L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (di Baldoni Fabio)

In memoria dell’Eccidio delle Fonderie, avvenuto a Modena esattamente 60 anni fa (sciopero generale indetto dai sindacati e lavoratori modenesi che scatenò la violenta reazione della polizia di Scelba che portò la morte di 6 operai e numerosissimi feriti) voglio lasciare alcuni stratti presi dal web.

PRIMA TESTIMONIANZA (da il Manifesto.it)

Modena,9 gennaio 1950: una città fondata sul lavoro, di Arturo Ghinelli

Io non c’ero per il semplice motivo che ero ancora nella pancia di mia madre. Infatti sono nato sei mesi dopo, l’undici luglio. Ma quello che successe quella mattina di gennaio influenzò non poco la mia vita. Il mio stesso nome viene da lì. Io mi chiamo Arturo perché tra i sei operai uccisi dalla polizia davanti alle Fonderie c’era mio zio Arturo Malagoli, fratello di mia madre.

Arturo aveva 21 anni, mia madre 23. Per molti anni della mia vita io non sono stato altro che “il figlio della Malagoli”. Anche perché la cosa non si è fermata lì, in conseguenza di quella tragedia famigliare, Togliatti e la Iotti decisero di adottare mia zia Marisa.

Così fino a quando abitammo nella vecchia casa  popolare di Via Como, sul mio letto non c’era la Madonna ma il quadro con il ritratto di mio zio,a cui aggiunsi la foto di Togliatti quando morì nel ’64.

Un evento della storia dei grandi che influenzò la mia vita di bambino. Infatti, avendo mio padre conservato i giornali dell’epoca, io ho avuto la possibilità di leggere le cronache del fatto e di scoprire che vi erano coinvolti,a diverso titolo, dei bambini. Una bimba di nove anni, ad esempio, sembra essere stata l’unica testimone oculare della morte di mio zio: ”afferma di aver visto un milite che ha fatto lo sgambetto ad un operaio che scappava e, dopo averlo fatto cadere a terra, gli sparava un colpo di fucile dopo averlo gettato nel fosso. L’operaio aveva i capelli castani ricci”.

Ma il bambino con cui mi identificavo di più era uno scolaro di terza elementare Ermanno Appiani, figlio di Angelo, uno dei caduti, fotografato mentre con la cartella a tracolla porta fiori sul luogo dove suo padre è stato ucciso dalla polizia.

Quando poi sono cresciuto ho scoperto che tra i giornalisti inviati a Modena dall’Unità non ci fu soltanto Renata Viganò, ma anche Gianni Rodari. La Viganò fece una intervista alla mia “nonna dei bobò”. Rodari andò oltre la cronaca e scrisse la poesia “Il bambino di Modena”.

Del resto quella modenese fu un’esperienza importante per il poeta, di cui nel 2010 ricorderemo il 30° della morte, perché sposò una modenese e in una casa di contadini non molto lontana da quella di mia nonna scrisse poi “Le avventure di Cipollino”.

Riflettendo penso di aver capito perché mi è sempre piaciuto studiare e poi insegnare storia. Tuttavia non ho mai insegnato ai miei ragazzi gli avvenimenti del 9 gennaio 1950, perché mi sento troppo coinvolto emotivamente.

Una sola volta mi è scappato detto:”Un mio zio è stato ucciso dalla polizia”.”Perché era un ladro?” mi hanno chiesto.”No mio zio non era un ladro.” Mio zio era un lavoratore che lottava per ottenere il diritto al lavoro per tutti come dice l’articolo 1 della Costituzione.

Per questo sono stato molto felice di apprendere che quest’anno il Comune ha pensato un percorso con un seminario di formazione per gli insegnanti e un bando di concorso rivolto alle superiori per “Raccontare le Fonderie sessant’anni dopo” .

La presentazione dei Progetti delle classi e la consegna dei premi sarà fatta sabato 9 gennaio presso la sede dell’Istituto Storico in via C.Menotti 137, la stessa strada in cui si svolsero gli avvenimenti quella tragica mattina di sessant’anni fa.

Buon lavoro a tutti, perché, come perfino i bambini sanno, l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.

SECONDA TESTIMONIANZA: intervista al Partigiano Eliseo Ferrari Testimone dell’accaduto.

http://www.pdcitv.it/video/622/Eccidio-delle-Fonderie-di-Modena

Chiudo con un breve passaggio della filastrocca di Gianni Rodari – Il bambino di Modena – scritta in occasione dell’eccidio delle Fonderie:

“So che si muore una mattina/

sui cancelli dell’officina,/

e sulla macchina di chi muore/

gli operai stendono il tricolore”

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Una risposta a “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (di Baldoni Fabio)

  1. Carissimo,
    come ben sai anche io mi sento legato al mondo della fonderia e a Rodari; sono quindi andato a scartabellare nel mio Filastrocche in cielo e in terra perchè questa del Bambino di Modena non mi tornava (ed in effetti ancora non mi torna), dopodichè mi sono affidato alle ricche pagine della rete ed ho trovato questo:

    “Il lavoro di Rodari in quegli anni (soprattutto i Cinquanta, ma anche parte dei Sessanta, fino a La torta in cielo, del’66, da cui Lino Del Fra ricaverà poi un buon film) è caratterizzato dalla denuncia delle ingiustizie e dell’oppressione di classe, anche se già nel ’60, nell’edizione Einaudi di Filastrocche in cielo e in terra, ci sono varianti significative – di natura politica più che letteraria – dei testi pubblicati precedentemente: alcuni scompaiono, come Il bimbo di Modena, che diceva “So che si muore una mattina/ sui cancelli dell’officina,/ e sulla macchina di chi muore/ gli operai stendono il tricolore” dopo avere “visto la Celere/ quando sui nostri babbi ha sparato”, in altri “i ricchi” diventano “i fannulloni” e un “miliardario americano” diventa un più generico “miliardario forestiero”. E non è un caso che sia proprio di quegli anni la storia di Cipollino, in cui si mette in campo un mondo articolato nei dettagli e che rappresenta e prefigura una condizione sociale inaccettabile, e quindi combattuta, e quindi vinta.” (cit. http://www.giuseppepontremoli.it)

    Grazie di esser stato, oggi, la mia memoria…

    au revoir
    R.

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