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Modena, la pericolosa (di Eva Ferri e Claudio Cavazzuti)

Svelati i sorprendenti risultati dell’indagine sulla percezione della sicurezza in città da parte degli studenti.

di Eva Ferri e Claudio Cavazzuti

Recentemente sono stati pubblicati i dati di un’indagine effettuata in occasione di un percorso sulla legalità realizzato dal Ufficio Politiche per la Sicurezza, in collaborazione con l’Assessorato all’Istruzione del Comune, negli anni 2008 e 2009 all’interno Istituti d’Istruzione Secondari di Modena. Il campione è costituito da 694 studenti di ambo i sessi (con leggera prevalenza femminile) iscritti agli istituti professionali, tecnici e ai licei della città, e provenienti da Modena e provincia. I quesiti sono stati posti sia a studenti di origine italiana sia da studenti di origine straniera.

Andiamo quindi a vedere nel dettaglio i risultati.

Ebbene, oltre il 50% degli intervistati ritiene che Modena sia una città “poco” o “per niente” sicura, mentre solo il 42,6% la considera “abbastanza sicura”. Gli studenti di origine straniera propendono al contrario per “abbastanza sicura” (61,5%, contro 32,1% “poco sicura”).

La causa del pericolo percepito viene individuata dagli studenti di origine italiana principalmente nella “presenza di stranieri” (43,7%), segue la “presenza e spaccio di droga” (33,7%), la “presenza di tossicodipendenti” (28,1%) e di “gruppi che disturbano” (22%); il 18,7% dei giovani intervistati ritiene inoltre che non siano sufficienti i controlli da parte delle Forze dell’Ordine. L’impressione che non ci siano sufficienti controlli da parte delle Forze dell’Ordine riguarda prevalentemente gli studenti italiani (20,2%), rispetto a quelli stranieri (10,3%).

Nonostante la dominante percezione di insicurezza, la stragrande maggioranza degli intervistati (82,3% nel 2008 e 79,5% del 2009) dichiara di “non aver subito reati nell’ultimo anno”.

Solamente la metà degli studenti di origine italiana pensa che essi “debbano avere la possibilità di mantenere le loro tradizioni” (51,2%) e “possano avere loro luoghi di culto” (52,5%), e meno della metà sul fatto che “è giusto che dopo un po’ di anni l’immigrato che vive in Italia abbia il diritto di voto per il Sindaco” (48,6%); sui medesimi tre quesiti le percentuali aumentano di oltre venti punti quando gli intervistati sono di origine straniera.

Più di due studenti italiani su tre sono d’accordo sul fatto che “l’aumento dell’immigrazione favorisce l’aumento della criminalità” (67,3%), mentre una percentuale decisamente inferiore (44,6%) degli stranieri concorda su questo punto.

Confrontando infine quanto emerso dall’indagine di cui sopra con i risultati di una indagine analoga effettuata su intervistati adulti nello stesso periodo, si evince che la percezione di insicurezza è più diffusa tra i giovani modenesi (52,6%) di quanto non lo sia tra i concittadini adulti (37,7%).

Dai dati presentati (qui riassunti per esigenze di spazio), emergono tre principali elementi: il primo è che la maggioranza dei giovani di origine italiana ritiene Modena una città pericolosa, e attribuisce il sentimento di pericolo con forte prevalenza al fenomeno migratorio; il secondo punto fondamentale è che il pericolo è percepito ma non realmente sperimentato, poiché la stragrande maggioranza degli intervistati dichiara di non aver subito reati e quando subiti, trattasi di piccoli furti; infine risulta assai indicativo il fatto che l’insicurezza serpeggia soprattutto fra i giovani, mentre la generazione dei genitori si sente notevolmente più sicura.

Tutti sappiamo che il terreno sul quale si giocano la maggior parte delle campagne elettorali è da varie tornate proprio il tema della sicurezza.  Di minore impatto sono risultati di volta in volta gli altri punti proposti nei programmi elettorali: lavoro, tasse, diritti, sanità, istruzione, ambiente. L’asso nella manica (ormai anche abbastanza ritrito) per vincere le elezioni rimane sempre la sicurezza, basta giocarselo nell’ultima settimana di campagna per assicurarsi un seggio in giunta o in Parlamento. Proprio in virtù di questa considerazione i dati pubblicati si caricano di un’importanza cruciale, perché indirettamente essi rappresentano un sondaggio elettorale, oltretutto proiettato nel futuro prossimo, data l’età degli intervistati che saranno chiamati a votare in massa e –perché no- ad essere votati fra pochi anni. Ciò che sconcerta è il fatto che nessuno intervenga a ricordare un concetto banale, e cioè che la sicurezza non rappresenta una causa, ma la naturale conseguenza di un’economia florida, di rapporti di lavoro ben normati e funzionanti, di un sistema equo di tassazione, della più ampia estensione dei diritti, di una giustizia funzionante, etc… Pare invece che per i politici dall’occhio lungo e per i loro disinformati elettori lo stato di “sicurezza” dei cittadini non sia il punto di arrivo ma quello di partenza, come se si potesse tranquillamente vivere con un tasso di disoccupazione giovanile al 29%, ma l’importante è stare sicuri. I dati ci dicono che molti richiedono più polizia, come se lo stato di sicurezza dipendesse dallo stato di polizia e non dallo stato sociale.

Non so quanti come noi, indipendentemente dal colore politico cui si è legati (sempre che la politica abbia mantenuto un colore e non sia invece sbiadita in un desolante omogeneo grigiume), abbiano avuto questa sensazione negli ultimi anni, quella cioè di essere tutti su un aereo in volo instabile sopra all’oceano. La voce del capitano ogni tanto interviene a tranquillizzare i passeggeri che le turbolenze sono solo momentanee e che all’arrivo il tempo è ottimo. Le turbolenze però non si placano, anzi aumentano, finché un passeggero preoccupato ed esasperato apre la porta della cabina di comando e…è vuota! Fantozziano.

E’ possibile che questa metaforica cabina di comando ci sembri vuota, perché i temi con cui si vincono le elezioni non sono quelli che poi forniscono risposte reali e prospettive concrete per combattere e superare la crisi? Il tema della sicurezza viene accompagnato sistematicamente alla difesa contro l’immigrazione e la criminalità, come se i due fenomeni fossero in un rapporto assolutamente necessario.  Come è possibile che Paesi come la Germania, con un immigrazione decisamente più massiccia della nostra registrino un tasso minore di criminalità? Perché l’Italia deve subire continui richiami e delegittimazioni dall’UE su questi temi? Proprio di questi giorni è l’ultimo monito del Commissario del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, che esorta l’Italia a “sviluppare con vigore le disposizioni del codice penale relative ai reati di matrice razzista per arginare il continuo uso di slogan razzisti da parte dei politici”.

La nostra personale impressione su queste tendenze è che il concetto di insicurezza percepita venga spesso scambiato con quello di incertezza reale. L’incertezza di un futuro soprattutto, quando si parla di giovani. L’incertezza, per non dire la profonda sfiducia, cha accompagna la ricerca di un lavoro congruo alle proprie aspettative, l’incertezza di poter effettivamente migliorare la condizione propria e, più in generale quella del territorio di appartenenza. L’incertezza, così difficile da combattere proprio perché dipende da cause molto sovraordinate al singolo individuo, viene trasferita sul piano della ricerca di sicurezza, di difesa personale, di esigenza di legalità in una città che, se confrontata ad altre metropoli europee, è di fatto un morbido Eden. Complici di questo transfert sono i media, che –basta leggere i titoli dei quotidiani locali- sono inzeppati di cronaca nera, indipendentemente dalla gravità dei reati e dall’effettivo rilievo di altre notizie. L’incertezza di cui si parla è ciò che negli ultimi anni ha sostituito tutti i sentimenti di segno opposto che caratterizzavano la coesione sociale, storicamente forte in tutta l’Emilia, e che avevano come matrice la solidarietà, l’impegno politico, la partecipazione civile o religiosa. Come sostiene Zygmunt Bauman, recentemente intervenuto al Festival della Filosofia, viviamo circondati da individui insicuri e abbiamo tradotto questa insicurezza in indifferenza, irritazione e diffidenza.

Si può dunque cavalcare questo grande equivoco seguendo quei politici (la stragrande maggioranza, da ambo le parti)  che fanno leva sulle percezioni o sulla disinformazione piuttosto che sulla realtà provata dei fatti. Si può contribuire al contagio di questo modo di interpretare e vivere la realtà. Si può anche stare a guardare, sperando che qualcosa succeda.

In ogni caso, per chi volesse invertire questa assurda tendenza, il primo passo è acquisire una fondamentale consapevolezza: cominciamo a pretendere verità, risposte e soluzioni dalla politica; cominciamo a pretendere certezze, non sicurezza. Quella arriverà dopo, e arriverà matematicamente come in un’equazione, quando il maggior numero di persone, attraverso degli interventi strutturali sull’economia, avranno la possibilità di lavorare, di vivere dignitosamente la propria esistenza e magari di immaginare che sia possibile realizzare una o due delle proprie aspirazioni.

In questi giorni convulsi fra mercati, grandi manovre e tentativi di risanamento la domanda che è necessario porsi è: stiamo andando in questa direzione?


Una finestra dall’altra parte dell’oceano (di Marco Vassura)

Carissimi,

mi chiamo Marco, ho 60 anni, e con i miei pensieri, le mie idee e le mie stampelle sto facendo un recorrido sulle tracce di Ernesto Che Guevara. Ora vi sto scrivendo da Cordoba, in Argentina, dopo essere stato a Buenos Aires, Rosario e Santa Fè; proseguirò poi per Valle Grande e Highera, in Bolivia, poi il Machu Picchu e, se lo trovo, per il lebbrosario di San Paolo in Perù.

Perché questo viaggio? Semplicemente perché volevo farlo da tempo ed ora la pensione me ne ha data l’opportunità. Non solo per questo però: sto attraversando un periodo particolare della mia vita ed ho la presunzione di credere che questo stacco totale da figlio e nipoti, da odori musiche e colori conosciuti, mi aiuti a ritrovare la serenità che vado cercando da tempo.

Come ho trovato la patria del Che? Beh, sicuramente non come avrei voluto. La mia sensazione è che qui il consumismo abbia vinto alla grande, però sono rimasti dei gruppi battaglieri. Buenos Aires, per esempio, ha tutti i muri, i marciapiedi, le saracinesche e le panchine, pieni di scritte che inneggiano all’amore libero, all’aborto, all’orgoglio gay, alla Toma, prendiamo tutto subito senza parlare con questo o quel  politico. Sono stato a Buenos Aires 10 giorni ed ho visto 12 o 13 cortei che marciavano verso la Casa Rosada: dai licenziati di blockbuster, ai senza tetto, anche militari non riconosciuti che parteciparono alla guerra delle Malvines e che stazionano ormai da mille giorni in tende costruite con i sacchi della spazzatura.

Però una protesta era comune, nel senso che c’era a Rosario ed oggi l’ho vista qui a Cordoba; ne parlano il taxista e la gente al bar. La soia. Mi spiego. I cinesi stanno comprando tutto, dai politici ai terreni grandi come l’Italia. La scusa che portano è che devono seminare soia per fare biodisel con la tecnologia Brasiliana. Ma è tutto falso. Seminano soia perché i cinesi hanno cominciato a mangiare e mangiare carne di maiale, che la soia ingrassa per bene. Sono certo di quello che vi scrivo perché ho partecipato per diversi giorni ad assemblee del popolo Quom (anche loro occupano uno spazio in avenida 9 de Julio) Sono, come li chiamano qui, i nativi.  La loro provincia, Formosa, è a nord-ovest dell’Argentina ed è stata la prima ad essere venduta. Ovviamente i nativi non ci stanno, allora qualcuno viene fatto sparire, vengono incendiate le loro case o, peggio, ne ammazzano qualcuno per calmare gli animi di tutti. Lasciatemelo dire: quei dieci giorni di mia partecipazione mi hanno fatto ritornare indietro ai bei tempi di quando eravamo incazzati come le bisce, come voi adesso con i problemi della scuola e non solo; ho anche rivisto delle facce di sinistra che non vedevo da tempo.  La cosa vi sembrerà strana, ma ai miei tempi bastava un eskimo per sentirci tutti accumunati e dalla stessa parte, beh questi avevano l’eskimo. Forse ci consolava far l’amore…ma precari lo eravamo già…un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città. L’amore fatto alla “boia di un Giuda” in quella stanza di altri.

Scusate ma la parola eskimo per me è anche legata a Guccini.

Sono stato con il rappresentante dei rivoltosi a parlare e bere mate  (per chi non lo sapesse il mate è un infuso che si beve da un contenitore, matero, e lo si beve tutti insieme da una cannuccia, chiamata bombilla) e lui sapeva di voi! Nel senso che sapeva che i giovani in Italia lottavano contro Belucon e la cosa gli ha fatto piacere: che ci siano dei giovani che non si lasciano mettere sotto; e saputo del mio recorrido mi ha detto una frase del Che per voi.

PUEDEN CORTAR TODOS LOS FLORES PERO’ NO PUEDEN CORTAR LA PRIMAVERA

Penso non ci sia bisogno di traduzioni, altrimenti rivolgetevi a Cheyenne.

Un abrazo y mucha luz

Dimenticavo: se volete seguire la mia vuelta clikkate qui.


Anno 2010: lo Strappo

La fine di ogni anno è il momento per tirare le somme, riflettere su quanto si è fatto e sperimentato, immaginare l’anno venturo e progettarlo in base ai propri desideri e alle proprie aspirazioni. Questo però non è un solo anno che se ne va, ma un intero decennio; e allora la vecchia che bruciamo è bella pasciuta, fatta di tante cose vecchie da dimenticare, di cose brutte da ricordare e di tanti bei ricordi da metterci in valigia per il proseguire del nostro viaggio.

Il 2010 è stato inequivocabilmente l’anno dello “strappo”. E da questo turbine di eventi mi pare usciamo tutti un po’ malconci, in tanti più disillusi, in pochi rafforzati. Questa volta lo strappo non si cuce, quindi bisogna cambiare pantaloni. Ciò che abbiamo avuto per tanti anni ora non è più scontato e si rende necessario un cambio mentalità (per dirla alla Negrita), modi e mezzi di produzione (per dirla alla Marx).

Se volessimo ripercorrere gli “strappi” del 2010 seguendo una scala geografica decrescente, dovremmo per primo ricordare lo strappo Wikileaks che ha scosso le relazioni diplomatiche di tutto il mondo, comprese quelle di casa nostra. Per la prima volta nella storia le persone “comuni” vengono a conoscenza di documenti segreti in tempo reale e in tutto il mondo contemporaneamente grazie al Web. Il Dipartimento di Stato americano, le ambasciate, il potere allo stato puro, viene messo a nudo e ci accorgiamo che è molto più umano di quello che appare. (questa è una cosa bella da ricordare)

Poi lo strappo di Haiti, il terremoto, gli scontri, il colera. (questa è una cosa brutta da ricordare).

Lo strappo Berlusconi-Fini è quello che a casa nostra ha provocato rumore più eclatante, sia perché spacca il fronte di destra sia perché (comunque la si pensi) segna la fine del Berlusconismo (cosa brutta da dimenticare). Berlusconi stesso non sembra più Berlusconi, parla di accordi con il centro, non vuole le elezioni. Alla fine dopo oltre 15 anni di Berlusconi e di seconda Repubblica,  io mi chiedo: abbiamo un Italia migliore o peggiore? Mi rispondo che la DC, la destra di una volta, ha saputo governare per 60 anni (altro che 15!), impastando e rimpastando, corrompendo e colludendosi, alcuni addirittura la rimpiangono. Mi rispondo che se il trasformismo c’è sempre stato, il nostro livello di pudore non è mai stato così basso (beninteso noi per noi del Rasoio). Mi rispondo che il PCI, pur stando all’opposizione, ha saputo ottenere conquiste sociali che, avesse governato, non avrebbe forse raggiunto. Il PCI sapeva fare opposizione costruttiva, con la lotta e la concertazione, con i sindacati, i circoli, le associazioni, con gli studenti, insomma con l’unità.

E qui veniamo allo strappo dei sindacati: il mondo del lavoro si è spaccato nella sua rappresentanza, CGIL-FIOM da una parte, le altre sigle dall’altra con l’azienda (la FIAT su tutte). La ferita è profonda, perché ciò significa che alcuni lavoratori sono costretti ad accettare i ricatti travestiti da referendum e altri sono in lotta all’interno delle fabbriche. Vi immaginate negli spogliatoi della FIAT, della Ferrari, Maserati, etc. gli operai? Si guardano l’un l’altro diffidenti (uno pensa che l’altro sia un krumiro che si fa i cazzi suoi e non gliene frega niente dei diritti di tutti, basta portare a casa lo stipendiuccio da quattro soldi per un lavoro di merda; l’altro pensa che quel giovane lì fa presto a parlare di lotta, che mica c’ha famiglia lui, e se perde il lavoro ne trova un altro, quello stronzo, perché c’ha 25 anni). Il padrone divide gli operai. Divide et impera. Sindacati fatti fessi. Lavoratori fottuti.

Anche a Modena abbiamo assistito a qualche strappo clamoroso: tra le altre cose, c’avete fatto caso? Sitta è un po’ che non parla, dopo la sentenza che da ragione ai ricorrenti contro la demolizione dell’EX-AMCM e dopo la bocciatura della piscina al Parco Ferrari. Mi mancano le sparate dell’assessore…senza di lui sulla scena è un po’ come quando mancherà Berlusconi (tra l’altro sono alti uguali), non avrò più argomenti. Ma pazienza… fatto sta che i vertici del PD locale prendono cantonate su cantonate e, non ci sono “Stati Generali” (Risate Generali, piuttosto) che tengono, lo strappo con la base è già bell’e che consumato: lo strappo sulle ordinanze anti-alcol, lo strappo sull’urbanistica selvaggia, lo strappo con la Polizia Municipale (!) sul piano sicurezza dell’assessore Marino, solo per citarne alcuni. Sul fronte trasporti locali il malcontento è generale e lo strappo anche qui è alle porte; fuori modena, nel distretto ceramico, le cose non vanno meglio.

Ci sarebbero tante cose da raccontare di questo 2010, ma qui ci dobbiamo limitarci a ricordarne solo alcune.

In mezzo a tante cose brutte da dimenticare o da ricordare, ce n’é però una bella, una speranza, qualcosa che si muove; c’è ancora combustibile nel nostro serbatoio e ha bruciato bene in questo autunno fino a renderlo caldo, come avevamo previsto. Sono gli studenti e i precari a tenere acceso questo motore, i ragazzi che hanno manifestato nelle capitali europee, da Roma a Parigi, fino a Londra, finanche nelle tiepide città di provincia da Padova a Bologna, fino alla nostra Modena. Penso che i motivi per la discesa in campo dei giovani sono variegati e spesso più personali che collettivi. Però c’è molta forza in questo movimento, si è visto, più che mai in questo dicembre.

Il Rasoio si è lasciato trascinare dalla irruenza di questo turbolento 2010. Se vi siamo risultati troppo critici, inopportuni, o semplicemente noiosi, avrete la compiacenza di perdonarci le mancanze e questa nostra apparente velleità.  In realtà illusi lo siamo per davvero, e crediamo che se della Storia non si può cambiare il corso, si possono però trasformare tanti dettagli della vita per renderla giorno dopo giorno più libera, giusta e bella.

Rock’n'Roll!





Ultimatum alla Gelmini: il DDL non s’ha da fare! (di Davide Delle Chiaie)

Il giorno Mercoledì 17 Novembre 2010, giornata internazionale di mobilitazione studentesca, gli studenti italiani di molte città hanno lanciato al Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini  un ultimatum: il DDL non s’ha da fare. Tutti coloro coinvolti in questo disegno di legge sono scesi in piazza per concedere ai politici l’ultima possibilità di ritirarlo, il giorno prima che venisse discusso alle Camere. Anche a Padova studenti medi ed universitari, precari e ricercatori hanno fatto sentire la propria voce, radunandosi in oltre un migliaio davanti alla prefettura e dando vita ad un corteo colorato e rumoroso, fatto di striscioni, slogan e musica sparata a tutto volume. Un cartellone molto caratteristico recitava: “Da Pomigliano a Londra, tutti in piazza per un’istruzione libera e democratica”. Altra peculiarità era costituita dalla folta rappresentanza di ingegneria, che ha scritto “Se siamo qui anche noi l’avete fatta davvero grossa”.

Mi reco nel luogo di ritrovo, piazza Antenore, alle 9 di mattina, l’ora prefissata. Trovo molti manifestanti, alcuni dei quali con bottiglie di birra in mano (a quest’ora!), un camioncino dotato di impianto audio su sui sono attaccati striscioni in dialetto e decine di poliziotti e carabinieri. Parte la musica: dopo qualche minuto di “Colpo di pistola” dei Subsonica e di “Quelli che benpensano” di Frankie Hi-Nrg il dj mette su una serie di pezzi reggae ed hip-hop mai sentiti prima. Nel frattempo gli studenti provenienti dagli istituti più lontani arrivano. Alle 9.30 circa si parte in corteo.

Un ragazzo al microfono incita i manifestanti parlando di opposizione da parte del popolo minuto alla casta dei padroni che vogliono creare uno Stato basato sul sistema dei privilegi feudali: senza dubbio una retorica comunista e populista, che però rende bene l’idea del senso dell’iniziativa. Passiamo per il centro, quindi  confluiamo in alcune delle arterie principali del capoluogo di provincia veneto. Strada facendo, trovo due delle mie compagne di corso e mi unisco a loro. Siamo davvero in tanti: il fitto schieramento oplitico di studenti si estende per circa duecento metri. A chiudere la fitta compagine, solo i camioncini della polizia. La musica è intervallata da uno speaker che lancia ritornelli più o meno ripetuti dalla folla come “Noi il bunga-bunga non lo vogliamo” o “Chi non salta è Berlusconi”. La sua voce diminuisce canzone dopo canzone: dopo un’ora sembra che a parlare sia un catarroso con problemi d’asma!

Raggiungiamo Piazza Insurrezione e poi ci dirigiamo verso piazza Garibaldi. Alle 11 devo andarmene a malincuore: mi aspetta una lezione che non posso perdere. Leggo dai giornali che i miei compagni di sventura “hanno chiesto e ottenuto il permesso di continuare la protesta fino all’ingresso del centro culturale San Gaetano dove è in corso un convegno con la neo-segrataria della Cgil Camusso. Alla Camusso i ragazzi hanno consegnato un documento in cui si chiede al sindacato di proclamare lo sciopero generale, indipendentemente dalla situazione politica del paese” (da “Il Mattino di Padova” online).

Insomma, anche questa volta i giovani hanno dimostrato di allontanarsi dallo stereotipo del bamboccione tristemente impersonato dal “Trota”: i Padovani si sono comportati con maturità e senso civico, dando vita ad una manifestazione pacifica e gradevole. Questa ulteriore opposizione all’involuzione dell’istruzione italiana darà un qualche frutto?


Perché manifestare?

Venerdì 8 ottobre 2010 si è svolta la Manifestazione Nazionale contro la distruzione della Scuola Pubblica. In tutte le città d’Italia piazze gremite di studenti, che hanno fatto sentire la loro voce attraverso cortei, slogan e cori, per tutta la mattinata.
La domanda che spesso si sente fare (o si fa) è “Perché manifestare?”
Perché perdere il proprio tempo, saltare un giorno di scuola e andare in piazza? Tanto quelli che stanno là a governare non assistono e soprattutto se ne fregano di quello che facciamo noi. Tanto i metodi per cambiare le cose non sono mica questi! Non serve mettersi in mezzo a una strada a gridare… Così non si va da nessuna parte, non cambia niente… Noi non siamo in grado di fare qualcosa di concreto per cambiare le cose, meno che mai modificare un decreto che ormai è già stato approvato. Giusto?

NO.

Partiamo dal “fare qualcosa di concreto”: cosa c’è di più concreto che unire centinaia di persone accomunate dalle stesse idee in una piazza e dare loro la possibilità di parlare? Persone che non vengono a vendere le loro bandiere, che non sbraitano slogan di nessun partito, che non sono altro che studenti, uniti dalla volontà di sapere, prendere parte a ciò che li riguarda, a ciò che in definitiva è la loro vita.
Troppo spesso la gente se ne sta in silenzio tenendo per sé le proprio idee, troppo spesso non si presta attenzione alle parole degli altri, troppo spesso ci chiudiamo nel nostro guscio fingendo che ciò che accade intorno a noi non ci riguardi. La storia del “non cambia niente, non serve a niente, non ha senso” è solo una banalissima scusa, che lascia trasparire una grande e triste verità: chiudere gli occhi spesso è molto più facile di stare a guardare mentre ci distruggono la strada sotto i nostri piedi.

Ma questo non vuole essere solo un attacco al menefreghismo: in un momento come questo è meglio incoraggiarci, spingerci ad andare avanti, a pensare con la propria testa ed agire di conseguenza, senza troppe questioni ideologiche o preconcetti di varia natura.

Rendiamoci conto di quello che accade, di quello che ci riguarda e non facciamolo solo costretti dall’evidenza, non riduciamoci in situazioni estreme, non aspettiamo che ci tolgano la sedia da sotto il sedere, che ci tolgano le ore, ci modifichino il piano formativo così da non farlo più corrispondere a quello che noi, al momento dell’iscrizione, abbiamo sottoscritto. Non aspettiamo di avere una scuola deturpata delle sue funzioni essenziali, smostrata, resa più simile ad un’azienda che al luogo della “formazione dell’individuo e del futuro cittadino” come recita ogni Piano dell’Offerta Formativa che si rispetti.
Non aspettiamo più, perché allora molto probabilmente sarà troppo tardi.

Venerdì, a metà mattina, gli studenti delle scuole di tutta Modena e provincia (alcuni persino da Carpi) si sono riuniti in Piazza Grande per manifestare tutto il loro dissenso e la loro rabbia per il Decreto Gelmini.

E qui torniamo alla domanda di partenza, ossia: come possiamo noi, semplici studenti, pretendere che con questa manifestazione avvenga anche un minimo cambiamento?
C’è chi pensa che lo scopo di un corteo sia quello di far cambiare idea ai nostri cari politici, ma guardiamoci intorno: quante possibilità abbiamo di essere ascoltati? Dovrebbe esserci uno sciopero colossale! Gli studenti in piazza per il loro Futuro, i genitori per il futuro dei figli, gli insegnanti e tutto il personale scolastico per la loro dignità e per il futuro dei loro figli (e anche, particolare non da poco, per il loro posto di lavoro). La scuola è la base, la scuola detiene le redini del futuro, che sembra una frase ad effetto ma è tremendamente reale e concreta. Per questi motivi è estremamente difficile essere ascoltati, ma il primo grande passo per raggiungere un risultato è portare l’informazione e quindi la riflessione nelle teste e sulle bocche della gente, tutta la gente. Così si raggiungono i cambiamenti.

Quelli che venerdì erano presenti, in mezzo alla folla, circondati da persone che sventolavano bandiere, portavano striscioni, cantavano, davanti a studenti che parlavano ad un microfono su un palco improvvisato, insomma, quelli che erano davvero presenti, loro sì che hanno avvertito qualcosa di diverso.

Per loro, che erano lì non solo per manifestare, ma anche per capire, è cambiato qualcosa: si sono resi conto di non essere gli unici, si sono accorti che c’erano troppe cose lasciate in sospeso e che non potevano permettersi di ignorare, soprattutto hanno capito ancora una volta che l’unione fa la forza, sembra una frase buttata lì, ma quando sei in mezzo a centinaia di persone, allora è lì che davvero ti rendi conto dell’unità che può esistere tra perfetti sconosciuti con un ideale comune.

E per chi pensa che dopo due anni di manifestazioni, sit in e scioperi ormai ne abbiamo avuto abbastanza: l’alternativa è starsene buoni e fingere che vada tutto bene.

Valentina Camac
Eugenia Carro


Manifestazione Nazionale contro la distruzione della Scuola Pubblica

Questo perché non è ancora troppo tardi, perché c’è ancora la volontà tra gli studenti e i cittadini di poter fare qualcosa per cambiare l’attuale situazione disastrosa in cui la scuola pubblica è stata portata.

La manifestazione è per tutti gli studenti e i lavoratori che ancora non si sono arresi, perché ora più che mai è necessario far sentire le nostre voci e non credere che ormai siano solo inutili tentativi: non è ancora stata approvata ogni proposta della nuova riforma Gelmini, proprio in questi giorni si sta discutendo di idee come quella di togliere la rappresentanza degli studenti negli istituti superiori.

In un momento critico come questo non possiamo permetterci di mollare.

Ci tenevamo a far sapere di questa iniziativa, pensiamo che bene o male riguardi tutti noi in quanto cittadini di questo paese.

Per maggiori informazioni: http://www.retedeglistudenti.it/

 

Valentina Camac & Eugenia Carro


I carri bestiame dell’ATCM (di Valentina Camac)

ATCM, ossia Azienda Trasporti Collettivi e Mobilità S.p.A.

Garantisce trasporti su mezzi sicuri, con personale qualificato e linee che raggiungono ogni zona di Modena e provincia, con anche un ottimo servizio scolastico.

MA ANCHE NO.

Negli ultimi anni il servizio è incredibilmente degenerato, con un lento declino. Prima l’aumento del biglietto per le corse urbane, poi l’incredibile idea di creare un abbonamento annuale (pensato per gli studenti pendolari) che deve essere pagato tutto e subito (la somma varia dai 260 ai 541 euro) invece che in comode rate con l’abbonamento ricaricabile. Ma ora è semplicemente troppo.

Posso capire che con tutti i cambiamenti di orari delle scuole dati dalla nuova riforma Gelmini abbiano causato inizialmente dei disagi alla compagnia, che ha dovuto chiaramente rivedere tutto il piano orari, ma il tempo c’è stato. Prima che iniziasse la scuola si poteva trovare sul sito ATCM una chiarissima tabellina con il nuovo orario, in vigore dal 14 settembre 2010. Ottimo.

Poi però arriva il primo giorno di scuola, e ciò significa centinaia di studenti traumatizzati dal ritorno dalle vacanze che appena finite le lezioni vogliono solo tornare a casa.

Sorpresina in stazione delle corriere: tutti i tabelloni luminosi che normalmente presentano gli orari delle corriere sono spenti. Altra sorpresina: sì, l’orario su internet dice che tale corriera è alla tale ora, ma se uno si presenta all’ora e luogo prestabiliti non trova nessuna corriera. Esatto.

E si può provare a chiedere in biglietteria, ma nessuno ha gli orari cartacei. Secondo giorno di scuola, ma dai, andrà meglio. E invece no, continuano ad esserci autobus fantasma e corriere imballate di persone, partono in ritardo o in anticipo, quasi a caso.

Analizziamo un caso particolare che da giorni fa infuriare tutti gli studenti che si presentano con le loro borse piene di libri alla corsia 5. Siamo dopo l’una, ossia dopo che la maggior parte delle classi escono.

Ci sono cinque corriere, ottimo! Peccato che quattro di queste sono per Sorbara e Bastiglia, sono tante quattro, ma le persone sono parecchie, le occupano e ci stanno comodamente.

Ora, rimane una sola corriera per gli studenti di Bomporto, Solara, Camposanto e Finale. E per tutti questi c’è una sola corriera. Immediatamente si crea la ressa, ci si spintona per entrare per primo e trovare un posto a sedere, fino a che la corriera non è piena da scoppiare, anche se la fila è ancora lunga.

Dentro è caldissimo, i fortunati che hanno trovato posto a sedere ospitano sulle ginocchia gli amici, eppure fino in fondo c’è una fila di persone in piedi, tutti schiacciati come sardine. Posti in piedi massimi consentiti dalle norme di sicurezza: 28. Persone in piedi effettive: 45. Ok, qui c’è qualcosa che non quadra.

La corriera non parte, anche se ha già più di dieci minuti di ritardo. Quelli che non sono riusciti a salire si mettono a discutere con il conducente, che si rifiuta di partire se loro non si allontanano dalla porta. L’unica corriera dopo quella è un’ora dopo. Una quindicina di persone è costretta a stare giù e ad aspettare la prossima.

Si potrebbe pensare ad un caso isolato, ad un errore di un giorno, una disorganizzazione imprevista.  E invece questa scenetta si ripete ogni giorno, per tutta la prima settimana di scuola, e anche per l’inizio della seconda.

Claudio Cavazzuti, “Editoriale del Lunedì”, 13 settembre, Il Rasoio: “Per noi sarà un autunno caldo: preparatevi. Tenete sempre in tasca una macchina fotografica, un registratore, un taccuino. Documentiamolo questo autunno, facciamo sentire a tutti quanto è caldo, scottiamoci un po’.”

Studenti in corriera

Bene, più di una persona ha voluto fotografare la condizione della corriera che la riportava a casa. Ho avuto modo di conoscere studenti di altre scuole, parlare con conducenti, ho saputo persino che foto molto simili a questa erano state inviate al direttore dell’ATCM assieme ad una lettera di protesta per il mal servizio.

Il risultato è stato nullo.

Ora per fortuna sono apparsi gli orari (quasi) definitivi delle corriere, e sono stati appesi alla stazione.

Ma gli autobus continuano ad essere sovraffollati ed in ritardo, e se si prova a domandare a vari conducenti un chiarimento della situazione, loro rispondono che non sanno nulla.

Gli studenti continuano a lamentarsi. Cosa aspetta l’ATCM ad intervenire?

Valentina Camac

 


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