Archivi delle etichette: Vita

Tracce dal Rasoio #10

“Morire con una patata in mano.”

E’ così che dice sempre mia nonna.

“Se mai dovessi morire vorrei che fosse così. Come la mia povera mamma che si è spenta in cucina mentre preparava il pranzo per mio padre. Felice nel fare quello che faceva sempre.”


Il ragno (di Alessandro Venturelli)

 

Il primo filo lo tese mia madre
col suo morboso amore per me creatura,

il secondo lo annodò mio fratello
talentuoso primogenito ribelle
ladro di ogni fatica dell’esser figlio,

il terzo lo stese la ricchezza
risparmiandomi il sudore
per la libertà;
grande e somma forma di prigionia.

Il quarto fu un vero amore
ma in me,
lei,
non trovò un vero uomo.
Mai più la vidi
da quando un Maggio
fuggì per l’Inghilterra,

il quinto fu un finto amore
abbandonato come i gatti
davanti al mio portone ,
su lei riversai come vomito
tutto il mio affetto
finendo per odiarla;

il sesto lo cucì dio,
smisi di credere in lui senza aver mai cominciato,
bestemmiai contro il suo potere
portando flagello
al mio nuovo candido capro espiatorio.

il settimo fu un lavoro
che chiuse il cancello ai miei sogni da studente
incatenandomi a un tavolo imbandito di dolciumi.
Divenni grasso.

il ragno che mi tese la trappola non lo conobbi mai..

“signora Bonanni le consiglierei un’investimento di larghe vedute
con un’interesse del 3%, i suoi soldi sono per noi un dovere!
per questa banca è importante il sorriso di un cliente”

così mi lamentavo mentre come una mosca venivo sbranato dalla vita.


Bologna, 2 agosto 1980 (di Baldoni Fabio)

 

 

Quest’articolo non vuole parlare dei processi – che hanno portato a sentenze definitive per tre esecutori – e nemmeno sostenere verità storiche o politiche; queste parole vogliono semplicemente, ma fermamente, ricordare un episodio che ha segnato la vita degli 85 morti, dei 200 feriti, e delle decine di famiglie che da quelle 10,25 del 2 agosto 1980 sono in attesa di tutta la verità.

Perché è innegabile che molti, troppi, punti oscuri sono rimasti – tant’è vero che alcuni dipendenti dello Stato, dei nostri servizi segreti, sono stati condannati per depistaggio – e che, sopra ogni cosa, non si è mai arrivati ad alcun nome degli inevitabili mandanti.

Si potrebbe scrivere di verità scomoda, strage di Stato, delle innumerevoli domande irrisolte che i lunghi processi hanno lasciato in eredità, dei motivi che portano i servizi segreti italiani a voler intralciare l’azione della giustizia – e la strage di Bologna è, purtroppo, solo uno dei tanti episodi di questo tipo (da P.zza Fontana a Ustica, passando per l’Italicus) – e parlare di strategia della tensione sarebbe fin troppo facile.

Oggi invece vorrei che il Rasoio, questo non-luogo, questa piazza virtuale e vitale, dove veniamo per confrontarci, per dare valore alle parole ed ai pensieri utilizzando il mezzo più veloce che esiste oggi – la rete – diventasse per tutti noi quella sala d’attesa che 30 anni fa è stato teatro di uno degli episodi più cruenti della storia moderna d’Italia.

Una sala d’attesa. Agosto. Famiglie in partenza per le agognate vacanze. Gente in transito ed in arrivo. Centinaia di persone dentro una stazione – Bologna – che, in quegli anni forse più di oggi, era nodo strategico per gli spostamenti lungo la penisola (naturalmente questo semplicissimo pensiero sarà stato determinante anche per chi ha deciso di mettere proprio in quel luogo, proprio in quella data, quella maledetta bomba)

Per molti di voi, modenesi e non, sicuramente quella sala d’attesa sarà almeno un po’ famigliare: di passaggio verso mete più o meno lontane o luogo di arrivo e di partenza per chi – come me – ha studiato, o studia, a Bologna. Per alcuni anni ho fatto il pendolare da Modena, casa e università, università e casa, e la stazione era un momento di passaggio che ha scandito le mie giornate per tanto tempo. I ritmi delle lezioni e la voglia di tornare non mi hanno quasi mai lasciato lo spazio di riflessione che tale luogo merita e meritava. Ma quelle tre o quattro volte che mi sono soffermato su quella lapide, su quei nomi, lo stesso crampo allo stomaco nasceva dentro di me: quel luogo rumoroso e caotico diventava per alcuni terribili secondi silenzioso e solo.

ANTONELLA CECI anni 19
ANGELA MARINO “23
LEO LUCA MARINO ” 24
DOMENICA MARINO ” 26
ERRICA FRIGERIO IN DIOMEDE FRESA ” 57
VITO DIOMEDE FRESA ” 62
CESARE FRANCESCO DIOMEDE FRESA ” 14
ANNA MARIA BOSIO IN MAURI ” 28
CARLO MAURI ” 32
LUCA MAURI ” 6
ECKHARDT MADER ” 14
MARGRET ROHRS IN MADER ” 39
KAI MADER ” 8
SONIA BURRI ” 7
PATRIZIA MESSINEO ” 18
SILVANA SERRAVALLI IN BARBERA ” 34
MANUELA GALLON ” 11
NATALIA AGOSTINI IN GALLON ” 40
MARINA ANTONELLA TROLESE ” 16
ANNA MARIA SALVAGNINI IN TROLESE ” 51
ROBERTO DE MARCHI ” 21
ELISABETTA MANEA VED. DE MARCHI ” 60
ELEONORA GERACI IN VACCARO ” 46
VITTORIO VACCARO ” 24
VELIA CARLI IN LAURO ” 50
SALVATORE LAURO ” 57
PAOLO ZECCHI ” 23
VIVIANA BUGAMELLI IN ZECCHI ” 23
CATHERINE HELEN MITCHELL ” 22
JOHN ANDREW KOLPINSKI ” 22
ANGELA FRESU ” 3
MARIA FRESU ” 24
LOREDANA MOLINA IN SACRATI ” 44
ANGELICA TARSI ” 72
KATIA BERTASI ” 34
MIRELLA FORNASARI ” 36
EURIDIA BERGIANTI ” 49
NILLA NATALI ” 25
FRANCA DALL’OLIO ” 20
RITA VERDE ” 23
FLAVIA CASADEI ” 18
GIUSEPPE PATRUNO ” 18
ROSSELLA MARCEDDU ” 19
DAVIDE CAPRIOLI ” 20
VITO ALES ” 20
IWAO SEKIGUCHI ” 20
BRIGITTE DROUHARD ” 21
ROBERTO PROCELLI ” 21
MAURO ALGANON ” 22
MARIA ANGELA MARANGON ” 22
VERDIANA BIVONA ” 22
FRANCESCO GOMEZ MARTINEZ ” 23
MAURO DI VITTORIO ” 24
SERGIO SECCI ” 24
ROBERTO GAIOLA ” 25
ANGELO PRIORE ” 26
ONOFRIO ZAPPALA’ ” 27
PIO CARMINE REMOLLINO ” 31
GAETANO RODA ” 31
ANTONINO DI PAOLA ” 32
MIRCO CASTELLARO ” 33
NAZZARENO BASSO ” 33
VINCENZO PETTENI ” 34
SALVATORE SEMINARA ” 34
CARLA GOZZI ” 36
UMBERTO LUGLI ” 38
FAUSTO VENTURI ” 38
ARGEO BONORA ” 42
FRANCESCO BETTI ” 44
MARIO SICA ” 44
PIER FRANCESCO LAURENTI ” 44
PAOLINO BIANCHI ” 50
VINCENZINA SALA IN ZANETTI ” 50
BERTA EBNER ” 50
VINCENZO LANCONELLI ” 51
LINA FERRETTI IN MANNOCCI ” 53
ROMEO RUOZI ” 54
AMORVENO MARZAGALLI ” 54
ANTONIO FRANCESCO LASCALA ” 56
ROSINA BARBARO IN MONTANI ” 58
IRENE BRETON IN BOUDOUBAN ” 61
PIETRO GALASSI ” 66
LIDIA OLLA IN CARDILLO ” 67
MARIA IDRIA AVATI ” 80
ANTONIO MONTANARI ” 86

Scorrendo questi nomi non riesco a non immaginare quelle vite – quei sogni – spezzate per sempre. Ognuna di esse meriterebbe spazio e parole. Oggi vorrei ricordarle tutte scrivendo di due di loro: Maria e Angela Fresu. Madre e figlia. In attesa di un treno per vacanze che non faranno mai. Due vite cancellate in un battito di ciglia. Il corpo della piccola Angela ritrovato, come tutti gli altri, sotto le macerie. Maria, invece, sembrava scomparsa. La sua morte, tristemente inevitabile, non aveva un corpo sul quale poter piangere. Solo molto tempo dopo si è scoperta la spaventosa verità: i resti della donna sono stati ritrovati sotto il treno Ancona-Chiasso che era fermo sul primo binario. I resti. Maria era talmente vicina alla bomba, a quel muro portante giustamente scelto per colpire il maggior numero di persone, che ciò che è stato dato alla famiglia, ciò che è rimasto del suo corpo, stava dentro un’urna troppo piccola per racchiudere tutto il dolore di una vita spezzata. Maria è stata disintegrata da un gesto vile e sanguinario: come se non fosse mai esistita.

Queste mie poche e ingenue parole, vogliono invece ricordare quella vita e quelle di tutte le persone morte in quel maledetto giorno di 30 anni fa.

Per questo vi invito a soffermarvi un momento su questo sito.


In caduta libera

Le piaceva tantissimo correre. Era un maschiaccio, che faceva la lotta con il fratello più piccolo e rubava il motorino della madre per uscire con gli amici, per poi venire puntualmente scoperta (e allora giù botte).

Durante l’adolescenza affrontò tutte le problematiche tipiche dell’età, finchè verso i sedici anni non si accorse di una cosa curiosa: ogni volta che percorreva la via di casa camminava in equilibrio sul muretto del marciapiede – come a tutti, da bambini ma anche da più grandi, è capitato di fare – e un giorno si rese conto di non riuscire a stare perfettamente in equilibrio su di esso. Malgrado un sospetto si fosse insediato nei recessi della sua mente, non ci diede troppo peso e continuò spensierata la sua vita, litigando con i genitori e iniziando a mettere da parte i soldi per quando finalmente se ne sarebbe potuta andare di casa.

Quel piccolo difetto di equilibrio non era però da sottovalutare, e un giorno, a distanza di due anni – quando il problema si era fatto leggermente più insistente – andò dal neurologo, che le diagnosticò l’Atassia di Friedreich. Atassia. Una rara malattia genetica che non le era sconosciuta, dato il riscontro della stessa, pochi anni prima, in uno dei fratelli.

Era stata confermata quella pessimistica supposizione che le si era annidata tra i pensieri, il più delle volte repressa: quando cammini, corri e vai a ballare ti è facile non pensare che barcolli su un piede solo. Il suo dolore più grande fu quello di aver fatto soffrire la madre, che già aveva tante preoccupazioni per l’altro figlio malato.

Nonostante il fardello che le era stato diagnosticato, la ragazza a 19 anni andò via da casa, pronta a intraprendere una nuova vita. Si stabilì in una piccola provincia modenese, convivendo con la sua migliore amica, prendendo poi un appartamento tutto suo. Iniziò a lavorare in un bar: l’impiego l’appassionava, aveva la possibilità di conoscere moltissime persone, cosa che fece, e con gli anni il bar divenne di sua proprietà. Si divertiva così tanto nello svolgere quel compito che quasi non fece caso al tempo che passava, tutto sembrava pressochè normale. Poi una sera, circa a 23 anni, andò a ballare.

Il locale era buio e confuso, pieno di gente. C’era una scalinata, che lei si mise a salire insieme ad un’amica. Non fu nemmeno tanto improvviso: sentì di stare per perdere l’equilibrio, lentamente. La cosa peggiore era che anche se ne era consapevole non riusciva a fare nulla per riacquistarlo, era come se i muscoli rispondessero in ritardo agli ordini del cervello. Cadde dalle scale, sotto gli occhi di tutti. Piena di vergogna si rialzò, sapendo esattamente quello che era successo.

Col passare degli anni episodi simili si ripeterono, tuttavia finchè era giovane, finchè la maggior parte delle azioni normali come camminare e servire ai tavoli le erano consentiti senza troppe difficoltà, riusciva quasi a non pensare a ciò che risiedeva dentro di lei. Puntualmente però una caduta, una mano che tremava eccessivamente nel sostenere un vassoio, un’incertezza nei movimenti normali per i più, le ricordava che lei non poteva essere normale, che le cose sarebbero peggiorate.

L’Atassia, come lei ben sapeva, è una malattia degenerativa e incurabile. Colpisce il sistema nervoso centrale, andando a intaccare l’equilibrio e il coordinamento muscolare: parte dagli arti inferiori, provocando inizialmente solo una leggera disfunzione nei movimenti, che però con lo scorrere del tempo peggiora, portando il malato a camminare con sempre maggior difficoltà, fino a quando non ne è più in grado ed è costretto ad usare una sedia a rotelle.

Finchè la malattia le si presentava in maniera poco evidente riusciva a non scoraggiarsi, ma il suo progredire si faceva sentire. Tuttavia trovava la forza di andare avanti, viaggiando dall’Australia all’America, scalando montagne ed esplorando la foresta pluviale, con la forza e il vigore che le erano concessi. Non aveva intenzione di perdersi nulla di ciò che la vita poteva offrirle, nonostante essa stessa le avesse tolto così tanto nel momento in cui era stata concepita. Ebbe straordinarie esperienze in giro per il mondo, faticando più di altri, ma mai abbattendosi, circondata dall’affetto di tante persone. Così la ragazza diventò una donna.

A trent’anni cominciarono i momenti di crisi, la Cosa che era nel suo DNA si faceva sempre più insistente. Aveva una figlia di qualche anno, desiderata e amata infinitamente, per la quale voleva che nulla fosse diverso rispetto agli altri bambini a causa della sua Atassia.

Un giorno d’estate era in spiaggia con la bambina, incapace di cammire da sola sulla sabbia bollente. Il suo intento era semplice, voleva far fare il bagno nel mare alla piccola. Purtroppo la donna, per quanto lo volesse, sapeva di non essere in grado di portare la figlia in braccio fino alla riva senza cadere: l’equilibrio se n’era andato. Profondamente depressa, pianse. Pianse perchè una cosa tanto normale come immergere la sua bimba nell’acqua non le era consentito. Fu in quel momento che un’amica le si avvicinò, dicendole parole che in futuro l’avrebbero spronata ad andare avanti, anche nei momenti più difficili.

“Non devi piangere. Se non puoi portarla in acqua lo faccio io. Non devi piangere perchè hai me, che ti aiuto. L’importante non è che tu la porti, ma che lei ci vada e si diverta.”

La donna capì il valore di quanto le era stato detto, riuscendo a mettere da parte l’orgoglio e stando a guardare mentre la sua piccola si divertiva, da lontano.

Quelli furono anni molto difficili, in cui fu necessario che lei accettasse i suoi limiti e continuasse la sua vita: ci riuscì. Si sposò ed ebbe un’altra figlia, continuò a viaggiare, cambiò lavoro poichè non era più in grado di correre tra i tavoli, ma ne trovò uno come impiegata che le andava più che bene, si stabilì in una bella casa, coltivò le sue amicizie. Riuscì ad ottenere una vita normale attraverso mille sforzi, che furono però ripagati ampiamente. Certo, c’erano quei giorni in cui si sentiva impotente, in cui percepiva tutte le cose che non era in grado di fare e che forse non avrebbe fatto mai più, come fare una corsa o andare a fare un giro senza l’aiuto di nessuno. C’erano quei giorni in cui si chiudeva in se stessa vedendo che non era in grado di fare le pulizie di casa da sola. Quei giorni i cui era depressa, ma come può capitare a tutti, alla fine.

Ma non ha mai ceduto del tutto.

Nonostante il suo Male, è sempre riuscita a mantenere la serenità che certe persone sane e più fortunate di lei non hanno, apprezzando appieno la vita, come dovrebbero fare anche coloro che non sono affetti da una malattia incurabile. E’ riuscita a realizzare la maggior parte dei suoi sogni e dei suoi progetti, accompagnata dall’aiuto delle persone che la circondavano, ed oggi, nonostante quando esca per andare al centro commerciale è costretta ad usare una sedia a rotelle, ha un marito che la ama e due figlie di dieci e sedici anni, sane e con vite normali, che l’aiutano e per le quali non ha mai smesso di lottare.

Valentina Camac


Buona morte? (di Baldoni Fabio)

da Bbc.co.uk

da RaiNews24

da LucaCoscioni.it

Quando leggo questo tipo di notizie mi chiedo sempre cosa farei io se fossi nella medesima situazione; no, in realtà mi chiedo cosa sarebbe giusto fare, ed è qui che diventa impossibile dare un’unica risposta.
Il tema è complesso, a dir poco, e proprio per questo ho deciso di affrontarlo qui: perché vorrei che nascesse un confronto, un modo per comprendere le risposte di ognuno di voi a questo tipo di questione etica, morale e religiosa.

Per questo comincerò io…

Secondo me è giusto poter decidere quando è il momento di dire basta – e non parlo di crisi personali momentanee che portano a suicidi – ma di tutte quelle situazioni terminali che non hanno nessuna possibilità di cambiamento (non ho volutamente scritto miglioramento). Che siano malattie degenerative all’ultimo stadio (vedi il caso Welby) o diagnosi mediche definitive (il caso Englaro per intenderci) o malattie terminali che non sono più sopportate dal paziente (il caso in questione). Naturalmente i primi due casi sono situazioni molto diverse dalla notizia qui sopra riportata: si tratta di sospensioni di terapie, trattamenti e presidi sanitari che prolungano artificialmente un’esistenza destinata ad esaurirsi. Astenersi da quegli interventi, quando non fossero più efficaci o si rivelassero troppo dolorosi, significa restituire al ciclo naturale dell’esistenza la sua caducità e il suo procedere naturale verso la fine. Eutanasia è tutt’altra cosa: richiede, perché si realizzi, l’intervento attivo di un terzo che – su richiesta dell’interessato – determini la morte di chi ha scelto consapevolmente di non più vivere.
La casistica comunque è infinita, perché la reazione umana è fatta da mille e più sfaccettature – del protagonista se è in grado di intendere e di volere, dei suoi cari in caso contrario – e questo rende naturalmente ancor più difficile far rientrare ogni singola realtà all’interno di un’unica legge condivisa da tutti.

Condivisa da tutti…

Ecco secondo me il punto fondamentale, il motivo per cui scrivo questo articolo, perché sono consapevole che le mie parole – o le vostre – non sposteranno di molto le nostre convinzioni, qualunque esse siano; ma il confronto può aiutarci a capire le ragioni l’uno degli altri, e questo secondo me è necessario, anche se non le condivideremo.

Inutile nascondere che, essendo italiani, la risposta religiosa al problema in questione condiziona e ci condiziona: perché viviamo in uno stato laico di profonda matrice cattolica, in cui la Chiesa ha avuto ed ha un profondo potere su tutti noi, legislatori compresi. Quindi mi sembra giusto, per farvi capire meglio il mio punto di vista, dirvi che sono cattolico non praticante; cioè, non vado a messa però una preghiera so dirla, e la dico, senza vergogna. Forse è per questo che la penso così o forse, semplicemente, credo nella libertà personale – quello spazio dentro ognuno di noi che non prevarica ma protegge – più di quanto creda in Dio.

Penso che nonostante le difficoltà di legiferare in materia, lo Stato italiano debba fornire comunque strumenti (ad esempio il testamento biologico) per evitare che continuino a ripetersi casi come quelli citati in precedenza (Welby, Englaro) e tutti quelli che, per scelta o altro, non balzano agli onori/orrori della cronaca; in altri paesi è possibile avere una scelta, e credo che si possa conquistare tale libertà anche da noi.

Perché il mio intento non è convincervi che l’eutanasia è giusta per tutti, ma penso che si dovrebbe lasciare la possibilità, a chi la ritiene tale, di sceglierla come ultimo passo per se stesso o per un proprio caro; perché in fondo eutanasia, etimologicamente, vuol dire proprio questo: buona morte.

Vorrei chiudere – proprio per capire e, eventualmente, non condividere – riportandovi l’esempio, e le parole, di una persona che ha fatto questa scelta.

Ramόn Sampedro è nato il 5 gennaio del 1943 in un paesino della Galizia, in Spagna. Il 23 agosto del 1968 tuffandosi in mare ha un incidente che gli procura la frattura della settima vertebra cervicale, con conseguente paralisi totale. Da allora inizia un lungo e doloroso itinerario giuridico per ottenere dai tribunali spagnoli la possibilità di ricorrere all’eutanasia. Nel gennaio 1998, segretamente, grazie a una mano amica, è riuscito ad ottenere quello per cui stava lottando da trent’anni: la morte, suo sommo desiderio fin dal giorno in cui le conseguenze di quell’incidente lo avevano trasformato in “una testa viva in un corpo morto”.

Da Cartas desde el infierno, di Ramόn Sampedro Cameán:

(…) La qualità della vita consiste nell’essere piacevolmente adeguati, con una percezione di corpo e mente in armonia con tutto ciò a cui sono subordinati e soggetti i sentimenti personali. Quando non si sopravvive per il semplice timore della morte, è la morte l’unica alternativa razionale per liberare la vita dalla sofferenza. Quando non c’è più qualità della vita, quando il caos è completo, non c’è alternativa se non la disintegrazione della materia, per poter rinascere.
(…) Di solito non rispondo alle lettere di persone che sono contro l’eutanasia. Perché? Penso sia un dialogo assurdo. Entrare in questa polemica vuol dire iniziare un dialogo tra sordi che non porta da nessuna parte. Con la mia risposta voglio solo comunicare come vedo la vita e fin dove mi pare degna di essere vissuta, al di là di ogni pregiudizio di tipo religioso o di altri interessi che non siano quello personale. Allo Stato, alla religione e ad altri gruppi professionali che hanno il potere di impormi la loro autorità etica e morale, concedo solo il diritto di proibirmi qualsiasi atto che vada contro la libertà, la dignità o la vita di un’altra persona o di un altro gruppo di persone.
(…) Credo che per le caste dominanti l’eutanasia sia il dilemma che non vogliono o non sanno risolvere sia giuridicamente sia moralmente per un immaturo paternalismo a difesa della vita.
(…) Se facciamo parte del tutto, il tutto e il niente devono essere la stessa cosa e partecipare allo stesso abbraccio. Non ci sono equilibri grandi e piccoli, è tutto un’unica cosa. Quello psicologico dev’essere in relazione con tutto il resto ed è retto da queste tre leggi: piacere, dolore e paura. La paura è una specie di forza di gravità che mantiene l’equilibrio della vita con il suo abbraccio protettivo.
(…) Quando l’uomo perde l’equilibrio, per esempio spezzandosi il collo, la prima cosa che desidera è recuperarlo. Lo stesso accade a qualsiasi malattia durante il suo processo irreversibile verso la disintegrazione materiale del corpo, ovvero la morte. Il desiderio di recuperare l’equilibrio è irrealizzabile. Il nostro raziocinio lo conferma. Senza dubbio il desiderio è puro, non inganna: se non desideriamo una cosa, ovviamente desideriamo l’altra! E’ qui che la coscienza ha l’obbligo – più che il diritto – di decidere tra bene e male: è il libero arbitrio, la libertà di scelta. Visto che non è possibile tornare indietro, non resta che andare oltre, liberarsi dall’abbraccio con cui la paura ci lega e lasciarsi trascinare dal desiderio di non soffrire. La ragione, così, si impone all’istinto, al desiderio di tenerci disperatamente abbracciati a madre-vita che ci ama molto ma che non può liberarci dalla sofferenza che ci colpisce.
(…) Sai cosa chiedeva mia madre a dio? Che la vita che lei aveva generato con il suo amore – io – dio se la prendesse otto giorni prima della sua, oppure otto giorni dopo. Ovviamente mia madre lo chiedeva a dio, e io lo chiedo alla legge, ma a quanto pare sono tutt’e due sordi o ancor peggio: sono la stessa persona. Le madri dovrebbero fungere sempre da dee, perché sarebbero sempre giuste. Agirebbero sempre con amore.
(…) C’è gente – e molta, a quanto pare – che ha un modo molto strano di volermi bene; si dà il caso che, chi per un motivo, chi per l’altro, vogliano che regga ancora un po’ per giungere allo stesso risultato, a modo loro.
(…) Penso che amore, vita e morte siano un’unica cosa. Sono le leggi diverse che reggono il tutto.
(…) Non si può vivere solo ricordando la vita. Ci vuole un equilibrio tra corpo e mente. Se uno dei due viene a mancare, manca il progetto che la vita ha ideato. A che serve conservare intatti nella memoria i sentimenti, le fantasie e le passioni intrinseche a tutti gli esseri umani, se servono solo a tormentarsi con desideri che non potranno mai realizzarsi? Non è disperazione. E’ logica razionale. In queste condizioni l’idea della morte è più di un semplice desiderio di separarsi dalla vita. E’ il desiderio di porre fine a un’esistenza che non si accorda con le leggi della mia ragione. Non c’è bellezza possibile, perché non resta speranza. E quando alla vita non resta la bellezza, ci offre la morte, la poesia del sogno che cerca la ragione. Non c’è da girarci intorno. L’essere umano non accetta la sua mortalità perché la legge universale del timore della morte non glielo consente. Una persona può sopravvivere con l’aiuto dei propri simili. Può e dev’essere così, se richiede il loro aiuto. Ma quando uno non può sopravvivere con i propri mezzi e chiede aiuto agli altri, quelli devono dare l’aiuto che chiede lui, non quello che vogliono loro secondo i loro pregiudizi morali.
(…) Quando si dibatte sul diritto di una persona a porre fine alla propria vita, sempre compaiono i medici e ogni volta ripetono la stessa cosa irrazionale: noi siamo disposti a salvare vite. I medici non salvano la vita. Riparano infortuni o curano malattie, e sperano come logica conseguenza di prolungare ancora un po’ la vita. Ma quando non si può sistemare o curare nulla, la loro autorità morale e i loro giudizi di valore su come e quando una persona può porre fine alla propria vita, la loro influenza sulle decisioni giuridiche o sulla coscienza dei legislatori non dovrebbe avere più peso della mia – in questo caso – o di qualsiasi altro cittadino che reclami il diritto alla propria morte.
(…) La mia incapacità fisica mi provoca una sofferenza da cui non posso liberarmi. Ciò mi causa un’umiliazione che la mia idea della dignità non ammette. Chi mi provoca questa umiliazione? La vita, le circostanze. Non è dio, né la sua volontà, perché io non ci credo. Ma in una relazione di non so quale consulente o autorità sul tema dell’eutanasia, si afferma che non si può sapere quando una sofferenza è o non è sopportabile. Come possono giudicare dunque?
(…) Se qualcuno mi vuole bene, mi ama e mi rispetta, mi dia l’aiuto che gli chiedo, mi ami con il rispetto che gli domando. Se non è così, sarà una violazione dei miei principi, della mia personalità, della mia fede, del mio dio. Il meglio sarà ciò che io amo e comprendo. E la cosa migliore che tutti gli esseri umani comprendono è l’amore. L’amore è dare come danno il sole, l’acqua, il mare e l’aria. dio? La natura? Non chiedono niente in cambio, solo l’equilibrio. Non c’è errore o crimine più atroce che negare a una persona il diritto di porre fine alla propria vita per terminare una sofferenza incurabile. Gli stessi che lo proibiscono contemplano indifferenti milioni di esseri umani che muoiono di fame e di miseria, oppure li osservano mentre vengono armati – ognuno nella fazione a cui appartiene la sua religione – perché si massacrino in guerre ripugnanti a difesa del loro dio, della loro cultura, della loro fede. Quando i ragionamenti non ci convincono, che prevalga allora la nostra volontà di abbandonare la vita per curare le nostre sofferenze. E’ questo il modo autentico di dimostrare amore e rispetto per la vita e l’essere umano. Senza chiedere niente in cambio. Così come ci amano il sole, la terra, il mare, l’acqua e l’aria. In nome del loro dio.
(…) Ricorderò per sempre il giorno in cui mi sono sentito al culmine dell’impotenza: una sera mia madre – che è morta di pena per quello che mi era successo, anche se i medici le hanno diagnosticato un cancro – è caduta in terra in mezzo al corridoio. Anche allora eravamo da soli. Era svenuta e io, a due passi da lei, non potevo aiutarla. Ho pensato che fosse morta e mi è passata davanti unita alla zavorra di un corpo morto, l’immagine della mia testa, l’unica cosa che funzionava. A quel punto mi si è ripresentata di nuovo, rapida, l’immagine del passato. Ho ricordato la risata di mia madre, la voce chiara e profonda con cui mi parlava da piccolo, e gli occhi, i suoi occhi che mi chiedevano mille cose che la sua voce non si decideva a pronunciare, quando tornavo da un viaggio. Mi è tornato in mente quel movimento così triste che facevano le sue labbra quando mi aveva detto, insieme a mio padre: “Noi ti preferiamo così. Non vogliamo vederti morto”. E io so, perché me l’ha raccontato quando è uscita, che dopo il sorriso che le sbocciava in viso nella mia stanza, passava le giornate a piangere in tutti gli angoli della casa. “Forse anche stasera ha pianto” ricordo di aver pensato quel giorno, mentre lei era sdraiata inerme a terra. Ma questo non l’ho mai saputo. Quando ha ripreso conoscenza non gliel’ho chiesto e lei come sempre ha sigillato le labbra col silenzio. Di lì a pochi giorni se n’è andata dall’inferno che aveva sopportato per dodici anni.
(…) Ventisette anni dopo l’incidente faccio un bilancio del cammino percorso e non mi tornano i conti alla voce “felicità”. Non ho preso il sentiero che avrei desiderato. Il tempo è passato contro la mia volontà. Sono stato un tormento per le persone amate e al tempo stesso sono stato tormentato dal loro dolore. Manuel, l’uomo che mi aveva tolto la testa dall’acqua per chiedermi cosa mi era successo, aveva modificato con il suo gesto la meccanica universale del destino, che in quell’istante progettava la liberazione materiale del mio corpo. Io voglio andarmene dall’inferno, per cui mi chiedo: che senso ha il dolore assurdo contro la volontà dell’essere umano?

(…) Perché morire?
Perché tutti i viaggi hanno l’ora della partenza. E tutti i viaggiatori hanno il privilegio, e il diritto, di scegliere il giorno migliore per partire.

Perché morire?
Perché a volte il viaggio senza ritorno è il migliore percorso che la ragione ci possa indicare, per amore e rispetto della vita.

Per dare alla vita una morte degna.

Creative Commons License


Quel Giovane nella Torre D’Avorio

La greve luce feriva il suo viso mentre lui, ancora dormiente, si rigirava nel letto. Era tutta la notte che i demoni lo tormentavano: lo rincorrevano sussurrandogli all’orecchio la Verità che lui non voleva ascoltare. All’improvviso rinvenne. Si destò da quell’orribile incubo che gli aveva assediato la mente e si mise a sedere sul letto. Pensava. Pensava a quel sogno nero, quel sogno vero, che ormai aveva sconvolto la sua giornata. Poi si alzò e andò alla finestra, quasi a voler cercare qualcosa di confortante al di fuori della sua stanza, della sua mente. Errore. Un misto di pioggia e neve battente cadeva senza sosta sulla città: il cielo era di un grigio scuro, minaccioso come lo sguardo di un cane randagio. Dall’alto del suo palazzone guardava le strade e osservava le persone. Queste, sotto la bufera di nevischio incalzante, correvano chi in macchina chi a piedi, verso le proprie destinazioni. Non era la solita corsa tuttavia. Non era la fretta dell’uomo del Nord a scandire quei movimenti scattanti e discontinui. Sembrava, a lui che guardava dall’alto, di vedere in quelle persone una forza mostruosa spingerli in avanti, una forza non loro. Così tornò a pensare alla pioggia battente, al cielo e a tutte quelle forze che nel mondo spingono gli uomini a correre. Chi o cosa li stava spingendo dentro quella bufera? E se veramente correvano per una forza superiore in loro infusa, si trattava di una forza buona o di una forza malvagia? Poi pensò che forse a loro non interessava e forse neanche a lui. In definitiva loro volevano rimanere vivi: chiedevano solo di continuare a correre così, come cani nella tempesta o sotto il sole cocente. Che importava loro del perché corressero, contava solo poter continuare a farlo. Lui invece avrebbe sempre potuto stare là, nella sua torre d’avorio, ad osservarli, analizzarli e ad emettere giudizi, salvando e condannando arbitrariamente o meno per volontà di una forza superiore. Non si sarebbe mai trovato nella loro condizione, tuttalpiù sarebbe stato infastidito da quel contorno di anime in pena. Ma prima o poi ci avrebbe fatto l’abitudine. Avrebbe fatto finta di non vedere e sentire, e se un giorno questi avessero deciso di far valere le loro ragioni, qualcuno li avrebbe messi a tacere: momentaneamente o per sempre. Mentre questi pensieri si avvicendavano in lui, come in un’arena, si guardò allo specchio: era giovane, forte, intelligente. Era molto più forte di tanti altri che colpiti dal giogo dell’età continuavano a far valere il loro diritto, un diritto fondato sull’esserci prima. Sapeva sognare e creare dai sogni delle mète, degli obiettivi nuovi ed inaspettati. Sapeva amare, di un amore universale quasi evangelico, ma non cattolico. Sapeva lottare, perché era cresciuto combattendo e questa sua condizione gli aveva insegnato cos’era la giustizia che sentiva forte dentro di lui. Allora si chiese se tutti quelli come lui, che continuavano a rimanere celati nel loro mondo e nelle loro case, avrebbero dovuto rassegnarsi ad una vita a metà, fatta di agi e di bende sugli occhi: una vita vissuta tra la paura di essere colpiti da un fulmine e la voglia di uscire fuori, a gridare la loro rabbia, per lanciarsi finalmente nel mondo con i loro sogni e combattere fino alla fine. Sì, non poteva che essere questo il suo destino, era chiaro. Non era venuto al mondo per fare lo spettatore, per sedersi su una comoda poltrona e guardare quel triste spettacolo che ogni giorno veniva messo in scena. Lui voleva stare sul palco e voleva far parte di uno spettacolo di ben altro spessore, qualcosa che riprendesse la grandezza smarrita del suo paese, quella povera Italia, colpita meschinamente ogni giorno dai suoi figli. Ma per far questo occorreva mettersi in gioco e mandare via chi aveva fatto il suo tempo e non aveva avuto l’eleganza ed il buon gusto di abbandonare il suo ruolo di protagonista, continuando ad inscenare quella recita che era uguale da 30 anni. Erano loro che avevano fatto addormentare il pubblico! Che lo avevano fatto prima arrabbiare, poi piangere e che infine lo avevano reso indifferente allo spettacolo della vita. Erano colpevoli di un delitto gravissimo, questi signori, e dovevano quantomeno essere allontanati il più possibile da quel palco, perché con la loro insensibilità gli avevano tolto il suo sacro valore. Fu questo che pensò dall’alto del suo palazzone in quella grigia mattina. E per questo si vestì di fretta e scese correndo, sospinto da una forza immane: una forza buona proveniente dal suo cuore, che lo avrebbe portato chissà dove, ricordando a tutti quelli che avrebbe incontrato sul suo cammino che lui era vivo e che correva per sua volontà verso un fine alto. E che forse un giorno l’avrebbe raggiunto.

Enrico Monaco


5 novembre

E allora mi divincolo e sembro scema ma non mi si può dir niente perché lo sanno tutti che sono permalosa e sono radicata nelle mie idee e nei miei concetti campati per aria anche se sono inutili anche se sono solo delle pietre pesanti che mi porto al collo e sembro una mucca con un campanaccio che le penzola sul petto ma non sono ubriaca non ho fumato sono sobria e voglio vedere fino a che punto questo luogo inconsistente ma brulicante di cervelli e cuori può reggere e non so dire perché lo faccio e non so dire perché non metto punteggiatura forse perché non ho poi molto da perdere e questo è il bello di non avere niente ma adesso come adesso nella foga non ha importanza e ritengo che il mezzo sia da mettere in secondo piano rispetto all’incendio che divampa perché oggi è il 5 novembre e nel 1815 un uomo ha dato fuoco al parlamento inglese perché anche io oggi ho dato fuoco al mio piccolo parlamento e non ho trovato modo migliore per smuovere le acque che dar fuoco a me stessa e lasciarmi bruciare davanti a tutti anche se ho quindici anni anche se vivo in una casa come le altre se mi vesto come si vestono gli altri se vado in una scuola come le altre non voglio smettere di pensare non voglio essere passiva non voglio lasciare che siano i giudizi degli altri a determinare le mie azioni per quanto inopportune e sbagliate voglio sentire le critiche voglio che mi facciano riflettere e che mi facciano incazzare voglio chiedere scusa pubblicamente se sarà necessario voglio imparare tante cose voglio crescere e per tutto questo non posso che mettermi in gioco ed espormi qui adesso nel salotto di casa mia sul blog per strada a scuola nel mio letto non posso che avere paura della mia paura come scipione emiliano che si mette a piangere davanti alle rovine di cartagine perché si vede dentro a quella distruzione vede i suoi stessi brandelli di carne spuntare dalle macerie coperti dalla polvere e io non voglio abbandonarmi alla paura al nichilismo perché amo e vivo e respiro e per tutti questi motivi vale la pena prendersi in spalla le proprie paure e buttarsi anche se questa la devo a una persona che non riesco a non ascoltare adesso penso che sarebbe ora di sciogliere i nodi che abbiamo voluto stringere a tutti i costi in passato come bambini capricciosi senza pensare e senza sapere il perché allora adesso in questo momento non posso far altro che pensare che l’unica via d’uscita sia non pensare troppo non raggiungere la saturazione perché è pericoloso e se è negativa può fare molto male e anche quando si perdono tutte le idee e non si trova più niente a cui aggrapparsi si dubita di tutto e non si distingue più un parere da un fatto un sentimento di odio da uno d’amore una luce accecante da una benda sugli occhi allora lì non c’è niente di più bello che guardarsi in faccia e vedere che al principio di ogni groviglio inesplicabile c’è sempre un semplicissimo puntino e viene da sorridere anzi da ridere e piangere insieme quando si prova qualcosa di talmente forte da occludere la vista da non far capire più niente da far cadere i muri e sprofondare le case da far scontrare tutte le idee le une contro le altre come cocci di vetro sul pavimento il tutto in uno schianto e in un frastuono come di mille trombe all’unisono come un grido che non esprime niente di preciso ma spacca la superficie del tempo dell’attesa della durata e del consueto e che irrompe sotto la pelle aprendosi un varco dove non è possibile perché sotto la pelle fin dentro la carne e dentro le ossa oltre certi limiti non può arrivare l’immaginazione e nemmeno l’intelligenza e neanche la poesia ma l’amore quello sì.

Eugenia

Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni. (V)

 

 

 

 

 


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 41 other followers