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Gli sradicati.

Iacopo se ne stava lì nella sua stanza sdraiato sul letto a fissare il vuoto. Pensava al suo futuro, alle tante possibilità che si aprivano davanti a lui ogni giorno. Fantasticava. Si stupiva di quante strade avrebbe potuto seguire. Era giovane, e anche se tutti continuavano ad essere pessimisti, a dire che non c’era lavoro – che da troppo tempo nessuno inventava più niente di nuovo- lui aveva una grande fiducia. Credeva in sè stesso e in tutte quelle persone che non si arrendevano.

Mario, invece, si compiaceva di ciò che aveva. Si lasciava sfiorare dal mondo senza curarsene troppo. Sapeva bene che il tetto che aveva sulla testa gli avrebbe parato il culo per un bel po’ di tempo. A lui poi sarebbe bastato buttarsi in una delle tante reti che la sua famiglia gli avrebbe messo a disposizione, senza troppa fretta. Ma sentiva comunque un senso di soffocamento, che doveva stroncare ogni volta con qualche espediente: era così che faceva piano piano terra bruciata attorno a sè, incurante delle conseguenze perché troppo convinto di non aver bisogno di nessuno.

Iacopo, voleva aiutare tutti. Gli piaceva indicare la strada alle persone che venivano in città, spesso quando poteva li accompagnava lui stesso alla meta. Così faceva lunghe chiacchierate con persone diverse da lui, raccontava la sua storia e vedeva nuovi mondi attraverso le parole degli altri. Pensava così spesso agli altri che tante volte si dimenticava di pensare a sè e alle sue cose: per quello a volte era costretto a saltare la scuola. Così le sue opportunità si riducevano senza che se ne accorgesse.

Aveva continuamente bisogno di un nemico, o più di uno. Non sapeva fare altro che combattere. E nè batteva tanti che poi era difficile trovarne altri al suo livello, o che volessero combattere con lui. Qualche volta perdeva, e altre volte invece dopo essersi dimostrati alla pari diventavano quasi amici. Ma poi ognuno per la sua strada. Era così che alimentava quella sorta di timore reverenziale in chi non lo conosceva: gli piaceva così tanto osservare l’espressione dei loro occhi quando non sapevano cosa rispondere alle sue stoccate irriverenti.

Un giorno però sentì il peso di tutte quelle strade aperte. Era difficile saltare da un appuntamento all’altro, da una città all’altra, da una situazione all’altra; girava con il nobile e con l’ultimo dei pezzenti. Era bello, ma lo portò a non capire da che parte stava lui. Del resto non aveva mai preferito un gruppo piuttoso che un altro per un lungo periodo di tempo: la sua sete di curiosità lo spingeva ad andare sempre oltre. Solo che poi a forza di cambiare non rimaneva più niente, e tutto aveva il sapore del già visto.

Mario, a volte si sentiva solo. Allora chiamava i suoi “amici” che lo raggiungevano volentieri. Parlavano distrattamente di altre persone (per non sentirsi soli); solo alcune volte quando c’erano di mezzo dei soldi i suoi occhi scintillavano. Non sentiva il bisogno di essere grato agli altri: pensava che gli altri fossero grati a lui per il tempo che passava con loro. E intanto loro scoprivano nuove strade o si ancoravano a terreni da lui ritenuti non degni. Così col tempo le persone disposte a rincorrerlo presero a diminuire.

E un giorno arrivò il crack. Fu costretto a scegliere, a tagliare alcune cose. E non fu una scelta libera: dovette tenere conto anche degli altri. Fu allora che si incazzò pesantemente. Vide tanti treni passare, e lui fermo a guardarli come una statua di sale, incapace di fare lo scatto. Tutti quei legami che lo inchiodavano in una palude, che fino a poco tempo prima vedeva come un Eden. Non aveva considerato il tempo. Non aveva considerato ciò che era bene per lui. Non aveva pensato in termini utilitaristici per protesta, e l’utile gli aveva assestato una bella bastonata sulla schiena. Non potè fare altro che rimanere lì accasciato a pensare dove aveva sbagliato. Così pianse inutilmente da solo, sfogando la sua sorda rabbia sull’asfalto della strada.

Mario, invece se l’era cercata. Successe un giorno che guardandosi allo specchio, non seppe cosa pensare. Gi andò il tilt il cervello, perché si rese conto di essere uno dei tanti: e non poteva accettarlo questo. Il sangue gli salì alla testa. Gli venne una gran voglia di spaccare tutto: sentì la necessità di distinguersi subito. Così uscì di casa e se la prese con il barista che gli servì la colazione: lo insultò per una stupidagine e andò via sbattendo la porta. Poi andò da Andrea, e con la scusa di togliersi qualche sassolino dalla scarpa (che conservava da parecchio tempo per comodità) lo travolse con parole di fuoco. Finì a schiaffi e promesse di morte. Concluse la serata facendo vergognare i suoi genitori di averlo messo al mondo.

In una notte come tante le ombre dei due sradicati si incontrarono lungo il fiume. Non si conoscevano, ma quando i loro occhi si incrociarono lessero reciprocamente un destino comune. I due si erano incontrati casualmente e ora non erano più soli con i loro sogni infranti e le nuove speranze.


I sogni non lasciano profumi addosso

Un vestito rosso, per ricordarsi che l’amore esiste. Da qualche parte.
Ti ho incontrata per caso, anche se il caso è una coincidenza che vogliamo per forza vedere nei fatti di ogni giorno. Non parlavi di te ma volevi sapere tutto del mio passato. Ascoltavi rapita le mie parole, masticando lenta la pizza che forse nemmeno volevi. Provavo a non fissare i tuoi occhi, inutilmente. Avevo paura che capissi quanto mi sentivo fuori posto lì con te. Troppo bella. No. Troppo viva. No, nemmeno quello. Troppo in troppe cose. Che non sapevo esprimere a parole.
“Guardi tutte così?”.
“Ora non sono con tutte”.
“Non scherzare, parlo sul serio”.
“Anche io”.
Ti ho rubato un sorriso. Con una menzogna, lo so, ma ne è valsa la pena.

La verità è uno sbaglio senza voce.
Nonostante la timidezza sono riuscito a portarti a casa mia. Un bicchiere di vino per sciogliere gli ultimi nodi nella mia gola.
“Sembra che tu voglia farmi ubriacare”.
“Quando si conoscono i propri limiti si cerca di superarli con ogni mezzo possibile”.
Ancora un sorriso. Ma stavolta nessuna menzogna, purtroppo.
“Non sembri sorpresa della piega che ha preso questa serata”.
Per la prima volta sei senza parole: mi sa che ho rovinato tutto.
“Tu sei solo uno sbaglio in più in una vita piena di sbagli”.
“Non ti capisco”.
“Io invece sì. Per questo non ho bisogno di farti domande”.

L’amore è una scommessa persa in partenza.
“Si vede da come mi accarezzi che è tanto che non stai con una donna”.
“Perché?”
“Perché sei troppo dolce”.
“E ti dispiace?”
“Non è questo il punto”.
“Qual’é il punto?”
“Quando è stata l’ultima volta che hai fatto l’amore?”
“L’amore?”.
“Sì, l’amore. Non ti ho chiesto l’ultima volta che hai scopato”.
“Due anni fa”.
“E perché? Non dirmi che non hai trovato nessuno”.
“Non ho trovato nessuna per cui ne valesse la pena”.
“Stronzate”.
“É vero”.
“No, sei troppo perfezionista”.
“Perfezionista?”
“Sì. Cerchi la perfezione e così non riesci a cogliere le occasioni”.
“Non credo”.
“Ricorda che non è tutto o bianco o nero. Il mondo è fatto di sfumature e dobbiamo riuscire a scorgerle dietro alle ombre e ai sorrisi”.

La felicità mi spaventa ma dopo un po’ passa. No, non la paura.
“Dimmi come ti chiami”.
“Lo sai, perché lo chiedi?”.
“Perché non riesco a credere a nulla di questa serata”.
“Troppo perfetta?”.
“Troppo facile”.
“Così mi offendi”.
“Sai che non lo farei mai”.
Un altro sorriso. Stavolta sei tu a mentire.
“Te l’ho già detto: Natalia”.
“Il tuo vero nome”.
“Natalia”.
“Dai”.
“Ma che ti cambia?”.
“Voglio dire il tuo vero nome mentre vengo”.
“Quando verrai non ti ricorderai nemmeno il tuo, di nome”.

La dolcezza dell’addio.
“Hai ancora paura?”.
“Ne avrò sempre”.
“Eppure ne vale la pena”.
“Perché?”.
“Per momenti come questo”.


L’urlo della Nazione

Loro sono immobili, muti, con le mani sul volto quasi che queste possano essere barriere che impediscono all’orrore di entrare. Davanti, una distesa di fiori bianchi emana quello che da oggi sarà ricordato come il profumo dei morti. Ecco cosa accade quando l’affronto più grande che una nazione può subire, viene ordito da un suo figlio. Mi chiedo come si possano concepire ora i temi di potere e di sicurezza nazionale se la stessa patria partorisce colui che questa monolitica correttezza ha infranto. Breivik ha tolto respiro alla sua nazione, l’ha dissanguata, massacrata. Perchè quando si decide con lucidità isterica di colpire la frangia politicamente più giovane e attiva, non si tratta solo di un attentato che cade nella categoria del tempo presente, ma si pensa e si vuole bucare la trama della crescita futura della nazione. La sensazione assomiglia a quella che si prova leggendo dell’arruolamento di soldati malati di AIDS nel Rwanda del 1994, uomini destinati agli stupri di massa delle donne Tutsi cosi da contaminare anche il futuro dell’etnia. E’ una scelta che lui stesso definisce atroce ma necessaria per il bene del futuro della nazione. A volte leggiamo pensieri e ascoltiamo parole che osano turbare l’intero universo, arrogandosi il diritto di decidere sopra ogni ragionevole motivazione.

Skrik - 1893

Eppure… osserva che straordinaria somiglianza esiste tra questo tuo figlio assassino e l’altro figlio che, in silenzio, ha descritto gli orrori della tua solitudine interna, Norvegia. Guardali. Entrambi sono soli nella massa, vittime di quell’individualismo scandinavo che tanto difendi ma che attua l’inesorabile selezione darwiniana: il più forte soltanto può sopravvivere. E il più forte, evidentemente, non è stato Breivik per quanto il suo atto palesi una violenza strutturale impenetrabile, fatta di pianificazione millimetrica e auto-convincimento giornaliero. La rappresentazione dell’angoscia e dello smarrimento di fronte ad uno scenario umano che poco spazio lascia alla ragione se non si è strutturati naturalmente. C’è da rivedere un’intera cultura educativa, dopo la strage di Utoya; c’è da revisionare il fascino e l’ammirazione che spesso si prova volgendo lo sguardo verso quei territori nordici che sembrano cosi stoici e imperturbabili, ma allo stesso tempo ciechi come cieca è una madre nei confronti del proprio figlio.
Non ci sono giustificazioni, non ci sono scusanti. C’è soltanto una ferita che sanguina, e sanguina colori purpurei e oscuri come quelli utilizzati nello Skrik del 1893. Lo stesso Munch, descrivendo la sua opera, disse:

 Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse di rosso sangue. Mi fermai, mi                           appoggiai stanco morto ad un recinto. Sul fiordo nero azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici                               continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura.. e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.

Ed è sullo sfondo del fiordo nero azzurro che la città piange sangue, oggi, tremante di paura e terrore. E’ l’urlo silenzioso di una nazione che rimbomba assordantemente muto nello spazio infinito del mare di fronte l’isola di Utoya e si dirama fino ai palazzi infuocati della city di Oslo.

Alle tre ricercatrici che hanno illuminato il mio pensiero tra sabbia e pioggia

e al Fuoco, Ghiaccio e Sangue che oggi si mischiano sulla terra di Norvegia


A Quelli che Rompono i Vetri

Il primo fu mio padre, aveva giusto 19 anni quando prestò servizio militare a Verona, proprio lui che aveva partecipato alle manifestazioni contro la guerra e a quelle per i diritti delle donne e degli studenti.

Era nato da genitori di bassa estrazione sociale, era quindi per puro diritto un figlio del popolo, un popolo quello italiano degli anni70 che credeva nella libertà e nelle possibilità di un futuro ancora tutto da costruire.

Partì incerto di quella scelta effettuata più per obbligo che per volontà propria, infatti mi immagino come sia andata con mio nonno riformato durante la guerra e mio zio ritenuto di salute fragile, l’ultimo uomo di famiglia non poteva tirarsi indietro dal passare sotto le armi.

La leva obbligatoria a mio parere era qualcosa di utile al tempo e lo sarebbe anche ora per molti versi, ovvio che come tutte le cose dipende da come le prendi, temo però che per mio padre passare dal fuggire dalla polizia con zoccoli di legno e capelli lunghi da fricchettone al marciare sotto il sole con anfibi di cuoio e i capelli completamente rasati non debba essere stato uno scarto semplice.

La disciplina, la miope arroganza dei superiori, le folli costrizioni e le mancanze della vita da caserma,  nel suo immaginario erano riconducibili solo ed unicamente all’ingiustizia, alla mancanza di libertà, alla prigionia e al fascismo.

Povero ragazzo, appena conquistavi la libertà dei diciotto anni, appena iniziavi a capire come funzionava il mondo e le sue lotte a cui prendervi parte dicendo la tua e schierandoti venivi costretto a servire per ciò che era più lontano dal tuo spirito e del tuo pensare.

Dopo 3 mesi e mezzo circa, così raccontano le cronache, mio padre insultò ferocemente un ufficiale e preso dall’ira con un pugno ruppe una vetrata di due metri ferendosi.

Venne recluso per insubordinazione e danneggiamento aggravato al carcere militare di Peschiera del Garda.

Come sappiamo bene noi che studiamo tragedia greca le colpe del padre capita che cadano sul collo del figlio, più per genetica mi viene da dire che per un effettiva coincidenza del fato e in questo caso per esemplificare è opportuno citare il motto:

“la mela non cade molto lontano dall’albero”

Ero in quinta ginnasio al liceo S. Carlo in una classe in cui non ero particolarmente apprezzato, in cui per i miei compagni ero un emarginato o per lo meno io mi sentivo tale sotto i loro sguardi e percepivo un misto di disgusto e mistificazione dalle loro parole quando si riferivano a me.

Quando si è fuori luogo o ci si sente esclusi da un posto in cui devi passare qualcosa come 28 ore della tua settimana, luogo che per altro deve formarti alla vita, allora tendi a non dare peso alle cose che fai e come le fai per una mancanza di senso.

Ai primi di Aprile ruppi un vetro lanciando con incoscienza la mia sacca dell’ora di ginnastica sul banco ma centrando la vetrata della finestra che si trovava proprio a fianco: questo fu un gesto senza senso.

Fortuna volle che sotto i due piani di edificio e sul marciapiede sottostante non vi fosse nessuno, e nessuno si fece male.

Quell’anno venni bocciato non tanto per quel fatto, quanto per un’immaturità che quel fatto aveva semplicemente reso lampante.

L’anno successivo ebbe inizio la mia adolescenza, iniziai a fumare, mi innamorai per la prima volta e forte del mio ruolo di emarginato che io stesso ero riuscito a convincermi di avere divenni realmente tale.

Un rinnegato che rigettava tutto e tutti, tutto a partire dai professori che mi avevano bocciato, i miei vecchi compagni di classe, la scuola e il suo sistema di voti, ma soprattutto fra tutti io rinnegavo il padre che se ne era andato di casa e la madre che non capiva.

Non furono anni felici, li vissi con troppe emozioni nella pancia e troppe domande nel cuore e nella mente.

La scuola andava male mi ci dedicavo con incostanza come se fosse marginale quando in realtà era fondamentale perché tra quelle mura che costituiscono il S. Carlo noi senza saperlo iniziamo a scegliere il nostro percorso, la nostra vita, il nostro futuro.

La scuola che poteva essere una sicurezza divenne una delle tante incertezze assieme alla famiglia, agli amici, alla società; ero sospeso nel mare di emozioni che può pervadere un adolescente che non trova appigli concreti, e in questo mare le domande anche quelle giuste non trovando risposte diventavano quei dubbi che pian piano ti rodono l’anima, i grandi Perché che ti suggestionano fino a renderti completamente cieco a quali siano gli obbiettivi e le motivazioni per le quali si stia studiando greco e latino piuttosto che qualunque altra materia.

All’età di 17 o18 anni si è incapaci di ascoltare con chiarezza probabilmente perché la nostra voce è troppo alta per sentire quelle degli altri e detta come va detta molti buoni consigli e buone occasioni per crescere vanno a finire nel cesso.

Ero al penultimo anno al S. Carlo una notte di metà Maggio dopo un aperitivo decisamente lungo in Via Gallucci, dovevo tornare dai miei nonni a Modena est perché all’epoca abitavo da loro e a portarmi a casa c’erano solo le mie gambe e la musica dei “Blind Guardian” sul lettore.

Sotto casa la luce sulla porta mi permetteva di vedere distintamente contro il vetro il riflesso di un ragazzo stanco, sporco, con tante preoccupazioni e molto risentimento per se stesso per non essere stato capace di dare un senso alla vita e per un mondo che non lo aveva aiutato in questo.

Gli occhi di quel riflesso erano pieni di odio e di rabbia.

Con un pugno infransi anche il vetro di quella porta.

Quel vetro quel venerdì sera rifletteva ciò che io non volevo vedere: la mia inedia, la mia tristezza, e tutto il tempo perso.

Io non vi dico che non si commettono sbagli nella vita ragazzi, ma l’importante è cogliere le occasioni e farle proprie.

 La scuola è una di queste occasioni anzi è la prima di queste per un ragazzo, occasione nella quale può confrontarsi con gli altri e crescere, imparare e apprendere, ma soprattutto vivere liberamente la propria adolescenza.

Ricordate che il vostro tempo dentro al S. Carlo è adesso ed è di ciascuno di voi il dovere di farlo vostro.

Se la vostra scuola non vi piace allora cambiate voi stessi per cambiare il S. Carlo, perché questo liceo non è fatto da professori o dirigenti scolastici, educatori o carcerieri, ma è fatta principalmente da voi perché senza di voi non avrebbe senso di esistere.

Rompere un vetro non è grave, ma la motivazione che vi sta dietro fa capire molte cose.

 African Detto Il Nero

Marcello Bergamini

Liceo S.Carlo bei ricordi

Banchi abbandonati, vetri rotti nel momento della decadenza della scuola pubblica italiana. La mancanza di Senso porterà molti di noi e le future generazioni a stare come questi banchi: invisibili e ammassati sulla porta di servizio della Vita.


La luce attraverso le ossa

In realtà  non puoi capire quand’è che inizia e quand’è che finisce. Ti ci trovi in mezzo e basta. Ti accorgi che è finita solo quando, respirando, ti rendi conto di quanto sia piacevolmente fresca l’aria, mentre prima non eri nemmeno certa che i tuoi polmoni funzionassero.

Ricordo quel periodo come un limbo. Ogni giorno era uguale all’altro, non succedeva niente di particolare. La mia vita era apparentemente perfetta: andavo d’accordo con i miei genitori, a scuola avevo ottimi voti, avevo dei buoni amici. E’ passato un po’ di tempo prima che si accorgessero che non mangiavo. Ai miei, alle mie amiche, a tutti sembrava impossibile che una persona forte come me potesse avere quel genere di problema. Ma quello che c’è nella testa della gente, quello che c’era dentro la mia testa… Nessuno lo poteva capire. Nemmeno io, in quel momento. Fatto sta che smisi di mangiare.

Era difficile. A casa, tornando da scuola alle due, potevo dire che avevo pranzato al bar, prima di prendere la corriera. Alle mie amiche dicevo che mangiavo a casa. Durante il pomeriggio i miei erano al lavoro, perciò quando era ora di cena potevo dire di non avere fame perché avevo fatto un’abbondante merenda. Quando c’erano i grandi pranzi di famiglia, come quello di Natale, era orribile: ero costretta a mangiare più di quel qualcosa che ogni tanto mi concedevo. Un paio di volte avevo anche provato a ficcarmi un dito in gola, ma non ce la facevo. Per me, la soluzione di tutto era il digiuno.

Mi sentivo invincibile. Ero ammirata ed orgogliosa di me stessa per la determinazione che avevo nel rifiutare il cibo, per la fermezza con cui gestivo il mio corpo. Io ero creatrice di me stessa, decidevo io come volevo essere. Mi sentivo davvero forte.

Non era un semplice capriccio, quello di voler essere magra. Dietro al pensiero fisso che martellava nel cervello, c’era un dolore acuto che non riuscivo ad identificare, un senso di irrisolto e di incertezza, un non capire quale fosse il pezzo mancante per poter vivere veramente. Non sapevo come fare, non sapevo come liberarmi da quella gabbia che mi ero ritrovata intorno, di colpo. L’unico gesto drastico, l’unica cosa che ero in grado di controllare, era il cibo che poteva entrare nel mio corpo.

Cominciavo a dimagrire vistosamente, ma non bastava mai. La barriera che si era creata tra me e il mondo esterno, dapprima un vetro trasparente, diventava sempre più opaca, impedendomi di vedere. Ogni tanto avevo degli sprazzi di lucidità, momenti in cui avvertivo che qualcosa non andava. Mi accadeva alcune volte mentre ero sotto la doccia: era come se riuscissi ad aprire gli occhi per qualche secondo, e allora vedevo le ossa, troppo in evidenza sotto la pelle. Poi però lo spiraglio di luce che aveva fatto breccia tra le sbarre che circondavano la mia mente si affievoliva, e tornava il buio.

E’ stato l’inverno più lungo che io abbia mai vissuto. Ero completamente apatica. Nulla mi sorprendeva, nulla mi stimolava, nulla mi emozionava. Ero vuota. Non ho idea di come abbia fatto ad uscirne, anche perché nessuno sapeva. So solo che un giorno, guardando la luce del sole primaverile, mi sono quasi commossa, come se fosse stata la prima volta che la vedevo: ero riemersa di colpo dall’apnea a cui mi ero costretta. Fu talmente improvviso che per un attimo non capii assolutamente cosa fosse successo, ero totalmente disorientata. Poi ebbi l’illuminazione: mi ero innamorata. Avevo conosciuto una persona che, pur non sapendo né quanto mi stava accadendo, né del mio sentimento, mi aveva cambiato la vita.

Ero completamente rinata. Potevo finalmente contemplare a mente lucida quanto avevo fatto; ero sconvolta, ma ero viva. Le emozioni si riversavano nel mio animo con una potenza che per mesi avevo dimenticato. Sono riuscita a guardare dentro di me per capire il come e il perché, e sono riuscita ad essere veramente me stessa e veramente libera.

Ora sono molto diversa rispetto a prima. Vedo le persone in modo diverso, più profondo. Sono cresciuta. Nonostante sia stato il periodo più buio della mia giovane vita, non riesco a pensare a come sarebbe stato se tutto fosse rimasta come prima della mia anoressia. Penso che sia stato un momento di svolta fondamentale.

Adesso riesco a farmi sorprendere da un cielo stellato, e se posso lo fisso per ore. Sentirsi così annullati e poi rinascere… Mi ha fatto davvero capire quanto a volte possano essere belle le cose che mi circondano, anche le più banali. E’ facile ignorare la bellezza della quotidianità, ma dopo aver toccato il fondo, vedere la prima margherita in mezzo ad un prato di fine inverno ti fa sentire veramente in vita.

Valentina Camac


SAFARI (Story: Molli, Carro, Bergamini Disegni: Carro, Molli)


L’uomo che guarda (di Baldoni Fabio)

(poesia tratta da QUALCUNO PER NESSUNO)

ascolta mentre leggi

cammina sereno
senza fretta
verso la panchina del parco

sorride
forse a se stesso,
masticando l’ennesima sigaretta
amara
più in testa che nella gola

si siede
le mani sulle ginocchia
e lo sguardo
fisso verso il sole,
per cancellare il presente
bruciandolo nel suo bagliore

ora è pronto
teso e colpevole,
le labbra secche
in attesa di quel desiderio
che le possa risvegliare

il rituale ha le sue regole
e non ha bisogno di guardarsi attorno
per vedere i suoi compagni,
ognuno comparsa consapevole
nella vita di ogni giorno

c’è chi arriva qui dopo il lavoro
maniche di camicia in ogni stagione,
chi un lavoro non l’ha voluto aspettare
e non prova più a chiedersi il perché,
chi ha avuto troppo
senza sapere di non averlo meritato
e chi niente
sapendo di averlo meritato certamente

cercano il piacere
che è il loro peggior dolore,
rubando immagini, sorrisi e voci
di magliette e pantaloncini
che corrono dietro ad un pallone

occhiali scuri
cappello calato in testa
o un quotidiano nazionale,
così provano a nascondere
dietro a sorrisi distratti
quella sensazione che sale

vorrebbero sesso
qualcuno s’inganna chiamandolo amore,
ma tutti sanno
di non averne mai conosciuto il sapore

ma lui è diverso,
non ha bisogno di occhiali
ne cerca un contatto,
lui ruba innocenza strappandosi l’anima
questo è il suo assurdo baratto

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Silenzio e sigarette (di Baldoni Fabio)

“Quelle sigarette ti fanno male”.
“Anche la vita fa male”.
“Ma ti uccideranno”.
“É vero, ma almeno loro lo faranno in silenzio”.
 
Mi aveva risposto così, con una smorfia che qualcuno avrebbe potuto interpretare come un sorriso. Invece era paura. Quella sensazione così dolorosa che voleva, doveva, cercare di nascondere anche a se stessa. Era di una bellezza appariscente senza volerlo: capelli cortissimi e labbra carnose, mani sfuggenti e lunghe gambe. Fumava una sigaretta dopo l’altra, quasi dimenticandosi di non aver finito la prima, mentre si accendeva la successiva. Aspirava con decisione – rabbia quasi – con le labbra che si facevano bianche per lo sforzo: di non sprecare nemmeno un grammo di nicotina e catrame, di non inalare alcuna molecola di ossigeno.
 
Ogni volta che arrivavo da lei la trovavo nella stessa posizione, davanti alla finestra sbarrata, ed io, le prime volte, le chiedevo il perché non l’aprisse per cambiare aria o per guardare il mondo di fuori.
“Non c’è nulla che mi interessi là fuori” rispondeva.
“Allora perché stai lì?”.
“Perché non c’è nulla di interessante nemmeno qui dentro”.
 
Mi aveva dato le chiavi perché così non doveva alzarsi per venire ad aprire; credo l’avesse fatto perché aveva capito che non me ne sarei andato, come tutti gli altri.
In effetti mi piaceva stare con lei: adoro la solitudine degli altri, forse perché mi fa dimenticare la mia. Tutto è cominciato grazie all’esperienza del servizio civile. Per 10 mesi ho fatto l’autista-accompagnatore di un gruppo di pazienti di una struttura cittadina: li portavo in piscina una volta a settimana, al parco nella bella stagione, e facevo la spesa per quelli che non erano obbligati a vivere in clinica. Così l’ho conosciuta. Tre volte a settimana le portavo due borse cariche di scatolette e cibi precotti; non usava altro che il microonde in cucina e non perché non ne fosse capace o altro: semplicemente non aveva voglia di cucinare. Mai. Spesso quando tornavo con nuove cibarie trovavo il frigo pieno ancora di quelle vecchie. Le uniche cose che non bastavano mai erano i biscotti.
“Perché non mangi nient’altro?” le chiedevo.
“Quando si invecchia si ritorna bambini”.
“Ma tu non sei vecchia”.
“Non lasciare che i tuoi occhi ti confondano: io sono morta ormai da tempo”.
 
Aveva quasi quarant’anni quando ci siamo conosciuti. E da più di 10 viveva dentro quell’incubo fatto di silenzio e sigarette. Sua figlia era morta in un incidente stradale: quattro anni, capelli biondi e una bara bianca come ultimo vestito. Il marito, dopo mesi di sofferenza condivisa, aveva capito che non avevano più alcuna possibilità insieme, e così l’aveva affidata alla clinica, che pagava per poter provare a ritornare a vivere. Almeno lui.
 
Si associa spesso ai malati mentali, alle persone disturbate, depresse, l’idea che sentano voci nella loro testa. Per alcuni è così senz’altro. Lei invece non sentiva nulla, più nulla: questo era forse il suo problema. Così, quando avevo finito di riempire il frigo, cominciavo a parlare; nelle due ore che passavo nella sua casa non smettevo mai di farlo. Nemmeno mentre cercavo di pulire alla meglio la stanza dove viveva, nemmeno quando mi rendevo conto che non mi stava ad ascoltare. Però continuavo. Chiacchieravo della mia giornata, di politica, di libri. Tutto. E a volte, rarissime volte, la sua mano non portava alla bocca l’ennesima sigaretta, che si consumava piano fra le sue dita. Lì mi ascoltava, ne sono certo: in quei momenti sapevo che era con me.
 
“É ora, coraggio, la tortura è finita” diceva, quando arrivava l’ora in cui me ne dovevo andare.
“Smettila, sai che non è una tortura per me”.
“Infatti parlavo da sola”.

 
Per quasi 6 anni ho continuato ad andare da lei dopo il servizio civile. Le visite erano sempre uguali. Io parlavo, lei fumava. Io pulivo, lei fumava. Io uscivo, lei, restava. Ho immaginato spesso le sue giornate, ma non ha mai voluto rispondere alle mie domande. A nessuna di davvero personale. Quando parlava lo faceva in un modo sferzante che mi faceva ridere e pensare. Non mi guardava però: i suoi occhi fissavano gli scuri della finestra, chiusi, o il tavolino accanto ad essa, alla ricerca del pacchetto e dell’accendino.
 
Tre giorni fa mi ha chiamato l’infermiera della clinica.
“É successa una disgrazia”.
 
Davanti alla lapide lucida, cerco di riconoscerla in questa foto sorridente: in effetti è la prima volta che vedo il suo sorriso. Eravamo in pochi al funerale, ancor meno qui al cimitero. Il marito mi ha consegnato una busta, chiusa, che non ho avuto il coraggio di aprire subito.
“Le voleva bene” ha detto, guardandomi negli occhi.
Non ho saputo cosa rispondere: perché non sono sicuro che avesse ancora la forza per voler bene a qualcuno. Tornato alla macchina ho preso la busta dalla tasca interna della giacca, poi ho letto le sue ultime parole per me.
 
Era l’unico modo per farti stare zitto. Grazie di tutto.
 
 
Ha passato anni davanti a quella finestra chiusa, poi ha deciso che era arrivato il momento di raggiungere sua figlia, e l’ha aperta. Per sempre.

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L’Albero dei Giudizi e del Perdono

Josè morì come se niente fosse appoggiato al tronco di un albero con la testa reclinata da una parte, gli occhi chiusi, stravaccato e sorridente come un bambino stanco che ha corso troppo forte.

La sera prima parlando con il suo vecchio nonché unico amico, aveva preso in giro un suo conoscente che era ossessionato dalla paura di morire. Avevano riso, bevuto, cantato, gridato, come se sapessero che quella sarebbe stata la loro ultima serata insieme. Avevano urlato “ci vediamo all’inferno” alla gente che passava, avevano enumerato uno dopo l’altro i loro peccati come se ripetessero una poesia imparata da bambini. Avevano insultato i codardi e i coraggiosi, gli illusi e i nichilisti, i poeti, i preti e i venditori ambulanti. Avevano riso della loro ubriachezza e bestemmiato, sentendosi al di sopra e al di sotto di tutto: già peccatori, già adulti, già vecchi, già soli.

Come una bestia rincorsa da un cacciatore sull’orlo del baratro, fra il delirio e l’illuminazione, avevano giurato eterno amore ad ogni cosa: eterno amore reciproco, eterno amore per la vita, per la morte, per i peccatori e per i santi, per i falsi e per i malvagi. Avevano improvvisato un tribunale dell’Inquisizione proprio lì, sotto quell’albero contro al quale adesso il suo pesante cadavere stava appoggiato, dove ognuno poteva giudicare se stesso e gli altri: ridendo e piangendo insieme si erano condannati da soli a scontare i loro peccati per l’eternità. Avevano stretto patti e maledetto antichi giuramenti. Non si erano concessi nemmeno un’indulgenza, ma avevano incominciato a gridare, alla gente che passava, che loro vendevano il Perdono ad un prezzo conveniente per chi si pentiva seriamente. Ma erano ubriachi, sudati e nessuno li aveva presi sul serio.

Sotto la maschera delle loro grida e delle loro risate erano entrambi immobilizzati dalla paura: nessuno dei due avrebbe mai potuto interrompere il loro teatrino, così continuarono nell’opera di distruzione e delirio pur di non mettersi  mai  in discussione e guardarsi in faccia. Quando lo squallore soffocò la follia e il delirio, il disagio e la confusione si premurarono di colmare il vuoto che li riempiva e li circondava. La solitudine, come un grosso insetto affamato, si arrampicò silenziosamente dentro le loro teste e nelle loro membra. Il vecchio nonché unico amico si sentì improvvisamente sopraffatto, non capì da cosa, ma senza cercare giustificazioni e senza dire niente si alzò e si allontanò inghiottito dal buio denso e caldo che li circondava.

Il ricordo della serata perse senso quando venne giorno. Ma quella mattina Josè non ne avrebbe avuto bisogno di quel senso, né di nient’altro: era morto, con la schiena appoggiata al tronco dell’albero e sul viso una maschera che aveva definitivamente preso il suo posto.


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