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Fragili ali di vanità e cera

“Ma ricorda, figliolo, ricorda sempre di non allontanarti mai da me: io conosco la via più sicura.”

“Ma saremo liberi nel cielo, padre. Cosa potrebbe accaderci di male?”

“Figlio mio, potremmo morire. Se ci avvicineremo troppo al sole, il suo calore scioglierà le nostre ali. Perciò, stammi vicino.”

La brezza fresca soffiava dentro alla loro prigione, il labirinto costruito dallo stesso Dedalo. Presto sarebbero stati liberi. L’architetto controllò un’ultima volta le ali costruite da lui stesso.

“Vai prima tu, ragazzo”

Icaro si arrampicò sulla finestra, rimanendo in equilibrio, teso e in apprensione. E se non avesse funzionato? “Apri le braccia. Sfrutta il vento. Non lasciarti accecare dal sole, non ti avvicinare ad esso.”

Respirò profondamente, il cuore che batteva all’impazzata.

“Ora!”

Serrò gli occhi e si lasciò cadere. Per un momento fu schiaffeggiato dalle raffiche di vento che si contendevano il suo corpo, poi si ricordò di allargare le braccia. Le ali, saldamente incollate alle sue spalle, attutirono la caduta, e prima che potesse avvicinarsi troppo al terreno, cominciò a muoversi a ritmo dell’aria. Incredibilmente, sorprendentemente, smise di cadere. Anzi, cominciò lentamente ad innalzarsi.

Non riusciva quasi a credere di star volando: sentiva il corpo leggero, quasi senza peso, avvertiva ogni muscolo contrarsi per lo sforzo, ma in una maniera agile e potente. Sì, avvertiva la potenza e l’eccezionalità del suo gesto, che mai nessun uomo prima di lui aveva avuto il coraggio o l’intelligenza di tentare.

Avvertì delle urla da terra, e guardando in basso vide gli uomini normali e i contadini che lo fissavano a metà tra l’inorridito e l’incantato, senza capire cosa era accaduto, senza riuscire a spiegarsi come fosse possibile che un uomo potesse volare.

Il petto di Icaro, già gonfio per lo sforzo di respirare l’aria d’alta quota, si gonfiò ancora di più per l’orgoglio: lui, solo lui era arrivato oltre chiunque altro, era l’unico essere speciale, il primo in assoluto.

“Se siete sorpresi così, state ancora a guardare! Ammirate! Posso fare ancora di più!” gridò in preda all’euforia. Agitò le braccia con maggior potenza, intento ad arrivare ancora più in alto per mostrare a tutti gli uomini comuni quanto lui fosse vicino al divino.  Vide compiaciuto che lo additavano, in preda al panico e alla sorpresa.

Più saliva più cresceva il suo senso di invincibilità. Cominciava a convincersi di essere nato per il volo, per l’aria, per la luce accecante che poteva ammirare solo a quell’altezza. Non era più un uomo, o almeno, non si considerava più tale. Era qualcosa di più, destinato a grandi cose, destinato a sfidare gli Dèi che lo avevano voluto triste, piccolo e imprigionato, mentre ora era immenso, libero e in volo.

Era un sogno che si realizzava: finalmente avrebbe potuto dimostrare che persino un ragazzo era capace di grandi cose, persino lui avrebbe potuto superare i limiti posti all’umano. Ne aveva già scavalcati innumerevoli nell’istante in cui si era lanciato dalla finestra, poteva fare molto meglio.

“Volo! Volo, volo, come il Dio Ermes  ha le ali ai piedi, io le ho alle braccia! Come il giovane Cupido! Sono forse degno di essere un Dio? Guardatemi! Posso arrivare nell’immensità, posso guardare negli occhi il Dio Apollo!”

Impazzito e ubriacato dalla capacità che il padre gli aveva fabbricato, continuò a salire senza fermarsi, dimentico delle parole di avvertimento che gli aveva detto.

“No, figlio! Non ti avvicinare al sole!!”

Dedalo, che a fatica lo aveva inseguito e invano gli avevo gridato di fermarsi, sentì il respiro mozzarsi quando capì che ormai Icaro aveva scelto il suo destino.

Il giovane, accecato dalla presunzione e dalla vanità, scambiando la fortuna e il caso della sua esperienza per unicità personale e predestinazione, era giunto innanzi al sole. Quando fece per guardarlo, sentì le pupille bruciare di dolore, accecate dalla luce, e si accorse troppo tardi che la cera aveva iniziato a gocciolare dalle sue spalle. Il collante, così solido da asciutto, nei pochi secondi innanzi Apollo si era liquefatto, lasciando svanire crudelmente quelle che prima erano splendide ed enormi ali.

Inorridito tentò di afferrare una ad una le morbide piume che si staccavano, cercando di mantenere intatto l’artificio, mentre cominciava a perdere quota. Dimenò le braccia mentre il corpo si appesantiva sempre di più, mentre non vagava più sereno nell’aria, ma veniva sballottato dalla violenza dei venti, che consci del suo disastro non ebbero più intenzione di farsi prendere gioco da lui.

La cera, ormai del tutto liquida, lasciò andare anche le ultime piume, e Icaro precipitò nel vuoto.

L’incredulità nei suoi occhi accompagnò il cuore impazzito e la mente ancora frastornata nei violenti secondi di picchiata; urlò terrorizzato con quanto fiato aveva in corpo, lacerandosi i polmoni.

Non era possibile, non poteva essere. Come poteva accadere che lui, proprio lui che era stato scelto per poter arrivare più in alto di qualsiasi uomo,  precipitasse? Lui, che per troppo poco tempo era stato giustamente ammirato e riconosciuto come superiore? Che fosse una punizione da parte degli Dèi? Ma come, anche loro avrebbero dovuto comprendere la sua somiglianza con loro. E mentre calde lacrime di rabbia segnavano il suo viso, il frastuono delle onde si avvicinò inesorabilmente, e infine scomparve nelle profondità marine.

Annegò, e con lui anche la vana speranza e convinzione di aver potuto essere, per un istante, un giovane Dio.

Lamento per Icaro

Valentina Camac


Tracce dal Rasoio #5 – COSA DISSE IL VENTO A JANE

L’audio-racconto che precede “Lo strappo di Jack

Clicca sul logo qui sopra e …Buon ascolto!


L’Albero Cavo (di Chiara Bellini)

Despair. Désespoir. Desesperaciòn. Verzweiflung. Strano come, una volta legato un attimo della tua vita ad una parola, questa perda di significato in una qualsiasi altra lingua nella quale tu non abbia urlato. Nessuno si sognerebbe di dire che Amore non suoni dolce anche fuori dall’Italia, o che non sia sempre il sentimento più grandioso del mondo. Ma Disperazione: quant’è lacerante questa parola? La senti scorrerti inesorabile nelle vene, pulsare nel cuore, arrivare al cervello e darti alla testa. La ragione esplode, ricordi di avere sangue in te e lo senti far male.

Ecco Disperazione: forse è il solo termine che sa esprimere come un Fulmine possa essere talmente crudele da colpire un albero lasciandolo cavo. Lasciandolo poi a convivere con sé stesso per anni, odiandosi, odiando i suoi rami violati, sfuggendo le carezze del Sole che invece lo amerà da morire; perché la luce accecante gli ricorderà per sempre qualcosa di lontano eppure ancora vicino … Desidererà la bontà del sole, ma allo stesso tempo faticherà ad accettarla. Il dolore più grande sarà poi vedere attorno a sé gli altri alberi fiorire ad ogni primavera, mentre lui resterà per sempre nero e spoglio; i più sfacciati poi saranno i pini, sempre rigogliosi, sempre così belli.

E l’Albero Cavo a guardarli con ammirazione, ma non invidia: si sentirà sempre in colpa per quel folle gesto del Fulmine. Forse ha mostrato troppo il suo rigoglioso manto di foglie attirando l’attenzione del Fulmine, è anche colpa sua – se non soprattutto sua – se ora sarà per sempre diverso dagli alberi suoi vicini. Il Fulmine ha seguito il suo istinto, ma non può essere biasimato: a quel tempo lui aveva proprio un bel manto.

Disperazione. Quella che lacera l’Albero Cavo mentre piange calde lacrime per la normalità perduta; è questo infatti che distrugge tutti gli alberi cavi del mondo, non poter essere più come gli altri abitanti del bosco. Ogni pianta, per quanto possa essere anticonvenzionale, esigerà sempre di poter vivere ed amare il Sole come qualunque sua simile … il Sole è lì per essere amato e per sfiorare ogni sua protetta con dolci raggi delicati e rispettosi, e tutti vogliono avere la possibilità di goderne.

Ma un albero cavo sfuggirà sempre quella fonte di beatitudine unica, lo farà di nascosto per non sembrare diverso dagli alberi vicini, ma lo farà. Di tanto in tanto, nel fingere, verrà colpito da un raggio e ne soffrirà, tornerà Disperazione proprio quando s’era assopita da qualche parte nelle radici fredde; l’Albero Cavo impazzirà e perderà per un po’ sé stesso in silenzio, ma poi dovrà rialzarsi per non aggiungere altra instabilità alla sua già precaria parvenza di normalità.

Smetterà mai di impazzire? Forse, forse andrà avanti sulla strada distruttiva di chi non riesce a volersi bene e sa soltanto riversare questo bene sugli altri, non lasciandone mai un po’ per sé. Di chi dopo una pioggia abbondante lascia l’acqua nel terreno bagnato e profumato, privandosene nel tentativo di punirsi per una colpa non ben definita, ma che sicuramente c’è.

Sì, l’Albero Cavo resterà sulla via di chi ama il Fulmine e odia il Sole.

Chiara Bellini


It’s a long way to the top: il suicidio non premeditato.

Ben sintonizzati ancora una volta sul programma “It’s a long way to the top…”! Qualcuno si sarà convinto che i capitoli precedenti sono ispirati da una qualche forma di nostalgia dei bei tempi del rock’n’roll. Inevitabile. Mi sono a lungo domandato su chi fosse il responsabile della fine del rock’n’roll. Ho cercato a lungo un capro espiatorio sul quale sfogare la rabbia accumulata per l’ascolto obbligato su ogni radio, sulla televsione, e in ogni locale delle deiezioni fecali che il nostro bel mercato discografico oggi produce.

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La strada che porta al vento (di Baldoni Fabio)

(racconto tratto da IL SENTIERO DEI PADRI)

 

Vestito di cloro e sogni

Acqua. Nelle orecchie. Sotto le unghie. Dentro il buco del culo. Ed un buio innaturale, anche per una serata di novembre. Un’altra vasca. Solo un’altra ancora. Il fiato corto, devo smettere di fumare. O forse devo solo smettere di inseguire un sogno, che non è il mio. E che non lo sarà mai.

Silenziosa ed inevitabile

Se ripenso a quella cazzo di mattina ormai mi scappa quasi un sorriso ma una cosa veloce, che non voglio essere troppo malinconico oggi. Era martedì, con un sole alto e solo, che salutava la bara di legno dell’uomo che mi ha messo al mondo. Non era mio padre allora, lo è diventato soltanto dopo, quando ho scoperto chi era davvero. Solo dopo che mia madre ha smesso di dirmi le solite bugie. O forse quando ho smesso di credere alle sue verità.

Oggi l’uomo che mi guarda da questa foto su una lapide è la forza che pensavo di non avere, l’incubo che mi fa svegliare nel cuore della notte con le mani che stringono il cuscino bagnato di sudore, la luce che mi guida verso sentieri poco battuti, le lacrime che non ho mai versato ed i ricordi che devo ancora vivere. E tutto questo per una stupida gara. Che non vincerò. Che non finirò. Che non sarò nemmeno in grado di cominciare, e forse è meglio così.

Quel giorno credevo di essere al funerale di un lontano parente, di quelli che vedi soltanto ai matrimoni, eppure mia madre era tesa come se fosse morto il suo adorato cane. Mi aveva chiamato due giorni prima pregandomi di non mancare. Nella sua voce c’era tristezza, ma non per il morto, tristezza per sé, almeno questa era l’impressione che mi aveva dato. E così andai, dentro al mio completo nero: erano passati pochi mesi dall’ultima volta che l’avevo messo eppure mi era già piuttosto stretto. Al cimitero mi accorsi che non conoscevo nessuno. Non c’erano i soliti parenti, nemmeno quelli di cui non ricordavo mai il nome. Eravamo in mezzo a persone che non avevo mai visto ma che sembravano riconoscermi: timidi sorrisi, piccoli gesti di saluto che volevano essere di conforto e parole sussurrate, appena si allontanavano da me o da mia madre. Ma la cosa più strana era il cambiamento quasi fisico che si notava in lei: lei, che era sempre a testa alta, fiera come ogni ricca donna del sud, ora sembrava invecchiata di vent’anni, curva sotto gli sguardi. Piegata da una forza che non riuscivo ne a vedere ne a riconoscere. Si teneva aggrappata a me, tirandomi e spingendomi lontano dalle persone, mentre con gli occhi cercava di proteggersi da quelle parole che non riuscivamo a sentire ma che lei sembrava già conoscere. Arrancava ma non voleva andarsene, come se quel silenzioso supplizio fosse una pena a cui non poteva sottrarsi.

Riuscii ad allontanarmi per fumarmi la solita sigaretta, appena fuori dalla canonica, quando fui avvicinato da una strana figura che non avevo visto alla funzione. Era un indiano (penne, non puntini) di circa settant’anni, occhi stanchi e passo lento ma sicuro. Si avvicinava come una nuvola carica di pioggia, silenziosa ed inevitabile. Ero sicuro che mi avrebbe superato quando si fermò, proprio ad un metro da me, e mi sorrise. Un sorriso triste, con quella bocca che sembrava essere stata tracciata da una mano incerta di madre, su una pelle dura come la terra del deserto dell’Arizona.

“Sei proprio alto come lui.”

Non risposi, anche perché non capivo di cosa stesse parlando, ma lui continuò, come se non si aspettasse che quel mio inebetito stupore.

“Dovresti smettere con quella roba.”

Cazzo vuole questo? Mi guardava dritto negli occhi ma era preso dai suoi pensieri, pareva mi stesse valutando, come si fa con il bestiame.

“Sei troppo grasso per correre.”

Se per questo sono troppo grasso anche per stare seduto. Cominciava a darmi sui nervi, eppure avevo l’impressione di averlo già conosciuto questo vecchio pazzo, come quel formicolio che ti colpisce le mani prima di una bella sbornia: la sensazione di qualcosa o qualcuno che ti rovinerà la vita, ma che in nessun modo potrai evitare.

Aveva torto

Sei mesi. Ero già in ritardo sulla tabella di marcia quando ne mancavano dodici. Merda. Mancano sei mesi e non riesco ancora a non sentire male ai piedi dopo dieci chilometri di corsa. Corsa… Diciamo piuttosto di passo veloce, nemmeno poi troppo, ma dovrò farne quarantadue di chilometri. E centonovantacinque metri…fanculo. Tutto per quella dannata gara, la Gara, che mio padre non ha mai finito e che io mi sono messo in testa di finire per lui. 3,8 chilometri di nuoto. 180 chilometri in bicicletta. Ed una cazzo di maratona per concludere. Se qualcuno si chiede ancora cosa c’è dopo la morte per chi va all’inferno eccovi la risposta: l’ironman. Non ci si iscrive a questa gara, perché è solo ad invito; devi aver raggiunto risultati importanti in altre gare più piccole, un qualche segnale che puoi sopravvivere, non finire la gara, sopravvivere. Mio padre ha inseguito la Gara per vent’anni. Ha corso, nuotato, pedalato, nonostante non fosse un atleta, ma solo perché sentiva che quello era il suo destino, che era nato per finire quella gara. Aveva torto.

È riuscito a parteciparvi, ma non l’ha mai finita. Al trentaduesimo chilometro di maratona è caduto a terra, su quella terra che l’aveva atteso per cinquantaquattro anni, ed è morto lì: sudato, felice, solo e stanco, ma realizzato. E’ solo per questo che gli organizzatori mi hanno dato la possibilità di partecipare. Per poter onorare la morte di mio padre. Ma forse si sono convinti quando mi hanno visto per la prima volta: credo abbiano pensato che non avrei mai potuto essere abbastanza in forma da mettere in pericolo la mia vita.

Devi imparare ad amare la fatica

Questo è quello che continuava a ripetermi il mio nuovo amico. Mi aveva detto lui, in quel cimitero, che l’uomo che stavano seppellendo era mio padre. Mi aveva detto lui che, in quel cazzo di cimitero, stavamo seppellendo mio padre. Mi aveva detto lui che quel cimitero elegante sarebbe stata l’eterna dimora di quel cazzo di padre che non avevo mai avuto, e che era tornato appena in tempo per farsi rimpiangere. Ed io lo guardavo, lui e quelle sue collane di perle da quattro soldi, e mi chiedevo se mi meritavo davvero una cosa del genere, se meritavo di soffrire per un padre che non avevo mai conosciuto.

“Io sono Thomas” aveva detto, in modo asciutto, senza cambiare mai espressione, senza un accenno di sorriso, come se mi stesse facendo un favore a rivelarmi il suo nome. Mi guardava dritto negli occhi. Mi studiava.

“Io sono Michael” risposi. Cercavo di sostenere il suo sguardo, ma non era possibile. Non mi era possibile. Eppure aveva occhi così intensi, così carichi di memorie, che non potevi distogliere lo sguardo senza qualche rimpianto.

Dopo quell’inaspettato incontro cercai mia madre, per capire finalmente in che diavolo di incubo mi fossi svegliato, e la trovai sola, in un angolo, mentre con la sua espressione più risoluta fronteggiava silenzio e sguardi. Ma le bastò vedere la confusione nei miei occhi per capire che il suo segreto era stato svelato, per comprendere, alla fine, l’inutilità di trent’anni di bugie.

Aiutami a dimenticare

E così tutto è nato da una bugia. Quel giorno uno sconosciuto mi ha detto chi ero, chi sono. Mi ha svelato il sogno di mio padre. Mi ha spinto a seguirlo. Mi ha aperto gli occhi, per riempirli di dolore e di fatica. Io lo ascoltavo, volevo ascoltarlo, mentre mi parlava di gare e di solitudini. Lo ascoltavo mentre sussurrava di vento e di correnti marine. Assaporavo la sua voce, cercando di farla rimbalzare contro le pareti della memoria, perché mi aiutasse a dimenticare.

Il valore del tempo

“Non appena smetti di combatterlo, il tempo diventa il tuo migliore alleato.”

Io mi allenavo cercando di migliorare ogni giorno, controllando tempi, prestazioni. Lui invece mi ripeteva quella frase, accompagnandola con il sorriso di chi ha in bocca un segreto. Che non ti rivelerà mai. Non che i miei tempi fossero così buoni da dover essere segnati, ricordati, però mi sembrava l’unico modo per capire se avrei potuto finire la gara. Per Thomas invece era importante che capissi il senso di quello che stavo per fare: riunirmi, grazie al dolore ed alla fatica, all’anima di mio padre. Non considerava  la corsa come sport, ma come un primordiale contatto con i ritmi della terra, dell’acqua e dell’aria. L’aria prima di tutto.

“Il vento deve essere il tuo allenatore: il vento ti dirà quando spingere e quando riposare. Il vento saprà vedere oltre la fatica e ti mostrerà quello che i tuoi occhi stanchi non potrebbero mai vedere.”

In questi mesi non so se sono riuscito davvero a capire del tutto le sue parole. Di certo ho imparato ad ascoltare il mio corpo, a scavare dentro di me, per tirare fuori tutte le energie. Ma non so ancora se sono davvero pronto e forse non lo saprò mai.

Verso l’orizzonte

Non ho potuto dormire stanotte. Ogni volta che chiudevo gli occhi sentivo le onde che mi sbattevano sulla faccia, le braccia stanche per uno sforzo che era solo nella mia testa. E adesso che sono qui, su questa spiaggia, capisco che i miei incubi non erano nulla rispetto a quello che mi aspetta: acqua fredda, onde alte, veloci, ravvicinate, e novantanove fottuti atleti. Gente abituata a nuotare nell’oceano, mentre per me è già un impresa indossare una muta. Thomas guardava lontano, ed annusava l’aria come fanno i cani: sembrava non riuscire a stare fermo, sembrava stesse vivendo la gara, attraverso quei rapidi respiri.

Se non l’avessi conosciuto avrei detto che era felice. In realtà la sua era solo tristezza: la tristezza di un uomo vecchio da giovane e giovane da vecchio, quando ormai nemmeno nella tua mente puoi correre veloce come vorresti.

“Allora io seguo il gruppo, direi che è la strada più breve, no?” scherzai, cercando di smuoverlo da quei suoi pensieri. Non rispose subito, quasi stesse ritornando da un lungo viaggio. Poi mi sorrise, e ridendo sussurrò “In mare, come nella vita, non vi sono sentieri già tracciati.”

Lo sparo è arrivato all’improvviso, ma ha colto di sorpresa soltanto me, visto che tutti gli altri sono scattati come belve. Poi sono partito anchio. Ultimo, dopo due secondi sono già ultimo, cazzo. Non che mi aspettassi nulla di diverso. Però speravo di durare almeno un minuto.

L’acqua mi colpisce come una lama alle gambe. Mi taglia in due nonostante la muta. Le braccia sono dure. La bocca piena di sale, con gli occhi che non riescono a vedere nulla. Cerco di ricordare le regole di Thomas: prima il braccio destro poi il sinistro, respiro regolare, tieni le gambe per quando sarai davvero stanco. Ma più provavo a pensare e più mi sembrava di sprecare energie. E così mi ritrovai a sbattere gambe e braccia contro l’acqua, alzando troppo la testa per cercare ossigeno che non fosse pieno di sudore, per scovare una vaga traccia dei miei compagni. Compagni che mi avevano di certo dimenticato, visto che non sembravano essere da nessuna parte.

Dopo due terzi di gara cominciarono i problemi di stomaco. E vomitai. Una volta, due, tre volte. Vomitai bile e zuccheri semplici. Sputai sale e promesse non mantenute. E per la prima volta nella mia vita pregai. Pregai un Dio in cui non credevo. Pregai per avere la forza di continuare a nuotare: perché ogni bracciata che facevo verso l’orizzonte era una in più che avrei dovuto fare per tornare indietro.

Nel dolore

“Credi di riuscire a trovare la tua bicicletta?”

Quel figlio di puttana, con uno dei suoi proverbiali sorrisi, mi aspettava alla fine del percorso di nuoto. Ero ultimo. Non avrei di certo avuto problemi a trovare la bici, visto che era rimasta soltanto la mia.

“Non credevo che ce l’avresti fatta” disse Thomas, quasi con orgoglio. Tentai di rispondere ma la mia bocca si riempì di vomito e non di parole. Un conato lungo, che sciolse le ultime energie rimastemi.

“Vai con calma, aspetta due minuti poi preparati per la seconda parte.”

Ero a pezzi. Con in bocca il sapore del mare, che mi stringeva la gola fino quasi a togliermi il respiro.

“Una volta salito sulla bici vedrai che passa tutto. Bastano un paio di chilometri per rimettere in sesto il tuo stomaco.”

“Un paio?” e chi li fa un paio di chilometri?

“Dopo vedi di mangiare, che la parte difficile deve ancora arrivare” disse, aiutandomi con le scarpe, che non riuscivo ad infilare.

Ero quasi alla fine del primo giro, 56 km circa, percorsi lentamente, percorsi nella sofferenza. Ero davanti all’unica salita del percorso: salita dura, lunga, che non avrei mai potuto percorrere nemmeno a piedi in questo momento, figuriamoci in bicicletta. L’unica cosa che mi faceva andare avanti era la voce di Thomas, che mi pulsava nella testa e nelle vene. Voce antica, profonda, che sembrava aver percorso tutte le strade di questa Terra. Voce che guidava le mie gambe, una pedalata dopo l’altra.

“Ricorda” ripeteva durante gli allenamenti “il dolore trova sempre una strada per tornare a casa.”

Ogni volta che lo diceva non sapevo cosa rispondere, perché non riuscivo a capire quel suo oscuro messaggio. Ma adesso che ero di fronte a questa salita mi resi conto finalmente cosa intendesse. Solo se supererò questa salita potrò tornare a casa, solo nel dolore posso trovare la mia via d’uscita.

C’era riuscito

Dove cazzo sei finito, vecchio pazzo? 

Cercavo Thomas con lo sguardo. Non potevo esprimere i miei pensieri con la voce, mi avrebbe fatto troppo male, dopo non avrei mai potuto avere la forza per cominciare l’ultima frazione della gara. Ero appena sceso dalla bici: le gambe tremanti e lo stomaco impazzito. Nella mia mente molte voci si accavallavano, e tutte mi invocavano di fermarmi, di sedermi. Per sempre. Ma le mani parevano avere una volontà tutta loro. Le mie mani sfilarono le scarpette rigide per infilare quelle da corsa.

Alla fine c’era riuscito. In un anno mi aveva trasformato in un corridore. Non un atleta, per quello non sarebbe bastata una vita, ma un corridore sì, un corridore lo ero diventato. Non che non provassi dolore. Non che non sentissi la fatica. Però era la prima volta, dall’inizio della gara, che non mi sentivo perso, fuori luogo. Mi sembrava quasi di stare meglio ad ogni passo. Mi sembrava quasi di recuperare sugli altri. Altri che non vedevo dalla mattina. Altri che probabilmente stavano godendo del meritato riposo del dopo gara. Correvo ascoltando il battito del mio cuore. Correvo svuotando la testa di tutto quello che ero stato. Correvo, finalmente, guidato dal vento. Avrei voluto urlare, ma non avevo fiato nemmeno per pensare di poterlo fare e così affidai al silenzio la mia emozione.

Solo

Al trentaduesimo chilometro lo vidi. Era un’ombra. Era un respiro, che travolgeva il paesaggio intorno a lui. Lo vidi mentre camminavo, mentre la mia mente era impegnata a portare avanti le gambe ormai senza forza ne controllo. Thomas mi guardava. Thomas mi guidava, in silenzio, verso di lui. Sembrava stesse cantando: un ritmo costante, un sospiro che non riuscivo a sentire ma che mi colpiva più del dolore. Quando arrivai al suo fianco cominciò a camminare, lungo la strada. Non staccava gli occhi dai miei. Non sapevo il perché, ma cominciai a  sentirmi stanco, stanco davvero.

“Adesso posso lasciarti” disse “il mio compito è finito.”

Non avevo le forze per rispondergli e così mi fermai, cercando di assimilare abbastanza ossigeno per potergli fare le domande che mi rimbalzavano nella testa e nelle orecchie.

“Non puoi lasciarmi solo, non adesso!”

Sorrideva mentre si allontanava. Non ero sicuro che fosse uno dei suoi soliti colpi ad effetto, perché mi sembrava strano, anche per uno come lui.

“Non sei solo” disse, girandosi “tuo padre ti accompagnerà e ricorda: se non finirai la gara allora nemmeno lui potrà mai finirla, quindi smettila di parlare e comincia a correre.”

Fu l’ultima volta che lo vidi. L’ultima volta che mi sentii davvero abbandonato da qualcuno.

Non aspettavano me

Tremavo. Mancavano duecento metri. Duecento fottutissimi metri. Più che correre barcollavo, e tremavo. Di gioia, di stanchezza, di niente. La mia testa continuava ad urlare: un altro passo, un altro ancora cazzo! Eppure avrei voluto fermarmi un po’, per vedere che faccia avevo, per assaporare la fine. Sulla linea d’arrivo erano rimaste poche persone. Non aspettavano me: stavano smontando il palco della premiazione, stavano pulendo. Stavano partendo, mentre io arrivavo. Da solo.

Cento metri. Ora passeggiavo. Ma non mi sentivo solo, almeno non adesso. Adesso non più.

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Principio di scarica elettrica (11° parte)

Baratro e Duke salirono su quell’altissimo ponte che è Rialto, ancora una volta facendo lo slalom tra i turisti. Appena il Saggio li vide accennò un sorriso e lì abbracciò serenamente: sembrava molto tranquillo, e questo a Baratro non tornava.

“Avete fatto un buon viaggio?”.

Duke rispose un sì sarcastico, poi continuò: “A parte questi rozzi turisti, che girano per l’isola come zombie attirati da qualcosa di magico; servirebbe un apripista per levarseli da davanti. Sono troppi ed insopportabili”. Baratro rideva dell’uscita dell’amico: tipico di Duke. Poi guardò il Saggio, contento di averlo finalmente ritrovato.

Erano le sette di sera ed il sole stava ormai calando, così andarono in un’osteria a mangiare e bere come facevano i marinai della Repubblica Veneziana di un tempo: lontani finalmente dalle urla scomposte dei turisti e dalle loro cene discutibili. Furono accolti dall’oste che, con un marcato accento veneziano, li fece accomodare e li servì rapidamente.

Il Saggio sembrava aver messo da parte quella sua inconsueta tranquillità iniziale: una luce strana e scintillante cominciava a balenare nei suoi occhi e Baratro, resosene conto, gli chiese: “Che facciamo questa sera?”. Lui si mise a ridere, cercando di dissimulare quell’incredibile pensiero che percorreva il suo cervello come un animale impazzito. Guardandoli dritti negli occhi chiese: “Avete mai sentito il suono di una chitarra rimbombare sulle onde del mare?”. Quella domanda, detta in quel modo teatrale dal Saggio, che era una persona incredibile, non poté che avere un effetto dirompente nella mente e nei cuori dei due. Duke preso dall’emozione e dalla curiosità lo prese per il bavero e, quasi minaccioso, chiese di cosa stesse parlando. Il Saggio, soddisfatto di aver infiammato i loro animi rise per un po’ tra sé e sé, poi aggiunse: “Questa sera uno dei più grandi gruppi mai esistiti suonerà in laguna dalle parti di Dorsoduro” poi estrasse dalla tasca tre biglietti e aggiunse “Questi sono i nostri lasciapassare”.

Baratro e Duke erano senza parole: guardavano il Saggio senza più capire niente. La loro razionalità si era fottuta, come dopo una corsa in macchina in una lunga notte di follie: con il cambio che, a forza di essere messo alla prova da mani stanche, si blocca inesorabilmente. Erano rimasti in folle. Ma poi si ripresero da quello stato e scoppiarono in un ringraziamento clamoroso, fatto di abbracci ed ovazioni, tanto che ogni persona del locale si voltò a guardarli, chi ridendo felicemente, chi considerandoli dei pazzi.

Ora camminavano per le calli, con la pancia piena e la mente sgombra. Il loro passo era lento ed inesorabile: superava i numerosi ponti ed aggirava le mille chiese.

La sera Venezia è uno spettacolo: attorno alle 8 la città si calma e sembra che le persone e i palazzi, i ponti ed il mare, tutto, stia bene assieme, come in un grande affresco idilliaco. Mentre vedevano tutto questo un leggero vento spirava dolce sulla laguna, incantata e sorpresa dalla sua stessa bellezza.

In questo quadro i tre arrivarono di fronte alla Facoltà di Architettura, che era stata costruita sulle ceneri di una vecchia fabbrica di cotone. Poi il Saggio li invitò a salire su una piccolissima collinetta lì davanti per assistere allo spettacolo che si estendeva sotto ai loro occhi: un palco, che sorgeva tra i canali e che sembrava incastonato nell’intricato disegno di quelle strade, era già assediato da centinaia di ragazzi e ragazze di tutte le età, che continuavano ad affluire da ogni parte.

Baratro, estasiato da quella visione, stava pensando “ragazzi e ragazze, come noi, qui a Venezia per vedere un concerto pazzesco… No va beh”, così si girò verso gli altri due e guardandoli negli occhi gridò: “Cosa stiamo aspettando!?”. Poi si voltò e scese dalla collinetta correndo verso quel mare di gente. Mentre scendeva si voltò diverse volte per guardare a che punto fossero gli altri. La terza volta inciampò su sé stesso e finì di slancio addosso ad un tipo che cadde clamorosamente per terra. I due si rialzarono subito. Baratro non ebbe neanche il tempo di chiedere scusa che l’altro, un ragazzo alto e ben piazzato, cominciò ad offenderlo in dialetto veneziano dicendogliene di tutti i colori. Lui per fortuna non aveva capito la maggior parte degli insulti e continuava a scusarsi dispiaciuto per l’accaduto, ma l’altro sembrava sordo e continuava a cercare in Baratro un senso di colpa che non avrebbe mai trovato. Nel frattempo Duke li aveva raggiunti e, stufo di assistere a quella scena patetica, si intromise nella discussione portandosi di fronte al veneziano e, a cinque centimetri dal suo viso, disse: “Ciao. Io sono un suo amico” indicando Baratro, poi continuò “Vorrei poterti offrire da bere per riparare al suo grave errore, che ne dici?”. Il veneziano indietreggiò di un passo, colpito da quell’inaspettata proposta, poi la sua espressione prese a cambiare lentamente fino a che non si fece mansueta e, ridacchiando qualcosa in dialetto con i suoi amici, indicò una strada vicina.

Così, uno stuolo di veneziani e due giovani modenesi, si mossero assieme alla ricerca di una birra.

Enrico Monaco


La mia Modena

Eugenia Carro


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