguatezza materiale e culturale che questo sistema impone. La depressione e i suoi sintomi, attacchi di panico in primis, sono in costante aumento. Può sembrare bizzarro fare riferimento a dati di questo tipo per affrontare il tema di cui si sta scrivendo, ma è fin troppo comune la prassi di piallare l’individuo sullo sfondo della società, senza tenere conto di come le condizioni materiali e culturali influenzino la vita vissuta.

Lo scopo di questa digressione è quello di sottolineare come tanto il metalmeccanico quanto il poliziotto che lo deve tamponare in manifestazione sono dalla stessa parte della barricata, e ugualmente il “padrone” e l’operaio. Pur esistendo spaventosi dislivelli di reddito, non sussistono più divisioni, come un tempo, tra proletariato e borghesia, non esistono più le classi. Oggigiorno siamo tutti borghesi, perché la borghesia è diventata pensiero calcolante, razionale, bisogno rinchiudere la realtà nelle sbarre della propria esigenza – e chi può dirsi estraneo a questa mentalità? Ma la realtà non si presta ad essere rinchiusa entro interpretazioni di comodo, e se esiste una nevrosi “postmoderna” questa è proprio dovuta all’essere noi tutti borghesi in tempi in cui l’antropologia borghese ha fallito, tempi in cui ogni cosa muta prima che sia possibile inquadrarla nella nostra personale visione del mondo.  Sopra noi tutti ci sono un mercato e un pensiero operatorio che soffocano le nostre radici dal profondo. Finché questo non verrà compreso, siamo destinati come nella pittura di Goya a fare la fine dei due uomini nelle sabbie mobili, che invece di aiutarsi ad uscire, si prendono a bastonate.

In questo contesto, lo scontro sociale è ciò che propriamente oggi deve essere evitato. Se si deve dare un’unione, questa deve essere il più universale possibile, deve rinunciare agli scompartimenti stagni. Per fare ciò bisogna rifondare l’idea stessa di diversità. La società capitalista e globalizzata vuole, appunto, globalizzare, che non significa rendere tutto omogeneo, significa rendere ogni particolarità superflua, interscambiabile, vana. Dobbiamo ripensare una diversità autentica, che sia frutto della conquista individuale e non collettiva, perché le discriminazioni, le violenze, i pregiudizi si diffondono quando la diversità viene intesa a livello comunitario.

Il primo passo è quindi quello di porre in questione continuamente ciò che si agita dentro di noi, le nostre credenze e speranze, dacché null’altro ci muove nella vita. Il che si traduce nel migliorare la qualità delle proprie domande, piuttosto che affrettarsi nella ricerca di risposte, come appunto il pensiero borghese vuole.

Ma tornando alla questione da cui siamo partiti, proprio in virtù di una necessaria aggregazione che incentivi l’unione e l’esercizio del pensiero critico di cui si è parlato fino ad ora, sono totalmente d’accordo sull’esigenza di uno spazio per i giovani. Questo, tuttavia, non significa che si possano giustificare metodi come l’occupazione. Si potrà dire che per le proprie idee si debba talvolta forzare la mano. Ragionamento corretto, ma anche qui il fascio non può contenere tutta l’erba. Il Comune che presta ascolto solo con le scalinate occupate ricorda molto la madre che dice di “sì” al bambino per sfinimento. E non c’è nulla di nobile in questo, anzi, significa aver fallito nel dare valore alle proprie idee. Significa che ciò in cui si crede non è stato recepito e non necessariamente che dall’altra parte la gente sia sorda.  

Che poi il Guernica abbia potuto vantare una grande affluenza, un notevole consenso di giovani, lo so bene, sono stato presente più volte.  Ma è erroneo fondarsi sui risultati. Tartaglia che spacca i denti a Berlusconi ha avuto il consenso di molti, ma si può dire che sia stato un mezzo giusto? No, al contrario, ha fatto solo un favore colui che cercava di ledere.

La questione è che ogni conquista va ottenuta nella legalità. Siccome si è in democrazia, ci sono sempre le possibilità di manifestare le proprie ragioni senza farne la ragione – e tutti coloro che sono così veloci nel criticare la democrazia sono i primi che frignano se viene leso uno dei loro diritti.

Pare inoltre un paradosso chiedere soldi per sostenere le spese legali e lamentarsi dei costi degli spazi per le associazioni – e anche qui ci sarebbe da farsi domande sull’uso di questi soldi, se, come in tutti i movimenti, vi è un élite che trae profitto e dei novizi che, resi ciechi dall’esaltazione, ignorano la gerarchia di potere esistente.

Siccome quindi detesto i piagnistei, rinunciare a certi slogan che già di per loro sottintendono un clima di conflitto avrebbe di certo reso l’opera di dialogo tra C.A.S. e Comune più semplice. Non ci si può piangere addosso senza sottoporre a vaglio critico ciò che si è fatto.

Invito, in conclusione, a non accomodare queste parole – che sembrano di critica distruttiva, in realtà contengono germi utilissimi e, credo, edificanti per chi voglia coglierli – ai propri bisogni intellettuali e ideologici, ma a considerarle per quello che sono. A mettersi in discussione sulla base di esse. Perché per essere contro, per creare un’alternativa, è necessario de-situarsi, uscire dalla propria posizione, rinunciare a dogmatismi che sono propri del sistema, fare critica (che in greco antico voleva dire analisi, giudizio) a 360°. Essere quindi pronti, talvolta, a rinunciare anche a se stessi.


Non è la Rai (di Tommaso Turci).

Rai per una notte, ma io vorrei che questa Rai fosse per mille e una notte. Questa serata è stata una di quelle cose Belle, che per la loro bellezza vanno raccontate, come le fiabe.

C’era una volta, in un paese lontano, un monarca arcigno, crudele e beffardo di nome S.B. Il suo popolo oppresso e frustrato sarà stato in continua rivolta, direte voi; e invece no, perché il grande S.B. era venuto in possesso, in tempi molto lontani, di uno strumento misterioso e potente, chiamato televisione. Questo aggeggio infernale era in grado di trasmettere immagini parlanti in tutto il regno contemporaneamente, esercitando un’influenza implacabile sulla coscienza di chi le vedeva. S.B. aveva ovviamente infarcito la televisione di personaggi della sua corte, in modo tale da poter mandare il suo messaggio persuasivo anche nei momenti (rari per la verità) in cui non poteva comparire personalmente. Ecco allora che i sudditi, come avvinti dall’immagine illusoria che la televisione dava del regno, non potevano osservare le nefandezze che quotidianamente il monarca perpetrava e, anche quando ne venivano a conoscenza, ne erano talmente assuefatti da lasciar correre la critica in un perpetuo magma di oblio.

Nessuna speranza per loro, direte voi. E invece no. Nascosto nella fitta trama del gomitolo televisivo stava un personaggio particolare, tale Santorus, il quale non amava affatto il suo re. Convinto che anche là fuori, davanti alle televisioni del regno, stessero sudditi che la pensavano come lui e soffrivano quella terribile situazione, cominciò a diffondere un’informazione diversa. Sebbene in un primo momento cercasse di mitigare le sue idee per non incorrere in qualche guaio, accortosi che la sua azione poteva avere qualche fausto esito, prese coraggio e alzò il tiro, spingendosi frontalmente contro il re e le malefatte della sua corte. Non servì molto a S.B. per rendersi conto di quel che stava accadendo. – Stolto, pensò il re, crede di potermi battere sul mio campo da gioco! Si fece così una grassa risata, alzò la cornetta, e nel giro di due telefonate quel giornalista fu preso ed esiliato dal regno.

Santorus non si diede per vinto. Cavalcò molte miglia e si rese conto che tanta gente lo appoggiava ed era con lui. Tornò allora nel regno e, forte di questa nuova spinta, riprese il suo ruolo nella televisione. Questa volta puntò in alto: conosceva benissimo i loschi traffici di S.B., e volle spiattellarli in prima serata. Venuto a sapere delle sue intenzioni, il re montò su tutte le furie, e chiamò immediatamente i suoi scagnozzi più fedeli perché trovassero il modo di fermarlo ad ogni costo. Siccome qualcuno assistette alle loro conversazioni, sono in grado di riferirvi suppergiù come queste si svolsero:

-        Innocentius! Masibus! Non è accettabile che nel mio regno, nella mia televisione, vada in onda un programma che mi fa passare per un farabutto! Cribbio!

-        Stiamo provando di tutto Nostro Signore, ma pare che una parte del popolo lo protegga, non possiamo avvicinarlo senza scatenare un putiferio…

-        Incapaci! Cretini! Devo fare sempre tutto da solo! Ma cosa vi pago a fare, me lo volete spiegare?! *@!§*

Così Santorus va in onda, e la rabbia del re diventa esponenziale. E’ tempo di prendere una risoluzione perentoria. Editto del re: da oggi tutte le trasmissioni in cui anche solo il nome dell’Illustrissima Maestà vostra viene pronunciato sono bandite, pena la morte. Solo il Re in persona, quando e come lo riterrà opportuno, potrà intervenire all’interno della scatola parlante detta televisione. E infatti ciò non tarda a verificarsi: il faccione sorridente del re prende a comparire in ogni dove, e arringa la folla col suo solito stile, fatto di balletti e grevi battute. I fedelissimi gongolano.

Ad essere triste e rassegnato è invece il nostro Santorus: la guerra è persa. Va così errando nella foresta finché, esausto, si abbandona sopra una roccia piangendo a dirotto. Tutto sembra perduto, quand’ecco comparire zompettando un folletto molto strano, tutto cosparso di strani cavi ed apparecchi:

-        Chi sei tu?

-        Mi chiamo Asymmetric Digital Subscriber Line, e sono venuto per aiutarti. Caro Santorus, pensi ancora alla televisione? Quella ormai appartiene al re: smettila di cercare di sottrargliela e trova altri mezzi per comunicare.

-        Ahimè! Quale altro mezzo può essere altrettanto diretto ed efficace?

-        Tieni, ti regalo questo arnese di mia invenzione che ho chiamato Modem. Va in città, monta un grande schermo dove tutti possano vederlo e collegalo al Modem. Poi chiama quelle persone che, come te, hanno impugnato la lotta per la libertà d’informazione. Portali giovedì notte nella foresta dove ci siamo incontrati, alle 21.00 in punto.

Pur non avendo ancora idea di quel che sarebbe successo, Santorus fece ciò che aveva detto il folletto. Venne giovedì notte, e quando lui e i suoi colleghi furono radunati intorno al grande sasso nella foresta, ADSL accese le luci su di loro, e il grande schermo riportò le immagini in diretta. I folletti presero a suonare una musica di violoncello e pianoforte, come quella che Santorus usava nella sua vecchia trasmissione. Il popolo uscì dalle case ed accorse in massa per vedere quello che stava succedendo. S.B., affacciatosi alla finestra per conoscere la causa di tanto baccano, non poteva credere ai suoi occhi:

-        Innoceeeeeeeeentiuuuuus!!! Maaaaaaaaaasibuuuuuus!!! Che diavolo sta succedendo?! Fermate quel miserabile scellerato!

-        Non possiamo Nostro Signore, non si trova nei nostri studi televisivi e non riusciamo a capire da dove trasmetta!

-        Idiooooooooooootiiiiiiiiiiiii!!! Cretiiiiiiiiiiniiiiiii!!!

Santoro, Floris, Iacona, Norma Rangeri, il pubblico stesso (dentro il Paladozza, nella piazza fuori – ma quanti sono? Sembra un fiume in piena –, in tutte le altre piazze, a casa davanti a milioni di schermi) si rendono conto che qualcosa è cambiato, e qualcosa di molto grande è successo. “La censura ha generato il suo antidoto” esordisce Gad Lerner con gli occhi grandi da bambino. Man mano che arrivano i dati sui collegamenti web, sulle piazze, ai protagonisti vengono i brividi e nell’aria si respira la commozione dei grandi rari momenti in cui un popolo si muove all’unisono.

Qualche tempo fa ho detto che, per uscire dallo stallo tremendo in cui si è cacciata la società civile, sarebbe occorso mettere in giro contenuti, solidi mattoni su cui costruire una nuova coscienza. Contenuti ne sono usciti tanti, tantissimi giovedì sera. Lontano dal garbo formale delle trasmissioni ufficiali, è parsa ancora più evidente di quanto pensassi la distanza fra come le teste pensanti di questo paese hanno potuto ragionare finora in TV, e come potrebbero farlo al di fuori di essa. Due sono pertanto i punti che voglio sottolineare:

  1. Il nuovo mezzo comunicativo impiegato, che apre orizzonti clamorosi. Non potrei parlare di questo in maniera più esaustiva ed elegante di Michele Serra, per cui vi rimando al suo meraviglioso articolo:

http://www.repubblica.it/politica/2010/03/27/news/serra_santoro-2932680/

  1. La quantità e la qualità degli spunti proposti a Rai per una notte. Non posso qui ora fermarmi a ragionare su ogni singolo tema toccato da ciascun protagonista; sarebbe altresì improduttivo farlo da solo. Invito perciò ciascuno di voi a dire la sua su ciò che ha sentito, perché sarebbe fantastico estendere l’atmosfera di quel salotto ad altri luoghi, rendendolo così un evento veramente produttivo. Chi non avesse assistito alla manifestazione, ha il mio più caldo invito a rimediare su:

http://tv.repubblica.it/copertina/raiperunanotte/44564?video

Il popolo così eccitato e soddisfatto fece ritorno nelle sue case, consapevole, per la prima volta dopo tanti anni, che non tutto era ancora perduto.

TO BE CONTINUED…


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