Vestito di cloro e sogni
Acqua. Nelle orecchie. Sotto le unghie. Dentro il buco del culo. Ed un buio innaturale, anche per una serata di novembre. Un’altra vasca. Solo un’altra ancora. Il fiato corto, devo smettere di fumare. O forse devo solo smettere di inseguire un sogno, che non è il mio. E che non lo sarà mai.
Silenziosa ed inevitabile
Se ripenso a quella cazzo di mattina ormai mi scappa quasi un sorriso ma una cosa veloce, che non voglio essere troppo malinconico oggi. Era martedì, con un sole alto e solo, che salutava la bara di legno dell’uomo che mi ha messo al mondo. Non era mio padre allora, lo è diventato soltanto dopo, quando ho scoperto chi era davvero. Solo dopo che mia madre ha smesso di dirmi le solite bugie. O forse quando ho smesso di credere alle sue verità.
Oggi l’uomo che mi guarda da questa foto su una lapide è la forza che pensavo di non avere, l’incubo che mi fa svegliare nel cuore della notte con le mani che stringono il cuscino bagnato di sudore, la luce che mi guida verso sentieri poco battuti, le lacrime che non ho mai versato ed i ricordi che devo ancora vivere. E tutto questo per una stupida gara. Che non vincerò. Che non finirò. Che non sarò nemmeno in grado di cominciare, e forse è meglio così.
Quel giorno credevo di essere al funerale di un lontano parente, di quelli che vedi soltanto ai matrimoni, eppure mia madre era tesa come se fosse morto il suo adorato cane. Mi aveva chiamato due giorni prima pregandomi di non mancare. Nella sua voce c’era tristezza, ma non per il morto, tristezza per sé, almeno questa era l’impressione che mi aveva dato. E così andai, dentro al mio completo nero: erano passati pochi mesi dall’ultima volta che l’avevo messo eppure mi era già piuttosto stretto. Al cimitero mi accorsi che non conoscevo nessuno. Non c’erano i soliti parenti, nemmeno quelli di cui non ricordavo mai il nome. Eravamo in mezzo a persone che non avevo mai visto ma che sembravano riconoscermi: timidi sorrisi, piccoli gesti di saluto che volevano essere di conforto e parole sussurrate, appena si allontanavano da me o da mia madre. Ma la cosa più strana era il cambiamento quasi fisico che si notava in lei: lei, che era sempre a testa alta, fiera come ogni ricca donna del sud, ora sembrava invecchiata di vent’anni, curva sotto gli sguardi. Piegata da una forza che non riuscivo ne a vedere ne a riconoscere. Si teneva aggrappata a me, tirandomi e spingendomi lontano dalle persone, mentre con gli occhi cercava di proteggersi da quelle parole che non riuscivamo a sentire ma che lei sembrava già conoscere. Arrancava ma non voleva andarsene, come se quel silenzioso supplizio fosse una pena a cui non poteva sottrarsi.
Riuscii ad allontanarmi per fumarmi la solita sigaretta, appena fuori dalla canonica, quando fui avvicinato da una strana figura che non avevo visto alla funzione. Era un indiano (penne, non puntini) di circa settant’anni, occhi stanchi e passo lento ma sicuro. Si avvicinava come una nuvola carica di pioggia, silenziosa ed inevitabile. Ero sicuro che mi avrebbe superato quando si fermò, proprio ad un metro da me, e mi sorrise. Un sorriso triste, con quella bocca che sembrava essere stata tracciata da una mano incerta di madre, su una pelle dura come la terra del deserto dell’Arizona.
“Sei proprio alto come lui.”
Non risposi, anche perché non capivo di cosa stesse parlando, ma lui continuò, come se non si aspettasse che quel mio inebetito stupore.
“Dovresti smettere con quella roba.”
Cazzo vuole questo? Mi guardava dritto negli occhi ma era preso dai suoi pensieri, pareva mi stesse valutando, come si fa con il bestiame.
“Sei troppo grasso per correre.”
Se per questo sono troppo grasso anche per stare seduto. Cominciava a darmi sui nervi, eppure avevo l’impressione di averlo già conosciuto questo vecchio pazzo, come quel formicolio che ti colpisce le mani prima di una bella sbornia: la sensazione di qualcosa o qualcuno che ti rovinerà la vita, ma che in nessun modo potrai evitare.
Aveva torto
Sei mesi. Ero già in ritardo sulla tabella di marcia quando ne mancavano dodici. Merda. Mancano sei mesi e non riesco ancora a non sentire male ai piedi dopo dieci chilometri di corsa. Corsa… Diciamo piuttosto di passo veloce, nemmeno poi troppo, ma dovrò farne quarantadue di chilometri. E centonovantacinque metri…fanculo. Tutto per quella dannata gara, la Gara, che mio padre non ha mai finito e che io mi sono messo in testa di finire per lui. 3,8 chilometri di nuoto. 180 chilometri in bicicletta. Ed una cazzo di maratona per concludere. Se qualcuno si chiede ancora cosa c’è dopo la morte per chi va all’inferno eccovi la risposta: l’ironman. Non ci si iscrive a questa gara, perché è solo ad invito; devi aver raggiunto risultati importanti in altre gare più piccole, un qualche segnale che puoi sopravvivere, non finire la gara, sopravvivere. Mio padre ha inseguito la Gara per vent’anni. Ha corso, nuotato, pedalato, nonostante non fosse un atleta, ma solo perché sentiva che quello era il suo destino, che era nato per finire quella gara. Aveva torto.
È riuscito a parteciparvi, ma non l’ha mai finita. Al trentaduesimo chilometro di maratona è caduto a terra, su quella terra che l’aveva atteso per cinquantaquattro anni, ed è morto lì: sudato, felice, solo e stanco, ma realizzato. E’ solo per questo che gli organizzatori mi hanno dato la possibilità di partecipare. Per poter onorare la morte di mio padre. Ma forse si sono convinti quando mi hanno visto per la prima volta: credo abbiano pensato che non avrei mai potuto essere abbastanza in forma da mettere in pericolo la mia vita.
Devi imparare ad amare la fatica
Questo è quello che continuava a ripetermi il mio nuovo amico. Mi aveva detto lui, in quel cimitero, che l’uomo che stavano seppellendo era mio padre. Mi aveva detto lui che, in quel cazzo di cimitero, stavamo seppellendo mio padre. Mi aveva detto lui che quel cimitero elegante sarebbe stata l’eterna dimora di quel cazzo di padre che non avevo mai avuto, e che era tornato appena in tempo per farsi rimpiangere. Ed io lo guardavo, lui e quelle sue collane di perle da quattro soldi, e mi chiedevo se mi meritavo davvero una cosa del genere, se meritavo di soffrire per un padre che non avevo mai conosciuto.
“Io sono Thomas” aveva detto, in modo asciutto, senza cambiare mai espressione, senza un accenno di sorriso, come se mi stesse facendo un favore a rivelarmi il suo nome. Mi guardava dritto negli occhi. Mi studiava.
“Io sono Michael” risposi. Cercavo di sostenere il suo sguardo, ma non era possibile. Non mi era possibile. Eppure aveva occhi così intensi, così carichi di memorie, che non potevi distogliere lo sguardo senza qualche rimpianto.
Dopo quell’inaspettato incontro cercai mia madre, per capire finalmente in che diavolo di incubo mi fossi svegliato, e la trovai sola, in un angolo, mentre con la sua espressione più risoluta fronteggiava silenzio e sguardi. Ma le bastò vedere la confusione nei miei occhi per capire che il suo segreto era stato svelato, per comprendere, alla fine, l’inutilità di trent’anni di bugie.
Aiutami a dimenticare
E così tutto è nato da una bugia. Quel giorno uno sconosciuto mi ha detto chi ero, chi sono. Mi ha svelato il sogno di mio padre. Mi ha spinto a seguirlo. Mi ha aperto gli occhi, per riempirli di dolore e di fatica. Io lo ascoltavo, volevo ascoltarlo, mentre mi parlava di gare e di solitudini. Lo ascoltavo mentre sussurrava di vento e di correnti marine. Assaporavo la sua voce, cercando di farla rimbalzare contro le pareti della memoria, perché mi aiutasse a dimenticare.
Il valore del tempo
“Non appena smetti di combatterlo, il tempo diventa il tuo migliore alleato.”
Io mi allenavo cercando di migliorare ogni giorno, controllando tempi, prestazioni. Lui invece mi ripeteva quella frase, accompagnandola con il sorriso di chi ha in bocca un segreto. Che non ti rivelerà mai. Non che i miei tempi fossero così buoni da dover essere segnati, ricordati, però mi sembrava l’unico modo per capire se avrei potuto finire la gara. Per Thomas invece era importante che capissi il senso di quello che stavo per fare: riunirmi, grazie al dolore ed alla fatica, all’anima di mio padre. Non considerava la corsa come sport, ma come un primordiale contatto con i ritmi della terra, dell’acqua e dell’aria. L’aria prima di tutto.
“Il vento deve essere il tuo allenatore: il vento ti dirà quando spingere e quando riposare. Il vento saprà vedere oltre la fatica e ti mostrerà quello che i tuoi occhi stanchi non potrebbero mai vedere.”
In questi mesi non so se sono riuscito davvero a capire del tutto le sue parole. Di certo ho imparato ad ascoltare il mio corpo, a scavare dentro di me, per tirare fuori tutte le energie. Ma non so ancora se sono davvero pronto e forse non lo saprò mai.
Verso l’orizzonte
Non ho potuto dormire stanotte. Ogni volta che chiudevo gli occhi sentivo le onde che mi sbattevano sulla faccia, le braccia stanche per uno sforzo che era solo nella mia testa. E adesso che sono qui, su questa spiaggia, capisco che i miei incubi non erano nulla rispetto a quello che mi aspetta: acqua fredda, onde alte, veloci, ravvicinate, e novantanove fottuti atleti. Gente abituata a nuotare nell’oceano, mentre per me è già un impresa indossare una muta. Thomas guardava lontano, ed annusava l’aria come fanno i cani: sembrava non riuscire a stare fermo, sembrava stesse vivendo la gara, attraverso quei rapidi respiri.
Se non l’avessi conosciuto avrei detto che era felice. In realtà la sua era solo tristezza: la tristezza di un uomo vecchio da giovane e giovane da vecchio, quando ormai nemmeno nella tua mente puoi correre veloce come vorresti.
“Allora io seguo il gruppo, direi che è la strada più breve, no?” scherzai, cercando di smuoverlo da quei suoi pensieri. Non rispose subito, quasi stesse ritornando da un lungo viaggio. Poi mi sorrise, e ridendo sussurrò “In mare, come nella vita, non vi sono sentieri già tracciati.”
Lo sparo è arrivato all’improvviso, ma ha colto di sorpresa soltanto me, visto che tutti gli altri sono scattati come belve. Poi sono partito anchio. Ultimo, dopo due secondi sono già ultimo, cazzo. Non che mi aspettassi nulla di diverso. Però speravo di durare almeno un minuto.
L’acqua mi colpisce come una lama alle gambe. Mi taglia in due nonostante la muta. Le braccia sono dure. La bocca piena di sale, con gli occhi che non riescono a vedere nulla. Cerco di ricordare le regole di Thomas: prima il braccio destro poi il sinistro, respiro regolare, tieni le gambe per quando sarai davvero stanco. Ma più provavo a pensare e più mi sembrava di sprecare energie. E così mi ritrovai a sbattere gambe e braccia contro l’acqua, alzando troppo la testa per cercare ossigeno che non fosse pieno di sudore, per scovare una vaga traccia dei miei compagni. Compagni che mi avevano di certo dimenticato, visto che non sembravano essere da nessuna parte.
Dopo due terzi di gara cominciarono i problemi di stomaco. E vomitai. Una volta, due, tre volte. Vomitai bile e zuccheri semplici. Sputai sale e promesse non mantenute. E per la prima volta nella mia vita pregai. Pregai un Dio in cui non credevo. Pregai per avere la forza di continuare a nuotare: perché ogni bracciata che facevo verso l’orizzonte era una in più che avrei dovuto fare per tornare indietro.
Nel dolore
“Credi di riuscire a trovare la tua bicicletta?”
Quel figlio di puttana, con uno dei suoi proverbiali sorrisi, mi aspettava alla fine del percorso di nuoto. Ero ultimo. Non avrei di certo avuto problemi a trovare la bici, visto che era rimasta soltanto la mia.
“Non credevo che ce l’avresti fatta” disse Thomas, quasi con orgoglio. Tentai di rispondere ma la mia bocca si riempì di vomito e non di parole. Un conato lungo, che sciolse le ultime energie rimastemi.
“Vai con calma, aspetta due minuti poi preparati per la seconda parte.”
Ero a pezzi. Con in bocca il sapore del mare, che mi stringeva la gola fino quasi a togliermi il respiro.
“Una volta salito sulla bici vedrai che passa tutto. Bastano un paio di chilometri per rimettere in sesto il tuo stomaco.”
“Un paio?” e chi li fa un paio di chilometri?
“Dopo vedi di mangiare, che la parte difficile deve ancora arrivare” disse, aiutandomi con le scarpe, che non riuscivo ad infilare.
Ero quasi alla fine del primo giro, 56 km circa, percorsi lentamente, percorsi nella sofferenza. Ero davanti all’unica salita del percorso: salita dura, lunga, che non avrei mai potuto percorrere nemmeno a piedi in questo momento, figuriamoci in bicicletta. L’unica cosa che mi faceva andare avanti era la voce di Thomas, che mi pulsava nella testa e nelle vene. Voce antica, profonda, che sembrava aver percorso tutte le strade di questa Terra. Voce che guidava le mie gambe, una pedalata dopo l’altra.
“Ricorda” ripeteva durante gli allenamenti “il dolore trova sempre una strada per tornare a casa.”
Ogni volta che lo diceva non sapevo cosa rispondere, perché non riuscivo a capire quel suo oscuro messaggio. Ma adesso che ero di fronte a questa salita mi resi conto finalmente cosa intendesse. Solo se supererò questa salita potrò tornare a casa, solo nel dolore posso trovare la mia via d’uscita.
C’era riuscito
Dove cazzo sei finito, vecchio pazzo?
Cercavo Thomas con lo sguardo. Non potevo esprimere i miei pensieri con la voce, mi avrebbe fatto troppo male, dopo non avrei mai potuto avere la forza per cominciare l’ultima frazione della gara. Ero appena sceso dalla bici: le gambe tremanti e lo stomaco impazzito. Nella mia mente molte voci si accavallavano, e tutte mi invocavano di fermarmi, di sedermi. Per sempre. Ma le mani parevano avere una volontà tutta loro. Le mie mani sfilarono le scarpette rigide per infilare quelle da corsa.
Alla fine c’era riuscito. In un anno mi aveva trasformato in un corridore. Non un atleta, per quello non sarebbe bastata una vita, ma un corridore sì, un corridore lo ero diventato. Non che non provassi dolore. Non che non sentissi la fatica. Però era la prima volta, dall’inizio della gara, che non mi sentivo perso, fuori luogo. Mi sembrava quasi di stare meglio ad ogni passo. Mi sembrava quasi di recuperare sugli altri. Altri che non vedevo dalla mattina. Altri che probabilmente stavano godendo del meritato riposo del dopo gara. Correvo ascoltando il battito del mio cuore. Correvo svuotando la testa di tutto quello che ero stato. Correvo, finalmente, guidato dal vento. Avrei voluto urlare, ma non avevo fiato nemmeno per pensare di poterlo fare e così affidai al silenzio la mia emozione.
Solo
Al trentaduesimo chilometro lo vidi. Era un’ombra. Era un respiro, che travolgeva il paesaggio intorno a lui. Lo vidi mentre camminavo, mentre la mia mente era impegnata a portare avanti le gambe ormai senza forza ne controllo. Thomas mi guardava. Thomas mi guidava, in silenzio, verso di lui. Sembrava stesse cantando: un ritmo costante, un sospiro che non riuscivo a sentire ma che mi colpiva più del dolore. Quando arrivai al suo fianco cominciò a camminare, lungo la strada. Non staccava gli occhi dai miei. Non sapevo il perché, ma cominciai a sentirmi stanco, stanco davvero.
“Adesso posso lasciarti” disse “il mio compito è finito.”
Non avevo le forze per rispondergli e così mi fermai, cercando di assimilare abbastanza ossigeno per potergli fare le domande che mi rimbalzavano nella testa e nelle orecchie.
“Non puoi lasciarmi solo, non adesso!”
Sorrideva mentre si allontanava. Non ero sicuro che fosse uno dei suoi soliti colpi ad effetto, perché mi sembrava strano, anche per uno come lui.
“Non sei solo” disse, girandosi “tuo padre ti accompagnerà e ricorda: se non finirai la gara allora nemmeno lui potrà mai finirla, quindi smettila di parlare e comincia a correre.”
Fu l’ultima volta che lo vidi. L’ultima volta che mi sentii davvero abbandonato da qualcuno.
Non aspettavano me
Tremavo. Mancavano duecento metri. Duecento fottutissimi metri. Più che correre barcollavo, e tremavo. Di gioia, di stanchezza, di niente. La mia testa continuava ad urlare: un altro passo, un altro ancora cazzo! Eppure avrei voluto fermarmi un po’, per vedere che faccia avevo, per assaporare la fine. Sulla linea d’arrivo erano rimaste poche persone. Non aspettavano me: stavano smontando il palco della premiazione, stavano pulendo. Stavano partendo, mentre io arrivavo. Da solo.
Cento metri. Ora passeggiavo. Ma non mi sentivo solo, almeno non adesso. Adesso non più.
