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La clessidra, l’amore e la bomba atomica

Tim è alla ricerca della Principessa, rapita da un mostro orribile e malvagio. Questo è successo perché Tim ha commesso un errore.  Più di uno anzi., Ha commesso molti errori durante il tempo che hanno trascorso insieme, tanti anni fa. I ricordi sono offuscati, sostituiti da altri ricordi, ma un’immagine gli è rimasta impressa nella memoria: la Principessa che gli girava bruscamente le spalle, la sua treccia che lo sferzava con disprezzo. Lei ci aveva provato, ad essere indulgente, ma chi può dimenticare una bugia colpevole, una pugnalata alla schiena? Certi errori cambiano irreversibilmente una relazione, anche se chi ha sbagliato ha imparato dal suo errore e non lo rifarebbe mai. Lo sguardo della Principessa si incupì. E lei divenne più distante.

Il nostro mondo, basato su rapporti di causa ed effetto, ci ha insegnato ad essere avari di perdono, perché perdonare ci espone al rischio di soffrire. Ma se abbiamo imparato dai nostri errori, se ci hanno fatti diventare migliori, non dovremmo essere premiati per questo, piuttosto che puniti?Ma se il mondo funzionasse in maniera diversa, potremmo dirle: “Non intendevo dire quello che ho detto” e lei risponderebbe: “Non importa, capisco” e non se ne andrebbe via. E la vita proseguirebbe come se davvero quella cosa non fosse mai stata detta. L’esperienza ci renderebbe comunque più saggi, ma non dovremmo più soffrire per i nostri errori.

Tim e la Principessa passeggiano nel giardino del castello. Ridono insieme, inventando nomi per gli uccelli colorati. Gli errori dell’uno sono nascosti all’altro, al sicuro tra le pieghe del tempo.-

Tanto anno fa, Tim aveva lasciato la Principessa. L’aveva baciata sul collo, aveva preso la borsa da viaggio e se n’era andato. In parte, rimpiange di averlo fatto. Ora si è rimesso in viaggio per trovarla, per dimostrarle quanto sia stato triste andar via, ma anche per dirle quanto sia stato bello. Per molto tempo, aveva pensato che la loro fosse una relazione perfetta. Lui, ferocemente protettivo, correggeva i suoi errori prima che influissero su di lei. Lei, a sua volta, tenendo a freno i propri errori lo compiaceva in tutto. Ma crogiolarsi nel conforto dell’amicizia può avere gravi ripercussioni. Per renderti perfettamente felice, lei deve capirti perfettamente. E cosi non puoi sottrarti alle sue aspettative, o alla sua influenza. La sua benevolenza ti ha circoscritto e la tua vita non uscirà mai dalla mappa che lei ha tracciato. Tim non voleva essere manipolabile. Voleva una speranza di trascendenza. Aveva bisogno, a volte, di essere immune al tocco amorevole della Principessa. In lontananza, Tim vide un castello dove gli stendardi garriscono anche quando il vento si è spento, e il pane in cucina è sempre caldo. Un posto un po’ magico.

A pranzo dai genitori, un giorno di festa, a Tim sembrò di essere tornato indietro nel tempo a quando viveva sotto il loro tetto, oppresso dall’ostinazione con la quale i suoi si aggrappavano a valori per lui privi di senso. Sporcare di sugo la tovaglia bastava a scatenare un battibecco, a quei tempi. Cercando sollievo nella brezza fresca, Tim si avviò verso l’università che aveva frequentato dopo aver lasciato la casa dei suoi. Via via che si allontanava da quell’ambiente soffocante, sentiva gli imbarazzi dell’infanzia dissolversi nel passato. Ma riviveva ora tutte le insicurezze dei giorni dell’università, tutto il panico del barcamenarsi nelle relazioni sociali. Tim accolse con sollievo la fine della visita: nel presente, seduto nella sua casa e immerso nelle contraddizioni, si scoprì molto migliorato rispetto al passato. Giorno dopo giorno, migliorandosi, si avvicina sempre di più alla Principessa. Se lei esiste – e deve esistere! – trasformerà lui, e tutti gli altri.

Durante il viaggio sentì che ogni luogo evocava un’emozione, e ogni emozione un ricordo: un tempo e un luogo. Non poteva allora accadergli di incontrare la Principessa quella sera stessa, semplicemente vagando e ascoltando le proprie sensazioni? Una pista di sentimenti, di timore e ispirazione, avrebbe potuto condurlo a quel castello: in futuro, stretto nel suo abbraccio, il suo eccitante profumo crea un momento cosi intenso da riportarlo al passato. Il mattino dopo Tim uscì subito di casa, diretto verso qualunque cosa il giorno gli riservasse. Sentiva qualcosa di simile all’ottimismo.

Lei non aveva mai del tutto compreso i suoi impulsi, quell’intensità che, col tempo, aveva cesellato rughe sul suo viso. Non gli era mai abbastanza vicina, ma lui la stringeva come se lo fosse, bisbigliandole all’orecchio parole che solo un’anima gemella dovrebbe ascoltare. Terminata la cena, entrambi compresero che il momento era arrivato. Lui avrebbe detto: “Devo trovare la Principessa”, ma non ce ne fu bisogno. Con un ultimo bacio, si mise in spalla la sacca da viaggio e se ne andò. Per tutte le notti che seguirono, lei continuò ad amarlo come se fosse rimasto lì a confortarla e a proteggerla, e al diavolo la Principessa.

Forse, in un mondo perfetto, l’anello sarebbe un simbolo di felicità. È un segno di eterna devozione: anche se non troverà mai la Principessa, lui continuerà a cercarla. Continuerà ad indossare l’anello. Ma l’anello afferma la propria presenza. La luce che emana è come un avvertimento. Tiene lontane le persone. Sospetto, diffidenza. Le interazioni cessano prima ancora che Tim apra bocca. Col tempo impara a trattare gli altri con prudenza. Imita il loro incedere esitante, aprendosi con delicatezza un sentieri attraverso le loro difese. Ma è stancante, e funziona solo in parte. Non gli procura ciò che gli serve. Tim comincia a nascondere l’anello in tasca. Ma non lo sopporta: se restasse nascosta troppo tempo, quella parte di lui potrebbe soffocare.

Seduti a un caffè all’aperto, in una piazza luminosa, i clienti si rilassano al sole, godendosi le bibite fresche. Ma non Tim: lui nota a malapena il sole, non sente il sapore del caffè. Da quest’angolo abbraccia con lo sguardo la città, e nel vacillare dei passanti, nell’arco tracciato dalla mano di una commessa mentre mostra una confezione di tè a un cliente, Tim spera di trovare indizi. Quella sera, al cinema, avventure fittizie scorrono implausibili sullo schermo. Il pubblico è vario. Alcuni sono clienti del caffè, che ora siedono felici nelle poltrone di velluto, ansiosi di assaporare qualcosa di nuovo per distrarsi dalla noia delle loro facili esistenze. Altri sono pescatori e agricoltori, che sperano di dimenticare la fatica e riposarsi le mani. Anche Tim è qui, ma studia il rossetto sulle labbra dell’attrice, calcola l’angolo del pennacchio di fumo di un elicottero caduto in lontananza … Gli pare di cogliere un messaggio: quando il cinema chiude e la maggior parte degli spettatori si dirige a sud, verso la piazza, Tim va a nord.

Quelli come Tim sembrano vivere controcorrente. Flusso e riflusso, correnti che si scontrano.

Più di ogni altra cosa, Tim vuole trovare la Principessa. Conoscerla, finalmente. Sarebbe importante, per Tim, come una luce abbagliante che abbraccia il mondo rivelando segreti a lungo tenuti nascosti, che illumina – o materializza! – un palazzo dove vivere finalmente in pace. Ma come reagirebbero gli altri abitanti della città, di questo mondo che scorre al contrario? All’inizio la luce sarebbe calda e intensa, ma poi svanirebbe, portando con sé il castello; sarebbe come dar fuoco al luogo che abbiamo sempre chiamato casa, dove giocavamo con tanta innocenza da bambini. Distruggendo per sempre ogni speranza di sicurezza.

Il ragazzo gridò alla ragazza di seguirlo, e la prese per mano. Lui l’avrebbe protetta; sarebbero fuggiti da questo opprimente castello, vincendo le perfide creature fatte di fumo e dubbi, per vivere insieme, finalmente liberi. Il ragazzo voleva proteggere la ragazza, la teneva per mano, o le poggiava un braccio sulle spalle mentre camminavano, per farla sentire protetta e vicina a lui tra la folla impersonale di Manhattan. Svoltarono e si diressero verso la stazione della metropolitana in Canal St., mentre lui si faceva strada tra la calca. Il braccio di lui gravava sulle sue spalle, un senso di costrizione intorno al collo. “Mi opprimi con il tuo ridicolo bisogno” disse lei. O forse: “Stai andando nella direzione sbagliata, e mi trascini con te.” In un altro tempo, un altro luogo, lei disse: “Smettila di strattonarmi, mi fai male!”

Lui si mise al lavoro con riga e compasso. Ragionò. Dedusse. Studiò la caduta di una mela, la rotazione di sfere di metallo appese a un filo. Stava cercando la Principessa e non si sarebbe fermato finché non l’avesse trovata, perché ardeva di bramosia. Sezionò dei ratti per esaminarne il cervello, impiantò fili di tungsteno nei teschi di scimmie assetate. Lei era di fronte a lui, spettrale, e lo guardava negli occhi. “Sono qui,” disse. “Sono qui. Voglio toccarti. Guardami!” implorò. Ma lui non la vedeva. Sapeva guardare soltanto l’esterno delle cose. Studiò la caduta di una mela, la rotazione di sfere di metallo appese a un filo. Attraverso questi indizi avrebbe trovato la Principessa, visto il suo viso. Dopo un’intensa notte di lavoro, si inginocchiò dietro un bunker nel deserto; si protesse gli occhi con un vetrino da saldatore e attese.

In quel momento calò l’eternità. Il tempo si fermò. Lo spazio si contrasse in un punto grande quanto una capocchia di spillo. Fu come se la terra si fosse aperta e il cielo si fosse squarciato. I presenti si sentivano dei privilegiati, come se stessero per assistere alla Nascita del Mondo[1]

Qualcuno vicino a lui disse: “Ha funzionato.”

Qualcun altro disse: “Ora siamo tutti figli di puttana.”[2]

Lei era in piedi, alta e maestosa. Era furiosa. Urlò: “Chi è stato a disturbarmi?”. Ma poi, passata la rabbia, sentì la tristezza che giaceva sotto; lasciò il suo respiro cadere gentilmente, come in un sospiro, come ceneri che fluttuano con delicatezza nel vento. Non riusciva a capire perché lui avesse deciso di scherzare con la morte del mondo.

Il negozio di dolciumi. Al di là di quella vetrina c’era tutto ciò che lui desiderava. Il negozio era decorato con colori brillanti, e gli aromi che ne provenivano lo facevano impazzire. Cercò di correre verso la porta, o almeno di avvicinarsi al vetro, ma non poteva. Lei lo tratteneva con una forza immensa. Ma perché lo tratteneva? E come poteva lui liberarsi dalla sua presa? Pensò di ricorrere alla violenza. Erano già stati li durante una delle loro passeggiate giornaliere. Lei non badava ai suoi strilli, il dolore che le causava tirandole la treccia per farla fermare. Era troppo piccolo per capire come comportarsi. Lei lo prese in braccio e lo strinse a sé: “No, piccino,” disse. Lui tremava. Lei seguì il suo sguardo, vide le leccornie adagiate sui cuscini dietro il vetro: la tavoletta di cioccolato e il monopolio magnetico, l’universo computazione e il calcolo etico, e tante altre cose ancora, all’interno. “Forse quando sarai grande, piccino, “ bisbigliò lei, posandolo a terra e avviandosi verso casa, “Quando sarai più grande, forse”. Dopo quel giorno, continuarono a passare di fronte al negozio di dolciumi, ogni giorno, come sempre.

Lui mentirebbe se dicesse di aver capito. Anzi, forse non è mai stato confuso come ora. Ma tutti questi momenti che ha contemplato … è successo qualcosa. Nella sua mente quei momenti sono solidi e pesanti, come pietre. Si inginocchia, tenendo la mano verso la più vicina. Accarezzandola la scopre liscia e fresca. Soppesa la pietra; si accorge che può sollevarla, che può sollevarle tutte. Può usarle per creare delle fondamenta, un argine, un castello. Per costruire un castello di dimensioni appropriate gli serviranno tantissime pietre. Ma quelle che ha possono bastare, per il momento.

sito ufficiale: http://www.braid-game.com/


[1] citazione di Robert Jay Lifton tratta dal suo libro The Broken Connection, dove descrive proprio l’esplosione della prima bomba atomica.

[2] Citazione questa volta di Kenneth Tompkins Bainbridge, fisico che ha partecipato al progetto Manhattana (il progetto che si è occupato della costruzione della bomba atomica) che commenta (rispondendo a Robert Oppenheimer) l’esposione della bomba atomica di prova, il “Trinity test”. Questo test è stato svolto nel deserto di Jornada del Muerto nel Nuovo Messico


Il potere della Bellezza

E’ sufficiente accendere il computer per osservare come il potere si manifesti in una moltitudine di forme affascinanti che attraversano la storia dell’uomo e si dipanano come un capolavoro di intelaiatura nella ragnatela della vita.

Che cos’è il potere nel nostro paese? Penso alla forza delle parole di un capomafia, che può costringere migliaia di persone a vivere nella paura e a rispettare regole non scritte e non concordate. Penso al potere di quei politici che non basano la loro legittimazione sulle idee, ma sul valore del loro nome, fatto di lauree più o meno guadagnate meritevolmente, di migliaia di posti di lavoro “donati” agli amici e agli amici degli amici, di favori scambiati fra potenti, di ricchezze accumulate nella lunga sfida allo Stato (un ricco terreno di conquista nel Novecento). Penso all’uso criminoso dei mezzi di comunicazione, che diventano tecnologie subordinate alle dinamiche del potere che questi uomini impongono deregolamentandone le relative leggi. Penso al potere del silenzio, subito o usato dal parlamentare di opposizione che non affonda mai la sua lancia nella corruzione, atteggiamento che gli frutta molti soldi e altro potere (perché il silenzio a tutti i livelli ha un costo economico e politico da pagare); esso arriva fino all’uomo comune che deve adeguarsi al silenzio per sopravvivere, perché pochi sono per nascita vasi di ferro, molti di terracotta.

Torniamo ad osservare il ragno del tempo e dell’esistenza intrecciare questa tela fantastica, ora possiamo svelare uno dei poteri più incisivi ma magistralmente nascosti in ognuno di noi: il potere della bellezza.

Che cos’è la bellezza? Un concetto astratto, a mio avviso, che superando i limiti del tempo e dei canoni umani investe l’uomo dalle sue origini. Non lo si può ingabbiare nella profondità dello sguardo di una donna, nè lo si può ridurre all’altissimo valore di un quadro che raffigura la vittoria rivoluzionaria come La Libertà che guida il popolo. Non si può nemmeno sintetizzarla negli atti quotidiani di un bambino che sorride spensierato, perché il potere della bellezza comprende tutte queste sfaccettature che a loro volta non possono rappresentarla a pieno singolarmente. Che cosa ha spinto i tantissimi artisti e scienziati italiani a fare ciò che hanno fatto? Che cosa ha ispirato la scrittura dell’Inferno, se non la bellezza di una donna? Che cosa portò alla creazione di Santa Maria in Fiore, se non l’amore per l’arte e l’ardire di creare una cupola che possa quasi sfuggire alle leggi della fisica? Che cosa portò Garibaldi e Mazzini a dedicare la loro vita al loro paese, se non l’amore che questi nutrivano per la bellezza dell’Italia? Perché Amore e Arte sono manifestazioni tangibili della Bellezza, lo scrivevano i greci e nessuno ha mai potuto smentirli.

Quando Tremonti dice che con la cultura non si mangia dimostra quanto sia ignorante la sua affermazione (la quale in realtà è maliziosa, poiché il nostro ministro dell’Economia è tutto tranne che poco istruito). Oggi questi Capolavori consentono all’Italia di avere un patrimonio artistico che produce ricchezza a distanza di secoli. Queste conquiste e queste opere consentono al nostro paese la creazione di un’unica lingua che permetta al valdostano di comprendere ciò che vuole comunicare un salentino. Ci permette di avere uno Stato unito, più forte sul piano economico e politico nelle sfide che la globalizzazione ci sbatte in faccia; provate a quantificare sul piano economico il valore di tutto questo?

Il potere della bellezza è duraturo. Quando una cosa è bella rimane nel tempo qualsiasi forma abbia, che sia una canzone, invisibile e inconsistente, o che sia una statua. E la grandezza di questa concetto è che è libero: tutti possono comprendere la bellezza se ne hanno un po’ dentro, tutti possono replicarla e tutti possono crearla dal nulla. Ma chi conosce e sa usare questo potere ha qualcosa in più, una luccicanza. Se fossimo negli anni ‘70 potrei proporre l’istituzione di veri e propri portatori/portatrici della Bellezza, persone (riconosciute e legittimate dallo Stato) incaricate di creare e diffondere questo potere.  Probabilmente, se ne riderebbe salvo poi venire a sapere che nel mondo, fuori dal nostro paese provinciale, ci sono Stati che senza istituire portatori di bellezza, retribuiscono persone altamente formate per fare la medesima cosa, cioè per diffondere il valore artistico e culturale del loro paese nel mondo. Si chiama cultura, cari amici e seguaci di Tremonti, e porta benessere, ricchezza e se ben gestita anche felicità.

Enrico Monaco


Dal Web alla carta e ritorno (di Riccardo Pagliani)

Pro e contro dei due mezzi più usati per fare informazione. E come si raggiunge (speriamo) il buon compromesso.

Articolo tratto da l’Appunto, giornale trimestrale formiginese.

 

Cos’è scrivere se non lasciare una traccia? Un passaggio, una testimonianza. Abbiamo nel tempo prodotto materiali concreti sui quali lasciare il marchio indelebile di un uomo capace di creare da un apparente nulla, capace di tramandare ai propri nipoti l’esperienza, rendendola loro senza che mai nemmeno l’avessero vissuta. Questo è, in parte scrivere. Altra parte, grande e potente, è quella di suscitare una piccola o grande emozione. Nel bene, nel male, a ragione o a torto: molti nel tempo hanno sentito la necessità forte di scrivere. Ma mai come nel ventunesimo secolo scrivere è stato un bene alla portata di tutti, o quasi. Oggi sono molti quelli che credono di potersi avventurare nel campo delle lettere per lasciare una traccia interessante ai posteri, o anche solo per mero esibizionismo. E quest’epoca offre ad un popolo sempre più vasto la possibilità di utilizzare uno strumento grande e capace come pochi di raggiungere molti con una facilità disarmante: internet. Per la prima volta nel corso della storia uno scrittore può pensare di pubblicare un racconto senza spendere nulla, facendo girare nell’etere la propria storia. Uno scienziato può divulgare informazioni capaci di cambiare il corso della storia e della concezione umana. Un mitomane può terrorizzare intere comunità. Un’agenzia può pubblicare documenti riservati. Internet è Libertà. È la possibilità di fare tutto quello che prima si faceva con maggiore pudore, con più senso di responsabilità. Si distruggono amicizie con un click, si infamano personaggi rispettabili, si ribaltano verità assodate: tutto è possibile, nulla(o quasi) è vietato. Cito episodi negativi, ma non è un caso se tanti hanno spinto Internet alla candidatura al Nobel per la Pace. In Cina, come a Cuba, in Myanmar, in Africa, nell’est Europa, in Russia la rete è l’unico vero modo per uscire dai canoni di propaganda, per ottenere quell’informazione priva di vera censura, sebbene esista una censura telematica: ma per quanto questa macchina dell’oscurantismo possa essere forte non riuscirà mai a sottomettere un popolo virtuale semi invisibile e voglioso di democrazia, in tutto il Mondo. Internet fa questo è vero. Ma perché tanti, anche trai giovani, continuano ad amare la carta? La risposta vi sembrerà banale ma… provate a toccarla.

Chi vi scrive sta portando avanti un progetto d’informazione che d’ora in poi prenderà la doppia importante strada del multimediale(internet) e dello stampato(periodico trimestrale). La cosa funzionerà in contemporanea, l’uno sarà interconnesso all’altro, sebbene i tempi di ragionamento e di pubblicazione dei due mezzi siano decisamente differenti. Quando iniziammo l’esperienza di Appunto  avevamo una gran voglia di dare a chi ci leggeva un contributo concreto, una testimonianza tangibile di informazione. Con i nostri limiti, ovviamente, poiché nessuno di noi è giornalista per professione. La carta, da subito, ci è parsa lo strumento più valido, al di là dei tempi grigi per questo mezzo(l’editoria in tutto il mondo subisce oggi una crisi profonda, proprio a causa di internet). Il perché di questa scelta rimane in quelle tre semplici parole. Il poter suscitare in chi legge una sensazione tattile, condividere uno scambio di quattro fogli sulla piazza del paese(usciamo a Formigine, per la cronaca!) ha un prezzo molto più alto di quanto non possa suscitare un articolo pubblicato su una bacheca virtuale. Perché ti pone a contatto con il paese, in maniera diretta, senza barriere, ti mette di fronte a chi ti giudicherà: ti impone una trasparenza che spesso su internet è optional. Non è solo responsabilità, ovvio: c’è tanto amore per la carta. Questa materia fibrosa e profumata, intrisa di inchiostro e sudore intellettuale, dà, a chi la maneggia con cura una forza che raramente un monitor riesce a trasmettere. Ti da la sensazione dei tempi passati, di una tradizione che continua, quella del giornale alla mattina accompagnato ad un cornetto e al cappuccino. Leggere le notizie dalla rete è conveniente, ma asettico. Si vive la notizia con quel distacco che solo i cristalli liquidi riescono a trasmettere, mettendoli in vetrina, non tangibili. Ma internet, come già detto offre vantaggi che la carta ovviamente non può dare, e dunque ha senso approfittare di questa grande opportunità. La rete fruisce a tutti, non ha vere barriere, raggiunge un pubblico più vasto a dei costi ridicoli, per non dire inesistenti. La carta, oltre allo spessore materico, ha un peso in termine di costi. Impone programmazione e ricerca di sponsorizzazioni, pubblicità per non cadere nel dimenticatoio, serietà e competenza da parte di chi impagina, una tiratura non troppo elevata per evitare esuberi e non troppo irrisoria per evitare l’anonimato. Questi problemi internet, semplicemente, non li ha. Ma la scelta di mantenere la carta fa proprio capire di cosa sono fatte le persone: di carne, sentimento, passione. Qualcosa che trascende un risultato di pubblico o di notorietà, che ti obbliga a scendere in piazza per diffondere la tua idea, anche se magari quel pezzo di carta andrà cestinato a pochi metri da te. Sommando l’uomo che ricerca la bellezza all’uomo che cerca la concretezza “virtuale” del multimediale si crea il buon compromesso, la giusta ricetta di informazione a cui si deve tendere: suscitare emozione e raggiungere il mondo intero.


La strada che porta al vento (di Baldoni Fabio)

(racconto tratto da IL SENTIERO DEI PADRI)

 

Vestito di cloro e sogni

Acqua. Nelle orecchie. Sotto le unghie. Dentro il buco del culo. Ed un buio innaturale, anche per una serata di novembre. Un’altra vasca. Solo un’altra ancora. Il fiato corto, devo smettere di fumare. O forse devo solo smettere di inseguire un sogno, che non è il mio. E che non lo sarà mai.

Silenziosa ed inevitabile

Se ripenso a quella cazzo di mattina ormai mi scappa quasi un sorriso ma una cosa veloce, che non voglio essere troppo malinconico oggi. Era martedì, con un sole alto e solo, che salutava la bara di legno dell’uomo che mi ha messo al mondo. Non era mio padre allora, lo è diventato soltanto dopo, quando ho scoperto chi era davvero. Solo dopo che mia madre ha smesso di dirmi le solite bugie. O forse quando ho smesso di credere alle sue verità.

Oggi l’uomo che mi guarda da questa foto su una lapide è la forza che pensavo di non avere, l’incubo che mi fa svegliare nel cuore della notte con le mani che stringono il cuscino bagnato di sudore, la luce che mi guida verso sentieri poco battuti, le lacrime che non ho mai versato ed i ricordi che devo ancora vivere. E tutto questo per una stupida gara. Che non vincerò. Che non finirò. Che non sarò nemmeno in grado di cominciare, e forse è meglio così.

Quel giorno credevo di essere al funerale di un lontano parente, di quelli che vedi soltanto ai matrimoni, eppure mia madre era tesa come se fosse morto il suo adorato cane. Mi aveva chiamato due giorni prima pregandomi di non mancare. Nella sua voce c’era tristezza, ma non per il morto, tristezza per sé, almeno questa era l’impressione che mi aveva dato. E così andai, dentro al mio completo nero: erano passati pochi mesi dall’ultima volta che l’avevo messo eppure mi era già piuttosto stretto. Al cimitero mi accorsi che non conoscevo nessuno. Non c’erano i soliti parenti, nemmeno quelli di cui non ricordavo mai il nome. Eravamo in mezzo a persone che non avevo mai visto ma che sembravano riconoscermi: timidi sorrisi, piccoli gesti di saluto che volevano essere di conforto e parole sussurrate, appena si allontanavano da me o da mia madre. Ma la cosa più strana era il cambiamento quasi fisico che si notava in lei: lei, che era sempre a testa alta, fiera come ogni ricca donna del sud, ora sembrava invecchiata di vent’anni, curva sotto gli sguardi. Piegata da una forza che non riuscivo ne a vedere ne a riconoscere. Si teneva aggrappata a me, tirandomi e spingendomi lontano dalle persone, mentre con gli occhi cercava di proteggersi da quelle parole che non riuscivamo a sentire ma che lei sembrava già conoscere. Arrancava ma non voleva andarsene, come se quel silenzioso supplizio fosse una pena a cui non poteva sottrarsi.

Riuscii ad allontanarmi per fumarmi la solita sigaretta, appena fuori dalla canonica, quando fui avvicinato da una strana figura che non avevo visto alla funzione. Era un indiano (penne, non puntini) di circa settant’anni, occhi stanchi e passo lento ma sicuro. Si avvicinava come una nuvola carica di pioggia, silenziosa ed inevitabile. Ero sicuro che mi avrebbe superato quando si fermò, proprio ad un metro da me, e mi sorrise. Un sorriso triste, con quella bocca che sembrava essere stata tracciata da una mano incerta di madre, su una pelle dura come la terra del deserto dell’Arizona.

“Sei proprio alto come lui.”

Non risposi, anche perché non capivo di cosa stesse parlando, ma lui continuò, come se non si aspettasse che quel mio inebetito stupore.

“Dovresti smettere con quella roba.”

Cazzo vuole questo? Mi guardava dritto negli occhi ma era preso dai suoi pensieri, pareva mi stesse valutando, come si fa con il bestiame.

“Sei troppo grasso per correre.”

Se per questo sono troppo grasso anche per stare seduto. Cominciava a darmi sui nervi, eppure avevo l’impressione di averlo già conosciuto questo vecchio pazzo, come quel formicolio che ti colpisce le mani prima di una bella sbornia: la sensazione di qualcosa o qualcuno che ti rovinerà la vita, ma che in nessun modo potrai evitare.

Aveva torto

Sei mesi. Ero già in ritardo sulla tabella di marcia quando ne mancavano dodici. Merda. Mancano sei mesi e non riesco ancora a non sentire male ai piedi dopo dieci chilometri di corsa. Corsa… Diciamo piuttosto di passo veloce, nemmeno poi troppo, ma dovrò farne quarantadue di chilometri. E centonovantacinque metri…fanculo. Tutto per quella dannata gara, la Gara, che mio padre non ha mai finito e che io mi sono messo in testa di finire per lui. 3,8 chilometri di nuoto. 180 chilometri in bicicletta. Ed una cazzo di maratona per concludere. Se qualcuno si chiede ancora cosa c’è dopo la morte per chi va all’inferno eccovi la risposta: l’ironman. Non ci si iscrive a questa gara, perché è solo ad invito; devi aver raggiunto risultati importanti in altre gare più piccole, un qualche segnale che puoi sopravvivere, non finire la gara, sopravvivere. Mio padre ha inseguito la Gara per vent’anni. Ha corso, nuotato, pedalato, nonostante non fosse un atleta, ma solo perché sentiva che quello era il suo destino, che era nato per finire quella gara. Aveva torto.

È riuscito a parteciparvi, ma non l’ha mai finita. Al trentaduesimo chilometro di maratona è caduto a terra, su quella terra che l’aveva atteso per cinquantaquattro anni, ed è morto lì: sudato, felice, solo e stanco, ma realizzato. E’ solo per questo che gli organizzatori mi hanno dato la possibilità di partecipare. Per poter onorare la morte di mio padre. Ma forse si sono convinti quando mi hanno visto per la prima volta: credo abbiano pensato che non avrei mai potuto essere abbastanza in forma da mettere in pericolo la mia vita.

Devi imparare ad amare la fatica

Questo è quello che continuava a ripetermi il mio nuovo amico. Mi aveva detto lui, in quel cimitero, che l’uomo che stavano seppellendo era mio padre. Mi aveva detto lui che, in quel cazzo di cimitero, stavamo seppellendo mio padre. Mi aveva detto lui che quel cimitero elegante sarebbe stata l’eterna dimora di quel cazzo di padre che non avevo mai avuto, e che era tornato appena in tempo per farsi rimpiangere. Ed io lo guardavo, lui e quelle sue collane di perle da quattro soldi, e mi chiedevo se mi meritavo davvero una cosa del genere, se meritavo di soffrire per un padre che non avevo mai conosciuto.

“Io sono Thomas” aveva detto, in modo asciutto, senza cambiare mai espressione, senza un accenno di sorriso, come se mi stesse facendo un favore a rivelarmi il suo nome. Mi guardava dritto negli occhi. Mi studiava.

“Io sono Michael” risposi. Cercavo di sostenere il suo sguardo, ma non era possibile. Non mi era possibile. Eppure aveva occhi così intensi, così carichi di memorie, che non potevi distogliere lo sguardo senza qualche rimpianto.

Dopo quell’inaspettato incontro cercai mia madre, per capire finalmente in che diavolo di incubo mi fossi svegliato, e la trovai sola, in un angolo, mentre con la sua espressione più risoluta fronteggiava silenzio e sguardi. Ma le bastò vedere la confusione nei miei occhi per capire che il suo segreto era stato svelato, per comprendere, alla fine, l’inutilità di trent’anni di bugie.

Aiutami a dimenticare

E così tutto è nato da una bugia. Quel giorno uno sconosciuto mi ha detto chi ero, chi sono. Mi ha svelato il sogno di mio padre. Mi ha spinto a seguirlo. Mi ha aperto gli occhi, per riempirli di dolore e di fatica. Io lo ascoltavo, volevo ascoltarlo, mentre mi parlava di gare e di solitudini. Lo ascoltavo mentre sussurrava di vento e di correnti marine. Assaporavo la sua voce, cercando di farla rimbalzare contro le pareti della memoria, perché mi aiutasse a dimenticare.

Il valore del tempo

“Non appena smetti di combatterlo, il tempo diventa il tuo migliore alleato.”

Io mi allenavo cercando di migliorare ogni giorno, controllando tempi, prestazioni. Lui invece mi ripeteva quella frase, accompagnandola con il sorriso di chi ha in bocca un segreto. Che non ti rivelerà mai. Non che i miei tempi fossero così buoni da dover essere segnati, ricordati, però mi sembrava l’unico modo per capire se avrei potuto finire la gara. Per Thomas invece era importante che capissi il senso di quello che stavo per fare: riunirmi, grazie al dolore ed alla fatica, all’anima di mio padre. Non considerava  la corsa come sport, ma come un primordiale contatto con i ritmi della terra, dell’acqua e dell’aria. L’aria prima di tutto.

“Il vento deve essere il tuo allenatore: il vento ti dirà quando spingere e quando riposare. Il vento saprà vedere oltre la fatica e ti mostrerà quello che i tuoi occhi stanchi non potrebbero mai vedere.”

In questi mesi non so se sono riuscito davvero a capire del tutto le sue parole. Di certo ho imparato ad ascoltare il mio corpo, a scavare dentro di me, per tirare fuori tutte le energie. Ma non so ancora se sono davvero pronto e forse non lo saprò mai.

Verso l’orizzonte

Non ho potuto dormire stanotte. Ogni volta che chiudevo gli occhi sentivo le onde che mi sbattevano sulla faccia, le braccia stanche per uno sforzo che era solo nella mia testa. E adesso che sono qui, su questa spiaggia, capisco che i miei incubi non erano nulla rispetto a quello che mi aspetta: acqua fredda, onde alte, veloci, ravvicinate, e novantanove fottuti atleti. Gente abituata a nuotare nell’oceano, mentre per me è già un impresa indossare una muta. Thomas guardava lontano, ed annusava l’aria come fanno i cani: sembrava non riuscire a stare fermo, sembrava stesse vivendo la gara, attraverso quei rapidi respiri.

Se non l’avessi conosciuto avrei detto che era felice. In realtà la sua era solo tristezza: la tristezza di un uomo vecchio da giovane e giovane da vecchio, quando ormai nemmeno nella tua mente puoi correre veloce come vorresti.

“Allora io seguo il gruppo, direi che è la strada più breve, no?” scherzai, cercando di smuoverlo da quei suoi pensieri. Non rispose subito, quasi stesse ritornando da un lungo viaggio. Poi mi sorrise, e ridendo sussurrò “In mare, come nella vita, non vi sono sentieri già tracciati.”

Lo sparo è arrivato all’improvviso, ma ha colto di sorpresa soltanto me, visto che tutti gli altri sono scattati come belve. Poi sono partito anchio. Ultimo, dopo due secondi sono già ultimo, cazzo. Non che mi aspettassi nulla di diverso. Però speravo di durare almeno un minuto.

L’acqua mi colpisce come una lama alle gambe. Mi taglia in due nonostante la muta. Le braccia sono dure. La bocca piena di sale, con gli occhi che non riescono a vedere nulla. Cerco di ricordare le regole di Thomas: prima il braccio destro poi il sinistro, respiro regolare, tieni le gambe per quando sarai davvero stanco. Ma più provavo a pensare e più mi sembrava di sprecare energie. E così mi ritrovai a sbattere gambe e braccia contro l’acqua, alzando troppo la testa per cercare ossigeno che non fosse pieno di sudore, per scovare una vaga traccia dei miei compagni. Compagni che mi avevano di certo dimenticato, visto che non sembravano essere da nessuna parte.

Dopo due terzi di gara cominciarono i problemi di stomaco. E vomitai. Una volta, due, tre volte. Vomitai bile e zuccheri semplici. Sputai sale e promesse non mantenute. E per la prima volta nella mia vita pregai. Pregai un Dio in cui non credevo. Pregai per avere la forza di continuare a nuotare: perché ogni bracciata che facevo verso l’orizzonte era una in più che avrei dovuto fare per tornare indietro.

Nel dolore

“Credi di riuscire a trovare la tua bicicletta?”

Quel figlio di puttana, con uno dei suoi proverbiali sorrisi, mi aspettava alla fine del percorso di nuoto. Ero ultimo. Non avrei di certo avuto problemi a trovare la bici, visto che era rimasta soltanto la mia.

“Non credevo che ce l’avresti fatta” disse Thomas, quasi con orgoglio. Tentai di rispondere ma la mia bocca si riempì di vomito e non di parole. Un conato lungo, che sciolse le ultime energie rimastemi.

“Vai con calma, aspetta due minuti poi preparati per la seconda parte.”

Ero a pezzi. Con in bocca il sapore del mare, che mi stringeva la gola fino quasi a togliermi il respiro.

“Una volta salito sulla bici vedrai che passa tutto. Bastano un paio di chilometri per rimettere in sesto il tuo stomaco.”

“Un paio?” e chi li fa un paio di chilometri?

“Dopo vedi di mangiare, che la parte difficile deve ancora arrivare” disse, aiutandomi con le scarpe, che non riuscivo ad infilare.

Ero quasi alla fine del primo giro, 56 km circa, percorsi lentamente, percorsi nella sofferenza. Ero davanti all’unica salita del percorso: salita dura, lunga, che non avrei mai potuto percorrere nemmeno a piedi in questo momento, figuriamoci in bicicletta. L’unica cosa che mi faceva andare avanti era la voce di Thomas, che mi pulsava nella testa e nelle vene. Voce antica, profonda, che sembrava aver percorso tutte le strade di questa Terra. Voce che guidava le mie gambe, una pedalata dopo l’altra.

“Ricorda” ripeteva durante gli allenamenti “il dolore trova sempre una strada per tornare a casa.”

Ogni volta che lo diceva non sapevo cosa rispondere, perché non riuscivo a capire quel suo oscuro messaggio. Ma adesso che ero di fronte a questa salita mi resi conto finalmente cosa intendesse. Solo se supererò questa salita potrò tornare a casa, solo nel dolore posso trovare la mia via d’uscita.

C’era riuscito

Dove cazzo sei finito, vecchio pazzo? 

Cercavo Thomas con lo sguardo. Non potevo esprimere i miei pensieri con la voce, mi avrebbe fatto troppo male, dopo non avrei mai potuto avere la forza per cominciare l’ultima frazione della gara. Ero appena sceso dalla bici: le gambe tremanti e lo stomaco impazzito. Nella mia mente molte voci si accavallavano, e tutte mi invocavano di fermarmi, di sedermi. Per sempre. Ma le mani parevano avere una volontà tutta loro. Le mie mani sfilarono le scarpette rigide per infilare quelle da corsa.

Alla fine c’era riuscito. In un anno mi aveva trasformato in un corridore. Non un atleta, per quello non sarebbe bastata una vita, ma un corridore sì, un corridore lo ero diventato. Non che non provassi dolore. Non che non sentissi la fatica. Però era la prima volta, dall’inizio della gara, che non mi sentivo perso, fuori luogo. Mi sembrava quasi di stare meglio ad ogni passo. Mi sembrava quasi di recuperare sugli altri. Altri che non vedevo dalla mattina. Altri che probabilmente stavano godendo del meritato riposo del dopo gara. Correvo ascoltando il battito del mio cuore. Correvo svuotando la testa di tutto quello che ero stato. Correvo, finalmente, guidato dal vento. Avrei voluto urlare, ma non avevo fiato nemmeno per pensare di poterlo fare e così affidai al silenzio la mia emozione.

Solo

Al trentaduesimo chilometro lo vidi. Era un’ombra. Era un respiro, che travolgeva il paesaggio intorno a lui. Lo vidi mentre camminavo, mentre la mia mente era impegnata a portare avanti le gambe ormai senza forza ne controllo. Thomas mi guardava. Thomas mi guidava, in silenzio, verso di lui. Sembrava stesse cantando: un ritmo costante, un sospiro che non riuscivo a sentire ma che mi colpiva più del dolore. Quando arrivai al suo fianco cominciò a camminare, lungo la strada. Non staccava gli occhi dai miei. Non sapevo il perché, ma cominciai a  sentirmi stanco, stanco davvero.

“Adesso posso lasciarti” disse “il mio compito è finito.”

Non avevo le forze per rispondergli e così mi fermai, cercando di assimilare abbastanza ossigeno per potergli fare le domande che mi rimbalzavano nella testa e nelle orecchie.

“Non puoi lasciarmi solo, non adesso!”

Sorrideva mentre si allontanava. Non ero sicuro che fosse uno dei suoi soliti colpi ad effetto, perché mi sembrava strano, anche per uno come lui.

“Non sei solo” disse, girandosi “tuo padre ti accompagnerà e ricorda: se non finirai la gara allora nemmeno lui potrà mai finirla, quindi smettila di parlare e comincia a correre.”

Fu l’ultima volta che lo vidi. L’ultima volta che mi sentii davvero abbandonato da qualcuno.

Non aspettavano me

Tremavo. Mancavano duecento metri. Duecento fottutissimi metri. Più che correre barcollavo, e tremavo. Di gioia, di stanchezza, di niente. La mia testa continuava ad urlare: un altro passo, un altro ancora cazzo! Eppure avrei voluto fermarmi un po’, per vedere che faccia avevo, per assaporare la fine. Sulla linea d’arrivo erano rimaste poche persone. Non aspettavano me: stavano smontando il palco della premiazione, stavano pulendo. Stavano partendo, mentre io arrivavo. Da solo.

Cento metri. Ora passeggiavo. Ma non mi sentivo solo, almeno non adesso. Adesso non più.

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Il tempo dell’anima

Un orgasmo di suoni metallici e di corse infinite colpisce il mio orecchio: il rumore di un treno che corre mi raggiunge, mentre spasmodico controllo il mio profilo su Facebook. Sfoglio le pagine virtuali velocemente: Google Chrome mi proietta in mondi diversi dove tante immagini si susseguono, passando da un link ad un altro nel tempo di un click. E mentre tutto questo accade trovo anche il tempo di rispondere all’iPhone, quando distratto alzo gli occhi al cielo scoprendo che una bellissima Luna illumina la sera. Probabilmente a fine giornata non troverò nemmeno il tempo di pensare a cosa mi è successo quel giorno, non mi fermerò a riflettere, a chiedermi dei perché. Crollerò sul letto pensando a quali impegni mi renderanno ansioso e dimentico di me stesso quando il sole di domani sorgendo accarezzerà di nuovo il mio viso.

Credo che questa condizione sia conosciuta da tutti: a chi non è mai capitato di non trovare il tempo? Credo a nessuno. È una condizione della nostra epoca ed una prerogativa della nostra cultura quella di essere spinti a mettere in fila cose da fare, ad organizzare razionalmente, a pianificare. Non vorrei essere frainteso: l’organizzazione è un aspetto importantissimo della vita, ma non è l’unica. È fra le più importanti, perché chi non si sa organizzare non riesce a dare forma ai suoi progetti e quindi anche ai suoi sogni, e rischia di fallire più facilmente.

In ogni caso nella nostra società sembra che l’aspetto saliente sia arrivare alle decisioni e che una volta che un problema sia stato risolto la questione sia finita lì. Così ci dimentichiamo che le scelte bisogna anche sentirle, viverle, confrontarsi con esse e quindi ripensarle e se è necessario metterle in discussione. Tutto questo potrebbe sembrare faticoso, eppure volenti o nolenti lo facciamo tutti i giorni, più o meno consciamente, più o meno passivamente.

Allora forse il problema sta proprio qui: la dimensione razionale della vita la conosciamo bene e tutto sommato sappiamo anche affrontarla. E quella emotiva? Come viviamo la parte sentimentale e irrazionale delle esperienze?

Questo campo è sempre di più un guazzabuglio affascinante e spaventoso, che la fretta che abbiamo e una paura per le emozioni spesso ci spingono a rimuovere o a non considerare. E allora si guarda al dato pratico e all’aspetto tecnico, che è quello che conta e che l’unica cosa certa. E così tutti i giorni vince la cultura del fare e dei fatti, e si vede bene (basti pensare al trionfo del Cavaliere).

Ma quali sono i risultati?

Succede che i problemi smettono di essere un’opportunità per crescere, una sfida con cui confrontarsi, e diventano solo un’incombenza dalla quale liberarsi il prima possibile: la mamma chiede al figlio “ Hai fatto i compiti?” risposta “Sì, mamma (sarà vero? ndr)”. Al ragazzo non viene chiesto come li ha fatti, se gli è piaciuta la seconda guerra mondiale o se ha odiato le disequazioni. Così l’adulto a fine giornata si chiede se ha fatto le cose che doveva fare e quante né ha fatte, non come le ha fatte: del resto c’è sempre così poco tempo per fare le cose!!!

Abbiamo fretta, o crediamo di averla? Le cose che dobbiamo fare sono tante, o facciamo anche tante cose poco importanti? Fatto sta che abbiamo sempre meno voglia di fermarci a riflettere, di prenderci il tempo e di interiorizzare le numerosissime esperienze che facciamo. Così abbiamo una miriade di stimoli in testa che non elaboriamo, che non facciamo nostri e che scompaiono con l’arrivo della prossima nuova miriade. Allora forse sarebbe utile imparare a fermarsi di più e a riflettere su noi stessi, su chi siamo e dove stiamo andando e perché.

Ma ce l’abbiamo il tempo?

San Francesco diceva “La giornata è composta di 24 ore: 8 devono essere dedicate al sonno, 8 al lavoro e 8 alla preghiera”.

Oggi viviamo in una società secolarizzata, quindi a nessuno è imposto di pregare per otto ore della sua giornata (per fortuna). Ne consegue che se togliamo il tempo del lavoro e quello dedicato ai pasti, e già che ci siamo se riduciamo quello dedicato ad assuefarci davanti ad una “cattiva” televisione (nei week-end al supermercato, ma le due cose si possono anche integrare), scopriremo di avere quel tempo per riflettere che abbiamo smarrito. Così forse riusciremo a recuperare quella parte dell’anima che ci permette di ascoltarci e di capirci, insomma di vivere. E chissà che non giunga a chiudere la nostra giornata, come un vento leggero che cura il dolore, un sorriso, figlio di quello stato d’animo che ha nome felicità.

Enrico Monaco


L’uomo dello specchio (di Baldoni Fabio)

Accendo la luce
con la stessa naturalezza
di un battito di ciglia

Sfioro il viso
senza guardare
sfidando il tempo
che mi batte nel petto

Prendo in mano la schiuma da barba
la stringo con forza
colpito dalla verità dei pensieri
poi la appoggio
con dita bianche che piano
riprendono colore, calore

Ora mi guardo
lo vedo
quell’uomo che sfida se stesso
e sorrido
cazzo, sorride
sapendo che non sarà lui il primo
ad abbassare lo sguardo

Sollevo il rasoio
lentamente
sperando che non veda
il mio dolore accecante

Lo avvicino alla gola
ed ora non ridi
finalmente mi hai visto davvero

Resto fermo un secondo
tutta una vita
per godere dell’unico istante
in cui hai avuto paura di me

La lama è dolce
come il sapore della vendetta
che scorre piano
da te a me
da me a noi

Tremante e sconfitto
osservo il dolore
di un uomo qualunque
mentre gocce di soddisfazione
cadono sul lavandino immacolato

Impronte che non potrò cancellare
con scuse o bugie
perché ormai sono parte di me


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