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Siamo ancora in viaggio

Roma, via Nazionale. Sulla facciata del Palazzo delle Esposizioni campeggia il grande manifesto della mostra “Homo Sapiens”. Quando la sede è così prestigiosa non può che trattarsi di un evento fuori dall’ordinario e a giudicare dall’eco che sta avendo sulla stampa e le televisioni nazionali, vale la pena esplorarlo. A chi ha assistito nell’ultimo decennio al violento riaccendersi del dibattito sulle origini della nostre specie, risulteranno noti gli attacchi e i tentativi di messa all’indice delle teorie evoluzionistiche da parte dei neo-creazionisti (si pensi ad esempio alle posizioni dell’ex ministro della pubblica istruzione italiano Letizia Moratti o dell’attuale vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche Roberto De Mattei, o ai neo-con statunitensi). Si parla quindi di evoluzionismo, in questa mostra. E ora vediamo come se ne parla.

Se prima di entrare incrociate un addetto ai lavori lo sentirete commentare “nella prima parte del percorso ci sono alcune datazioni imprecise”, “le didascalie sono troppo lunghe”, “troppe copie, ci sono pochi oggetti originali”. E su questi aspetti avrebbe forse ragione, ma dopo che ne sarete usciti se avrete colto il significato del percorso, vi verrebbe voglia di rintracciare quell’addetto per spiegargli cosa non ha capito. E cosa non ha capito il biologo, il paleoantropologo, il genetista, o l’archeologo?

Per prima cosa gli è sfuggito un fatto fondamentale: la mostra è stata curata da Telmo Pievani e Luigi Luca Cavalli Sforza. Quest’ultimo è sì, un genetista di fama internazionale, il cui compito è principalmente quello di dare un profilo scientificamente consistente alla mostra; ma la faccia giovane e operativa (l’avrete forse visto intervistato anche da Corrado Augias su Rai Tre) è quella di Telmo Pievani, il quale non proviene dal fronte delle cosiddette scienze esatte, ma dalle loro “retrovie”, da quella disciplina che osserva e interpreta la storia del pensiero scientifico in divenire, che propriamente si chiama filosofia della scienza. I filosofi della scienza sono un po’ come i cronisti di guerra: si infilano fra la linee e riportano al grande pubblico quelle che sono le mosse, le tattiche, le battaglie cruciali dei contendenti, dove i contendenti sono una nutritissima schiera di accademici in questo caso, che fanno riferimento da un lato all’evoluzionismo di derivazione darwiniana e dall’altro al creazionismo, e alle relativi neofondazioni di entrambe le scuole. Homo Sapiens siamo noi, quindi questa è una mostra che parla di noi, e come scrivono gli stessi curatori nell’introduzione al catalogo, del nostro viaggio iniziato due milioni di anni fa. Non si vada perciò alla ricerca del dato o dell’oggetto da museo in sé, ma si colga l’impostazione del filosofo che mira a decostruire, tecnicamente a destrutturare, il nostro modo di pensare e il nostro common sense per spiegare a tutti “Perché la pensiamo così?” e di conseguenza “Quanto sono vere le nostre convinzioni su noi stessi e sulla nostra specie?”

Il percorso inizia con uno schermo interattivo. Sul touchscreen ci sono 36 volti umani di diverse etnie. Prova a suddividerle fino ad un massimo di dieci gruppi, di dieci “razze”, invita lo schermo.  Il risultato di questo test, che non si vuole qui anticipare,  è un indizio già molto chiaro sull’impatto destrutturante che la mostra vuole pereguire, non con strumenti retorici ma attraverso solide premesse scientifiche.

La prima parte infatti sembra un classico “Materiali e Metodi”, cioè il capitolo che sugli articoli scientifici è destinato a spiegare la tematica trattata e le premesse metodologiche, in altre parole “di cosa” si parla e il “come” se ne parla. E’ ricca di dati sull’origine africana del genere homo dalle scimmie antropomorfe, di come, quando è grazie a cosa ci siamo evoluti fino ad emanciparci da quello che una volta veniva definito lo “stato di natura”, raggiungendo poi i diversi continenti attraverso più ondate “out of Africa”.

In una delle prime sale qualcuno potrebbe rimanere scioccato dal modello plastico di “Eva”, cioè della prima femmina della nostra specie; modello al quale si è giunti ripercorrendo a ritroso la storia del nostro DNA mitocondriale. Eva ha gli occhi stretti, le labbra voluminose, il naso appiattito, i capelli rasta… ed è nera. E se Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza…(vedi la forza nell’implicito sillogismi aristotelici?).

Ancora un dato che tarda a entrare nel nostro senso comune: le varie ondate africane hanno determinato spostamenti differenziati nel tempo e nello spazio e conseguenti isolamenti, tali per cui nello stesso momento hanno convissuto diverse specie (quindi non interfeconde, o forse sì?) anche nel medesimo continente, come ad esempio Sapiens e Neanderthalensis, ma anche altre. Insomma non siamo sempre stati tutti fratelli, ma abbiamo convissuto con dei cugini, che poi si sono estinti, lasciandoci definitivamente soli (a competere con noi stessi, inventandoci differenze fantasiose per giustificare tale competizione).

Altre cose emozionanti si incontrano più avanti nel percorso, dettagli che molti addetti potrebbero aver tralasciato. In una vetrina ci sono quattro punte di freccia provenienti dall’Australia, realizzate per scheggiatura da Aborigeni attuali. Ebbene due di queste sono come tradizione in pietra, come quelle preistoriche in selce che potremmo vedere a decine nei nostri musei, altre due sono invece di porcellana e di vetro di bottiglia. Se gli Aborgeni producono con materiali moderni oggetti preistorici, significa che a dispetto del mondo globalizzato in cui noi occidentali crediamo spesso di vivere, siamo coinquilini di intere popolazioni di simili, ma diversi, anche nell’emisfero opposto, anche a migliaia di anni di distanza.

La seconda parte della mostra, forte delle fondamenta scientifiche date dalla prima, si occupa di un passato meno remoto della nostra specie, fino ad arrivare a noi. Da pelle d’oca, la copia del Milione di Marco Polo posseduta da Cristoforo Colombo. Qui i curatori hanno voluto sottolineare con le figure degli esploratori che siamo in viaggio, che la nostra caratteristica principale è la curiosità, la nostra capacità di migrare, adattarci e fondare nuove “colonie” negli angoli anche più reconditi del pianeta. E ciò è tanto evidente due milioni di anni fa nei vari “out of Africa”, quanto nell’intento di Marco Polo, di Cristoforo Colombo o Ferdinando Magellano.

C’è poi un video con due count-down accostati (o sarebbe meglio dire “count-up”). Uno è la cronologia da due milioni di anni fa ad oggi, l’altro è la popolazione mondiale; il tutto è corredato da un planisfero in cui si accendono e si amplificano progressivamente le aree del pianeta che vanno via via popolandosi avvicinandosi ai nostri giorni. Ebbene, l’impressione è che negli ultimi due secoli e mezzo, l’uomo abbia colonizzato le terre emerse come un parassita farebbe con un organismo ospitante, in modo cioè esponenziale. Difficile pensare che un simile trend possa essere sostenuto a lungo.

Sul finale anche un po’ di ironia molto mascherata. Una sala interattiva mostra la nostra affinità genetica con altri organismi: con la banana abbiamo un patrimonio di geni comune al 50%, con il topo a circa il 94% e con la trota? (una stoccata a qualche consigliere regionale reazionario del Pirellone?).

Infine una piccola sala, tutta dedicata all’Italia, e alla ricerca archeologica e antropologica che essa porta avanti sul suo ricchissimo territorio. Ricerca? Se si eccettuano le ultime scoperte neandertaliane alla grotta di Fumane, non è stato messo molto altro, a parte qualche stranoto pezzo da museo la chimera etrusca di Arezzo (tributo agli archeologi), le laminette auree di Pyrgi e il vocabolario d’italiano dell’Accademia della Crusca (tributo ai linguisti). I visitatori potrebbero pensare che in Italia la ricerca sia agonizzante…La sala Italia: forse più un “suggerimento” politico, che un pallino dei curatori.

Merita quindi una visita la mostra “Homo Sapiens”? Sì, ma solo se accurata. E se affrontata disarmati di preconcetti. E ciò vale tanto per  il grande pubblico quanto per gli addetti ai lavori.

Si potrebbe dire che fare una mostra di questo tipo a due passi dal Vaticano sia stata un’operazione audace. In Germania, in Francia, o in Giappone non lo sarebbe, ma nell’Italia oggi lo è. Veniamo da tanti anni di rincoglionimento collettivo –ammettiamolo-, dove la scienza e la sua “narrazione”, per dirla alla Giorgio Manzi, non hanno goduto di grande credito e trasmissione. Uno degli scopi di questa mostra è anche affermare che tutto quel discredito era di fatto immeritato. Tagliando la ricerca non si fa altro che escludere il nostro paese dall’avere una voce autorevole in quel dibattito sovranazionale sulle origini e sul destino della nostra specie.

Ma il fine principale di Pievani e Cavalli Sforza, mai perseguito con la retorica del politico ma sempre con la freddezza analitica dello scienziato, è certamente quello filosofico di renderci più coscienti del nostro essere umani, del nostro esserlo in questo pianeta e nel nostro viaggio ancora in corso.

A Matteo Romandini

e Nicola Nannini.

che come me sono ancora in  viaggio.


Odi et amo: noi, la Libia e il mondo. (di Veronica Botti)

Odi et amo, diceva Catullo alla sua amata, avvinto tra le braccia setose del sentimento.

Se il poeta di Verona oggi si sedesse davanti alla Tv e leggesse velocemente qualche titolo del Telegiornale, probabilmente ripeterebbe quelle stesse parole. Già me lo immagino, a sussurrare “odi, odi, odi sed etiam amo” mentre guarda un mondo ricco di culture a lui sconosciute, un mondo d’ invenzioni, di progresso, ma anche di lotte,disperazione,  voglia di denaro, agire per interesse.

Forse non capirebbe granchè delle vicende libiche, tantomeno si capaciterebbe della presenza di un certo Gheddafi alla guida di un popolo. Ancor meno comprenderebbe il ruolo che il suo Paese ha avuto in questa storia.

Siamo nel Febbraio 2009. Il Parlamento italiano ha votato a favore del Trattato d’Amicizia, Associazione e Cooperazione con la Libia, coi voti favorevoli del centrodestra e l’appoggio di quasi tutta l’opposizone di centrosinistra.  È l’inizio di un idillio tra i due Paesi, palesato da una  richiesta di perdono per l’occupazione coloniale avvenuta in Libia tra il 1911 e il 1943 ad opera dell’Italia, richiesta di cui Silvio Berlusconi si fa portavoce. Col Trattato,  Gheddafi avrebbe venduto all’Italia il 28% dell’energia libica , controllato il flusso di emigrati , capitalizzato le imprese italiane che si trovavano in difficoltà, e in cambio il nostro Paese si sarebbe impegnato a modernizzare la Libia. Un accordo più che ragionevole agli occhi di tutti.

Ed è così che 180 imprese italiane hanno intrapreso affari in Libia, i petroldollari del colonnello sono entrati in numerose compagnie italiane, molte delle quali statali, e le pattuglie in acque libiche hanno bloccato, nel 2010, il 90% degli sbarchi di rifugiati in Sicilia.

È una “love story” che vale all’Italia l’immagine di furba e diplomatica potenza in grado di instaurare solidi rapporti con quei Paesi che al resto del mondo appaiono così ostili e complicati; è una relazione  riconfermata  nel Novembre 2009, quando a Gheddafi, ospite a Roma per un convegno della Fao, viene offerto un accampamento di tende in stile nomade e uno staff di 500 hostess regolarmente stpendiate per deliziare gli occhi del colonnello.

Oggi, allo scadere di un movimentato Marzo 2011, Roma è in punta di piedi tra due abissi, consapevole che comunque vada, ne uscirà leccandosi le ferite.

Dopo le rivolte di Bengasi esplose lo scorso Febbraio, l’Italia si trova in una situazione a dir poco delicata: se da un lato c’è l’onere di dover rispettare e assecondare le decisioni prese dalle Nazioni Unite in merito all’atteggiamento da assumere con la Libia, dall’altro c’è il Trattato del 2009 da onorare.

Quello stesso Trattato che ha permesso a Fahrat Bengara, governatore della banca libica centrale, di divenire vicepresidente di Unicredit, e al regime libico di ottenere (sempre su Unicredit)  una partecipazione del 7,5%,  l’1% del capitale della compagnia petrolifera ENI, il 2% di FIAT Auto e del gigante statale della Difesa, Finmeccanica, operazione conclusa poche settimane prima che iniziasse la rivolta.

Andando contro la  linea d’azione adottata dall’Unione Europea, Roma ha deciso di vigilare la partecipazione della Libia nell’economia italiana.

Inoltre, fondi come la Lybian Investment Authority e istituzioni gestite personalmente da Gheddafi controllano  il 100% della compagnia petrolifera Tamoil Italia, e due squadre di calcio: il 7,5% della Juventus e il 33% della Triestina Calcio.

E mentre i potenti libici sorridono soddisfatti guardando l’Italia barcollare come un funambolo sul palmo della loro mano, Roma prosegue senza sapere dove sta andando. Avanza in punta di piedi, consapevole che nella migliore delle ipotesi continuerà ad investire in Libia, ma con un ruolo nettamente inferiore a quello che potrebbero ottenere altri Stati, accantonata in un angolo e col capo chino.

L’Unione Europea osserva e critica l’Italia sospesa e attendista, Gheddafi l’accusa di tradimento facendo leva su un nazionalismo che può essere utile a unificare la popolazione contro un nemico alternativo.

E intanto ci si chiede che tipo di rapporto sia, e sarà, quello con la Libia:

odio o amore?

Veronica Botti


Trenitalia, prima classe

Anche un semplice viaggio di piacere in treno può trasformarsi in un incubo, e darci molto tempo per riflettere sulla situazione di questo paese, diventandone, il treno, col passare delle ore quasi una metafora.

Domenica mi trovavo di ritorno da un week end con amici a Roma, nel pomeriggio alla stazione Termini comincia la nostra Odissea.

 

Roma. Stazione Termini

 

Cerchiamo un normale ed economico Intercity per rientrare ma le biglietterie automatiche ci mostrano che da li partono quasi esclusivamente degli Eurostar, le cosiddette frecce rosse vanto delle ferrovie italiane… Me l’aspettavo perché essendo pendolare da ormai 5 anni mi ero accorto da tempo della nuova strategia di Trenitalia: abbassare al massimo la qualità del normale servizio ferroviario per spostare giocoforza i viaggiatori sui costosissimi nuovi treni ben più lucrosi.

Non ci rassegniamo, e piuttosto che piegarci al ladrocinio facciamo un biglietto per un Intercity, ovviamente essendocene ormai pochi in giro è pieno fino al tetto e dobbiamo rassegnarci alla prima classe, in piedi dato che è imballata pure lei. Prima sorpresa-si-fa-per-dire: costa come star seduti, e non è possibile neanche stare in piedi almeno in seconda classe perché il computer afferma che anche i posti in piedi li sono esauriti. Seconda sorpresa saliti in carrozza: in prima classe non ci sono nemmeno le seggiole a scomparsa lungo i corridoi che tanto spesso vengono in appiglio delle ginocchia del povero viaggiatore, massacrate da ore di viaggio in piedi.

Ci accomodiamo all’inizio del treno fuori dal corridoio, nell’intermezzo tra una carrozza e l’altra, davanti a noi solo la locomotiva, la carogna di un volatile morto è incastrata negli ingranaggi che lo tengono spiaccicato contro il vetro della porta.

Ci mettiamo comodi, chi in piedi a legger il giornale, chi seduto a scrivere e chi dopo un po’ sdraiato a dormire. Ad un’ora dalla partenza il tutto assume l’aria di un bivacco di fortuna assieme al resto dei corridoi del treno, invasi da centinaia di anime rassegnate al deprimente e scomodo viaggio che le attende. Andare in bagno partendo da metà carrozza è un percorso ad ostacoli, ma almeno dalla nostra parte il problema è presto risolto. Il soffitto del nostro bagno infatti dopo un po’ comincia ad innaffiare gli utenti, e trattengo a fatica le risa vedendo gente uscire con le gocce che gli svolazzano via dalla testa. Poco dopo cede un altro tubo anche nell’intermezzo dove siamo accampati, o forse il condotto dell’aria condizionata, e anche li un po’ di persone beneficiano di una doccia compresa nel prezzo del biglietto di prima classe.

Dico altra gente, perché nel frattempo col passare delle stazioni il treno, ben lungi dallo svuotarsi, continua a raccattar passeggeri che non si rassegnano alla dittatura degli Eurostar. I corridoi all’ingresso in Toscana sono ormai un girone dantesco che esplode in sommesse imprecazioni e accidenti più o meno velati al passaggio del carretto-bar che obbliga i passeggeri a schiacciarsi contro le pareti.

Le necessità fisiologiche incombono e vado in bagno, un altro ovviamente, e fatto il necessario mi azzardo a concedermi il lusso di lavarmi le mani. Illusione, il rubinetto sputa poche gocce e poi si ferma, li. Dal soffitto della prima carrozza intanto l’acqua continua a piover giù abbondante con aria beffarda.

 

Ogni viaggio sugli Intercity 583, 586, 587, 590, 594, 597 è un'Odissea

 

Fermata prima di Firenze, sale una ragazza, spalanca gli occhi e fa “bellina la prima classe di Trenitalia”. Oltre le cascate, davanti a lei un groviglio di corpi ammassati un po’ in piedi e un po’ mezzi sdraiati.

A Firenze i fumatori non ce la fanno più e scendono per una sigaretta, ma la sosta è breve e i più devono risalire con la cicca in mano. Chi si infila nel bagno (evitando l’acqua) e chi spalanca le finestre col capotreno che acconsente, il viaggio riprende. Il cartello “vietato fumare” resta li appeso sopra le teste, dopo un po’ la fumana è cosi densa che non quasi non distinguo più le lettere… Ma per fortuna il fumo non mi da troppo fastidio, e poi è da un’ora che mi alzo e mi siedo di continuo per far passare altre persone e ormai ho cominciato a dormicchiare in piedi, ignorando il prossimo e scambiando solo mezze parole coi miei due compagni.

Il capotreno aveva promesso di mandare qualcuno a Firenze a togliere l’uccello morto, ma non si fa vivo nessuno.

Ci manca solo il canonico ritardo degli italici treni, ma per qualche scherzo del destino, o più probabilmente per un momento di pietà della dea sfiga ci viene risparmiato, o meglio contenuto in un solo quarto d’ora. Essendo questo il ritardo standard che prendo sulla tratta Reggio Modena, venendo ora da Roma non ci faccio neanche caso. Arrivo a Reggio, il sottopasso della stazione mi è da tempo famigliare, una cloaca che con la pioggia si allaga sempre e ci si tiene in piedi a fatica.

Il mio viaggio nella prima classe di Trenitalia si conclude alle 21.30 in una piovosa serata reggiana.


Autunno caldo: tocca ai ricercatori

La discussione alla Camera del DL Gelmini slitta a venerdì ma la ragioneria dello Stato avverte la “mancanza di copertura finanziaria” a sostegno della riforma. Oggi i ricercatori protestano contro il DL davanti al palazzo di Montecitorio a Roma.

Perché i ricercatori protestano con questa manifestazione e con il blocco della didattica?


Per il blocco del turnover (ogni due docenti o ricercatori a tempo indeterminato che vanno in pensione solo una nuova assunzione è prevista), per la loro esclusione dai consigli di facoltà/senato accademico/consiglio d’amministrazione, per i tagli a tutto il settore dell’Università pubblica che inevitabilmente comprometteranno la loro capacità di raccogliere dati e produrre risultati.

L’attacco ai ricercatori è l’attacco all’Università, con un metodo che si è rivela sempre molto efficace: vuoi attaccare l’Università pubblica?

 

13 ottobre, Roma. I ricercatori in protesta alla Facoltà di Lettere alla Sapienza (foto Claudio Cavazzuti)

 

Attaccala nella categoria più vulnerabile (i precari), che non gode di tutele sindacali, e sulla quale si fonda larga parte della didattica e della ricerca (i professori ordinari oggi fanno soprattutto politica; i più illuminati lottano alla ricerca di fondi per mandare avanti i progetti di ricerca, mentre gli altri, i “baroni” intoccabili vivacchiano).

Insomma vuoi mettere in crisi un sistema? Attacca l’anello debole e più necessario.

Assomiglia in parte al metodo Pomigliano d’Arco messo in atto da Marchionne con il benestare del ministro Sacconi e di CISL e UIL: vuoi mettere in crisi il sindacato? Non attacchi a muso duro il sindacato, ricatti invece i lavoratori, che sono costretti ad accettare ogni condizione per non perdere il lavoro. Così smembri una classe, dividi gli interessi. Divide et impera.

Insomma questo governo ha un piano ben preciso, è chiaro come il sole. Attaccare tutte le istituzioni pubbliche su cui si basa la vita della Repubblica, ossia della Res PUBLICA: i Magistrati, il Parlamento a suon di decreti legge e voti di fiducia, il Sindacato, l’Università, la Scuola, i Comuni con i tagli al bilancio, le Province.  Come sorprendersi? E’ un governo di centro-destra e perciò segue una linea anti-statalista. Perfetto nella logica del libero mercato globale. In effetti, una buona parte degli elettori di destra non può che approvare questa battaglia contro lo Stato in favore del privato. Come in America, come in Inghilterra, cioè nei paesi che una volta si chiamavano “capitalisti” e che oggi dimostrano di avere un welfare che noi nemmeno ci sognamo.

Sappiamo tutti che in Italia le istituzioni e le aziende un tempo statali (ferrovie, Alitalia, municipalizzate, la stessa FIAT etc.) erano l’ufficio di collocamento per i vari servi e faccendieri dei partiti. Ogni partito, ogni deputato, aveva un lotto di posti di lavoro da distribuire agli amici e agli amici degli amici.

Questo è il motivo per cui la sinistra non sa reagire. Perché anche la sinistra si è servita della lottizzazione e noi a Modena lo sappiamo bene. Il PCI, anche se fu poco toccata da Mani Pulite, come il MSI, oggi non può tirarsi fuori dal processo elettorale che i cittadini fanno alla politica con un’astensione sempre maggiore.

Però

Però siamo sicuri di non confondere lo Stato con i Partiti? E’ lo Stato che crea problemi ai cittadini o il sistema dei partiti e della lottizzazione?

Però abbiamo la certezza che lo Stato è un corpo malato curabile solo amputandone dei pezzi? Ma se il cuore dello Stato rimane lo stesso, puoi amputare a piacimento ma il cancro rimane.

Se un corpo è malato, non lo si uccide, lo si cura. Lo si cura piazzando i buoni ed eliminando, o arginando il più possibile il marciume. Bisogna curare le istituzioni senza delegittimarle, senza depredarle dei loro scopi, attraverso il taglio dei fondi e del personale. Si parlava di università? Bene, indirizzare l’Università e la formazione in generale verso il privato (le fondazionisignifica che solo le cose che fanno “utile” immediato vengono sostenute e sviluppate, le altre, no. Un farmaco sì, una teoria astrofisica no. Un nuovo tipo di cemento sì, uno scavo archeologico no. L’utile immediato può significare denaro subito (non necessariamente), ma non è un investimento nel futuro. E’ un investimento sul presente.

Quando Mikołaj Kopernik (Copernico) propose la teoria eliocentrica nel ’500, essa non aveva alcuna applicazione: era assolutamente “inutile” sapere se era la terra che girava intorno al sole o viceversa. Tuttavia grazie alla conoscenza delle orbite oggi a 500 anni distanza abbiamo i satelliti, con cui vedere la partita o il Gran Premio in TV, o per salvarci la vita se siamo dispersi in mezzo al mare.

Se Lorenzo dè Medici non avesse investito sul talento “inutile” di Leonardo da Vinci forse oggi il nostro Paese non sarebbe il più conosciuto, apprezzato e visitato al mondo per le opere del maestro.

Potrei insomma continuare per ore. La cultura italiana della ricerca pura e non solo applicata è alla base della grandezza del nostro paese. Se vogliamo assomigliare a inglesi e americani andiamo contro la nostra stessa natura. Questa grandezza, questa intelligenza nazionale, l’estro scientifico, filosofico, letterario, pittorico, architettonico, musicale, e chi più ne ha più ne metta è la cosa su cui l’Italia, lo Stato italiano, se ancora esiste deve investire.


I nuovi tipi di cemento e le nuove macchine movimento terra (con tutto il rispetto) possiamo lasciare che le inventino i cinesi, gli inglesi e gli yankees.

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Roma, piazza Montecitorio, 14 ottobre ore 11. La protesta di ricercatori e studenti (Foto di Claudio Cavazzuti).

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Fini dei giochi (di Tommaso Turci)

Sperare che un ex Fascista ci salvi dalla dittatura, questa è l’Italia.

Commento di un lettore, da Il Fatto Quotidiano del 22/04/10

E’ il 22 aprile 2010. Sessantacinque anni fa Modena si liberava definitivamente dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista seguita, tre giorni dopo, dalla nazione intera. Gianfranco Fini – ex presidente di Alleanza Nazionale, ovvero l’evoluzione politica del Movimento Sociale Italiano, partito dei reduci di Salò come Giorgio Almirante, fino alla morte del quale è stato amato pupillo –, quello stesso Fini, in queste giornate così evocative, compie una nuova marcia su Roma. Una marcia sui generis, una retro-marcia rispetto a quella del 28 ottobre 1922. Sì, perché se allora quell’atto ci consegnò nella mani della dittatura, oggi quest’altro rischia invece di essere il primo sussulto di ribellione alla dittatura già in essere.

Ma che cosa è successo il 22 aprile scorso? Cercherò di dare una visione d’insieme. Quello che io ho sempre visto in Forza Italia è un branco di pasciuti pecoroni avvinti al carisma, al portafoglio, al potere di Silvio Berlusconi; una compagnia circense fatta di clown, nani barbuti, starlet impaiettate, raccolti col flauto magico dall’imprendi-incantatore tra le file di una politica sfilacciata da Tangentopoli e dal tramonto di Craxi, oltre che ovviamente dentro i suoi avamposti aziendali. Molte volte si sente dire: ma non poteva accontentarsi dei miliardi e continuare a fare l’imprenditore? Io ho sempre pensato che B. non fosse così smanioso di scendere in campo, in verità. Manie di grandezza, sì, sete di potere che più si asseconda più si accresce, certo, ma di fatto tra P2, mafia e soprattutto il succitato Bettino, il buon Silvio si trovava già in una botte di ferro. A diventare politico [o meglio: Presidente del Consiglio, dato che dal giorno della sua prima candidatura ha militato ben poco tra le file dell'opposizione e comunque senza particolari angosce, grazie al sodalizio con fìdati-del-baffo D'Alema ('96-'01) e all'harakiri dell'Unione ('06-'08)] è stato costretto dal crollo del perimetro difensivo del suo impero economico. B. non è un politico, e infatti nel suo partito non si è mai parlato di politica. Uno showman impegnato 24/7 a promuovere i capisaldi della strategia salva-chiappe a una platea festante, circondato da un entourage di politici sì, ma del calibro di Bondi, uno che nel 1990 è stato eletto sindaco col PCI e che ora, con quella faccia, è stato scelto come Ministro della Cultura perché abbina un sostantivo ad un aggettivo e poi va a capo (http://gamberorotto.com/miscellanea/sandro-bondi-poeta/).

Alleanza Nazionale era qualcosa di diverso. Non si può certo dire che i personaggi che la popolavano non abbiano mai alzato un braccio teso in vita loro, ma la sostanza è un’altra. Dopo la rottura con quelle radici che affondavano direttamente nel Fascio Littorio (manifestazioni di retro-struttura a parte, vedi saluti romani per l’elezione al Campidoglio di Alemanno), nel bagaglio del partito è rimasta quell’anima che ha nome di Destra Sociale. Negli ultimi 16 anni Destra è stato sinonimo di Berlusconi, e non nego che la fusione di AN e FI abbia contribuito a consolidare questa sensazione; ma non è così. La Destra Sociale viene da lontano e ha una storia, valori politici e morali da difendere e sui quali costruire una proposta di governo degna di tale nome. E non sorprenda il fatto che, adesso che Fini ha avuto il coraggio di dirlo forte e chiaro a B., il Partito Democratico abbia subito aperto, non dico una porta, ma almeno una fessura a una collaborazione fra la Sinistra moderata e la sua corrente. Pur partendo da due posizioni molto distanti, da presupposti divaricati, si vede molto bene come le due parti guardino due facce della stessa medaglia.

Innanzi tutto il riconoscimento assoluto e inviolabile delle Istituzioni, dello Stato, di quella Costituzione a cui appellarsi irrinunciabilmente e con cui B. e Bossi (uno perché gli ricorda che è un criminale, l’altro perché non è italiano) si pulirebbero volentieri il culo (il sedere).

La sussidiarietà come strumento di coesione sociale, la partecipazione come momento costitutivo essenziale della vita democratica (e non un rischio, come pensa B.); princìpi che soltanto derivano dall’educazione ai valori cristiani cattolici e non a quelli socialisti. Ma almeno è un’educazione, no?

Un’Italia che conta in Europa, che partecipa alla sua vita e alla sua costruzione, non che la ignora e la insulta come fanno B&B (uno perché gli ricorda che è un fenomeno da baraccone, l’altro perché non è europeo); soltanto, rispetto alla Sinistra, la Destra pone un accento più spiccato sui sostantivi patria e nazione. Ma almeno sono accenti e non quintali di sterco, no? Un’Italia che, certo, mantiene la propria identità e cultura, ma che si offre al mondo e al globale. Non di certo un paese dove un insegnante di Messina non può andare a lavorare a Milano perché dovrebbe richiedere un permesso di soggiorno.

Gianfranco, mi viene da chiedergli, ma che cosa pensavi allora? In quei giorni di fine marzo di un anno fa, mentre la primavera romana bussava alle porte della città, mentre un’altra coppietta chiudeva un lucchetto sul Ponte Milvio, mentre un altro gladiatore di cartapesta si guadagnava il pasto importunando Giapponesi, mentre la sinfonia dei clacson accompagnava il sorgere di un’altra mattina, e alla Fiera si costituiva il PDL; mentre tutto questo accadeva, tu che cosa pensavi? Non conoscevi abbastanza bene B. per renderti conto che avrebbe continuato con la sua politica, con la sua visione, con la sua vita autoreferenziale? Non avevi capito che avrebbe venduto anche i figli a Bossi pur di continuare a stare sulla cresta dell’onda? Gianfranco ma perché, in quella mattina di sole, non mi hai telefonato?

Ma a tutto c’è un limite. C’è un limite alle umiliazioni che un uomo dalla dignità politica di Fini può subire. (Non vorrei passare per un improvvisato fan di questo politico: semplicemente l’ho sempre rispettato, sentimento attualmente non molto diffuso nei confronti della categoria. Ricordo che persino mia nonna – contadina che al posto dei santini, sulla credenza, teneva la foto di Berlinguer – l’ha sempre definito “un profesòr, un sèrī…anc s’ l’è un fasìsta!”). Così, dopo aver dato diversi trattenuti segnali di inquietudine, Fini ha avuto un sussulto di lucidità, ha preso la parola e ha così parlato:

  • Il PDL doveva essere un organo ispirato alle logiche dei Partiti Popolari europei, dove tante anime differenti convivono. Dalle tante opinioni certo si trae infine una sintesi unitaria, ma non prima di avere ascoltato tutti. In un partito dove non può esistere un’ortodossia, non può esistere nemmeno un’eresia. Perché nel PDL non c’è un dibattito sull’azione politica?
  • Abbiamo lasciato il Nord in mano alla Lega, dove siamo diventati praticamente la sua fotocopia. Non abbiamo alzato nessuna delle bandiere proposte in campagna elettorale e che il Carroccio non gradiva, come l’abolizione delle Province. L’istruzione è nazionale, l’organizzazione è regionale: perché non abbiamo storto il naso, ma addirittura abbiamo accolto la proposta di permettere solamente agli insegnanti indigeni di insegnare in ciascuna regione? Perché non ci indigniamo quando gli effetti di certi provvedimenti fanno sì che i figli di un immigrato che perde il posto di lavoro, e di conseguenza il permesso di soggiorno, siano sbattuti fuori dalla scuola come fossero bambini di serie B? Oppure quando un medico è costretto a denunciare e a non curare un paziente che si rivela essere immigrato clandestinamente?La Lega è un grande, preziosissimo alleato; ma io ho contribuito a fondare il PDL, non una grande associazione Lega-PDL, poiché alcuni nostri valori sono molto distanti dai loro.

    [1° infarto del Premier]

  • Siamo un partito riformista, vogliamo fare le riforme? Perché non ne stiamo parlando? Sarà il caso di smetterla di sparare i grandi titoli “Riforma della Giustizia”, “Riforma del Parlamento”, e iniziare a comporre delle commissioni interne al partito per capire che cosa vogliamo veramente da queste riforme? Come si possono fare in maniera condivisa se non abbiamo neanche una nostra posizione?[2° infarto del Premier. Verdini si agita sulla sedia, cerca un defibrillatore ma trova solo il testone pelato di Bondi, che è lì immobile con gli occhi vitrei da 35 minuti buoni]
  • Fra tre anni gli elettori giudicheranno principalmente come il governo si è mosso attraverso la crisi e ci chiederanno il conto. E allora, Presidente, il tuo carisma non basterà. Vogliamo riflettere sul fatto che le riduzioni fiscali promesse nel programma elettorale non sono più possibili, e indicare una nuova strada da percorrere fino alla fine della legislatura?[3° infarto. Verdini apre lo sportellino sul petto di robo-Bondi, ne estrae il cuore e tenta un disperato trapianto con mezzi di fortuna. La situazione è critica.]
  • Legalità. Va bene lodare le Forze dell’Ordine quando arrestano i criminali. Ma legalità significa anche, quando si parla di Riforma della Giustizia, non dare la minima impressione che si vogliano creare sacche di impunità. Come quando abbiamo litigato in privato – ti ricordi, Berlusconi? Diciamolo anche in pubblico allora – sul processo breve: 600.000 processi cancellati in un batter di pupilla. [Miracolo: B. rinviene di colpo e sbotta: “SU 8 MILIONI!!!” – evidentemente il coma ha già leso parecchi neuroni: cosa significa? Se 600.000 criminali su 8 milioni se la cavano con una stretta di mano la legge funziona perché gli altri 7.400.000 saranno puniti? E chi li sceglie, questi 600.000? Bah...]. E’ ictus. Morte cerebrale.

E le conseguenze? E’ ancora presto per dirlo.

Bossi si è subito fregato le mani: dopo essersi reso conto di non avere più nessun bisogno di B. nel Nord, con due Governatori freschi di bucato eletti in Piemonte e Veneto, un pretesto per minacciare una rottura col PDL gli sarà parso una manna dal cielo. Ora potrà gridare forte e chiaro che il federalismo è il PDL che non lo vuole, che è il PDL ad ostacolare la corsa riformista, completando così la conquista del Nord che tutto intero dà quattro carri armati verdi in più ad ogni turno.

E l’opposizione, ah l’opposizione! Avrà esultato e sguainato le spade pronta a valersi delle debolezze dell’avversario politico per poter ribaltare la situazione elettorale. Macché. Qualcuno è andato a bussare sulla tomba del PD per sentire cosa succedeva, ma da dentro è arrivato solo un flebile: “Occupato…”. Di Pietro prova a contattare Bersani: “Pierluigi dobbiamo preparare una coalizione, potrebbero esserci elezioni anticipate!” [1° infarto di Bersani]. Proverò a fare come Nanni Moretti fece con D’Alema, anche se purtroppo non portò molto bene: BERSANI, DI’ QUALCOSA DI SINISTRA!!!

In molti attendevano le reazioni di Silvio dopo lo smacco subito. Non sono arrivate. E’ scappato subito a Mosca a stipulare un accordo con Putin per riportare il nucleare in Italia. Del resto si sa, quando la vita ti riserva qualche batosta, non c’è niente di meglio che ritrovarsi con qualche vecchio amico a sparare stronzate.


Le fosse della vergogna (di Baldoni Fabio)

(ascoltami)

Giovedì 23 marzo 1944
Ore 6,42

 

abbiamo passato la notte
svegli

mozziconi di sigaretta accesi
attaccati alle labbra
alle dita,
con il fumo
che non pizzica più
nemmeno nella gola

occhi arrossati
mani tremanti

stanotte abbiamo costruito una bomba

è tutto deciso
pianificato

oggi andremo ad uccidere
è la guerra

so che è giusto
so che è la cosa da fare
allora perché ho cosi tanta paura?

non di morire
ma di vivere

silenzio nella camerata
il sole mi sveglia
con il suo timido calore

la città è avvolgente
anche mentre dorme

questi muri, i palazzi
tutto mi parla di Storia
e noi stiamo riscrivendo quella Storia

è la cosa da fare
cosi hanno detto

almeno credo
almeno spero

 

Ore 12,15

 

mi hai salutato
con un bacio sulla bocca
casto e pieno d’amore

i tuoi occhi dicevano attento
chiedevano un ritorno
gridavano un addio

ti amo
perché hai saputo capire
perché hai saputo resistere
perché hai saputo tacere

sai che lottiamo per i nostri figli
quei figli che, forse
non avremo mai
ma è giusto morire
per la libertà
e forse è giusto anche uccidere

camminiamo
su strade grandi

sono mesi che la vedo
eppure, questa Roma
mi sorprende ancora
come la gente

hanno paura, lo vedo
ma non di me
non del mio fucile

assomigliano alla loro città

depredati
in rovina
ma fieri

antichi
sconfitti
ma vivi

 

Ore 14,53

 

sono in posizione
la divisa è troppo larga
e non riesco
a smettere di tremare

travestito da spazzino
spingo un carretto pieno
di polvere e tritolo

nessuno mi guarda
eppure mi sento osservato

fra poco saranno qui
loro passano ogni giorno
senza motivo
se non quello di ricordarci
chi è il nostro padrone

esercitazione al poligono di tiro
troppo lunga, come al solito
chissà  perché

siamo come la polizia ormai
e non capita spesso
di dover prendere la mira

per colpire un uomo al muro
ci vuole poca pratica,
serve soltanto la forza
di premere il grilletto

e di rifarlo ancora
e ancora

 

Ore 15,48

 

sono in ritardo
non lo sono mai

aspetterò
solo fino alle quattro
poi via
a casa, da te

le solite strade
poca gente in giro
occhi
che ci seguono dalle finestre socchiuse

il tenente cammina in testa
ha fretta di tornare
e noi dietro, in fila
che abbiamo voglia solo di mangiare

 

Ore 15,49

 

via Rasella
povera e stretta,
case vecchie
che non hanno niente da raccontare

qui nessuno ci osserva
l’aria è serena

siamo quasi a casa

 

eccoli

i primi soldati hanno svoltato la via
il momento è arrivato

dita sudate
su questa miccia artigianale

ne sarò capace?

Ore 15,50

 

il boato, tremendo                                                                    il boato, tremendo

e mi ritrovo a terra                                                                           occhi sbarrati
vivo                                                                                                 polvere e grida

non mi sono allontanato abbastanza                               che non riesco a sentire

non sarò mai più                                                                        Roma è capovolta
abbastanza lontano                                                                                  caduta
                                                                                                  sotto ai miei piedi

 
                                                                                                                 sangue
                                                                                             e poi finalmente voci

                                                                                                         ci sono feriti
                                                                                                              ovunque
                                                                                                        e pezzi di noi
                                                                                               sui muri delle case

                                                                                                               perché?

                                                                                                               perché?

Ore 17,03

 

un bagno di sangue
dodici morti,
poi altri
ed altri ancora

il comando aveva mandato rinforzi
e gli ordini
per una rappresaglia
dura e necessaria
contro questa città
che aveva osato alzare la testa

dieci
per ognuno dei nostri caduti

e cosi facemmo

 

andavano a prenderli
casa per casa
tutti
anche le donne
mentre i bambini piangevano
per i fucili
e per il sangue tedesco

un rastrellamento indiscriminato
veloce e deciso
come il nostro attacco

Ore 18,21

 

portati a Regina Coeli
nessuna spiegazione
rinchiusi, senza motivo
buttati
nel buio di una cella

per vendicare un affronto

le ore passavano
(diciotto morti)
gli ordini erano sempre gli stessi
(ventidue morti)
ma i prigionieri non bastavano
(venticinque morti)

prendemmo i condannati a morte
i detenuti non ancora giudicati
alcuni ebrei

ma non bastavano
(ventisette morti)
non bastavano

servivano altri nomi
altri corpi
altri morti

 

Venerdì 24 marzo 1944
Ore 9,04

 

notte lunga
(trentadue morti)
l’ordine è arrivato

esecuzione immediata

non c’è tempo per gli scrupoli
non c’è spazio per le parole
non c’è motivo
di dubitare

 

nessuna comunicazione

mogli, sorelle
madri e figlie
davanti ai cancelli del carcere
e la polizia
che non mostrava nemmeno più i fucili
troppo occupata
a cercare innocenti

Ore 13,45

 

calcolai il tempo
per uccidere ogni uomo
un colpo a testa
e sarebbe tutto finito
(trentatre morti)

altri dieci
altro lavoro

ma dove prenderli?

nessun problema, disse il comandante
li prenderemo per strada

 

chiusi sui camion
silenzio, paura
e l’odore
di una notte insonne

dove ci portano?
dove ci portano?

Ore 15,18

 

ci hanno scaricati
urlando
poi tutti nella cava

ridevano, bevevano
e sparavano

vivi sopra i morti

strati di corpi
e di vergogna

uno dopo l’altro
a gruppi di venti
l’eco degli spari
nella testa e nelle mani

a turno si colpiva
e si beveva

si rideva
si beveva
e si sparava

 

Ore 17,44

 

abbiamo fatto saltare l’ingresso

nessuno dovrà sapere dove sono
nessuno dovrà sapere quanti sono

nessuno dovrà sapere
nessuno

 
n.d.r.

Il 23 marzo 1944 in un’azione di guerra a Roma in via Rasella, un gruppo di partigiani dei Gap uccideva 33 soldati del battaglione Bozen e ne feriva 38 facendo scoppiare una carica esplosiva e attaccando la colonna nemica con armi automatiche e il lancio di bombe da mortaio leggere. Accuratamente preparata, l’azione colpiva uno dei battaglioni specializzati in azioni di rappresaglia e faceva seguito a una serie di massacri perpetrati nei mesi precedenti dai tedeschi nelle zone intorno alla capitale ai danni di persone innocenti, spesso donne, vecchi e bambini: 18 vittime a Canale Monterano, 32 a Saturnia, 14 a Blera, 40 a San Martino, 14 a Velletri ecc.
In seguito all’azione partigiana Hitler comunicò che Roma doveva essere interamente distrutta e tutta la popolazione deportata, ma subito dopo rettificò che per la vendetta sarebbe stato sufficiente radere al suolo l’intero quartiere nel quale si era svolta l’azione. Infine Kesselring e il comandante della piazza di Roma, Kurt Maeltzer, stabilirono le modalità della rappresaglia: dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso. L’eccidio avvenne immediatamente e fu affidato al colonnello Herbert Kappler, coadiuvato dal capitano Priebke: il giorno dopo l’azione partigiana, 335 uomini furono uccisi alle fosse Ardeatine, ciascuno con un colpo alla nuca. La maggior parte delle vittime venne prelevata dal carcere di Regina Coeli e dal comando di via Tasso, cinquanta furono scelte e consegnate dal questore fascista Caruso.

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