Iacopo se ne stava lì nella sua stanza sdraiato sul letto a fissare il vuoto. Pensava al suo futuro, alle tante possibilità che si aprivano davanti a lui ogni giorno. Fantasticava. Si stupiva di quante strade avrebbe potuto seguire. Era giovane, e anche se tutti continuavano ad essere pessimisti, a dire che non c’era lavoro – che da troppo tempo nessuno inventava più niente di nuovo- lui aveva una grande fiducia. Credeva in sè stesso e in tutte quelle persone che non si arrendevano.
Mario, invece, si compiaceva di ciò che aveva. Si lasciava sfiorare dal mondo senza curarsene troppo. Sapeva bene che il tetto che aveva sulla testa gli avrebbe parato il culo per un bel po’ di tempo. A lui poi sarebbe bastato buttarsi in una delle tante reti che la sua famiglia gli avrebbe messo a disposizione, senza troppa fretta. Ma sentiva comunque un senso di soffocamento, che doveva stroncare ogni volta con qualche espediente: era così che faceva piano piano terra bruciata attorno a sè, incurante delle conseguenze perché troppo convinto di non aver bisogno di nessuno.
Iacopo, voleva aiutare tutti. Gli piaceva indicare la strada alle persone che venivano in città, spesso quando poteva li accompagnava lui stesso alla meta. Così faceva lunghe chiacchierate con persone diverse da lui, raccontava la sua storia e vedeva nuovi mondi attraverso le parole degli altri. Pensava così spesso agli altri che tante volte si dimenticava di pensare a sè e alle sue cose: per quello a volte era costretto a saltare la scuola. Così le sue opportunità si riducevano senza che se ne accorgesse.
Aveva continuamente bisogno di un nemico, o più di uno. Non sapeva fare altro che combattere. E nè batteva tanti che poi era difficile trovarne altri al suo livello, o che volessero combattere con lui. Qualche volta perdeva, e altre volte invece dopo essersi dimostrati alla pari diventavano quasi amici. Ma poi ognuno per la sua strada. Era così che alimentava quella sorta di timore reverenziale in chi non lo conosceva: gli piaceva così tanto osservare l’espressione dei loro occhi quando non sapevano cosa rispondere alle sue stoccate irriverenti.
Un giorno però sentì il peso di tutte quelle strade aperte. Era difficile saltare da un appuntamento all’altro, da una città all’altra, da una situazione all’altra; girava con il nobile e con l’ultimo dei pezzenti. Era bello, ma lo portò a non capire da che parte stava lui. Del resto non aveva mai preferito un gruppo piuttoso che un altro per un lungo periodo di tempo: la sua sete di curiosità lo spingeva ad andare sempre oltre. Solo che poi a forza di cambiare non rimaneva più niente, e tutto aveva il sapore del già visto.
Mario, a volte si sentiva solo. Allora chiamava i suoi “amici” che lo raggiungevano volentieri. Parlavano distrattamente di altre persone (per non sentirsi soli); solo alcune volte quando c’erano di mezzo dei soldi i suoi occhi scintillavano. Non sentiva il bisogno di essere grato agli altri: pensava che gli altri fossero grati a lui per il tempo che passava con loro. E intanto loro scoprivano nuove strade o si ancoravano a terreni da lui ritenuti non degni. Così col tempo le persone disposte a rincorrerlo presero a diminuire.
E un giorno arrivò il crack. Fu costretto a scegliere, a tagliare alcune cose. E non fu una scelta libera: dovette tenere conto anche degli altri. Fu allora che si incazzò pesantemente. Vide tanti treni passare, e lui fermo a guardarli come una statua di sale, incapace di fare lo scatto. Tutti quei legami che lo inchiodavano in una palude, che fino a poco tempo prima vedeva come un Eden. Non aveva considerato il tempo. Non aveva considerato ciò che era bene per lui. Non aveva pensato in termini utilitaristici per protesta, e l’utile gli aveva assestato una bella bastonata sulla schiena. Non potè fare altro che rimanere lì accasciato a pensare dove aveva sbagliato. Così pianse inutilmente da solo, sfogando la sua sorda rabbia sull’asfalto della strada.
Mario, invece se l’era cercata. Successe un giorno che guardandosi allo specchio, non seppe cosa pensare. Gi andò il tilt il cervello, perché si rese conto di essere uno dei tanti: e non poteva accettarlo questo. Il sangue gli salì alla testa. Gli venne una gran voglia di spaccare tutto: sentì la necessità di distinguersi subito. Così uscì di casa e se la prese con il barista che gli servì la colazione: lo insultò per una stupidagine e andò via sbattendo la porta. Poi andò da Andrea, e con la scusa di togliersi qualche sassolino dalla scarpa (che conservava da parecchio tempo per comodità) lo travolse con parole di fuoco. Finì a schiaffi e promesse di morte. Concluse la serata facendo vergognare i suoi genitori di averlo messo al mondo.
In una notte come tante le ombre dei due sradicati si incontrarono lungo il fiume. Non si conoscevano, ma quando i loro occhi si incrociarono lessero reciprocamente un destino comune. I due si erano incontrati casualmente e ora non erano più soli con i loro sogni infranti e le nuove speranze.










