Via Platnerska 46 (di Baldoni Fabio) – Terza parte –

La notte tutto ha un colore particolare vicino al fiume, come quelle foschie estive che trasformano le campagne. Guardarci attraverso è come sentire un alito di vento tra le fronde degli alberi: tutto troppo poetico, tutto troppo vero.

Mi sento consumato dopo cena e così esco in strada, sperando che il calore di risate sconosciute possa riportare nelle mie vene un po’ di vita. Sapevo che sarei finito qui ma sono sorpreso lo stesso. O’Che’s è l’unico locale di cui posso dirmi cliente abituale; vengo almeno una volta alla settimana per godere di un poco di insana normalità. Qui tutto sembra fuori posto: la commistione tra Irlanda e Cuba potrebbe sembrare impossibile eppure è tutto magnificamente reale. Tutto come dovrebbe essere. A volte anche troppo.

Ordino una Guinness poi mi siedo in disparte. Osservo i gruppi più rumorosi, giovani venuti per ballare i ritmi latini e coppie che sembrano uscite da odiosi depliant di macchine straniere. La musica è troppo alta ma non basta per tenere calmi i miei pensieri.

Dopo la terza birra esco e mi dirigo, lento, verso il ponte. A quest’ora di notte anche il silenzio del fiume sembra irreale, come quelle statue: copie a uso e consumo dei turisti, che nemmeno immaginano quanto, alcune, siano differenti dagli originali. Raggiungo Malá Strana e svolto a sinistra in Karmelitská; dopo quasi un chilometro sono davanti al Drakes Club. Ecco il posto migliore per finire questa giornata: perché è stato qui che ho conosciuto Tomáš.

Le luci basse e il frastuono mi avvolgono come un vestito di lana infeltrita. Cammino con il passo pesante, sbattendo contro ragazzi abbastanza giovani per poter essere figli miei. Non guardo nessuno negli occhi, ho paura di incontrare i suoi. Ho il terrore di guardarlo e di vedere che ha perduto, per sempre, quella freschezza e quell’ingenuità che facevano di lui una persona unica.

Mi avvicino al bancone e attendo il mio turno; gioco con le monete nelle mie mani, prima di scambiarle con il bicchiere che mi sta porgendo il barista. Riesco a guadagnare un angolino tranquillo e prendo in bocca una scheggia di ghiaccio dal cocktail: la succhio con calma, mentre passo il mio sguardo da un corpo all’altro, in cerca di una preda per questa notte.

 

Un’ora e quattro bicchieri dopo mi ritrovo ancora solo e ormai una domanda si è insinuata fra le mie voglie: cosa ci faccio qui? Ho trentanove anni, un buon lavoro e una famiglia alle spalle che mi ha cresciuto con i giusti valori. Come tutti i figli della Primavera di Praga, nati nel 1970, mi hanno chiamato Jan: non so se per infondermi forza o solo per ricordare a loro stessi che si poteva fare qualcosa, che qualcuno ha fatto qualcosa, diversamente da loro.

Con questo pensiero in testa barcollo verso il bagno. Ho bisogno di acqua fresca. Lo raggiungo a fatica mentre lo stomaco comincia a ricordarmi che devo smettere di bere. Faccio appena in tempo ad aprire la porta e ad avvicinarmi ai lavandini che il vomito mi esce dalla bocca e dal naso. Sento il dolce aroma della Guinness mischiato all’acido dei miei succhi gastrici; mi volto e vedo due ragazzi che escono svelti da un cesso: uno mi guarda storto mentre l’altro si sta allacciando i pantaloni attillati. Il primo sorride e prende per mano il compagno, poi mi saluta “Ciao nonno”.

Resto appoggiato al lavandino e osservo il vomito che ha imbrattato il pavimento e le mie scarpe: sembra una macchia di Rorschach, anche se non riesco a cavarci fuori nessuna immagine conosciuta, nulla che riesca a darmi la forza per guardarmi allo specchio.

Dopo essermi ricomposto esco e chiamo un taxi, non potrei tornare a piedi ora. Lo aspetto appoggiato al muro, con la testa che continua a cadermi sul petto sudato.

 

“Dove la porto?”

Via Platnéřská 46”.

Mi butto sul sedile e spero di arrivare presto a casa, o di non arrivarci mai. Il fiume scorre lento fuori dal finestrino e i miei occhi fanno fatica a mettere a fuoco la città che dorme silenziosa.

Uscito dalla macchina le gambe mi guidano verso il portone, mentre le mani cercano le chiavi di casa. Un rumore lontano mi distrae ma non giro la testa, con la consapevolezza che sia solo un’altra creazione della mia mente stordita. Poi qualcosa mi sfiora: è una mano, una mano gelida come la morte. Con gli occhi semichiusi mi volto e, prima di vedere qualcuno, sento una voce che mi supplica.

“Per favore… ”

È un uomo alto, con un costume assurdo, non vedo i suoi occhi ma sembra conoscermi.

“Per favore… ”

“Non è carnevale amico”.

“ …aiuto… ”

Non capisco un cazzo di quello che vuole, ma sono solo stanotte, e forse potremmo aiutarci a vicenda. Finalmente riesco ad aprire il portone e, senza dire una parola, entro in casa sperando che lui mi segua.

 

Al mattino mi sveglio nel mio letto con la testa che scoppia e in bocca il sapore amaro della notte che ho appena passato. Dopo quasi venti minuti decido di arrancare verso la cucina, per prendere qualcosa da bere. Sul tavolo trovo un biglietto: grazie.

“Ma… ”

Lo stringo tra le dita e, mentre accendo la macchinetta per il caffè, mi rendo conto che non è poi così importante ricordare un viso o un nome quando basta una semplice parola per scaldarmi il cuore. E così sorrido, per la prima volta dopo tanto tempo, senza saperne il perché.

“Grazie a te”.

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