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Monti e il centrismo: nuova politica o vecchio bluff?

Si è ormai conclusa l’esperienza del governo Monti e prima di avviarci verso le elezioni politiche del 2013 è bene fare un bilancio di questa parentesi tecnico-politica, che probabilmente non scomparirà con l’uscita di scena del ex premier. In questi tredici mesi il governo dei tecnici ha cercato di ottenere credibilità agli occhi degli italiani presentandosi come governo al di sopra delle parti, capace di cogliere il meglio dagli schieramenti di centro-destra (Pdl,Udc e Fli) e di centro-sinistra (Pd) che lo avrebbero sostenuto. Insomma si è presentato come forza tecnica di centro, equidistante dalle due principali linee di azione politica (destra-sinistra) e quindi capace di praticarle entrambe. Il primo slogan del governo Monti era infatti “rigore, equità e crescita”, ovvero promessa di tagli (alla spesa pubblica), redistribuzione della ricchezza e sviluppo economico, una buona sintesi tra politiche di sinistra e di destra. Il rigore, cioè le politiche di austerità, è uno strumento tipico dei governi di destra che ha inciso profondamente in paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra con le politiche di taglio dei servizi dello Stato soprattutto a partire dagli anni ’80. L’equità, cioè politiche basate sulla redistribuzione della ricchezza e la costruzione di un Welfare State a difesa del cittadino, sono politiche tipicamente di sinistra realizzate ad esempio dai governi socialisti che si sono susseguiti in Europa tra gli anni ’60 e ’70, e particolarmente nei paesi scandinavi. Infine lo sviluppo economico senza una specificazione sulle modalità del suo raggiungimento non può trovare definizione, in quanto un governo di destra tenderà a conseguirlo con la riduzione della tassazione e della spesa pubblica assieme ad un investimento a favore delle imprese, mentre un governo di sinistra punterà ad ottenerlo tramite un aumento dei salari dei lavoratori, una redistribuzione della ricchezza e l’investimento nell’istruzione e nella ricerca (meglio se pubbliche) e tramite politiche attive per la creazione di posti di lavoro (aumento della spesa pubblica). Non specificare come si intende realizzare la crescita, come ha fatto il governo Monti, equivale pertanto a non spiegare come si intende perseguirlo.

Ma veniamo alle cose fatte dal governo per poter misurare sui fatti, le promesse da esso inizialmente realizzate.

Una delle prime riforme introdotte dal governo dei tecnici è stata quella sulle pensioni, dal ministro Fornero. Questa legge ha innalzato l’età pensionabile dei lavoratori portandola a 62 anni per le donne dipendenti (63 per le lavoratrici autonome) e a 66 per gli uomini, passando da un sistema retributivo calcolato cioè sulla reddito ad un sistema contributivo, stimato sui contributi versati. Nel realizzare questo passaggio sono stati penalizzati molti lavoratori con più di 40 anni di lavoro sulle spalle che avevano cominciato la loro attività molto presto (14, 15 anni), che nel passaggio al nuovo sistema si sono visti prolungare l’attività lavorativa e allontanare la pensione. L’allungamento del periodo lavorativo è stato calcolato sulla base dell’aspettativa di vita e non tiene conto delle sostanziali differenze che intercorrono tra un’operaio che lavora in fonderia e il dipendente che svolge le sue mansioni in ufficio. L’imprecisione nel passaggio al nuovo sistema ha anche portato alla nascita degli esodati, persone in età avanzata che avendo perso il lavoro durante la crisi non riescono a ricollocarsi sul mercato del lavoro, ma neanche a maturare la pensione, rimanendo in un limbo senza protezioni. Insomma questa riforma che voleva ottenere un risparmio considerevole sulla spesa pubblica è stata realizzata senza tenere conto delle differenze tra i lavoratori, senza prendere seriamente in considerazione il diritto di quest’ultimi di godere di una vecchiaia dignitosa dopo una vita di lavoro e penalizzando le giovani generazioni che con l’aumento dell’età pensionabile si trovano ad avere una minore possibilità di collocarsi nel mondo del lavoro.

La riforma del lavoro, sempre del ministro Fornero, ha poi introdotto la possibilità per un datore di lavoro di licenziare un suo dipendente, anche senza “giusta causa”, affidando poi al giudice in caso di esposto del lavoratore la decisione dell’eventuale reintegro (o di un equo indennizzo in denaro). Questo provvedimento ha determinato la manomissione dell’articolo 18, che tutelava il diritto del lavoratore a non essere licenziato per ingiusta causa, al fine di aumentare la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro (licenziamenti). Non si è fatto lo stesso nella costruzione di un sistema di ammortizzatori sociali universale che favorisca la ricollocazione dei lavoratori licenziati, campo in cui l’istituzione dell’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego) è andata ad integrarsi con il sistema della cassa integrazione senza arrivare alla costituzione di un modello nuovo e organico capace di tutelare tutti i lavoratori. Inoltre la riforma non ha inciso sulla riduzione delle tipologie di contratto atipiche che sono rimaste 34, elemento che pone il lavoratore precario in una situazione di forte debolezza nei confronti del datore di lavoro. Tra le norme positivamente introdotte dalla riforma c’è il nuovo contratto di apprendistato che favorisce l’accesso dei giovani ad un’esperienza di lavoro formativa. Insomma una riforma che aumenta di fatto la flessibilità e la precarietà senza favorire la possibilità di riqualificazione del lavoratore. Ci si chiede, anche qui, dove stia l’equità di un governo che si è dichiarato di “moderati”.

La Speding Review (revisione della spesa pubblica) del governo poi si è caratterizzata come taglio lineare non realizzato con sufficiente attenzione per gli elementi di spreco e per quelli positivi. Ad esempio la riduzione delle entrate per i comuni e gli enti territoriali è stata realizzata riducendo alla fonte l’erogazione di denaro da parte dello Stato, senza tenere conto delle differenze tra i comuni virtuosi e quelli che negli anni avevano sperperato denaro pubblico. Unitamente al patto di stabilità, che ha bloccato l’accesso a fondi in eccesso per i comuni virtuosi, questa revisione della spesa ha messo in grave difficoltà anche le buone amministrazioni che al pari delle altre hanno dovuto intervenire anche tagliando servizi essenziali, come gli asili nido e i trasporti pubblici, colpendo direttamente i cittadini. Nel campo della sanità, settore già in sofferenza, si è agito allo stesso modo senza avviare riforme sostanziali, ma riducendo l’erogazione alla fonte. Dunque anche in questo caso, molto rigore e poca equità.

Un altro esempio in questo senso è rappresentato dall’IMU, la tassa sugli immobili che riprendendo l’impostazione dell’ICI ha ridotto le distinzioni tra le case (limitando le possibilità di detrazione), ha reso beneficiari dell’incasso della tassa oltre al comune anche lo Stato (mentre prima era solo un’entrata comunale) ed infine ha applicato delle aliquote sulla base delle quali i comuni possono alzare o abbassare il loro rendimento, cosa che unita al patto di stabilità e ai tagli già subiti ha spinto gli stessi ad alzare le aliquote. Questo meccanismo ha portato alla creazione di una tassa più salata rispetto alla precedente Ici, che ha colpito tutti i proprietari senza tenere in dovuto conto le distinzioni esistenti.

Veniamo poi al ddl anticorruzione,  che doveva contribuire a sviluppare un sistema più moderno e trasparente, soprattutto introducendo ostacoli alle candidature di soggetti con procedimenti penali in corso o condannati in via definitiva. Questo provvedimento, pur essendo stato spinto da una campagna mediatica favorevole, è stato depotenziato dall’azione del Pdl risultando infine decisamente annacquato:  prova ne è il fatto che in materia di falso in bilancio, auto-riciclaggio e sui tempi di prescrizione il governo non sia intervenuto e che l’esclusione dalla candindatura venga applicata solo ai condannati in via definitiva in processi penali con pene superiori ai due anni. Ciò appare quantomeno bizzarro, se si considera che uno dei requisiti necessari a qualunque cittadino che aspiri ad un normale posto di lavoro è proprio una fedina penale assolutamente pulita e spesso non gravata da processi in corso.

La legge di Stabilità, infine, partita da un budget di 15 miliardi per poi lievitare fino a 30 (e qui sarà l’imminente campagna elettorale, ma il rigore è proprio saltato) vede al suo interno il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena con 3,4 miliardi di euro. Vi è poi la promessa e mancata riduzione dell’Irpef (imposta sui redditi alle persone fisiche) tassa divisa in 5 scaglioni sulla base del reddito. La riduzione era prevista sui primi due scaglioni, cioè per i contribuenti che percepiscono 15.000 e 28.000 euro l’anno (in maggioranza operai e dipendenti). Il taglio è stato “compensato” con l’aumento alle detrazioni sulle spese per le famiglie con più di due figli e ai disabili. In un paese come l’Italia che da anni è in calo demografico, la misura risulta essere per pochi. Vi è inoltre l’aumento dell’Iva, dal 22% al 23%, già salita di un punto a settembre, tassa indiretta che colpisce tutti indistintamente quindi altamente regressiva. Ed infine una riduzione dell’Irap (imposta regionale attività produttive) che favorisce le aziende, assieme alla detassazione dei salari di produttività (riduzione fiscale del 10%) grazie alla quale si riduce la pressione fiscale sul lavoro notturno, festivo e straordinario. Quest’ultima misura, in condizione di mancanza di investimenti fissi sull’innovazione, non si configura tanto quanto aumento di produttività quanto come aumento della spremitura dei lavoratori a beneficio delle aziende.

In questo quadro sono mancati, o sono stati marginali i provvedimenti per lo sviluppo economico (vedi decreto sviluppo e sviluppo 2) che passa attraverso l’impiego di investimenti per la crescita. È mancata l’equità che come visto nei passaggi sui provvedimenti è sempre stata messa da parte a favore del rigore, realizzato nella maggior parte dei casi sulle spalle dei ceti meno abbienti e su quello del ceto medio. Pertanto questo governo si è rivelato un governo di destra, altamente classista che ha scaricato il costo della crisi sulle fasce più deboli e sul ceto medio, colpendo il settore pubblico e non incidendo nel privato (lotta all’evasione, alla corruzione e ai privilegi). Non è riuscito a migliorare le condizioni per dare la possibilità ai ceti produttivi di rimettere in moto il processo di sviluppo, dal momento che ha continuato ad aumentare il gettito fiscale che colpisce chi produce (e non le rendite finanziarie e i patrimoni). Questa politica, in continuità con quella di Berlusconi, ha generato una sempre più stretta élite che beneficiando di un patrimonio finanziario enorme ha la possibilità di sfuggire al controllo dello Stato (evasori, detentori di capitali spostati all’estero, investitori finanziari) e dall’altra parte ha creato una larga fascia di popolazione che oscilla tra un ceto medio impoverito e una classe di lavoratori che scivola verso la povertà relativa e assoluta. Questa situazione ha determinato un blocco dell’economia reale, in quanto il flusso di denaro tende a circolare solo ai piani alti e trasformarsi in forme sempre più virtuali (derivati e prodotti finanziari): sempre meno persone investono nelle imprese e nell’economia reale perché i tassi di profitto sono ridotti rispetto all’investimento finanziario e le condizioni di sviluppo difficili. A fronte di tutto ciò assistiamo al riposizionamento di molti partiti che si dichiarano moderati o si spostano verso quest’area (interpretata secondo molti dal governo Monti): Berlusconi che vuole unire i moderati, Casini che si dichiara moderato e sostenitore del governo e il Pd che promette di continuare l’agenda Monti, aggiungendo un po’ di lavoro ed equità. In tanti si allineano ad un’area che di fatto non ha definizione, perché il centrismo in Italia non si caratterizza come politica dell’equidistanza tra destra e sinistra come visto, ma si tramuta in un modo per ritagliare una politica fatta sulle esigenze del leader e dei poteri che lo sostengono, prima di Berlusconi con il suo personalismo e ora di Monti con il mondo delle banche e dei mercati alle spalle. In questa corsa al centro si perdono di vista i contenuti e le differenze tra le forze politiche, e così finisce per emergere la coalizione guidata dalla personalità che più attrae gli elettori.

Potrebbe quindi essere utile tornare ad una distinzione più netta delle risposte politiche, in un quadro dove venga detto chiaramente come si intende uscire dalla crisi, se con un taglio dello Stato e con una maggiore libertà di impresa (uscita a destra) o con una maggiore redistribuzione della ricchezza e con politiche attive per il lavoro (uscita a sinistra). Lo schiacciamento al centro è solo un modo per non dire come si intende rispondere alla crisi e per nascondere ambiguamente la propria identità politica o gli interessi di cui si è portatori.


Perché fino ad oggi in Italia essere di destra è stato più facile

Spesso mi capita di sentir dire a molte persone che parlare di destra e di sinistra non ha più senso. Lo dice Massimo Cacciari dall’alto della sua vocazione filosofica “il federalismo è una cosa di sinistra o di destra? Nessuna delle due”; lo dice Beppe Grillo sostenendo che il Pd e Pdl sono la medesima cosa; lo dicono quelli che subito dopo si professano apolitici, spesso ignorando il significato del termine.

Molto spesso queste considerazioni partono da un dato reale: l’appiattimento della politica su interessi privati o particolaristici ha in parte distrutto le ideologie. Vent‘anni di disimpegno culturale poi professato tramite i mezzi televisivi e la distruzione scientifica dello Stato, in particolare del mondo dell’istruzione e della cultura, da parte di governi di centro-destra hanno tolto i mezzi ai cittadini per caratterizzarsi in termini identitari (leggi, ha prodotto un’omologazione culturale). Il risultato è che categorie che un tempo costituivano un riferimento filosofico e culturale come l’essere di destra o di sinistra, conservatori o progressisti, proletari o borghesi hanno relativamente perso la loro funzione, senza essere aggiornate. Infine il colpo di grazia è arrivato con l’arricchimento diffuso verificatosi a partire dagli anni ‘60 che ha ridotto le disuguaglianze sociali su cui si erano basate in parte tali paradigmi di riferimento.

L’Italia a partire dagli anni ’80 è diventata un paese nel quale una ridottissima minoranza stava male, in cui quasi tutti avevano qualcosa (un lavoro, una casa, un sogno), in cui quella spinta formidabile alla scalata sociale, tipica di chi non ha mai avuto nulla, veniva gradualmente ad esaurirsi. All’improvviso la fine degli anni ’70 le persone scoprivano che era più facile aprire una piccola azienda che lavorare alle dipendenze di un padrone: è in questo periodo che si verifica il boom delle piccole-medie imprese che ancora oggi costiuiscono la spina dorsale dell’economia del nostro paese. Così progressivamente gli italiani scoprivano il lavoro autonomo e la mastodontica classe operaia e dipendente cominciava a dimagrire mettendo in crisi il bacino politico e culturale del Pci. L’individualismo e il capitalismo che fino ad allora avevano trovato una forte resistenza per motivi diversi nella cultura marxista da un lato e nella cultura cattolica dall’altro, progressivamente erodevano le strutture comunitarie di un paese provinciale. Negli anni ’80 infatti entrano in una profonda crisi la Democrazia Cristiana e il Pci: la prima imploderà grazie a Mani Pulite nel ’92, mentre l’altro si trasformerà nel Pds con il crollo del Muro di Berlino.

Ad una evoluzione culturale durante la quale si verificò il trionfo della cultura borghese (individualismo, arricchimento e laicità) che ruppe le tradizionali culture comunitarie cattoliche e comuniste, tuttavia non seguì un modello alternativo e moderno. L’affermazione di una classe dirigente debole e frammentaria (espressione dei cittadini), i cui principali partiti furono Forza Italia, i DS, la Margherita, la Lega Nord e An segnò in negativo (e segna ancora oggi) il divario ideale e politico tra la prima e la seconda Repubblica. I governi che seguirono furono deboli e inconcludenti. La società italiana si ritrovò, non per la priva volta, spaesata a doversela cavare da sola. E infatti oggi siamo il paese con il più alto numero di piccole-medie imprese e di lavoro autonomo in Europa, quindi vuol dire che non molto è cambiato da allora.

Tornando al discorso iniziale, cosa vuol dire essere di destra o di sinistra? Io direi che essere di sinistra significa essere a favore della cooperazione, della solidarietà e difendere le ragioni dei più deboli. Penso invece che essere di destra significhi essere a favore della competizione, della meritocrazia e a favore della legge del più forte. Potrà suonare banale, ma è uno spartiacque funzionale.

Ora in un paese come l’Italia contraddistinto da un arricchimento tutto sommato rapido, dove le istituzioni sono venute meno al loro ruolo smettendo di essere un riferimento per i cittadini, dove chi è capace di andare avanti da solo tendenzialmente ha più successo di chi invece cerca di avanzare a fianco dell’altro; un paese dove la Chiesa è sempre stata un’istituzione conservatrice, rigida e determinante per le sorti del paese, tanto da arrivare a creare un partito come la Democrazia Cristiana, è più utile e facile seguire ideali di destra o di sinistra? Non a caso il personaggio pubblico più rilevante degli ultimi 20 anni è stato Silvio Berlusconi, autodecretandosi milgior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni. Lui incarna l’idea dell’uomo che si è fatto da solo (individualismo), lavorando come imprenditore (competizione e borghesia), che non si è fatto scrupoli morali per raggiungere il successo (capitalismo) e che esalta il merito (liberalismo).

Questo vento di destra ha soffiato sull’Italia per anni, impedendo al Pci di arrivare al governo e quindi di costruire una cultura della cooperazione e della solidarietà su scala nazionale. E non ha consentito agli eredi di quel partito di diventare maggioranza e affermarsi come tale culturalmente.

Per questo oggi vediamo sezioni della Lega Nord pullulare di giovani esaltati neo-fascisti che se hanno letto qualche libro sulla storia di Gianfranco Miglio è tutto grasso che cola; per questo oggi vediamo masse di giovani e di meno giovani che interrogati su chi sia il Presidente della Camera non sanno rispondere; per questo oggi assistiamo alla moltiplicazione di casi di bullismo in età adolescenziale, di pestaggi di omosessuali o di reati per corruzione o evasione: è molto più facile e accettato socialmente schiacciare e derubare il prossimo, che porgere l’altra guancia. Chi pensa o ancor meglio pratica l’onestà e la difesa degli altri è una minoranza, perdente.

Ma qualcosa è cambiato e continuerà a cambiare. La crisi è arrivata e non sta passando; i portafogli della gente comune sono sempre meno pesanti; il lavoro scarseggia; la mitica classe media si assottiglia sempre di più; la rabbia sociale cresce. Siamo in un momento di difficoltà e l’assioma retorico che sentiamo ripetere come un mantra “Gli italiani danno il meglio di loro quando sono in difficoltà” suona sempre di più come una presa per il culo.

È in questi momenti che qualcosa può cambiare, perché in questi momenti aiutarsi, unirsi e collaborare diventano idee più forti e vincenti che fare da soli, che competere fino alla morte, che comportarsi come sciacalli in una guerra tra poveri che può produrre solo miseria. Oggi soffia leggero un vento di sinistra, e l’ha capito anche Bersani dopo le amministrative successive al Referendum sull’acqua. Oggi essere di sinistra è meno difficile. Perciò non ci sono più scuse: i compromessi al ribasso e le teorie sul male minore hanno fatto il loro tempo. La pace sociale necessità di certe condizioni che oggi non esistono, e devono essere reinventate. La conservazione e l’immobilismo sono una follia di fronte ad un paese ridotto in macerie. E la legge del più forte non è più sostenibile in un mondo globalizzato dove Stati come la Cina e l’India viaggiano spediti, perché loro sono nazioni coese e non clan di famiglie in conflitto tra loro.

Il popolo italiano ha voglia di cambiare marcia e di tirarsi fuori dal pantano: ora serve una nuova classe dirigente di sinistra capace di dare forma a questa speranza. Chiediamo troppo?


Amministrative 2011: terremoto nelle vecchie gerarchie.

Si è conclusa da 48 ore la prima tornata delle elezioni amministrative. La rilevanza di questo voto che coinvolgeva 4 grandi città (Milano, Bologna, Torino, Napoli) e numerosi capoluoghi di provincia ha trasformato l’appuntamento in un test politico per la maggioranza.

Così come succede ormai da tempo ogni politico e ogni schieramento ha gareggiato nel convincere gli italiani, durante e dopo il voto, che il proprio partito aveva vinto. Così abbiamo assistito al discorso di Bersani che usando un noi generico in conferenza stampa ha dichiarato “Loro hanno perso, noi abbiamo vinto. Un vento nel nord si è alzato contro il blocco Pdl-Lega”; il Terzo Polo che ha ottenuto un risultato non troppo soddisfacente affermandosi come quarta forza a Napoli e Bologna si è dipinto come “forza decisiva che avrà grande peso nei ballottaggi”. Casini “non si può non fare i conti con noi”. Il Pdl ha avuto invece la buona creanza di rinviare i commenti di qualche giorno, quando i numerosi ballottaggi ai quali si è arrivati sanciranno definitivamente il risultato elettorale.

Ma la domanda che mi ha accompagnato con prepotenza durante queste amministrative è stata questa: chi ha davvero vinto?

Se analizziamo il voto nelle grandi città ci si può rendere conto di come i due maggiori partiti (Pd e Pdl) siano andati incontro ad un sonora sconfitta. A Milano l’esito delle primarie ha sancito una vittoria schiacciante di Giuliano Pisapia, candidato di Sinistra Ecologia e Libertà ed ex-parlamentare di Rifondazione Comunista. Questo ha provocato le dimissioni della dirigenza del Pd milanese. La Moratti, ricandidata per volere di Berlusconi e profondamente criticata nel centro-destra, è riuscita con una campagna elettorale molto costosa e mal condotta ha accentuare le divisioni tra gli alleati. Il risultato è stato un incredibile exploit del centro-sinistra che con un 48% ha superato la Moratti (41,50%) portandola al ballottaggio.

http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/elezioni/comunali/milano.html#risultati

Nella capitale della finanza italiana, del berlusconismo e della Lega Nord un candidato che viene dall’estrema sinistra ha sovvertito il risultato elettorale (e con metodi democratici e legali!). Il valore politico e gli effetti di questo raggiunto ballottaggio sono e saranno un duro colpo per il centro-destra che vede scricchiolare il suo potere: già Bossi rilascia dichiarazioni velenose “Se prima il Pdl vinceva grazie alla Lega, ora la Lega perde per colpa del Pdl”. E vorrei ricordare che al Nord in diversi comuni la Lega ha corso da sola. Fate voi.

Altro teatro interessante è stato il voto di Napoli. Qui il centro-sinistra si è presentato con due liste, una composta da Pd e Sel con capolista il prefetto Morcone (figura eletta per ovviare allo scandalo delle primarie truccate) e l’altra guidata da De Magistris, sostenuto da Idv e Federazione della Sinistra.

http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/elezioni/comunali/napoli.html#risultati

Il responso delle urne ha sancito una dura sconfitta del Pd, che passa da un ruolo di grande forza di controllo della Regione, della Provincia e della città ad un surreale 16%. Sfrutta lo scivolone De Magistris, che supera Morcone agilmente grazie ad una grande campagna elettorale, andando a contendere il ruolo di sindaco a Lettieri (candidato del Pdl) che non vince al primo turno. Decisivo sarà il ruolo del Terzo Polo in città che raggiunge il 9%.

A Torino e Bologna vince il Pd invece, che dimostra di saper tenere unita la coalizione e sfrutta al massimo la tradizione comunista. Si vince al primo turno arginando gli ottimi risultati del Movimento a 5 stelle che in Piemonte raggiunge il 5% e nella città emiliana si attesta su un incredibile 10%. In questi capoluoghi la sconfitta è tutta del Pdl, che non riesce nemmeno a presentare un suo candidato a Bologna, mandando la Lega Nord in doppia cifra su un terreno difficilissimo, e candidando a Torino Coppola che non va oltre il 30%.

Ma quindi chi ha vinto? Generalmente si può dire che c’è stata una forte affermazione della cultura di sinistra, la quale superando le difficoltà manifeste della sua classe dirigente si è alzata in piedi e ha dato un sonoro schiaffo a Berlusconi. Quindi è corretto affermare che queste amministrative segnano una vittoria del centrosinistra. Ma c’è anche una grande vittoria del Nuovo sul Vecchio: le formazioni meno tradizionali come Movimento a 5 stelle, Lega Nord, Sel e Idv sono le vere vincitrici di questa competizioni. Questo dato segna la crisi della leadership di Pd e Pdl e suggerisce la volontà degli italiani di superare l’attuale quadro politico. Oggi i cittadini hanno punito la vecchia dirigenza dei partiti tradizionali e hanno chiesto il rinnovamento, pagando il prezzo dell’instabilità politica, in quanto al momento il centro-destra mantiene una maggioranza in Parlamento, ma non nel paese. Dall’altra parte l’affermazione del centro-sinistra è frammentaria e instabile e questo è evidente osservando la composizione delle coalizioni che vendono un partito democratico che mantiene sì una posizione predominante, ma comunque molto debole e molto poco autonoma rispetto le altre formazioni anche nelle regioni rosse.

La sfida per il centro-sinistra quindi sarà quella di raggiungere l’unità, limitando i personalismi, per poter risultare una forza alternativa credibile: il cantiere è ancora ampiamente aperto e in funzione e ci sono buoni presupposti. Nodo centrale sarà lo svecchiamento della classe dirigente che ormai una larga parte della base del Pd chiede e desidera con insistenza.

La sfida di Berlusconi invece sarà quella di riuscire a ricompattare il fronte della destra, vincolando una Lega Nord sempre più forte in Parlamento e nel paese che sgomita per liberarsi. L’obiettivo è arrivare alla fine della legislatura.

Concludo dicendo che queste elezioni hanno fatto bene al nostro paese, perché segnano una reazione forte dei cittadini che, con un gesto di sfida alle vecchie gerarchie che affossano il paese,  ha mandato un segnale chiaro da entrambe le parti: cambiate o cambieremo noi!

Questi sono i presupposti per una rivoluzione politica che ci consenta di trovare le forze per uscire dalla crisi economica, chimera che ci accompagnerà ancora a lungo. Quindi teniamo duro e stiamo con gli occhi aperti: la giornata di oggi è un buon appoggio per uscire dalla palude, ma siamo ancora completamente immersi nel fango, non scordiamocelo.

Enrico Monaco


Il potere della Bellezza

E’ sufficiente accendere il computer per osservare come il potere si manifesti in una moltitudine di forme affascinanti che attraversano la storia dell’uomo e si dipanano come un capolavoro di intelaiatura nella ragnatela della vita.

Che cos’è il potere nel nostro paese? Penso alla forza delle parole di un capomafia, che può costringere migliaia di persone a vivere nella paura e a rispettare regole non scritte e non concordate. Penso al potere di quei politici che non basano la loro legittimazione sulle idee, ma sul valore del loro nome, fatto di lauree più o meno guadagnate meritevolmente, di migliaia di posti di lavoro “donati” agli amici e agli amici degli amici, di favori scambiati fra potenti, di ricchezze accumulate nella lunga sfida allo Stato (un ricco terreno di conquista nel Novecento). Penso all’uso criminoso dei mezzi di comunicazione, che diventano tecnologie subordinate alle dinamiche del potere che questi uomini impongono deregolamentandone le relative leggi. Penso al potere del silenzio, subito o usato dal parlamentare di opposizione che non affonda mai la sua lancia nella corruzione, atteggiamento che gli frutta molti soldi e altro potere (perché il silenzio a tutti i livelli ha un costo economico e politico da pagare); esso arriva fino all’uomo comune che deve adeguarsi al silenzio per sopravvivere, perché pochi sono per nascita vasi di ferro, molti di terracotta.

Torniamo ad osservare il ragno del tempo e dell’esistenza intrecciare questa tela fantastica, ora possiamo svelare uno dei poteri più incisivi ma magistralmente nascosti in ognuno di noi: il potere della bellezza.

Che cos’è la bellezza? Un concetto astratto, a mio avviso, che superando i limiti del tempo e dei canoni umani investe l’uomo dalle sue origini. Non lo si può ingabbiare nella profondità dello sguardo di una donna, nè lo si può ridurre all’altissimo valore di un quadro che raffigura la vittoria rivoluzionaria come La Libertà che guida il popolo. Non si può nemmeno sintetizzarla negli atti quotidiani di un bambino che sorride spensierato, perché il potere della bellezza comprende tutte queste sfaccettature che a loro volta non possono rappresentarla a pieno singolarmente. Che cosa ha spinto i tantissimi artisti e scienziati italiani a fare ciò che hanno fatto? Che cosa ha ispirato la scrittura dell’Inferno, se non la bellezza di una donna? Che cosa portò alla creazione di Santa Maria in Fiore, se non l’amore per l’arte e l’ardire di creare una cupola che possa quasi sfuggire alle leggi della fisica? Che cosa portò Garibaldi e Mazzini a dedicare la loro vita al loro paese, se non l’amore che questi nutrivano per la bellezza dell’Italia? Perché Amore e Arte sono manifestazioni tangibili della Bellezza, lo scrivevano i greci e nessuno ha mai potuto smentirli.

Quando Tremonti dice che con la cultura non si mangia dimostra quanto sia ignorante la sua affermazione (la quale in realtà è maliziosa, poiché il nostro ministro dell’Economia è tutto tranne che poco istruito). Oggi questi Capolavori consentono all’Italia di avere un patrimonio artistico che produce ricchezza a distanza di secoli. Queste conquiste e queste opere consentono al nostro paese la creazione di un’unica lingua che permetta al valdostano di comprendere ciò che vuole comunicare un salentino. Ci permette di avere uno Stato unito, più forte sul piano economico e politico nelle sfide che la globalizzazione ci sbatte in faccia; provate a quantificare sul piano economico il valore di tutto questo?

Il potere della bellezza è duraturo. Quando una cosa è bella rimane nel tempo qualsiasi forma abbia, che sia una canzone, invisibile e inconsistente, o che sia una statua. E la grandezza di questa concetto è che è libero: tutti possono comprendere la bellezza se ne hanno un po’ dentro, tutti possono replicarla e tutti possono crearla dal nulla. Ma chi conosce e sa usare questo potere ha qualcosa in più, una luccicanza. Se fossimo negli anni ‘70 potrei proporre l’istituzione di veri e propri portatori/portatrici della Bellezza, persone (riconosciute e legittimate dallo Stato) incaricate di creare e diffondere questo potere.  Probabilmente, se ne riderebbe salvo poi venire a sapere che nel mondo, fuori dal nostro paese provinciale, ci sono Stati che senza istituire portatori di bellezza, retribuiscono persone altamente formate per fare la medesima cosa, cioè per diffondere il valore artistico e culturale del loro paese nel mondo. Si chiama cultura, cari amici e seguaci di Tremonti, e porta benessere, ricchezza e se ben gestita anche felicità.

Enrico Monaco


Una finestra dall’altra parte dell’oceano (di Marco Vassura)

Carissimi,

mi chiamo Marco, ho 60 anni, e con i miei pensieri, le mie idee e le mie stampelle sto facendo un recorrido sulle tracce di Ernesto Che Guevara. Ora vi sto scrivendo da Cordoba, in Argentina, dopo essere stato a Buenos Aires, Rosario e Santa Fè; proseguirò poi per Valle Grande e Highera, in Bolivia, poi il Machu Picchu e, se lo trovo, per il lebbrosario di San Paolo in Perù.

Perché questo viaggio? Semplicemente perché volevo farlo da tempo ed ora la pensione me ne ha data l’opportunità. Non solo per questo però: sto attraversando un periodo particolare della mia vita ed ho la presunzione di credere che questo stacco totale da figlio e nipoti, da odori musiche e colori conosciuti, mi aiuti a ritrovare la serenità che vado cercando da tempo.

Come ho trovato la patria del Che? Beh, sicuramente non come avrei voluto. La mia sensazione è che qui il consumismo abbia vinto alla grande, però sono rimasti dei gruppi battaglieri. Buenos Aires, per esempio, ha tutti i muri, i marciapiedi, le saracinesche e le panchine, pieni di scritte che inneggiano all’amore libero, all’aborto, all’orgoglio gay, alla Toma, prendiamo tutto subito senza parlare con questo o quel  politico. Sono stato a Buenos Aires 10 giorni ed ho visto 12 o 13 cortei che marciavano verso la Casa Rosada: dai licenziati di blockbuster, ai senza tetto, anche militari non riconosciuti che parteciparono alla guerra delle Malvines e che stazionano ormai da mille giorni in tende costruite con i sacchi della spazzatura.

Però una protesta era comune, nel senso che c’era a Rosario ed oggi l’ho vista qui a Cordoba; ne parlano il taxista e la gente al bar. La soia. Mi spiego. I cinesi stanno comprando tutto, dai politici ai terreni grandi come l’Italia. La scusa che portano è che devono seminare soia per fare biodisel con la tecnologia Brasiliana. Ma è tutto falso. Seminano soia perché i cinesi hanno cominciato a mangiare e mangiare carne di maiale, che la soia ingrassa per bene. Sono certo di quello che vi scrivo perché ho partecipato per diversi giorni ad assemblee del popolo Quom (anche loro occupano uno spazio in avenida 9 de Julio) Sono, come li chiamano qui, i nativi.  La loro provincia, Formosa, è a nord-ovest dell’Argentina ed è stata la prima ad essere venduta. Ovviamente i nativi non ci stanno, allora qualcuno viene fatto sparire, vengono incendiate le loro case o, peggio, ne ammazzano qualcuno per calmare gli animi di tutti. Lasciatemelo dire: quei dieci giorni di mia partecipazione mi hanno fatto ritornare indietro ai bei tempi di quando eravamo incazzati come le bisce, come voi adesso con i problemi della scuola e non solo; ho anche rivisto delle facce di sinistra che non vedevo da tempo.  La cosa vi sembrerà strana, ma ai miei tempi bastava un eskimo per sentirci tutti accumunati e dalla stessa parte, beh questi avevano l’eskimo. Forse ci consolava far l’amore…ma precari lo eravamo già…un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città. L’amore fatto alla “boia di un Giuda” in quella stanza di altri.

Scusate ma la parola eskimo per me è anche legata a Guccini.

Sono stato con il rappresentante dei rivoltosi a parlare e bere mate  (per chi non lo sapesse il mate è un infuso che si beve da un contenitore, matero, e lo si beve tutti insieme da una cannuccia, chiamata bombilla) e lui sapeva di voi! Nel senso che sapeva che i giovani in Italia lottavano contro Belucon e la cosa gli ha fatto piacere: che ci siano dei giovani che non si lasciano mettere sotto; e saputo del mio recorrido mi ha detto una frase del Che per voi.

PUEDEN CORTAR TODOS LOS FLORES PERO’ NO PUEDEN CORTAR LA PRIMAVERA

Penso non ci sia bisogno di traduzioni, altrimenti rivolgetevi a Cheyenne.

Un abrazo y mucha luz

Dimenticavo: se volete seguire la mia vuelta clikkate qui.


Cosa succede a Pomigliano d’Arco?

In queste ultime settimane varie vicende hanno attraversato il nostro paese e i suoi giornali. La tanto contestata manovra economica, messa in discussione non solo dalle opposizioni, ma dalla stessa maggioranza; gli scandali che via via vanno emergendo dall’inchiesta legata ad Anemone e Balducci, ultimi due nuovi acquisti di una più ampia vicenda italiana (quella dei Furbetti del Quartierino); il ddl sulle intercettazioni (sul quale il Rasoio ha pubblicato l’articolo “E adesso intercettateci tutti”); l’inizio dei Mondiali, che stanno monopolizzando l’attenzione degli italiani e non solo; ed infine la vicenda di Pomigliano d’Arco.

È facile perdersi in questo fitto susseguirsi di fatti, anche perché i giornali molto spesso riportano le notizie in modo frammentario e i siti internet rappresentano una foresta nella quale non tutti si sanno muovere. Tra le tante cose riportate credo sia importante fare una ricostruzione ed un’analisi politica della vicenda di Pomigliano d’Arco, che, seppure tanto descritta e sviscerata sui giornali, non penso sia passata al di là della schiera delle persone più attente. Pomigliano D’arco è un paese che si trova in Provincia di Napoli. Qui ha sede uno dei più importanti stabilimenti della Fiat, vi lavorano 5000 operai e se si conta l’indotto si può comprendere quale sia la rilevanza di questo pezzo di industria per l’economia del Meridione. La storia di questo stabilimento non è delle migliori: è sempre stato caratterizzato da un basso livello di produttività e da un alto tasso di assenteismo sul lavoro. Nelle scorse settimane Sergio Marchionne (amministratore delegato della Fiat) ha presentato un progetto di investimento sullo stabilimento di 700 milioni di euro, con il quale si intende trasferire la produzione della nuova Panda da un’industria polacca nella fabbrica campana. Questo consentirebbe di mantenere aperto lo stabilimento, che con la crisi è messo a dura prova, e di portare ricchezza in quella zona del Meridione: un potenziale schiaffo alla criminalità organizzata e al lavoro nero. Dove sta allora il problema, descritto questo scenario idilliaco? Il problema sta nei metodi con i quali è stata intavolata la proposta: Marchionne ha presentato il progetto agli operai chiedendo come GARANZIE ai sindacati di assumersi delle responsabilità relativamente ad una totale flessibilità, anche modificando norme del contratto nazionale e richiedendo esplicitamente la rinuncia a diritti costituzionali (diritto allo sciopero), legislativi (diritto alla malattia) e comunitari (condizioni di lavoro). Qui vi allego una chiarissima ricapitolazione del contratto proposto dalla Fiat per darvi un’idea di cosa significhi: la prima parte dell’intervista mi sembra valida, separatela dal giudizio politico successivo.

Di fronte a questo aut aut, i sindacati si sono divisi: la Cisl e la Uil hanno firmato l’accordo sostenendo che sia meglio lavorare in queste condizioni piuttosto che non lavorare. La Fiom (il sindacato dei metalmeccanici che fa capo alla Cgil) invece ha rifiutato di firmare, in quanto il contratto proposto mette in discussione dei diritti fondamentali di tutela dei lavoratori e impone condizioni di lavoro umanamente non accettabili.

Le reazioni della politica:

Il governo ha subito appoggiato la proposta di Marchionne descrivendola, attraverso le parole di Tremonti e Sacconi, come un nuovo modello per rilanciare lo sviluppo nel settore industriale italiano. L’Idv, Sinistra Ecologia e Libertà e la Federazione della Sinistra si sono schierate in difesa dei lavoratori, sostenendo la scelta della Fiom di difendere il contratto nazionale di lavoro, mentre il Partito Democratico ha espresso una reazione articolata e ambigua (che solo per comprendere quella ho dovuto leggere 4 o 5 articoli): la posizione del maggiore partito di maggioranza sulla proposta è un Sì, con riserva (Bersani, appoggiato da Veltroni e Fassino). La posizione che esce in modo confuso è che sarebbe stato meglio arrivare ad un accordo tra le parti che garantisse la tutela ai lavoratori e che permettesse l’investimento. Questa posizione emerge da una dialettica sviluppatasi nel partito tra “riformisti” e “antagonisti”. I primi hanno sostenuto la necessità di appoggiare favorevolmente la proposta della Fiat, mentre i secondi caldeggiavano un intervento più importante a difesa dei lavoratori.

Il risultato è che in questi giorni gli operai di Pomigliano voteranno in un referendum per esprimere la loro posizione in merito.

Autorevoli penne come Eugenio Scalfari hanno scritto su Repubblica come questa vicenda (che a mio parere sta passando in sordina) rappresenti un punto di snodo cruciale per il nostro paese nello sviluppo dei rapporti di lavoro (articolo allegato in fondo “A Pomigliano comincia l’epoca dopo Cristo”). La proposta di Marchionne rappresenta un “nuovo” modello di cui Pomigliano vuole essere l’esempio che potrebbe portare ad una stagione di accrescimento delle disuguaglianze. Estendendo il ragionamento dalla fabbrica alla società italiana e alla società globalizzata, Scalfari spiega come le disuguaglianze nel nostro paese siano alla base di un sistema che blocca lo sviluppo. In questo panorama emerge implicitamente una forte critica al Partito Democratico, la cui storia nasce dal lavoro (sì dal lavoro operaio, ma in generale dal lavoro), che in questo frangente si mostra timido nel difendere gli operai di Pomigliano e tutto ciò che questi rappresentano in questa vicenda, per non accrescere i contrasti interni al partito sollevati dalla questione. Nichi Vendola, alleato del Pd, che viene dalla stessa tradizione, richiama i democratici su questo punto fondamentale, il lavoro, parlando di “morte della Costituzione” senza fare sconti.

In tutto questo la domanda che mi sorge spontanea è questa. Perché un partito che mette al centro del suo programma il lavoro e la difesa dei lavoratori, il cui leader ad Annozero fa un intervento molto deciso a difesa dei lavoratori tutti, riscuotendo un grandissimo successo nell’elettorato; un partito che viene da una tradizione che si fonda sulla difesa dei lavoratori subordinati e in generale delle fasce più deboli della società, in questo frangente descritto come cruciale da molti intellettuali non dà una risposta precisa? È chiaro a tutti quale sia la politica di questo Governo, i provvedimenti da esso presi in materia di Scuola, Regole ed Economia parlano chiaro. Non è chiaro invece quale sia la politica che il Partito Democratico voglia contrapporre a quest’ultima e ancora prima se sia in grado di elaborare degli strumenti per contrastarla, cioè per difendere tutte quelle persone che a sinistra chiedono aiuto.

Qualche articolo per approfondire:

http://www.repubblica.it/economia/2010/06/22/news/sofri_pomigliano-5043267/index.html?ref=search

http://www.repubblica.it/politica/2010/06/20/news/scalfari_pomigliano-4991542/index.html?ref=search

Enrico Monaco


1° Maggio: la verità e la speranza.

Ho appena letto questo grafico che riporta l’andamento dell’occupazione tra il 2007 e il 2010: la situazione è drammatica.

Aggiungo che ad oggi la disoccupazione in Italia è al 10% e fra i giovani è al 26%. La cosa incredibile è che nel giorno del primo maggio trovo queste cose su facebook di fianco a commenti demenziali. Che sia chiaro non sono contro i commenti demenziali, ma quando ieri un mio amico mi ha raccontato che una ragazza che conosceva aveva condiviso 63 link in una sola giornata sulla sua bacheca, allora dico a tutto esiste un limite e questo è disagio dilagante. Sembra proprio essere questo lo stato di cose: notizie fulminanti come questo grafico a volte trafiggono un’opinione pubblica allo sbando, direi sotto l’effetto di eroina o di acido, rintronata dai sorrisi del premier e dalle sue belle parole sulla ripresa economica. Ed infatti i giovani modenesi ieri e anche oggi erano e saranno tutti lì in Pomposa e invia Gallucci, con la loro birra in mano e lo sguardo annoiato. Io credo che se sapessero qual è la situazione del lavoro in Italia non sarebbero annoiati. Un terrore generale serpeggerebbe tra tutti, anche tra quelli che il lavoro ce l’hanno, perché qui stiamo assistendo alla de-industrializzazione del paese e nessuno fa niente di significativo e incisivo, neanche il Premier, che è un industriale a cui nemmeno più gli industriali credono. Dove sono le forze politiche di sinistra? In strada ad avvisare la gente, su internet a fare informazione? Alcuni giovani e altri virtuosi meno giovani lo fanno e li apprezzo e sono con loro, ma chi comanda no. Sapete a cosa stanno pensando quelli che comandano a Modena in questo momento? A chi dovrà sostituire Pighi fra qualche anno. Allora oggi nel giorno del primo maggio non basta più chiedersi se votare a destra o sinistra. Bisogna chiedersi prima di tutto quale persona voto, cioè chi voto. Perché nei partiti esiste chi fa politica per sé e chi la fa per la città, allora questa è la prima discriminante per avere credibilità.

Detto questo, cosa fare adesso nella situazione in cui ci troviamo? Siccome non lo dice nessuno (almeno di importante) cosa fare, io nel mio piccolo provo a dare dei consigli: informarsi per comprendere la propria realtà territoriale e di lavoro, criticare il marcio esistente ed elaborare alternative; condividerle nel confronto con persone fidate e affidabili, cercare nella classe politica chi fa politica veramente ed incentivarlo con il voto e con il sostegno, solo così saremo rappresentati; ed infine non arrendersi mai al cinismo perché è quello che vogliono le persone che continuano a comandare l’Italia in silenzio. In una parola: ricominciare a fare POLITICA.

In questo drammatico primo maggio del 2010 questo è quello che sento di voler dire ai tanti giovani che non trovano il lavoro, a quei cinquantenni che il lavoro lo hanno perso e a quegli immigrati che il lavoro ce l’hanno, ma sono sfruttati perché non hanno nessuna rappresentanza forte in Italia che li tuteli. Fate politica nel vostro piccolo! 10, 15, 30 minuti al giorno e cercate le persone che sono nelle vostre stesse condizioni per uscire dall’isolamento. Questa è la migliore benzina per spingere il motore del cambiamento. Buon primo maggio a chi se lo merita.

Enrico Monaco


Fantapolitica! Oppure no?

L’altro giorno mentre passeggiavo con un mio esimio amico, lui ridendo mi disse:<< Ehi, ma come sarebbe se tra qualche anno ci trovassimo anche qui a Modena periodicamente a celebrare riti padani sulle acque del Pò in mezzo a centinaia di bandiere verdi sventolanti?>>.

Ora come ora potrebbe sembrare una battuta, ma forse questa visione potrebbe in futuro non dico divenire una realtà o quanto meno non sembrare più una battuta. Qualche settimana addietro ha dichiarato da Berlusconi che per le prossime regionali in Veneto e in Piemonte verrà scelto un candidato della Lega. Alle ultime amministrative la Lega in Veneto ha ottenuto in media un punto percentuale in meno del Pdl, cioè un numero superiore (e non di poco) ai voti ottenuti dal Pd, il secondo partito più grande del paese. In Piemonte la presenza della Lega si fa sentire anche se probabilmente non è paragonabile al radicamento sul territorio che questo partito ha in Veneto.
E fin qui nulla di nuovo oltre al dato politico che vede in forte crescita il Senatùr. Ma qualche sera fa durante l’Infedele, la trasmissione di Gad Lerner, si parlava di Formigoni, l’attuale presidente della regione Lombardia uomo del Pdl proveniente dagli ambienti di CL (comunione e liberazione) e dichiarato vergine. Per quanto vergine di fatto Formigoni non è certo casto politicamente: infatti nella trasmissione l’oggetto della discussione era uno scandalo politico grosso che lo vedeva protagonista. Tra uno presunto scandalo analogo riguardante rapporti tra la Sanità lombarda e la Regione era già stato documentato qualche anno fa da Marco Travaglio in Mani Sporche. La questione piano piano è arrivata sui giornali e si è sicuramente diffusa in rete dove pullulano giornalisti indipendenti che non hanno problemi a soffiare sul fuoco. Se poi aggiungiamo che Formigoni è al terzo mandato, quindi gli elettori che non amano le dinastie sicuramente non sono contenti di questo mancato ricambio, non è utopistico sentire scricchiolare la poltrona dell’attuale presidente della Regione Lombardia. Inoltre vi è da aggiungere che sembra (a detta di Gad Lerner) che si stia tentando di individuare un candidato leghista che possa piacere anche agli elettori del Pdl, ma questa è solo un ipotesi. In ogni caso Tosi, sindaco legista di Verona ha dichiarato in questi giorni:<<Se Bossi vuole prendere anche la Lombardia fa bene!!>> (fonte: pagina web Messaggero Veneto). Chiaramente Fini e i colonnelli di An non staranno a guardare l’ascesa predatoria della Lega, ma Galan odierno goverantore del Veneto fifura di spessore del Pdl è stato bombardato ed ora è appena sopravvissuto, politicamente parlando, Formigoni scricchiola e sicuramente la Lega è molto meno attaccabile dalla Sinistra rispetto al Pdl. L’uniche critiche potrebbero venire dall’interno alla maggioranza, ma queste sono cose che Berlusconi tende ad evitare. Sembra che ci siano solo pochi ostacoli per la Lega e che la via sia in discesa, per conquistare il Nord.

Chiaramente si potrà obbiettare che se anche la Lega conquistasse Veneto, Lombardia e Piemonte mancherebbero regioni come Trentino, Emilia-Romagna, Friuli e Liguria (tendenzialmente di sinistra). Se la Lega dovesse riuscire sfruttando la sua attuale crescita esponenziale non dico a prendere tutte tre le regioni in questione (Veneto, Piemonte e Lombardia) alle prossime regionali, ma a radicarsi fortemente e ottenere numerosi posti di potere, quale sarebbe l’effetto socio-politico sulla vita dei numerosi immigrati che abitano queste terre? Sopporterebbero la discriminazione dopo aver lavorato per anni in condizioni favorevoli all’integrazione (a livello locale la sinistra apparte gli ultimi anni è sempre stata forte anche nelle zone in questione)?

Mi vengono in mente due scenari possibilmente complementari: nel primo caso potrebbe scoppiare una guerra culturale incomponibile, nel secondo una migrazione nella migrazione da queste regioni verso paesi europei più tolleranti o verso le regioni rosse più tolleranti per motivi cultural-politici. Ma in Emilia-Romagna alle ultime amministrative di quest’anno la Lega si attestata intorno al 11%/12%, la Liguria che era una regione rossa fino alle ultime elezioni politiche. Ebbene in un clima di paura in cui la sinistra non solo italiana, ma europea, sembra vivere una crisi identitaria permanente, con una già forte base del partito padano dell’11%, lo strapotere del Pd che già alle ultime elezioni amministrative ha prodotto scricchiolii potrebbe portare a mutamenti geo-politici a cui non siamo abituati e l’Emilia-Romagna regione tradizionalmente rossa potrebbe diventare rosso-verde. A quel punto nel Nord la Lega sarebbe un grande partito e non più un manipolo di xenofobi che si ritrovano ogni tanto sul Pò a celebrare riti pagani. A quel punto la battuta del mio esimio amico potrebbe non essere più così ridicola come suona oggi: ma questa è solo fantapolitica (mi auguro).

Enrico


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