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La zona rossa dei ricordi.

Piazza Alimonda si sveglia con un dubbio che ricopre ogni singola pietra dell’acciottolato: sarà celebrazione o protesta? Probabile che l’una si mischierà con l’altra. Facce diverse di una medaglia che nessuno, qui, avrebbe voluto tirare fuori di nuovo dal labirinto della memoria. Un labirinto fatto di strade strette e di ricordi assordanti, immagini di voci che chiedevano risposte e che invece hanno ottenuto solo nuove, dolorose, domande.

20 luglio 2001. La piazza che oggi attende silenziosa, quel giorno era piena di silenzi diversi: quello della gente, nelle case, che aspettava solamente che quell’ondata di giovani passasse in fretta per ritornare alla normalità; quello delle forze dell’ordine, in Questura e nelle camionette, mentre si preparavano ad affrontare tute bianche e black bloc. Perché il rischio ed il pericolo di quella giornata era chiaro e conosciuto da tempo e da tutti: quella città non poteva sopportare una manifestazione del genere.

Perché l’intrico di strade scende dalla collina verso il mare, un grosso imbuto che si concentra in piazza Alimonda. Da via Tolemaide, dove i manifestanti scendono a migliaia verso il tunnel di Marassi, lungo corso Torino con i suoi alberi che accompagnano lo sguardo verso il porto. Cominciano qui i primi scontri, inevitabili, perché voluti da pochi molto organizzati, attesi, perché facevano comodo a troppi.
Su corso Italia l’unica via di fuga percorribile: la scalinata e la risalita verso monte. Ma il corteo è un fiume senza controllo, la discesa verso il mare la più facile delle soluzioni. Sia per chi scappava dalle cariche e dalla violenza sia per chi, quella violenza, l’aveva consapevolmente scatenata. Su corso Buenos Aires i black bloc fecero a pezzi la pavimentazione per potersi armare alla battaglia. Oggi ci sono nuove pietre ma gli stessi vecchi interrogativi, a cui nessuno darà mai una risposta.

Così come nessuna risposta accettabile si può dare all’episodio che oggi si celebra in piazza Alimonda. La morte di Carlo Giuliani. La fine di una vita e la rovina di altre. Per prima quella di Mario Placanica, il carabiniere che sparò quel proiettile calibro nove verso un manifestante che sollevava un estintore contro di lui. La pena per un ragazzo morto a 23 anni e la stessa pena per un altro che, salvando la propria vita, l’ha segnata per sempre.

 

Non ero a Genova quel giorno, così come non ci sarò oggi. Non ero alla scuola Diaz in quella notte di terrore, così come non ero in Val di Susa o in tutte quelle manifestazioni dove l’interesse di pochi cancella le motivazioni – giuste o sbagliate – di tanti. Ma quelle immagini mi sono rimaste dentro: un eco che si ripropone ogni volta che accadono episodi del genere. Paura, rabbia e vergogna. Sentimenti che si mischiano a tutte quelle domande che non avranno risposta.


Si faceva chiamare Sandra, un nome come un altro, un cliente dopo l’altro (di Baldoni Fabio)

Ho trovato il numero sul giornale, un quotidiano qualunque sfogliato in un giorno di noia. Ho chiamato con la certezza che avrei messo giù con un sorriso di vergogna sul viso. L’annuncio diceva: coreana – 22 anni – massaggi e molto altro. Poco per richiamare l’attenzione, forse per questo che ha preso su al secondo squillo.
“Pronto” ho detto prima di lei, per paura di farla parlare.
“Ciao bello”. Una voce sudamericana, inflessione spagnola fin troppo carica di allegria.
“Ho chiamato per l’annuncio” e, subito, ho voluto specificare “per i massaggi”.
“Sì, sono brava a fare massaggi; quando vuoi venire?”
“Oggi pomeriggio” ma che diavolo sto dicendo?
“Certo. Sono libera, passa all’ora che vuoi”.

Che voglio?
Un’ora di nulla ben pagata. Dieci secondi di liberazione. Fare un nuovo errore e sentirmi, finalmente, sporco per qualcosa. Usare qualcuno che non ha difese, a parte un nome falso e forse troppo trucco da pochi soldi.

Quasi senza rendermene conto ero all’indirizzo che mi aveva dato: ho dovuto fare inversione 3 volte visto che appena davanti al portone acceleravo facendo finta di non guardare da quella parte. Sceso dalla macchina mi sono avvicinato furtivo, sentendo invisibili occhi addosso che mi colpivano quasi come i pensieri che avevo avuto per tutto il tragitto da casa a qui. Ho atteso 2 minuti prima di suonare, dicendomi più volte che l’avrei guardata e me ne sarei andato: un modo come un altro per non sentirmi in colpa per il tempo perso.

Mi ha aperto la porta in mutande e reggiseno spaiati: il secondo rosso e le prime viola. Capelli neri, folti e lunghi. Occhi verdi molto truccati, quasi come le labbra, delineate con una matita nera per farle sembrare gonfie di desiderio. Un seno grosso, non cadente ma forse solo grazie alla necessità ed al reggiseno trasparente. Due gambe tozze senza caviglie. Mi arrivava al petto, grazie ai tacchi. Ma questo non le ha impedito di stamparmi un bacio sulle labbra, mentre richiudeva la porta e mi spingeva dentro.

Non ci è voluto molto per ritrovarmi nudo e sdraiato: l’erezione che avevo nei pantaloni ha avuto la meglio su ogni possibile giusto motivo per andarmene. Lei era in bagno a lavarsi, o a fare qualsiasi cosa stesse facendo, e così ho avuto il tempo di guardarmi attorno; una stanza impersonale, nuda a parte gli specchi alle pareti che riflettevano molto più di quanto avevo fatto io in questa giornata. Il letto anonimo, con cuscini piccoli, ed una coperta che solo ora mi rendevo conto di quanti rapporti avesse dovuto asciugare il sudore: ed io lì sopra, in attesa di qualcosa che volevo finisse in fretta.

Rivestendomi non riuscivo a guardarla negli occhi: aveva urlato, si era dimenata, mi aveva succhiato via tutto il rispetto che avevo per me stesso in pochi minuti. Ora metteva a posto il copriletto ed i cuscini fissandomi come non aveva fatto prima. Adesso poteva farmi capire cosa pensava di me, di quello che avevamo fatto, di quello che l’avevo pagata per farmi. Finito il suo lavoro era di nuovo forte: perché non era più obbligata a fingere, non era più un oggetto da comprare.
Nell’uscire dall’appartamento mi ha chiesto se ero stato bene: non sapevo cosa rispondere, non lo sapevo davvero. Ho detto un che non deve averla convinta, visto che ha aperto la porta e non ha nemmeno risposto al mio timido e stupido ciao. Ero al quarto piano ma ho preferito prendere le scale per avere qualche momento in più prima di ritornare in strada, nel mondo. Alla seconda rampa ho preso in mano il cellulare per cancellare il suo numero dal registro chiamate in uscita; una strana sensazione però impediva al mio dito di premere sull’ok. All’ingresso del palazzo ho messo via il telefono senza cancellare ne il numero ne il vuoto che sentivo dentro lo stomaco.

La prossima volta, ho pensato, la prossima volta e poi basta.


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