Via Platnerska 46 (di Baldoni Fabio) – Prima parte –

(racconto tratto da EUROPEA)

 

Narra una leggenda boema di un nobile e antico cavaliere che, convinto di esser stato tradito dalla propria fidanzata, si rifiutò di sposarla. La ragazza per il dolore si uccise buttandosi nella Moldava e il cavaliere, compreso l’errore, decise di impiccarsi. Ogni cento anni egli riappare a Praga, in Via Platnéřská, in cerca di una giovane che possa liberarlo dalla sua pena infinita. L’ultima apparizione è avvenuta nel 1909.

 

L’odore del caffè colpisce i miei sensi assopiti. Sento freddo, freddo nelle ossa e nel cuore. Cammino trascinando i piedi lungo il corridoio, come se il corpo cercasse di andare avanti, nonostante il mio cervello voglia solo ritornare sotto le coperte per nascondersi, di nuovo, per sempre. Poi arrivo in cucina e lo vedo: il sole è basso, ma il riflesso sulla coltre di neve illumina tutto lo stesso; il fiume è ghiacciato sotto ponte Carlo e io lo osservo rapito. Ogni volta quella linea leggermente arcuata mi spinge ad andare avanti, come se quella “s” sottile celasse dietro di sé una speranza, che non sono mai riuscito a raggiungere.

Mentre assaporo la colazione mi arriva uno squillo. Il tuo. Un sorriso si fa strada fra i miei pensieri ma è solo un attimo e la sua luce mi fa male: perché oggi ti lascio, e tu non lo sai ancora.

Esco in strada avvolto in un giaccone pesante, le dita che si abituano presto al freddo, perdendo il loro normale colore. Cammino svelto. Evito i cumuli di neve sul marciapiede e svolto in Mariánské Náměstí; proseguo rasente al muro, seguendo la sottile striscia praticabile che è stata conquistata da badili sconosciuti. Passo di fianco ad un forno e l’aroma di rohlíky mi riporta alla realtà. Affondo il viso nel calore della sciarpa cercando di stringermi ancor più in me stesso; non guardo nessuno, e nessuno sembra accorgersi di me. Grazie a Dio non lavoro in tv, altrimenti non potrei uscire di casa senza incontrare qualcuno pronto a raccontare i suoi problemi.

E dire che sono famoso, la gente mi chiede consigli ogni giorno. La magia della radio. Il potere di una voce, la forza dell’invisibilità; se mi conoscessero, se sapessero, forse non si fiderebbero dei miei giudizi e della mia sicurezza apparente. Giro a sinistra, dopo aver percorso l’Husova, e mi ritrovo al n.4 di Národní: radio Europe II (88.2 Mhz). Il mio rifugio. La mia radio, poiché la trasmissione che conduco è l’unica cosa decente che trasmettiamo.

“Ciao Jan”.

Anche questa mattina Katerina mi saluta con un sorriso carico di speranza. Non si arrenderà mai? penso, mentre la saluto sbattendo i piedi, per ripulirli dalla neve. Lei sta per attaccare bottone e io prendo le scale, riuscendo così ad eludere un minuto di parole vuote. Saluto un paio di tecnici ancora assonnati e mi chiudo nel mio ufficio; butto la giacca sulla sedia e accendo il computer.

Mentre attendo di potermi collegare ad internet, per leggere le notizie dalle agenzie, prendo in mano i fax e le stampe dei messaggi arrivati nelle ultime ore: come sempre sono quasi un centinaio, ma per fortuna qualcuno li ha già selezionati per me, evitandomi due ore di letture inutili. Mi sembra di sentirle quelle voci, persone che passano sotto le mie dita, riesco quasi a vederle leggendo fra le righe di quei messaggi così diversi eppure tutti con lo stesso problema: la gente non riesce a vivere. Non importa che siano poveri o benestanti, amati, soli, belli; tutti hanno bisogno di qualcuno che gli mostri una via nuova. Una cazzo di strada per alzarsi la mattina e poter sorridere al mondo o alla moglie.

Fanculo. Mi accendo una sigaretta e straccio alcuni fogli a caso, senza leggerli, come faccio tutti i giorni. Non m’interessa che possano essere buone storie: perché il piacere di poter violare le disgrazie di qualcuno è troppo grande e non posso privarmene.

Verso le 11 mi raggiunge Emil, il capo, che come sempre cerca di salvare la faccia e il suo ruolo imponendomi la linea della trasmissione, sapendo già che non l’ascolterò. È per questo che mi paga.

“Buongiorno Jan”.

“Emil”.

“Hai visto le lettere che ti ho fatto lasciare sulla scrivania?”

Le lettere di protesta, merda.

No, “Sì, lo sai che le leggo sempre”.

Emil sorride: credo ami questo nostro battibeccare, come se servisse più al suo morale che al bene della radio.

“Dovresti smetterla di essere così aggressivo con gli ascoltatori”.

“Io dico solo la verità”.

“Appunto”.

Stavolta sono io a sorridere.

“Prova almeno ad essere più accondiscendente con il pubblico femminile; sai che è il nostro target di riferimento”.

Non rispondo. Sfoglio a caso alcuni fogli che ho già letto poi allungo una mano verso di lui e lo saluto svelto, sperando che non si accorga che avevo solo voglia di togliermelo dai coglioni. Emil oggi no, penso, oggi non riesco ad essere buono.

Quasi all’ora di pranzo mi arriva il tuo quarto sms. Lo cancello senza leggerlo, come ho fatto con i precedenti, e decido che è arrivato il momento di chiamarti. Mentre digito il numero mille ricordi di te, di noi, passano nella mia gola secca e tesa, per colpa delle parole che sto per dirti.

La prima immagine è dei tuoi occhi: neri, con ancora quel riflesso tipico dell’innocenza dei bambini. Poi la tua risata, acuta, incontrollabile e dolcissima. Infine le tue mani: insicure la prima volta che hanno incontrato il mio corpo, ma poi sempre più a loro agio dentro le nottate di un amore folle e insensato.

La linea è libera. Sto per decidermi ad accendere una sigaretta quando la tua voce mi raggiunge.

“Jan! Finalmente ti sei ricordato di me… ”

Vorrei rispondere quando riprendi, come al solito, a parlare senza attendere le risposte degli altri.

“ …qui in facoltà è un casino; mi sa che è l’aria delle feste che ha fatto impazzire tutti”.

Non sai quanto, penso.

“Ma tu? Dimmi qualcosa! Se hai chiamato per chiedermi scusa non preoccuparti, tanto ti ho già perdonato”.

Vediamo se perdonerai anche questo.

“Ieri sera hai fatto una scenata, e allora? Jan ti capisco. Forse avrei reagito anch’io così ma come ti ho già detto mille volte: era solo un amico… ”

Uno dei tanti.

“ …un compagno di corso. Niente d’importante, ok?”

Ok un cazzo.

“Jan ci sei?”

Prendo fiato. Un secondo tutto per me, per la mia rabbia. Poi finalmente sono di nuovo lucido. Di nuovo uno stronzo. Di nuovo io.

“Tomáš è finita”.

Sei senza parole amore?

“Sono stanco dei tuoi amici e del tuo modo di fare quando siamo insieme”.

Non è vero, ma ho bisogno di farti del male adesso.

“Ma… Jan?”

“È finita. Ormai da un po’ Tomáš. Finita, per sempre”.

Assaporo il silenzio che mi arriva dalla tua sorpresa, dal tuo dolore. Non dico nulla ma non voglio interrompere la conversazione, perché ho bisogno di sentirti supplicare: devo ascoltare ancora una volta la tua voce che si aggrappa al nostro amore.

“Non puoi lasciarmi così, non è successo niente Jan, mai niente. Lo sai che ti amo”.

Resto ancora in silenzio. Mi accendo una sigaretta godendo delle conseguenze delle mie parole.

“Jan ci sei? Come puoi cancellare tutto così in fretta? Non è possibile”.

Ecco il momento: sento la tua voce che si abbassa di poco, abbastanza però per farmi capire che stai per piangere. Ora posso mettere giù, chiuso, per sempre. Addio Tomáš.

Alle 15 comincia il programma. Mancano dieci minuti e mi ritrovo in bagno, a rilassarmi prima della trasmissione. In ufficio arrivano troppe telefonate: ho il cellulare chiuso nel cassetto della scrivania, spento, eppure mi sembra di udire ancora nella testa i tuoi sms che arrivano, assieme agli squilli che fai, per capire se ho voglia di ascoltarti, di darti un’altra possibilità.

“Jan tutto a posto? Non ho cambiato nulla da ieri, ma dimmi comunque se ci sono problemi”.

Sorrido distrattamente al tecnico mentre ricontrollo la scaletta che ho preparato. Tre interventi da diciotto minuti circa, intervallati da due canzoni. Niente pubblicità: deve essere per questo che Emil mi odia. Ma non ho voluto piegarmi a nessun prezzo; è la mia trasmissione, e di nessun altro. Nessuna logica di mercato, non bacio il culo a nessuno io. A meno che non sia un culo che mi soddisfi.

Questo pensiero mi riscalda lo stomaco per un momento, finché non alzo lo sguardo e vedo, fuori dalla finestra dello studio, la chiesa della Vergine delle nevi. La osservo ogni giorno, ma oggi quell’edificio mai concluso, sempre per colpa di sfortune o catastrofi, è la giusta immagine che potrei utilizzare per descrivere la mia vita sentimentale: un continuo costruire su macerie, un susseguirsi di fatiche e delusioni. E ora sono esattamente al punto iniziale. Come la chiesa sono vecchio e stanco e anche la mia guglia non resterà in piedi ancora per molto.

Mi riprendo quando vedo il tecnico che chiama il countdown.

10 secondi – Dimentica Tomáš.

9 – Dimentica Tomáš.

8 – Era solo un ragazzino.

7 – Io sono Jan Mečiar.

6 – Io sono Jan Mečiar.

5 – Sì, ma per quanto?

4 – Per sempre.

3 – Basterà?

2 – Basterà.

1 – Merda.

Sigla…

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