Spesso mi capita di sentir dire a molte persone che parlare di destra e di sinistra non ha più senso. Lo dice Massimo Cacciari dall’alto della sua vocazione filosofica “il federalismo è una cosa di sinistra o di destra? Nessuna delle due”; lo dice Beppe Grillo sostenendo che il Pd e Pdl sono la medesima cosa; lo dicono quelli che subito dopo si professano apolitici, spesso ignorando il significato del termine.
Molto spesso queste considerazioni partono da un dato reale: l’appiattimento della politica su interessi privati o particolaristici ha in parte distrutto le ideologie. Vent‘anni di disimpegno culturale poi professato tramite i mezzi televisivi e la distruzione scientifica dello Stato, in particolare del mondo dell’istruzione e della cultura, da parte di governi di centro-destra hanno tolto i mezzi ai cittadini per caratterizzarsi in termini identitari (leggi, ha prodotto un’omologazione culturale). Il risultato è che categorie che un tempo costituivano un riferimento filosofico e culturale come l’essere di destra o di sinistra, conservatori o progressisti, proletari o borghesi hanno relativamente perso la loro funzione, senza essere aggiornate. Infine il colpo di grazia è arrivato con l’arricchimento diffuso verificatosi a partire dagli anni ‘60 che ha ridotto le disuguaglianze sociali su cui si erano basate in parte tali paradigmi di riferimento.
L’Italia a partire dagli anni ’80 è diventata un paese nel quale una ridottissima minoranza stava male, in cui quasi tutti avevano qualcosa (un lavoro, una casa, un sogno), in cui quella spinta formidabile alla scalata sociale, tipica di chi non ha mai avuto nulla, veniva gradualmente ad esaurirsi. All’improvviso la fine degli anni ’70 le persone scoprivano che era più facile aprire una piccola azienda che lavorare alle dipendenze di un padrone: è in questo periodo che si verifica il boom delle piccole-medie imprese che ancora oggi costiuiscono la spina dorsale dell’economia del nostro paese. Così progressivamente gli italiani scoprivano il lavoro autonomo e la mastodontica classe operaia e dipendente cominciava a dimagrire mettendo in crisi il bacino politico e culturale del Pci. L’individualismo e il capitalismo che fino ad allora avevano trovato una forte resistenza per motivi diversi nella cultura marxista da un lato e nella cultura cattolica dall’altro, progressivamente erodevano le strutture comunitarie di un paese provinciale. Negli anni ’80 infatti entrano in una profonda crisi la Democrazia Cristiana e il Pci: la prima imploderà grazie a Mani Pulite nel ’92, mentre l’altro si trasformerà nel Pds con il crollo del Muro di Berlino.
Ad una evoluzione culturale durante la quale si verificò il trionfo della cultura borghese (individualismo, arricchimento e laicità) che ruppe le tradizionali culture comunitarie cattoliche e comuniste, tuttavia non seguì un modello alternativo e moderno. L’affermazione di una classe dirigente debole e frammentaria (espressione dei cittadini), i cui principali partiti furono Forza Italia, i DS, la Margherita, la Lega Nord e An segnò in negativo (e segna ancora oggi) il divario ideale e politico tra la prima e la seconda Repubblica. I governi che seguirono furono deboli e inconcludenti. La società italiana si ritrovò, non per la priva volta, spaesata a doversela cavare da sola. E infatti oggi siamo il paese con il più alto numero di piccole-medie imprese e di lavoro autonomo in Europa, quindi vuol dire che non molto è cambiato da allora.
Tornando al discorso iniziale, cosa vuol dire essere di destra o di sinistra? Io direi che essere di sinistra significa essere a favore della cooperazione, della solidarietà e difendere le ragioni dei più deboli. Penso invece che essere di destra significhi essere a favore della competizione, della meritocrazia e a favore della legge del più forte. Potrà suonare banale, ma è uno spartiacque funzionale.
Ora in un paese come l’Italia contraddistinto da un arricchimento tutto sommato rapido, dove le istituzioni sono venute meno al loro ruolo smettendo di essere un riferimento per i cittadini, dove chi è capace di andare avanti da solo tendenzialmente ha più successo di chi invece cerca di avanzare a fianco dell’altro; un paese dove la Chiesa è sempre stata un’istituzione conservatrice, rigida e determinante per le sorti del paese, tanto da arrivare a creare un partito come la Democrazia Cristiana, è più utile e facile seguire ideali di destra o di sinistra? Non a caso il personaggio pubblico più rilevante degli ultimi 20 anni è stato Silvio Berlusconi, autodecretandosi milgior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni. Lui incarna l’idea dell’uomo che si è fatto da solo (individualismo), lavorando come imprenditore (competizione e borghesia), che non si è fatto scrupoli morali per raggiungere il successo (capitalismo) e che esalta il merito (liberalismo).
Questo vento di destra ha soffiato sull’Italia per anni, impedendo al Pci di arrivare al governo e quindi di costruire una cultura della cooperazione e della solidarietà su scala nazionale. E non ha consentito agli eredi di quel partito di diventare maggioranza e affermarsi come tale culturalmente.
Per questo oggi vediamo sezioni della Lega Nord pullulare di giovani esaltati neo-fascisti che se hanno letto qualche libro sulla storia di Gianfranco Miglio è tutto grasso che cola; per questo oggi vediamo masse di giovani e di meno giovani che interrogati su chi sia il Presidente della Camera non sanno rispondere; per questo oggi assistiamo alla moltiplicazione di casi di bullismo in età adolescenziale, di pestaggi di omosessuali o di reati per corruzione o evasione: è molto più facile e accettato socialmente schiacciare e derubare il prossimo, che porgere l’altra guancia. Chi pensa o ancor meglio pratica l’onestà e la difesa degli altri è una minoranza, perdente.
Ma qualcosa è cambiato e continuerà a cambiare. La crisi è arrivata e non sta passando; i portafogli della gente comune sono sempre meno pesanti; il lavoro scarseggia; la mitica classe media si assottiglia sempre di più; la rabbia sociale cresce. Siamo in un momento di difficoltà e l’assioma retorico che sentiamo ripetere come un mantra “Gli italiani danno il meglio di loro quando sono in difficoltà” suona sempre di più come una presa per il culo.
È in questi momenti che qualcosa può cambiare, perché in questi momenti aiutarsi, unirsi e collaborare diventano idee più forti e vincenti che fare da soli, che competere fino alla morte, che comportarsi come sciacalli in una guerra tra poveri che può produrre solo miseria. Oggi soffia leggero un vento di sinistra, e l’ha capito anche Bersani dopo le amministrative successive al Referendum sull’acqua. Oggi essere di sinistra è meno difficile. Perciò non ci sono più scuse: i compromessi al ribasso e le teorie sul male minore hanno fatto il loro tempo. La pace sociale necessità di certe condizioni che oggi non esistono, e devono essere reinventate. La conservazione e l’immobilismo sono una follia di fronte ad un paese ridotto in macerie. E la legge del più forte non è più sostenibile in un mondo globalizzato dove Stati come la Cina e l’India viaggiano spediti, perché loro sono nazioni coese e non clan di famiglie in conflitto tra loro.
Il popolo italiano ha voglia di cambiare marcia e di tirarsi fuori dal pantano: ora serve una nuova classe dirigente di sinistra capace di dare forma a questa speranza. Chiediamo troppo?





