Morto di Fame

Un tempo ero padre. Ci sono due giorni in un’intera vita dei quali un uomo fissa nella propria memoria anche i dettagli più insignificanti. Uno è quello della nascita del primo figlio, l’altro è quello della morte del padre. Forse sono le uniche due volte in cui, da adulto, ho pianto. Pensandoci, mi chiedo se Dio abbia pianto alla nascita di suo figlio; difficilmente potrà capire il dolore che provoca la morte di un padre.

Quando nacque, pesava 2 chili e 7, già sottopeso alla nascita. Si attaccò alla tetta di mia moglie e pensai che le staccasse un capezzolo, dalla foga con cui poppava.

Aveva sempre fame, nulla lo saziava mai.

E sembrava non dormire mai più di un’ora. Chissà se sognava, chissà cosa gli passava per quella testa, piccola, da stare nel palmo della mia mano, chissà cosa gli toglieva così frequentemente il sonno. Solo una nuova poppata e una ninna nanna lo placavano per un po’.

Ricordo, anni più tardi, le sere in cui gli leggevo l’unico libro che io sia mai stato in grado di leggere per intero. E gli raccontavo di Ettore, domatore di cavalli, che combatteva per il suo popolo, per la famiglia, per l’onore di principe e comandante troiano. Gli cantavo le vicende di Ulisse, il più povero dei principi Achei e insieme il più scaltro, che combatté con ogni mezzo sfidando persino gli dèi, per vincere la guerra e tornare finalmente a casa. Ma, fra tutti, fu Achille.

Era Achille che lui adorava, fra gli eroi che combatterono davanti alle mura di Troia. Achille, che non combatteva per un popolo, per potere o per amore, per cose di cui avrebbe potuto godere da vivo, ma solo contro l’oblio a cui vanno incontro quasi tutti gli esseri umani, da morti. Achille aveva fame, ed era implacabile.

I dettagli di ciò che fece negli anni successivi mi sfuggono, mentre scrivo. Forse perché sono troppo dolorosi, o forse perché tutti ne sono già a conoscenza e non serve riportarli.  Ricordo, pensando a ciò che fece, che aveva distillato ogni goccia del suo desiderio e agiva perseguendo tutti gli obiettivi che si poneva di volta in volta. Per contro, avendo concentrato tutta la sua fame, gli rimaneva dentro un grande vuoto, che spesso a tavola, gli vedevo negli occhi persi oltre il piatto di minestra; un vuoto che più cercava di colmare con le più disparate esperienze, più crescava, come un buco nero.

La gola, quella fame, la cupdigia di emozioni lo spinsero a vanità, superbia, lussuria e a tutti i vizi contemplati per  gli uomini. Eppure non c’era traccia di ombra o di male in lui, né  mai ne provocò volontariamente a chicchessia: quello era semplicemente il suo destino.

A 27 anni, come Jimi Hendrix o la Joplin, si spense in casa sua, dopo essere rimasto solo, senza amore e senza amici. Quella fame lo aveva infine divorato.

Sono passato diversi anni da quando se n’è andato. Ma io sono ancora suo padre e sono orgoglioso del mio Achille, di quanto e come tutti coloro che lo hanno conosciuto lo ricordano, come un eroe dei tempi antichi che ha sfidato e vinto la morte.

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