Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra

Quando a sei anni insistette perchè gli insegnassero a suonare la chitarra, che era ancora più alta di lui, gli risposero che aveva mani troppo piccole e doveva aspettare. Doveva crescere. E lui aspettò, guardando quel silenzioso pezzo di legno appoggiato accanto al letto. Quando ancora le sue dita non coprivano l’altezza del manico si stancò: fu lì che tutto ebbe inizio.

Anni dopo, in un torrido pomeriggio di luglio, si ritrovò ad abbracciare quello stesso strumento: camicia bianca, pantaloni neri e piedi pesanti sul pavimento nero e lucido di un palco illuminato.

La musica scorreva sotto le sue dita, come un fiume in piena, le vene trasparivano sotto la pelle. Chi ascoltava stava pensando alle critiche o ai complimenti da fare dopo. Chi ascoltava era lì per presenziare all’avvento della musica sulla terra, ma non era interessato a saperne di più.

Lui alzò lo sguardo. Si ricordò di quando gli avevano detto che era meglio tenere gli occhi sullo strumento, per seguire le dita inerpicarsi fra i tasti neri come bestie impaurite. Guardarsi attorno non era un bene: vide gente che si faceva vento, ed occhi lucidi e attenti puntati nella sua direzione. Sentì le forze che se ne stavano andando e una lancinante fitta alla testa. Sperò solo che quel circo finisse in fretta.

Si scusò con la musica, con un’umiltà sincera, di non essere stato in grado di parlare alla gente, prima che ai loro cervelli. Nessuno seppe mai se la musica l’avrebbe perdonato.

Poi accadde: morì. Qualcosa improvvisamente si ruppe dentro di lui. Non scivolò dalla sedia, e non sporcò la camicia di sangue. Non si mise ad agonizzare sul palco e non chiese aiuto. Continuò a suonare, e nessuno si accorse di nulla. Nemmeno lui subito. Finchè non si rese conto che aveva perso la musica. Sentì un silenzioso male, dappertutto, e non riuscì a spiegarselo. La musica, come l’aveva intesa fino a quel giorno, era morta in quel momento. Comprese che per salvarsi, per rinascere, doveva ritrovarla al più presto, in una nuova forma, sperando di averla ancora dalla propria parte.

Molto tempo dopo capì che quel male l’aveva sentito perché cercava la musica nel posto sbagliato. Il suo posto non era su quel palco, magari lo era stato, ma non era più lì, non era più dove la musica si misurava in semicrome al metronomo. Nonostante tutto concluse, finchè l’eco dell’ultima nota non smise di vibrare nell’aria. Distese le mani sulle ginocchia e respirò, tenendo gli occhi bassi. Sentì solo silenzio: la gente aspettava un suo cenno, un suo sguardo. E lo ebbe: si alzò in piedi e sorrise come si sorride ad un cameriere che ti porta il caffè al tavolo. Applaudirono, perché era consuetudine farlo, perché era la loro parte nel copione. In quel momento non sapeva che sarebbe stata l’ultima volta in quel circo.

Chissà, magari la musica l’avrebbe ritrovata anche solo seduto sull’erba, con una chitarra senza una corda. In fondo, se c’era qualcuno disposto a tenere il tempo battendo un piede per terra, se c’era qualcuno che avrebbe cantato con lui fino a tarda notte, bastavano pochi accordi. Bastava aspettare, senza farsi troppe domande, non più del necessario. Perché la musica c’è sempre, ovunque, basta saperla ascoltare.

Dedicato a Claude.

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2 risposte a “Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra

  1. caro claudio, finchè ci saranno persone come te, tutti i tentativi di togliere valore alle cose che lo hanno saranno inutili. grazie.

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