Silenzio e sigarette (di Baldoni Fabio)

“Quelle sigarette ti fanno male”.
“Anche la vita fa male”.
“Ma ti uccideranno”.
“É vero, ma almeno loro lo faranno in silenzio”.
 
Mi aveva risposto così, con una smorfia che qualcuno avrebbe potuto interpretare come un sorriso. Invece era paura. Quella sensazione così dolorosa che voleva, doveva, cercare di nascondere anche a se stessa. Era di una bellezza appariscente senza volerlo: capelli cortissimi e labbra carnose, mani sfuggenti e lunghe gambe. Fumava una sigaretta dopo l’altra, quasi dimenticandosi di non aver finito la prima, mentre si accendeva la successiva. Aspirava con decisione – rabbia quasi – con le labbra che si facevano bianche per lo sforzo: di non sprecare nemmeno un grammo di nicotina e catrame, di non inalare alcuna molecola di ossigeno.
 
Ogni volta che arrivavo da lei la trovavo nella stessa posizione, davanti alla finestra sbarrata, ed io, le prime volte, le chiedevo il perché non l’aprisse per cambiare aria o per guardare il mondo di fuori.
“Non c’è nulla che mi interessi là fuori” rispondeva.
“Allora perché stai lì?”.
“Perché non c’è nulla di interessante nemmeno qui dentro”.
 
Mi aveva dato le chiavi perché così non doveva alzarsi per venire ad aprire; credo l’avesse fatto perché aveva capito che non me ne sarei andato, come tutti gli altri.
In effetti mi piaceva stare con lei: adoro la solitudine degli altri, forse perché mi fa dimenticare la mia. Tutto è cominciato grazie all’esperienza del servizio civile. Per 10 mesi ho fatto l’autista-accompagnatore di un gruppo di pazienti di una struttura cittadina: li portavo in piscina una volta a settimana, al parco nella bella stagione, e facevo la spesa per quelli che non erano obbligati a vivere in clinica. Così l’ho conosciuta. Tre volte a settimana le portavo due borse cariche di scatolette e cibi precotti; non usava altro che il microonde in cucina e non perché non ne fosse capace o altro: semplicemente non aveva voglia di cucinare. Mai. Spesso quando tornavo con nuove cibarie trovavo il frigo pieno ancora di quelle vecchie. Le uniche cose che non bastavano mai erano i biscotti.
“Perché non mangi nient’altro?” le chiedevo.
“Quando si invecchia si ritorna bambini”.
“Ma tu non sei vecchia”.
“Non lasciare che i tuoi occhi ti confondano: io sono morta ormai da tempo”.
 
Aveva quasi quarant’anni quando ci siamo conosciuti. E da più di 10 viveva dentro quell’incubo fatto di silenzio e sigarette. Sua figlia era morta in un incidente stradale: quattro anni, capelli biondi e una bara bianca come ultimo vestito. Il marito, dopo mesi di sofferenza condivisa, aveva capito che non avevano più alcuna possibilità insieme, e così l’aveva affidata alla clinica, che pagava per poter provare a ritornare a vivere. Almeno lui.
 
Si associa spesso ai malati mentali, alle persone disturbate, depresse, l’idea che sentano voci nella loro testa. Per alcuni è così senz’altro. Lei invece non sentiva nulla, più nulla: questo era forse il suo problema. Così, quando avevo finito di riempire il frigo, cominciavo a parlare; nelle due ore che passavo nella sua casa non smettevo mai di farlo. Nemmeno mentre cercavo di pulire alla meglio la stanza dove viveva, nemmeno quando mi rendevo conto che non mi stava ad ascoltare. Però continuavo. Chiacchieravo della mia giornata, di politica, di libri. Tutto. E a volte, rarissime volte, la sua mano non portava alla bocca l’ennesima sigaretta, che si consumava piano fra le sue dita. Lì mi ascoltava, ne sono certo: in quei momenti sapevo che era con me.
 
“É ora, coraggio, la tortura è finita” diceva, quando arrivava l’ora in cui me ne dovevo andare.
“Smettila, sai che non è una tortura per me”.
“Infatti parlavo da sola”.

 
Per quasi 6 anni ho continuato ad andare da lei dopo il servizio civile. Le visite erano sempre uguali. Io parlavo, lei fumava. Io pulivo, lei fumava. Io uscivo, lei, restava. Ho immaginato spesso le sue giornate, ma non ha mai voluto rispondere alle mie domande. A nessuna di davvero personale. Quando parlava lo faceva in un modo sferzante che mi faceva ridere e pensare. Non mi guardava però: i suoi occhi fissavano gli scuri della finestra, chiusi, o il tavolino accanto ad essa, alla ricerca del pacchetto e dell’accendino.
 
Tre giorni fa mi ha chiamato l’infermiera della clinica.
“É successa una disgrazia”.
 
Davanti alla lapide lucida, cerco di riconoscerla in questa foto sorridente: in effetti è la prima volta che vedo il suo sorriso. Eravamo in pochi al funerale, ancor meno qui al cimitero. Il marito mi ha consegnato una busta, chiusa, che non ho avuto il coraggio di aprire subito.
“Le voleva bene” ha detto, guardandomi negli occhi.
Non ho saputo cosa rispondere: perché non sono sicuro che avesse ancora la forza per voler bene a qualcuno. Tornato alla macchina ho preso la busta dalla tasca interna della giacca, poi ho letto le sue ultime parole per me.
 
Era l’unico modo per farti stare zitto. Grazie di tutto.
 
 
Ha passato anni davanti a quella finestra chiusa, poi ha deciso che era arrivato il momento di raggiungere sua figlia, e l’ha aperta. Per sempre.

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