Si faceva chiamare Sandra, un nome come un altro, un cliente dopo l’altro (di Baldoni Fabio)

Ho trovato il numero sul giornale, un quotidiano qualunque sfogliato in un giorno di noia. Ho chiamato con la certezza che avrei messo giù con un sorriso di vergogna sul viso. L’annuncio diceva: coreana – 22 anni – massaggi e molto altro. Poco per richiamare l’attenzione, forse per questo che ha preso su al secondo squillo.
“Pronto” ho detto prima di lei, per paura di farla parlare.
“Ciao bello”. Una voce sudamericana, inflessione spagnola fin troppo carica di allegria.
“Ho chiamato per l’annuncio” e, subito, ho voluto specificare “per i massaggi”.
“Sì, sono brava a fare massaggi; quando vuoi venire?”
“Oggi pomeriggio” ma che diavolo sto dicendo?
“Certo. Sono libera, passa all’ora che vuoi”.

Che voglio?
Un’ora di nulla ben pagata. Dieci secondi di liberazione. Fare un nuovo errore e sentirmi, finalmente, sporco per qualcosa. Usare qualcuno che non ha difese, a parte un nome falso e forse troppo trucco da pochi soldi.

Quasi senza rendermene conto ero all’indirizzo che mi aveva dato: ho dovuto fare inversione 3 volte visto che appena davanti al portone acceleravo facendo finta di non guardare da quella parte. Sceso dalla macchina mi sono avvicinato furtivo, sentendo invisibili occhi addosso che mi colpivano quasi come i pensieri che avevo avuto per tutto il tragitto da casa a qui. Ho atteso 2 minuti prima di suonare, dicendomi più volte che l’avrei guardata e me ne sarei andato: un modo come un altro per non sentirmi in colpa per il tempo perso.

Mi ha aperto la porta in mutande e reggiseno spaiati: il secondo rosso e le prime viola. Capelli neri, folti e lunghi. Occhi verdi molto truccati, quasi come le labbra, delineate con una matita nera per farle sembrare gonfie di desiderio. Un seno grosso, non cadente ma forse solo grazie alla necessità ed al reggiseno trasparente. Due gambe tozze senza caviglie. Mi arrivava al petto, grazie ai tacchi. Ma questo non le ha impedito di stamparmi un bacio sulle labbra, mentre richiudeva la porta e mi spingeva dentro.

Non ci è voluto molto per ritrovarmi nudo e sdraiato: l’erezione che avevo nei pantaloni ha avuto la meglio su ogni possibile giusto motivo per andarmene. Lei era in bagno a lavarsi, o a fare qualsiasi cosa stesse facendo, e così ho avuto il tempo di guardarmi attorno; una stanza impersonale, nuda a parte gli specchi alle pareti che riflettevano molto più di quanto avevo fatto io in questa giornata. Il letto anonimo, con cuscini piccoli, ed una coperta che solo ora mi rendevo conto di quanti rapporti avesse dovuto asciugare il sudore: ed io lì sopra, in attesa di qualcosa che volevo finisse in fretta.

Rivestendomi non riuscivo a guardarla negli occhi: aveva urlato, si era dimenata, mi aveva succhiato via tutto il rispetto che avevo per me stesso in pochi minuti. Ora metteva a posto il copriletto ed i cuscini fissandomi come non aveva fatto prima. Adesso poteva farmi capire cosa pensava di me, di quello che avevamo fatto, di quello che l’avevo pagata per farmi. Finito il suo lavoro era di nuovo forte: perché non era più obbligata a fingere, non era più un oggetto da comprare.
Nell’uscire dall’appartamento mi ha chiesto se ero stato bene: non sapevo cosa rispondere, non lo sapevo davvero. Ho detto un che non deve averla convinta, visto che ha aperto la porta e non ha nemmeno risposto al mio timido e stupido ciao. Ero al quarto piano ma ho preferito prendere le scale per avere qualche momento in più prima di ritornare in strada, nel mondo. Alla seconda rampa ho preso in mano il cellulare per cancellare il suo numero dal registro chiamate in uscita; una strana sensazione però impediva al mio dito di premere sull’ok. All’ingresso del palazzo ho messo via il telefono senza cancellare ne il numero ne il vuoto che sentivo dentro lo stomaco.

La prossima volta, ho pensato, la prossima volta e poi basta.

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