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Homo faber fortunae suae

Anno 2033. Università di Harvard – le ricerche più improbabili della storia solitamente provengono da li -,  il Rettore annuncia in diretta mondiale l’invenzione della Macchina del Tempo. Dopo sicuri isterismi da stadio come prima conseguenza, ci sarà indubbiamente la corsa al primo viaggio… Nel 2033 avrò ancora abbastanza anni davanti per attendere la fine dell’euforia generale e aspettare che i prezzi diventino accessibili (come capita per gli LCD e le Tv al Plasma)… quanto? Dieci anni? Vent’anni? Mi tengo buona una via di mezzo e attendo consapevolmente il 2048, anno in cui finalmente potrò effettuare non un mio viaggio nel tempo, ma un rapimento di massa.  Non voglio andare a vivere in epoche diverse, conoscendomi verrei condannata per stregoneria nella metà dei periodi che mi vengono in mente e nell’altra metà ci sarebbero ancora i dinosauri, cucciolini simpatici ma grandi come dei grattacieli e questo potrebbe darmi un attimo da fare. Sono convinta che sarebbe interessante trasportare nella nostra epoca molti dei pensatori che hanno segnato la storia dell’Umanità e farli parlare con la popolazione.. Già mi vedo nell’organizzazione di questo Summit estemporaneo mondiale..

Il ratto estemporaneo

Tornando a noi, chi rapirei per primo? Probabilmente Socrate e gli chiederei gentilmente (ma anche no!) di contestualizzare quella dannatissima frase so di non sapere, perché non tutti hanno voglia di riflettere su questa affermazione ossimorica, tanto che oggi l’ignoranza paga specie se ammessa. Come poteva immaginare, il più grande camminatore di tutti i tempi, di creare una schiera di non-conoscenti tali da soppiantare completamente la perla della sua filosofia, ovvero il metodo dialogico d’indagine? Mi chiedo chi, sano di mente, potrebbe affermare che la comunicazione è un mezzo di conoscenza critica oggigiorno e non di esibizionismo… Socrate, oh Socrate.. il mio amico Friedrich lo scorso secolo ti ha già abbastanza bastonato nella sua tragedia ma tu devi vedere con i tuoi occhi ciò che hai seminato.

Una volta caricato Socrate a bordo, gli racconterei ciò che siamo ora: un mondo che di globalizzato ha soltanto il nome, ma in realtà è semplicemente omologato ad un modello pre-stabilito (da chi poi?) che si poggia sulle sue tanto amate etica e morale. Gli racconterei tutte le tragedie che gli occhi umani hanno visto e conosciuto, gli farei vedere qualche film, gli racconterei della bramosia di potere, del dolore, della differenza che serpeggia tra nord e sud del mondo. Gli mostrerei con parole chiare che l’Essere Umano di cui tanto ha tessuto le lodi, in  realtà si è arenato. Gli farei leggere il Rasoio e gli direi che c’è ancora speranza e che insieme possiamo cambiare le cose. Inizialmente sarebbe titubante, probabilmente mi tirerebbe dentro a qualche dialogo dei suoi, ma dalla mia gioco la carta “esame di storia della filosofia antica con Cavini” e potrei tranquillamente prevedere le sue mosse senza restarci troppo in mezzo.

-          Dove andiamo ora, Socry? Ti dirò… io avevo pensato di fare una puntatina a Costantinopoli intorno al 300 d.C… dovrei caricare un imperatore.

E cosi eccoci, due pensatori ossimorici, in viaggio verso quella perla architettonica e culturale bizantina. Il rapimento probabilmente richiederebbe più impegno, del resto Constantino mica poteva camminare a piedi parlando per strada come Socrate.. ma dovrei riuscirci e poi potrei sempre utilizzare la dialettica formidabile del mio compagno di viaggio per depistare le guardie reali. Che grande imperatore, Costantino. Un uomo giusto, corretto. Peccato che l’immagine fornitaci dai manuali di liceo sia leggermente travisata e che tutto questo liberalismo religioso l’ebbe poi in punto di morte quando si convinse a battezzarsi. Certo, nel 303 d.C. emise l’Editto di Milano per il quale noi oggi lo ringraziamo non tanto per la dittatura ecclesiastica cattolica sulle menti, quanto per quello spiraglio di libertà personale che nel tempo si sarebbe consolidato anche se per strade tortuose e non esattamente come aveva sperato.

Una volta caricato Costantino a bordo, gli presenterei Socrate e gli racconterei ciò che siamo oggi:  un mondo dove la diversità religiosa scatena guerre e massacri e che non crea, come dovrebbe essere, curiosità e condivisione. Gli mostrerei come la Chiesa Cristiana abbia sfruttato la sua benevolenza fabbricando ad hoc un documento che tutt’oggi chiamiamo Donazione di Costantino. Sono certa che resterebbe basito e incredulo, non riconoscendolo. Gli racconterei che la Christianitas ha preso terre e ricchezze con questa donazione diventando la potenza più forte nella storia, gli spiegherei cos’è l’Inquisizione e gli racconterei del genocidio che i sovrani cattolici compirono in Spagna nel XV secolo in nome di Dio… aggiungerei che in in nome di Dio si è compiuto nel tempo una vera e propria distruzione delle caratteristiche peculiari del soggetto umano, massacrando tutto ciò che non corrisponde ai canoni di un libro – la Bibbia – la cui composizione fu decisa a tavolino solo nel 325 d.C. anno del Concilio di Nicea.  Gli direi che la Chiesa è esattamente come l’ha lasciata lui, senza evoluzione né cambiamento nel corso del tempo. Ma gli parlerei anche di Lorenzo Valla, pensatore del XV secolo che con grande maestria riuscì a dimostrare la falsità della Donazione di Costantino e che oggi nessuno ricorda perché insabbiato, perduto, dimenticato volutamente dall’Europa Cristiana. Gli racconterei che la Chiesa si è macchiata di sangue per mantenere un’egemonia garantita da quel documento fittizio, ma gli farei vedere come il popolo sa risvegliarsi e chiedere cambiamento, come un solo monaco agostiniano (Martin Lutero) può cambiare le sorti di un intero continente. Gli mostrerei le religioni del mondo e gli farei vedere che il concetto di “natura” cosi amato dal Cristianesimo, in realtà non ha possibilità di essere spiegato perché non esiste una natura stabile e stabilizzatrice, ma un flusso continuo di intenzioni e cambiamenti che rendono grandi e diversi gli Uomini. E la diversità è il dono maggiore che ci è stato concesso perché prima causa di curiosità e meraviglia, due qualità che gli adulti solitamente sottovalutano, ma uniche nel creare nuove fonti di ispirazione e conoscenza. Ma gli direi anche che il mondo ha paura di ciò che non conosce e di ciò che è diverso e per questo lui è tenuto moralmente a parlare con il mio popolo per condividere con tutti il coraggio utilizzato nell’accettare il Cristianesimo nell’Editto di Milano, sebbene cosi diverso e sconosciuto. Non credo potrebbe ribattere, Costantino era un uomo molto riflessivo e probabilmente si ritirerebbe in silenzio in un angolo a pensare su come sia facile travisare un’intenzione e su come il potere accechi qualsiasi altra necessità dell’Uomo.

-          Compagni di viaggio, ora andrei a recuperare un signore Illuminato, un enciclopedista, un pensatore, un uomo che deve imparare ad avere il coraggio di sopportare sulle spalle le conseguenze delle sue azioni.

La Francia del XVIII secolo.. che immenso spettacolo dell’esistenza, cosi vario, cosi luccicante. Un secolo, quello del Settecento, che sicuramente mi ha messo in crisi quando ho dovuto selezionare la vittima prescelta: illuminismo, rivoluzione americana, rivoluzione francese, rivoluzione industriale.. Eppure dopo attenta analisi avrei valutato l’importanza che l’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers ha avuto su tutte le vicende successive. Manderei Costantino a prendere Diderot, questo perché uomini di quel calibro accettano comandi solo da coloro che ritengono propri pari. Ma conoscendo, seppur indirettamente, questo illuminista credo seguirebbe senza far tante storie la possibilità di vedere come la sua creatura ha influenzato il mondo.

Una volta caricato Diderot a bordo, gli presenterei Socrate e gli racconterei ciò che siamo oggi: persone oscurate da tutto che pongono la ragione in secondo piano, che preferiscono le cose che si sentono di pancia e che poco hanno a che fare con quell’ideale illuminato che lui ha descritto cosi amabilmente nel suo progetto. Ma su una cosa mi soffermerei per bene, una cosa a cui tengo molto: gli intellettuali. Gli mostrerei i giornali dell’11 febbraio 2011 e gli farei notare che per intellettuali qua indichiamo indistintamente cani e porci che si arrogano il diritto di sentenziare verità discutibili. Gli direi che l’Intellettuale del nostro tempo è una caricatura strana che parla di progresso tecnologico con Cosi parlò Zarathustra sotto il braccio,  che non porta informazione obiettiva, ma solo verità relative. Gli farei vedere come la cultura può vendersi al miglior offerente e se ciò non avviene, come viene facilmente sgretolata e dimenticata come le rovine di Pompei. Gli direi che l’Italia non ha prodotto ciò che loro speravano, non ha puntato sulla magnifica mescolanza genetica che le permette di partorire geniali sostenitori e creatori di arte, musica e lettere. Gli direi che il pensiero non è una fonte di merito, ma di discriminazione, che portare cambiamento e nuovi paradigmi significa esseri indagati per crimini mai commessi. Ma soprattutto.. e su questo credo resterebbe terribilmente deluso.. soprattutto gli farei vedere come la sovranità popolare sia unicamente una facciata per garantire un’oligarchia che si trasforma presto in tirannide e dittatura. Gli racconterei le storie dei grandi totalitarismi e gli dimostrerei che l’uomo non impara dai propri errori, semplicemente cerca strade diverse per commetterli nuovamente.  Ma dopo tutta questa distruzione, dopo tutta questa regressione, gli mostrerei che parole e idee possono ancora cambiare il mondo e che questo avviene nel posto più impensabile per un pensatore illuminato del XVIII secolo: in Africa. Quel continente sconosciuto e sfruttato solo come dimostrazione dell’uomo allo stadio primitivo per loro, oggi ci regala le battaglie e la forza delle idee. Ci da speranza e ci spinge a credere nella forza del dialogo e della comunicazione, e per questo deve venire e parlare con il mio popolo e far vedere loro quali meravigliosi intenti spingono la creazione e la pubblicazione della sua opera, creatura delicata che rischiara con la luce un oceano di tenebre dettate dall’ignoranza (e sicuramente Socrate qui si sentirebbe tirato in ballo e , speriamo, colpevole).

-          Amici, ho un’ultima persona da caricare. Non la carico perché può insegnare qualcosa, ma perché deve imparare e tanto prima di cambiare le sorti della bestia umana per sempre.

Le buone intenzioni e la Farfalla

Vienna, marzo 1907. Ho ponderato molto su questo punto e credo che sia proprio in quei mesi che ci separano dall’ottobre dello stesso anno che si giocano le sorti del mondo per i successivi 40 anni. Probabilmente impiegherei un po’ di tempo a trovare quel ragazzetto piccolo e bruno che vaga senza meta da un locale ad un altro arrivando sempre al limite del coma etilico ogni sera. Avrei bisogno di tempo per mettere da parte la violenza inaudita che questa persona mi provoca e tentare di dargli una diversa prospettiva di vita. Probabilmente troverei Hitler di fronte all’Accademia di Belle Arti di Vienna, rancoroso verso la facoltà di Architettura che ha rifiutato la sua domanda di ammissione per ben tre volte. E’ in questo periodo che Adolf decide di tentare l’ammissione all’Accademia di Belle Arti, anche se non fece mai molto per ottenerla seriamente. Tenterei un avvicinamento e coinvolgerei anche Wittgenstein che in quella stessa università ha studiato e in qualche modo comunicato con il Dittatore Tedesco. Lo aiuterei a studiare e starei con lui il tempo necessario per vederlo felice e iscritto all’Accademia di Belle Arti. Poi gli chiederei di seguirmi perché ho cose importanti da mostrargli.

Una volta caricato a bordo Hitler, gli presenterei i miei compagni di viaggio e gli racconterei non ciò che siamo ora, ma ciò che è stato di noi dal 1923 [1] al 1947. Non potrei parlare con obiettività e utilizzerei dei documenti fotografici e visivi per fargli scoprire l’orrore che investe l’Uomo. Alla fine sarebbe scosso, probabilmente tramortito dall’essere l’artefice della più grande e infondata battaglia culturale mai scaturita dalla mente umana. Gli direi che ha possibilità di cambiare le cose, gli direi che l’uomo è davvero come affermava Pascal, un mostro incomprensibile, un intreccio di angelo e di bestia e gli chiederei di dedicarsi ai suoi studi e di fare nuove tutte le cose. Non so ancora se lo porterei con me indietro, mi basterebbe semplicemente fargli capire quanto credo nell’Uomo e nelle sue potenzialità.

…eppure… eppure il 2048 è un anno che probabilmente non vedrei mai se davvero l’Università di Harvard ci regalasse la Macchina del Tempo. E’ la storia del battito d’ali della farfalla in Giappone che crea un uragano sulle coste europee.. chi sarebbe mai cosi accorto da non sfruttare questa invenzione a suo vantaggio? Chi, sano di mente, potrebbe comprendere il profondo senso storico che lega il racconto di un mammifero al suo percorso evolutivo? Credo che, come ormai ci viene mostrato ogni giorno, l’invenzione della Macchina del Tempo sarebbe sfruttata dai potenti della terra per invertire, modificare, cambiare le sorti dell’Uomo e non sempre questo istinto al miglioramento sarebbe fatto per il bene comune, quanto per il bene personale. In una nazione dove le nipoti fittizie di Presidenti di Stato esteri dettano legge in televisione monopolizzando l’opinione pubblica, siamo davvero sicuri che la Storia abbia un valore inestimabile e indiscutibile? O anche questa, una volta data opportunità, verrebbe modificata e plasmata a vantaggio del singolo? Ai posteri – e alla me stessa del 2048 – la conclusione di questa riflessione.


[1] Anno di pubblicazione di Mein Kampf


Da Pomigliano a Mirafiori: scontro nella roccaforte operaia.

A giugno dell’anno scorso cominciavano i mondiali di calcio e gran parte dell’Italia riscopriva l’entusiasmo azzurro: dopo aver vinto nel 2006 dovevamo quantomeno difendere ciò che avevamo conquistato di fronte al  mondo intero. Si riaccendeva così l’orgoglio nazionale, e si dimenticavano i problemi del paese per essere tutti più uniti in quella nuova sfida collettiva.

Mentre tutto ciò accadeva, nel silenzio e nell’ombra dove in pochi hanno il coraggio di guardare nasceva e cresceva il germe dell’azione Marchionne: le prime proposte di rinnovamento del gruppo Fiat venivano studiate ed esposte per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco (rimando ad un articolo scritto allora per chi volesse approfondire http://ilrasoio.wordpress.com/2010/06/26/cosa-succede-a-pomigliano-darco/). Per la prima volta dopo stagioni di conquiste si cercava di togliere diritti ai lavoratori in nome della produttività e dell’efficienza, valori che giungevano alle orecchie degli operai e degli italiani, accompagnati da una chimera che doveva spaventarli: la globalizzazione. “l’Italia è ormai inserita in nuovi scenari internazionali “, “le relazione industriali dovranno cambiare“, “dobbiamo competere con i salari dei cinesi e dei brasiliani“. Spesso i politici erano soltanto dei portatori di affermazioni generiche, che accrescevano la paura della popolazione, mentre il gioco veniva condotto ai piani alti dai vertici della Fiat e dai sindacati, che per la prima volta rompevano la tradizionale unità sindacale.

A Pomigliano ci fu il referendum per decidere le nuove condizioni di lavoro, e sappiamo com’è andata. Vinsero i sì, e il fronte dei no della Fiom fu consistente. Il sindacato metalmeccanico della Cgil predisse: “questo è l’inizio del metodo Marchionne che si estenderà anche agli altri stabilimenti”; e molti li denunciavano definendoli come “estremisti”, dicendo di essere troppo antagonisti, ideologici, sordi alle istanze della globalizzazione e delle altre parti sociali.

L’estate passava. Termini Imerese si dava per spacciato e nello stabilimento di Melfi crescevano delle tensione che l’azienda cercava di seppellire licenziando in tronco tre operai, stranamente iscritti alla Fiom. L’intervento di un giudice poi li reintegrava sul posto di lavoro.

Arrivava infine l’autunno. Le tensioni erano forti in tutto il paese, gli scontri si moltiplicavano in tutto il Vecchio Continente e non solo. E gli occhi erano puntati su Mirafiori, storico baluardo dell’industria italiana.

In questo stabilimento, nel cuore di Torino, lavorano 5.000 operai. Mirafiori è storia, un pezzo di Italia che è stato il centro del movimento operaio italiano, e il cuore dell’automobile italiana. Qui si sarebbe combattuta una grande battaglia, la più dura, tra Marchionne e la Fiom.

Veniva così presentato nell’autunno del 2010 un nuovo contratto di lavoro e approvato prima della fine dell’anno. Questo, sulla falsariga di quello presentato a Pomigliano d’Arco, richiede agli operai di lavorare di più, riducendo le pause di cui dispongono, ampliando il numero dei turni e richiedendo straordinari obbligatori. Inoltre ci sono provvedimenti restrittivi sulla malattia, sul diritto di sciopero e sulle regole della rappresentanza sindacale. Naturalmente per capire bene che cosa ci fosse scritto il quel contratto ci sono voluti giorni e giorni di giornali, telegiornali e approfondimento, e comunque non è stato facile arrivare a comprendere chiaramente la sostanza della questione, anche perché una netta contrapposizione tra le parti ha favorito più lo scontro frontale che la discussione: da una parte Marchionne, la Cisl e la Uil hanno chiesto la sottoscrizione senza se e senza ma, dall’altra la Fiom lo ha rifiutato in blocco. I primi hanno sostenuto che l’investimento è una condizione necessaria e indispensabile per mantenere aperto Mirafiori e quindi che il nuovo contratto di lavoro rappresenta un salto in avanti nei rapporti industriali; la Fiom invece sottolinea la volontà della Fiat di scaricare sugli operai il peso di nuove politiche che tolgono diritti acquisiti e che tutto questo fa tornare la fabbrica indietro di 30 anni. Chi avrebbe dovuto mediare la situazione è stato latitante o inconsistente, o è arrivato troppo tardi.  Il governo ha appoggiato la linea Marchionne senza intromettersi sostanzialmente nella questione; la segretaria della Cigl ha cercato una mediazione tra le posizioni della Fiom e della Fiat, fino a quando non si è resa conto di avere poco potere contrattuale di fronte all’azienda e così ha deciso di sostenere la battaglia di Landini (segretario della Fiom); il Pd, che già all’epoca di Pomigliano si era diviso esprimendo in parte posizioni a sostegno di Marchionne, in parte a sostegno della Fiom e in parte nell’interesse del paese, non è riuscito a trovare una sintesi e infine per non spaccarsi ulteriormente è rimasto su posizioni ambigue. Emblematiche sono le parole di D’Alema apparse in un’intervista del Corriere della Sera nelle prime settimane di gennaio “Non so se nel referendum di Mirafiori avrei votato sì o no, non sono un operaio della Fiat ed io quell’operaio lo rispetto”. Le uniche forze che sostengono con tenacia la Fiom per la tutela dei diritti dei lavoratori sono state l’Italia dei Valori e Sinistra Ecologia e Libertà. Il leader di Sel, Nichi Vendola, nei giorni più caldi dello scontro ha raggiunto gli operai di Mirafiori davanti ai cancelli dello stabilimento, azione criticata da tutto il resto della classe dirigente, forse perché se gli altri ci fossero andati avrebbero rischiato di ricevere insulti da una buona parte degli operai. 

Alla fine è stato indetto un referendum (13 e 14 gennaio) nella fabbrica per approvare o meno il nuovo contratto di lavoro, al quale sono legati gli investimenti che potranno garantire il futuro dello stabilimento. Molti hanno parlato di ricatto, a questo proposito, ed effettivamente credo che il ricatto ci sia stato. Spiego il perché. Non si è mai avuta la sensazione in questa vicenda che ci fossero possibilità diverse dall’approvazione dell’accordo o di un suo rifiuto, con conseguente morte di Mirafiori. E questo è avvenuto perché non c’è stato un dibattito concreto nel paese, che facesse emergere il problema e varie soluzioni praticabili. Inoltre le maggiori forze politiche se ne sono lavate le mani, contribuendo ad alimentare lo scontro a discapito di un confronto propositivo. Questa situazione ha indebolito i sindacati e li ha portati a spaccarsi, e così nessuno ha potuto contrattare con l’azienda soluzioni diverse da quelle da essa presentate. In tutto questo Sel e Idv sono state oscurate mediaticamente e ostacolate politicamente perché avverse alla politica di Marchionne, ed in ogni caso non avrebbero avuto la forza per poter mediare tra la Fiat e i sindacati. Così gli operai sono rimasti da soli.

Questo schema si ripete spesso in Italia, ed è legato principalmente alla mancanza di un’opposizione coesa a mio parere, che sia in grado di rappresentare una parte dei cittadini (di cui gli operai e la Fiat come azienda in questo caso sono l’esempio, altre volte sono gli studenti, i dipendenti pubblici, le piccole medie imprese ecc.ecc.). Sarà per questo che in molti miei articoli ritorna la critica al Partito Democratico, che dal momento che è il maggiore partito di opposizione, deve poi assumersi la responsabilità di quello che questo comporta. Giudicheranno gli elettori.

In ogni caso gli operai sono andati al voto in un contesto di tensione altissimo, che ha visto nelle settimane precedenti una fortissima contrapposizione tra i sindacati, con assemblee pubbliche, volantinaggi e discussioni accese davanti ai cancelli. A questo proposito riporto una serie di interviste che rendono bene l’idea della situazione nella quale si è andati a votare.

http://www.youtube.com/watch?v=wjzL8fe6ihs

Ora ci si potrebbe chiedere come si fa a non votare sì a questo referendum in queste condizioni. Non è stata lasciata scelta ai lavoratori, e penso che molti che si sono espressi a favore lo abbiano fatto solo per paura di perdere il posto di lavoro. Ma vorrei sottolineare l’importanza della contestazione della Fiom. Questo sindacato ha dimostrato vitalità e coraggio, perché non si è sottomesso all’atteggiamento arrogante con cui Marchionne si è imposto nei confronti degli operai. Si è opposto, ha cercato altre strade, ha chiesto perché la Fiat in questi anni invece di investire gli incentivi pubblici in innovazione per costruire macchine dotate di migliori tecnologie (meno inquinanti, elettriche ecc. ecc.) abbia continuato con una produzione di bassa qualità. Se si fossero fatti questi investimenti forse oggi gli operai di Mirafiori non avrebbero dovuto affrontare queste condizioni di lavoro, forse sarebbero anche meglio retribuiti. In ogni caso la Fiom ha dimostrato di non avere un atteggiamento rinunciatario a differenza degli altri sindacati, di sapersi opporre a delle condizioni che rimangono in ogni caso alla luce della Costituzione ingiuste. Ha reagito alla situazione come gli studenti che non si sono arresi ai tagli, come quei politici che in mezzo a tanto schifo continuano a lavorare con senso di responsabilità, come tutti quei cittadini che ogni giorno lottano per affermare la loro dignità come uomini, e che rivendicano una vita degna di questo nome, che insomma non si arrendono.

Quando poi questo atteggiamento viene strumentalizzato e tacciato di antagonismo, estremismo, o di approccio ideologico, io penso che probabilemente chi sta usando queste categorie lo faccia perché non sa fare altro che prendere atto della realtà sulla quale non è in grado di agire, e arrendersi a chi è più forte. Forse queste persone confondono l’antagonismo con la contrapposizione, l’estremismo con la forza e l’ideologia con valore ideale. Landini e gli operai della Fiom hanno lottato e lotteranno per delle condizioni giuste, e sicuramente escono a testa alta da questo scontro, anche se questa battaglia è stata persa.

Enrico Monaco


AMCM R.I.P.

Ho sempre trovato parecchio affascinanti i luoghi abbandonati. Le rovine, i casolari diroccati, le fabbriche dismesse. Quando un luogo viene abbandonato significa che ha smesso di essere adatto ad adempiere alle funzioni per cui fu progettato e diventa così inutile. La bellezza si nasconde ben oltre le spalle dell’utilità, spesso nelle più assurde cianfrusaglie, come  in una vecchia chitarra dalle corde malconce, nel libro del primo esame dell’università ripetuto tre volte, o nella collanina rotta regalata dal primo amore.

L’ex AMCM era così: una cosa ormai inutile e bella. Azienda Municipalizzata del Comune di Modena. Prima di tutto era per me ed i miei compagni il luogo più underground della città, perfetto per bersi una birra al ritorno dalle vacanze, perfetto per suonare il blues, perfetto per parlare tra noi, di noi, di Modena e del mondo, perché l’ex-AMCM ricorda un po’ altri luoghi del mondo a me cari, come il quartiere di San Lorenzo a Roma, una delle stazioni metro sgangherate di Pest o il birrificio di Tampere in Finalndia. Il resto di Modena, invece, non mi ricorda altro che Modena e ciò non rende certo agevole viaggiare con la mente…

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Non ci siamo mai fatti notare, noi altri laggiù, mai nessun abitante del vicinale ha chiamato la polizia per schiamazzi notturni. Anzi una volta, durante la stesura di un graffito una volante della polizia si fermò, i due agenti scesero, dissero: “Bello.” e se ne andarono. Insomma, la città non si preoccupava di noi, e quando le capitava di sbirciare, apprezzava.

uno scorcio dell'ex-AMCM

Proprio in questi giorni i vecchi muri dell’ex-AMCM sono in corso di demolizione. L’ultimo luogo “franco” del centro di Modena, l’ultimo baluardo rimasto della “municipalizzazione” è in corso di demolizione. Era un’azienda del Comune, quella, o meglio della Comunità. Il monumento all’acqua pubblica (oggi più che mai sarebbe utile ricordarlo), all’energia elettrica pubblica, del gas pubblico. Questo monumento oggi è in corso di demolizione per fare spazio ad un palazzo signorile (privato), ad un delizioso minimarket (privato), ad un raro cinema multisala (privato) e ad ampi e utilissimi parcheggi, il vero e proprio fiore all’occhiello della nostra amministrazione e in particolare di un assessore di cui proprio non ricordo il nome (secondo me con i parcheggi è proprio fissato, non è che il vicino di casa gli fotte sempre il parcheggio sotto casa con un enorme camper? Dovrebbe fare come a a Roma ‘a Si’, se’a ggente vo’ ‘er posteggio je mette ‘a sedia, nun te preoccupà. Comunque, niente da dire, largo al progresso e alla (privata) utilità E la chiamano riqualificazione. E la qualità dove sta, nel minimarket e nella palazzina? Per favore… Ci avessero costruito una residenza per giovani lavoratori a equo-canone, una fontana d’acqua pubblica potabile, un’area verde con orto sociale annesso, un asilo con pannelli solari autonomo per l’energia elettrica, un monumento a personaggi importanti della comunità, un qualcosa di bello!  E poi, perché ho sentito parlare mille volte di “riqualificazione”? A qualcuno verrebbe da chiedersi, se non si è ammattito del tutto: se a Modena sono 65 anni che governano gli stessi chi è stato a de-qualificare? Mo’ tocca ri-qualficare! Ci fossero stati gli altri a comandare, ci saremmo quasi quasi cascati nel tranello retorico! E poi l’edilizia, si sa, se si blocca quella si inceppa l’economia, scende la catena dei consumi, si bruciano posti di lavoro, si azzoppano famiglie. Insomma, senza l’edilizia è una disfatta, un’ecatombe monetaria, un bollettino di guerra.

Quell’assessore dice testualmente: “Il progetto è stato approvato in consiglio comunale da chi è stato eletto, ed è dunque l’espressione della volontà dei cittadini. [...] Questi signori del “no” cercano di boicottarci, ma prima o poi dovranno arrendersi alla “politica del fare” ben diversa da quella dell chiacchiere. I depositari della verità non sono loro ma le istituzioni” (da il Resto del Carlino (21/08/2010).   Depositari della verità??? Abbiamo degli assessori “depositari della verità”? Ma pensa, se fosse veramente così, perché Del Bono a Bologna è sotto processo? Le istituzioni a volta si prendono libertà che non rispecchiano la volontà dei cittadini…

La “politica del fare” contro quella delle “chiacchiere”, “siamo l’espressione della volontà dei cittadini”, etc. Ma non vi ricorda proprio nessuno? Secondo me abbiamo un assessore che più che avere fatto scuola alla FIGC l’ha fatta ad Arcore!

Io non sono convintissimo che l’edilizia sia l’unica soluzione. Siamo proprio sicuri che l’edilizia sia la sola e più intelligente fonte di investimento utile alla comunità? Non ci sono esempi da cui trarre spunto per far girare al contempo l’economia, mantenendo spazi franchi e simbolici, sostenendo e sviluppando la memoria storica di una città?

Ferrara. Non c’è bisogno di andare in America, in Scandinavia o in Giappone. Fréra, lé dedlà dal Panér! (Ferrara, lì di là dal panaro n.d.a). Ferrara ha un centro storico, dal Po di Volano a via dell’Orlando Furioso (questa sì che è epica!) e dalla Stazione Ferroviaria all’Ospedale Universitario, che copre circa la metà dell’intera estensione urbana. Come dire: metà storia, metà progresso. Un’occhio al passato e uno al futuro. Gli architetti che dai tempi di Ariosto a oggi hanno lavorato su Ferrara hanno sempre tenuto ben presente questa banale regola. Non a caso Ferrara ha un’Università di Architettura tra le più importanti del Vecchio Continente. Modena no. A Modena, il centro, il cuore pulsante della città, è circa otto volte più piccolo della “Banlieu”, che vive in un eterno presente fatto di costruzioni, qualificazioni, demolizioni e riqualificazioni. E’ sotto gli occhi di tutti. La zona dell’ex-AMCM è centro storico, della nostra sotria recente! Ferrara invece, ma ne potremmo citare mille altre, è una città delicata, pacifica e allo stesso tempo viva, piena di manifestazioni (proprio in questi giorni si tiene lì il festival dei Buskers), e di giovani, di nuove idee, di intrattenimento e di ricerca (le discipline archeologiche, letterarie, biomediche, giuridiche ed economiche  sono eccellenze riconosciute della città e richimano studenti, ricercatori, indotto; insomma, denaro e idee). La loro amministrazione, che come la nostra è di centro-sinistra, ha investito molto sull’università, scommettendo su un cavallo vincente: giovani e sul futuro; mentre la nostra amministrazione investe sul cemento. Poi fra vent’anni tutti sappiamo perfettamente che ogni modenese, guardando quel palazzo e quel minimarket dirà “Mo ‘c lavòr…”, potevamo risparmiarcelo e invece è lì, e adesso mica si può evacuare un palazzo e un minimarket per far demolire tutto di nuovo! Potevamo fare diversamente come per molte altre storture edilizie. Potevamo… vabbè dài RIQUALIFICHIAMO!

C’è poco da fare a Modena continuano a costruire “servizi” senza che noi ne abbiamo bisogno. Siamo già ben serviti, basta cinema multisala, basta minimarket, basta negozi. I negozi chiudono e cosa costruiamo? Negozi. Ci sono case sfitte ovunque, e la popolazione di Modena è ferma a 180.000 abitanti dal 1991 e noi che facciamo? Palazzine. Abbiamo già tre multisala e che facciamo? Un cinema multisala. Non c’è che dire, noi modenesi siamo veramente geniali.

Mi chiedo: che differenza c’è tra il nostro senso estetico (un po’ cementato, va detto) e quello dei mafiosi che hanno speculato sull’edilizia di molti quartieri catanesi ai piedi di quella meraviglia che è l’Etna? Ci piace il mattone, ecco tutto, anche a noi modenesi, diciamolo. Che volete voi retrogradi, voi ambientalisti, voi giovani rompicoglioni e vecchi rincoglioniti! Che vi ha fatto il mattone? C’era pure il ballo della Pavone! Bei tempi, quelli…Ma che, c’ avete dei problemi con il mattone? Perfetto nella sua geometria euclidea, confortante nel suo caldo colore di argilla cotta, sublime al tatto e rotondo come i fianchi di una bella signora, duro come…ah bé non bisogna seguire la Lega sulla sua retorica, che poi ci giochiamo la base…secondo me l’assessore ha un conto in Svizzera di mattoni. Un caveau di laterizi. Poggiolini c’aveva i lingotti, lui c’ha i laterizi. Se gli fai vedere una colata di cemento, un parcheggio sotterraneo, un cavalcavia ciclabile, quello si eccita, va in visibilio, rischia la cleptomania di cazzuole. Secondo me c’ha avuto un trauma infantile, tipo gli hanno rubato una betoniera giocattolo o l’hanno sfrattato o che so viveva a Comacchio nelle case di legno e paglia…c’ha l’invidia del mattone. Le donne c’hanno l’invidia del pene, lui c’ha l’invidia del mattone.

Questa mia verve satirica è esplosa da quando il mio amico Davide, ingegnere civile ferrarese, mi disse: “Ma Modena è proprio una città del C***O!”. Io ho cercato di stemperare, di difendere l’orgoglio modenese, ma avendo girato l’Europa in lungo e in largo e lavorando a Ferrara e Roma, ho visto altri esempi positivi e negativi perciò, messo da parte l’orgoglio come si fa coi veri amici, ho dovuto francamente dargli ragione. Modena potrebbe essere una città bellissima, perla dell’Emilia, fucina dei migliori artisti, scienziati, politici, esempio perfetto di equilibrio tra ragione e sentimento. Tra memoria e progresso. Invece rimane mediocre, perché pensa solo all’utile e al presente. Pensa e non prova. Non sente e non rischia. E come dice uno dei miei maestri che vive tra Roma e Modena “Modena è diventata una città asfittica. Noi Romani vedevamo l’Emilia Rossa come un paradiso negli anni ’70. Oggi sono cambiate molte cose”.

Quanto fa soffrire vedere sparire i luoghi della propria giovinezza, delle proprie avventure urbane, vederli tramutati in un minimarket. Puf! Scomparso. Smaterializzato. Come se quel luogo non fosse mai esistito.

Passateci finché tutta l’opera di distruzione non è terminata. Ci troverete ancora l’Insegna del Teatro delle Passioni e qualche coppietta infrattata in camporella urbana. Lì a fianco c’è una scritta sul muro “Vendetta”, accanto c’è una falce-e-martello, una svastica, poco più in là “Non ti dimenticherò”. Appunto: il “teatro delle passioni”.


25 aprile 2010

Di sicuro faceva molto caldo a Fort Bliss il 25 aprile del 1945, nella contea di El Paso, al confine col Messico. Qui a Modena sarà stata una giornata primaverile fatta di vestiti leggeri e petali di ciliegio sulle strade bianche. La primavera sarà stata già di per sé una liberazione. In Texas c’era un caldo torrido, e i militari del campo sudavano tutti appoggiati alla radio per sentire l’annuncio della fine della guerra. A Modena invece l’annuncio sarà passato di voce in voce, di strada in strada, di piazza in piazza.

Mi concedo una piccola digressione: né io né voi, credo, vorremmo mai trovarci nel bel mezzo di una guerra. Già solo a dirlo sgomenta. Ma credo anche che non potrò mai provare la sensazione che pervase tutti all’annuncio della fine della guerra. Cosa fu? Gioia, sollievo, esaltazione, felicità, incredulità, trepidazione, euforia. Io, mi sa che quella cosa lì, non la so spiegare, a parole proprio non mi viene. Di sicuro era una cosa che non si poteva fermare.

A Fort Bliss il padre di mio padre faceva il cuoco ed era prigioniero ormai da più di due anni. Nel ’42, durante la sua ultima licenza, prima di essere spedito al suo terzo fronte, in Nordafrica, era tornato a Limidi in via dello Stradello Basso e aveva messo incinta la madre di mio padre. Poi era partito per Tunisi e dopo poco, era di nuovo in guerra a sparare addosso agli inglesi e ai francesi. Ma soprattutto a prenderle. Il resto della truppa era stato fatto a pezzi, e lui rimasto nel deserto solo con un ferrarese, era stato finalmente fatto prigioniero, portato a Casablanca e spedito negli Stati Uniti in un campo di lavoro per prigionieri, dove lo accettarono come cuoco (i prigionieri italiani andavano sempre a finire in cucina della mensa ufficiali).

Lo rispedirono a casa nel ’46. Mio padre conobbe suo padre a tre anni. E quando gli dissero “saluta papà, che è tornato a casa!” lui si mise a piangere perché chi fosse quell’uomo con i baffi e la camicia americana, proprio non lo sapeva.

Nel ’46 l’euforia della liberazione di un anno prima era difficile da mantenere, perché mancavano calorie. La festa era bell’e che finita. La ricostruzione era lenta perché la prima preoccupazione era il pane. Il primo 25 aprile del nonno Cavazzuti non portò le stesse emozioni di quello precedente. La commemorazione e l’originale si portavano dietro sentimenti diversi.

Racconto questa storia, per dire che ciascuno ha il suo 25 aprile. Nel ‘45 qualcuno c’era, qualcuno no. Qualcuno rideva, qualcun’altro piangeva. Qualcuno era felice e, di certo, qualcuno era molto arrabbiato e deluso. E anche oggi questo 25 aprile reca a ciascuno di noi qualcosa di diverso, ma non è questo il punto. Il punto è che ci troviamo in piazza di nuovo, per metterlo insieme, tutto questo tumulto, per rendere comune ciò che è per ciascuno privato.

Oggi il mio 25 aprile è di guerra, perché tutti i giorni è una battaglia che non vorrei: per il lavoro, per la famiglia, per conquistarmi un posto nel mondo e nella mia terra a cui so di poter dare un contributo forte, per contare qualcosa e far valere almeno due o tre delle mie idee. E allora avanzi, prendi un avamposto, poi tocca retrocedere per aver perso un presidio. Ti muovi circospetto o vai all’attacco come durante un blitz, a fianco dei tuoi compagni di battaglie.

Vorrei un po’ di pace, questo sì, ma è inutile abbattersi. Domani vado in piazza, come tutti gli anni, sebbene abbia il forte sospetto che al corteo saremo meno di un anno fa.

Perché ci vado, vi chiederete. Perché mi piacciono le liturgie. Mi piacciono le “parole valigia”, come resistenza, patria, memoria, quelle parole che come le valigie contengono tanti significati e te le puoi portare appresso ovunque tu vada, facendoti riconoscere per bene da chi intende dedicarti un po’ di tempo. Perché mi piace sentire la banda e camminare vicino a gente importante. Perché mi piace Modena, in questo giorno, e sono orgoglioso dello spirito combattivo dei modenesi.

Perché paradossalmente in questa vecchia storia vedo una speranza nel futuro: se c’è stato un 25 aprile sessantacinque anni fa, allora verrà domani un altro 25 aprile, per noi.


Le fosse della vergogna (di Baldoni Fabio)

(ascoltami)

Giovedì 23 marzo 1944
Ore 6,42

 

abbiamo passato la notte
svegli

mozziconi di sigaretta accesi
attaccati alle labbra
alle dita,
con il fumo
che non pizzica più
nemmeno nella gola

occhi arrossati
mani tremanti

stanotte abbiamo costruito una bomba

è tutto deciso
pianificato

oggi andremo ad uccidere
è la guerra

so che è giusto
so che è la cosa da fare
allora perché ho cosi tanta paura?

non di morire
ma di vivere

silenzio nella camerata
il sole mi sveglia
con il suo timido calore

la città è avvolgente
anche mentre dorme

questi muri, i palazzi
tutto mi parla di Storia
e noi stiamo riscrivendo quella Storia

è la cosa da fare
cosi hanno detto

almeno credo
almeno spero

 

Ore 12,15

 

mi hai salutato
con un bacio sulla bocca
casto e pieno d’amore

i tuoi occhi dicevano attento
chiedevano un ritorno
gridavano un addio

ti amo
perché hai saputo capire
perché hai saputo resistere
perché hai saputo tacere

sai che lottiamo per i nostri figli
quei figli che, forse
non avremo mai
ma è giusto morire
per la libertà
e forse è giusto anche uccidere

camminiamo
su strade grandi

sono mesi che la vedo
eppure, questa Roma
mi sorprende ancora
come la gente

hanno paura, lo vedo
ma non di me
non del mio fucile

assomigliano alla loro città

depredati
in rovina
ma fieri

antichi
sconfitti
ma vivi

 

Ore 14,53

 

sono in posizione
la divisa è troppo larga
e non riesco
a smettere di tremare

travestito da spazzino
spingo un carretto pieno
di polvere e tritolo

nessuno mi guarda
eppure mi sento osservato

fra poco saranno qui
loro passano ogni giorno
senza motivo
se non quello di ricordarci
chi è il nostro padrone

esercitazione al poligono di tiro
troppo lunga, come al solito
chissà  perché

siamo come la polizia ormai
e non capita spesso
di dover prendere la mira

per colpire un uomo al muro
ci vuole poca pratica,
serve soltanto la forza
di premere il grilletto

e di rifarlo ancora
e ancora

 

Ore 15,48

 

sono in ritardo
non lo sono mai

aspetterò
solo fino alle quattro
poi via
a casa, da te

le solite strade
poca gente in giro
occhi
che ci seguono dalle finestre socchiuse

il tenente cammina in testa
ha fretta di tornare
e noi dietro, in fila
che abbiamo voglia solo di mangiare

 

Ore 15,49

 

via Rasella
povera e stretta,
case vecchie
che non hanno niente da raccontare

qui nessuno ci osserva
l’aria è serena

siamo quasi a casa

 

eccoli

i primi soldati hanno svoltato la via
il momento è arrivato

dita sudate
su questa miccia artigianale

ne sarò capace?

Ore 15,50

 

il boato, tremendo                                                                    il boato, tremendo

e mi ritrovo a terra                                                                           occhi sbarrati
vivo                                                                                                 polvere e grida

non mi sono allontanato abbastanza                               che non riesco a sentire

non sarò mai più                                                                        Roma è capovolta
abbastanza lontano                                                                                  caduta
                                                                                                  sotto ai miei piedi

 
                                                                                                                 sangue
                                                                                             e poi finalmente voci

                                                                                                         ci sono feriti
                                                                                                              ovunque
                                                                                                        e pezzi di noi
                                                                                               sui muri delle case

                                                                                                               perché?

                                                                                                               perché?

Ore 17,03

 

un bagno di sangue
dodici morti,
poi altri
ed altri ancora

il comando aveva mandato rinforzi
e gli ordini
per una rappresaglia
dura e necessaria
contro questa città
che aveva osato alzare la testa

dieci
per ognuno dei nostri caduti

e cosi facemmo

 

andavano a prenderli
casa per casa
tutti
anche le donne
mentre i bambini piangevano
per i fucili
e per il sangue tedesco

un rastrellamento indiscriminato
veloce e deciso
come il nostro attacco

Ore 18,21

 

portati a Regina Coeli
nessuna spiegazione
rinchiusi, senza motivo
buttati
nel buio di una cella

per vendicare un affronto

le ore passavano
(diciotto morti)
gli ordini erano sempre gli stessi
(ventidue morti)
ma i prigionieri non bastavano
(venticinque morti)

prendemmo i condannati a morte
i detenuti non ancora giudicati
alcuni ebrei

ma non bastavano
(ventisette morti)
non bastavano

servivano altri nomi
altri corpi
altri morti

 

Venerdì 24 marzo 1944
Ore 9,04

 

notte lunga
(trentadue morti)
l’ordine è arrivato

esecuzione immediata

non c’è tempo per gli scrupoli
non c’è spazio per le parole
non c’è motivo
di dubitare

 

nessuna comunicazione

mogli, sorelle
madri e figlie
davanti ai cancelli del carcere
e la polizia
che non mostrava nemmeno più i fucili
troppo occupata
a cercare innocenti

Ore 13,45

 

calcolai il tempo
per uccidere ogni uomo
un colpo a testa
e sarebbe tutto finito
(trentatre morti)

altri dieci
altro lavoro

ma dove prenderli?

nessun problema, disse il comandante
li prenderemo per strada

 

chiusi sui camion
silenzio, paura
e l’odore
di una notte insonne

dove ci portano?
dove ci portano?

Ore 15,18

 

ci hanno scaricati
urlando
poi tutti nella cava

ridevano, bevevano
e sparavano

vivi sopra i morti

strati di corpi
e di vergogna

uno dopo l’altro
a gruppi di venti
l’eco degli spari
nella testa e nelle mani

a turno si colpiva
e si beveva

si rideva
si beveva
e si sparava

 

Ore 17,44

 

abbiamo fatto saltare l’ingresso

nessuno dovrà sapere dove sono
nessuno dovrà sapere quanti sono

nessuno dovrà sapere
nessuno

 
n.d.r.

Il 23 marzo 1944 in un’azione di guerra a Roma in via Rasella, un gruppo di partigiani dei Gap uccideva 33 soldati del battaglione Bozen e ne feriva 38 facendo scoppiare una carica esplosiva e attaccando la colonna nemica con armi automatiche e il lancio di bombe da mortaio leggere. Accuratamente preparata, l’azione colpiva uno dei battaglioni specializzati in azioni di rappresaglia e faceva seguito a una serie di massacri perpetrati nei mesi precedenti dai tedeschi nelle zone intorno alla capitale ai danni di persone innocenti, spesso donne, vecchi e bambini: 18 vittime a Canale Monterano, 32 a Saturnia, 14 a Blera, 40 a San Martino, 14 a Velletri ecc.
In seguito all’azione partigiana Hitler comunicò che Roma doveva essere interamente distrutta e tutta la popolazione deportata, ma subito dopo rettificò che per la vendetta sarebbe stato sufficiente radere al suolo l’intero quartiere nel quale si era svolta l’azione. Infine Kesselring e il comandante della piazza di Roma, Kurt Maeltzer, stabilirono le modalità della rappresaglia: dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso. L’eccidio avvenne immediatamente e fu affidato al colonnello Herbert Kappler, coadiuvato dal capitano Priebke: il giorno dopo l’azione partigiana, 335 uomini furono uccisi alle fosse Ardeatine, ciascuno con un colpo alla nuca. La maggior parte delle vittime venne prelevata dal carcere di Regina Coeli e dal comando di via Tasso, cinquanta furono scelte e consegnate dal questore fascista Caruso.

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Contro i corrotti.

E’ in atto un grosso gioco di potere in Italia e siamo nelle fasi finali ma non ancora più acute dello scontro. Al confronto delle cose del mondo globale, che per quelli come me -fino a prova contraria- è ancora solo virtuale, sembrano ben poca cosa i fatti  di cronaca politica e giudiziaria di questi giorni. Il Rasoio prova a ricostruire il puzzle degli eventi, per se stesso e per chi legge, senza preconcetti.

I fatti, quando li leggi, sono già storia; quindi questa è già storia, storia d’Italia, il paese da cui molti  che l’hanno ereditata vogliono fuggire e che forse meriterebbe, proprio per la storia che vanta, uno sforzo di tutti.

Tornando alla storia di questi giorni, voglio cercare di mettere insieme il puzzle.

Finché le “vacche erano grasse” per tutti, il sistema di corruzione diffusa che vigeva nel nostro Paese era tollerato, perché garantiva una redistribuzione accettabile della ricchezza. Tangentopoli, ossia la fine della Prima  Repubblica, scoppia infatti in un momento di crisi economica (’92-’93). Inizia la caccia al politico corrotto. La mafia fa fuori Falcone e Borsellino e riprende potere pieno. Lo Stato subisce, una parte dello Stato (forse) approva.

Reimpasto, nuovi soggetti politici, cambio al vertice. Inizia la Seconda Repubblica.

Ci si può aspettare che gli scandali giudiziari di questi giorni accompagnino la fine della Seconda Repubblica? A che livello della scala del potere riusciranno ad arrivare i magistrati per svelarne le zone d’ombra?

L’attività dei magistrati e della polizia va intensificandosi, mano a mano che ci si avvicina alla discussione sul “decreto intercettazioni”. E’ un delicatissimo scontro fra i due poteri dello Stato rimasti. Chi conosce le basi del diritto, sa che i poteri sono tre costituzionali più uno: quello legislativo (Parlamento), quello esecutivo (Governo), quello giudiziario (Magistratura), e l’informazione (Mass Media), il cosiddetto “quarto potere”. Oggi governo, parlamento e buona parte dell’informazione sono riferibili ad un solo soggetto, mentre solo la magistratura mantiene l’autonomia necessaria all’equilibrio dei poteri che è assioma della democrazia.

L’accentramento del potere in democrazia è allontanamento dal potere per il popolo. Infatti, il popolo, noi, che ruolo abbiamo in questo gioco di lodi, processi, prescrizioni e decreti?

Ma se la politica fosse (o è) in molte parti corrotta, perché sta ancora lì? Beh, i voti da noi vengono, non dalla cicogna. Dobbiamo allora dire che l’Italia è un paese i cui stessi elettori, la maggioranza del popolo è insofferente alle regole, alle procedure, ai patti che regolano la vita dei cittadini. Per questo elegge rappresentanti che sono espressione del proprio modo di essere. Chi è disposto a rinunciare a qualcosa per il bene del vicino e a rispettare le regole si trova in minoranza, oggi, in Italia.

Malcolm X, cinquant’anni fa diceva: “Non buttate via nemmeno un voto. Un voto è come una pallottola. Se il bersaglio è fuori portata, tenetevi in tasca la pallottola”.

Tradotto, oggi, in Italia, significa: “Se chi ha il potere non serve chi glielo concede in libertà, allora teniamo in tasca il voto, finché non ci sarà qualcuno degno di esso che darà valore a quel voto, a quella fiducia e a quella libertà”.

Chiamo in causa Malcolm, un rivoluzionario, perché oggi, in Italia, la moderazione non sortisce alcun effetto. Tuttavia non dirò “Spariamo” o “Alziamo barricate”. Dirò invece: “Diciamo la verità. E pretendiamo verità. Niente verità, niente voto. Niente voto uguale niente fiducia. Niente fiducia uguale disprezzo”. Se chi comanda è corrotto, chi vota o chi semplicemente incita al voto automaticamente è sospettato di collusione o di votare per interesse personale. Si chiamerebbe voto di scambio.

L’alternativa? Noi facciamo il nostro dovere di cittadini. Voi, a Roma, in ogni regione, provincia, comune grande e piccole riconquistate la nostra fiducia e recuperate la vostra dignità.

Ora capisco perché ci hanno fatto credere che le ideologie sono finite. Perché se finiscono le ideologie, c’è spazio solo per l’interesse privato.

Purtroppo per voi, le ideologie non sono finite, e se alcune sono obsolete, noi siamo qui a costruirne una nuova.

Claudio Cavazzuti


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