Dalla natura vera, alla natura virtuale (di Tommaso Turci)

Stavo ripensando allo scorso anno, a quando io e alcuni fra i fondatori dell’ARSE abbiamo deciso di avventurarci nella gestione di un orto. Se mi concentro, riesco ancora a sentire la fatica asfissiante che mi toglieva il respiro battendo la zappa, il sole che cuoce la testa dei primi pomeriggi estivi, il prurito mortale dell’assalto dei battaglioni di zanzare. Stavo ripensando a tutto questo mentre, seduto nell’aula informatica dell’Università di Pisa, osservavo un collega indaffarato tra mouse e tastiera. Questi era intento in un gioco di formidabile strategia, che consisteva niente meno che nel gestire un orto virtuale. Semina, raccolta, cura delle piante, tutto quanto…come nella realtà!

Mi fermo un attimo e mi domando: da quanto tempo abbiamo incominciato a dire: come nella realtà? A rifletterci bene, tutti i giochi virtuali sono come nella realtà, o come vorremmo che fosse, o come vorremmo essere noi dentro di essa, anche solo per poche ore. Ma ci si è spinti oltre: programmi televisivi dove riusciamo a sbirciare persone che vivono come nella realtà, che si corteggiano come nella realtà, che si incontrano e discutono come nella realtà. Quante cose che accadevano nella realtà abbiamo spostato e rinchiuso dentro scatole elettroniche, dietro rassicuranti (e alienanti) schermi al plasma? Penso al mondo di cui mi occupo, quello agricolo.

L’azienda che produce pane bianco per toast ci ricorda che un tempo, nella realtà, il grano si macinava dentro il mulino; che quello che sta nascosto sotto lo strato di goloso cioccolato sono semi di cereali, i quali, nella realtà, crescevano in ridenti distese dorate e che sì, un tempo, ci si poteva correre attraverso; che la mela qualcuno, anche se non la lanciava attraverso un’intera vallata per farla arrivare al fruttivendolo, la tirava giù dall’albero e la metteva in una cassetta. La pubblicità è la tutrice dei ricordi, anche se edulcorati, non oso nemmeno dire nostri (classe ’80-’90), ma dei nostri genitori o nonni. A questo punto siamo dunque giunti: il mondo virtuale riporta la realtà che il mondo reale non è più in grado di offrire. Perché dove noi andiamo a raccogliere pane, cereali e mele, a me davvero sembra essere un luogo virtuale: le corsie dei supermercati, dove verdura carne pesce formaggi detersivi utensili fotocamere crescono insieme sullo stesso scaffale; e intanto, nel reparto televisori, simultanea scorre su ventiquattro schermi l’immagine del vecchierello che vien dalla campagna, e reca in mano un mazzolin di spinaci e di bietole.

Mi domando se non sia un errore fatale quello di rinchiuderci nella città, e poi nelle case, e poi nei computer, facendo poi passare attraverso quelli tutti i contenuti esterni, reali, come contenuti virtuali. Mi chiedo se riportare i cittadini in campagna, a imparare – come facemmo noi a nostre spese – che il cetriolo è rampicante e perciò molto difficile da gestire, che le mucche fanno veramente muuu, e si mungono due volte al giorno, non sia un elemento culturale di importanza tale da dover essere inserito nel progetto scolastico, proposto all’essere umano fin dall’infanzia. Perché mentre i bambini crescono pensando che la carne si trovi in natura sotto forma di hamburger, noi ci abbandoniamo all’inconscio rimpianto del nostro passato, cercando invano di assaporare attraverso il desktop il nostro ultimo raccolto di pomodori virtuali.

Tommaso Turci

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5 risposte a “Dalla natura vera, alla natura virtuale (di Tommaso Turci)

  1. Bella critica Tommy, assolutamente nel tuo stile. Tra l’altro si chiude con una vena triste, che si esprime in un richiamo alle pratiche che metti in discussione, in questo ricordando certi articoli che si trovano spesso su Repubblica.
    L’articolo poi accarezza dall’inizio alla fine un altro tema, che è quello del progressivo spostarsi della vita degli uomini dalla dimensione reale a quella virtuale. In questi ultimi anni il popolo della rete ha visto crescere i suoi numeri e credo (non so) anche il tempo speso in questo mondo. La domanda che vorrei fare a chi ha voglia di rispondere è questa. Sono stati i mezzi tecnologici a spingere le persone a spostarsi dalla realtà al mondo virtuale, forse alla ricerca di un nuovo spazio vergine da conquistare; o invece l’insoddisfazione ed il degrado che caratterizzano la realtà hanno spinto le persone a fuggire dagli spazi fisici in quelli virtuali? E altra domanda tecnica per te: si possono integrare in un modello virtuoso le nuove tecnologie informatiche e le vecchie pratiche della tradizione per creare una nuova sinergia anche nel campo agroalimentare?

  2. L’agricoltura è tecnologia per definizione: l’uomo modifica l’ambiente per trarne vantaggio. Non era dunque mia intenzione sostenere un pensiero retrogrado, un ritorno ai bei tempi andati del bue e dell’aratro. La scienza deve sostenere l’agricoltura come qualsiasi altra disciplina, e tendere a perfezionarla sempre di più. Ma è proprio perseguendo questo scopo, cioè perfezionare, che l’osservazione scientifica oggi evidenzia questo: il modello dell’agricoltura moderna non è il migliore possibile; e non lo è perché ha le ore contate, è a tempo determinato, non potrà durare ancora molto prima di esaurire o distruggere le materie prime di cui si nutre: il suolo, gli organismi che lo popolano, l’acqua, il clima, ecc. Nella corsa al progresso sfrenato si è perseguita la convinzione che il suolo fosse un mero contenitore, che bastasse rifornirlo di azoto per fargli buttar su piante all’infinito. Non è così: l’agricoltura è un titanico patto fra l’uomo e la natura, e ci sono regole complessissime da seguire, equilibri di impalpabile delicatezza che è facile infrangere e durissimo recuperare. Il ritorno al rispetto della natura attraverso l’agricoltura, che è il nostro ponte comunicativo con essa, non è un passo indietro verso quel che si faceva prima, inconsapevolmente; è invece un passo in avanti clamoroso, guidato dalle conoscenze scientifiche, che porterà a fare cose ancora migliori di prima: produrre ora, sapendo che potranno farlo anche le prossime generazioni. Ma per fare questo occorre creare una cultura; per creare una cultura occorre comunicarla; la comunicazione oggi passa dal web, come dimostra questo blog. Nuove tecnologie e agricoltura? Possono accordarsi benissimo. Io posso spiegarti come e perché quel formaggio è delizioso via mail, ma se tu non vai fuori a mangiarlo non capirai mai di cosa sto parlando. E’ questo il contatto forzato con la realtà, imprescindibile, che porta con sé l’agricoltura; ed è il motivo per cui la amo.
    Magari si parlasse di più di agricoltura e dei suoi prodotti fra tutti i frequentatori del web: si capirebbe a cosa porta il totale disinteresse per le dinamiche di questa sfera. Un esempio pratico? Perché non mangiare un Kit-Kat a merenda, se ne trovano ovunque! Ma cosa c’è dietro quella innocua barretta di cioccolato?
    http://tv.repubblica.it/copertina/gli-oranghi-e-i-kit-kat:-lo-spot-scandalo-di-greenpeace/44089?video
    Se la cultura di cui ho parlato non si instaurerà presto, se non alzeremo lo sguardo oltre lo schermo, oltre la città, presto intorno al nostro computer non ci sarà più nulla.

  3. Provo a rispondere ad Enrico, precisamente a queste due domande, che ne fanno una:

    “Sono stati i mezzi tecnologici a spingere le persone a spostarsi dalla realtà al mondo virtuale, forse alla ricerca di un nuovo spazio vergine da conquistare; o invece l’insoddisfazione ed il degrado che caratterizzano la realtà hanno spinto le persone a fuggire dagli spazi fisici in quelli virtuali?”

    Non ritengo che dietro l’interazione con le tecnologie vi sia una scelta: questa è la prassi. In una società liquida come quella Occidentale – e, per conseguenza coloniale, adesso anche come quella Orientale – la tecnologia integra l’uomo, a partire dalle più elementari attività (porto sempre l’esempio dello spazzolino elettrico). E accade che se un anno fa eri all’avanguardia perchè avevi l’ITouch di prima generazione, ora, nel giro di pochi mesi, ti sei ritrovato a guardare con invidia ai possessori di quello di seconda generazione, con i tasti del volume a lato e la cassa audio integrata. La corsa all’aggiornamento tecnologico assume i contorni della corsa all’aggiornamento sociale. E questo, per certi versi, è quasi una banalità. Tutto questo credo dimostri come l’uomo non si rivolga al mondo virtuale perchè la sua vita è una merda, o almeno non più di quanto scelga per gli stessi motivi la letteratura, il cinema o altre forme di intrattenimento. Certo, i mondi di silicio coinvolgono perché anestetizzano da quello di carne grezza, ma questo spiega solo i motivi che portano a passarvi porzioni non indifferenti del proprio tempo. Per le persone, entrare in questi spazi di realtà assente non è che uno dei tanti gradini sulla scala dell’autopromozione, così come il diploma, la prima scopata, la macchina e poi la casa e poi i figli.

  4. Mi viene in mente Mao Zedong.
    Dopo che la Rivoluzione Culturale sfociò nella violenza delle Guardie Rosse, lui pensò di mandare tutte le teste calde in campagna a rieducarsi. In modo coatto, chiaramente.
    Non so quali siano stati gli effetti a lungo termine. Lavorando all’Expo ho incontrato una squadriglia di ex-Guardie Rosse, tutte donne, di varie parti della Cina, che dopo quel periodo erano rimaste in contatto tra loro.
    Mi sembravano semplicemente delle simpatiche nonnette un po’ esuberanti con la fissa del Condottiero Mao.
    Dicevano che al tempo vennero piazzate in famiglie contadine a fare lavori classici, come cucinare, cucire, mungere, zappare eccetera.

    Penso che il passato da guastatrici Rosse unito a questa cosa gli abbia fatto venire le palle d’acciaio. Era un’aria che emanavano, un’aria di potenza e rispetto. Nonostante fossero gobbe, rugose e alte uno e venti.

    Sarà che la campagna tempra. Ora non voglio sostenere la deportazione dei giovani nel settore primario. Però pensavo a come si nota la differenza tra uno che ha fatto quest’esperienza, che ha vissuto in contatto con la natura (la Natura, non parlo di trekking in alta montagna o rafting sul Rio delle Amazzoni) e uno che invece non può dire altrettanto.

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