It’s a long way to the top: il nome della banda, Malcolm X e il cul de sac della democrazia

Ci eravamo congedati l’ultima volta dopo aver affrontato l’annosa questione della saletta, che sta al rock’n’roll come il bambin Gesù alla mangiatoia. Ora, tralasciando metafore scomode, è il momento per la nostra banda di riunirsi nella tana e tentare di darsi un nome.

Occorre però fare una premessa. La scelta del nome dovrebbe avvenire secondo i pacifici crismi della democrazia, il cui principio fondamentale è “una testa, un voto”, giacché solo così tutti i membri della banda potranno identificarsi con un titolo, un’idea, un simbolo (che tenderanno a scrivere ovunque e a tatuarsi sul braccio come galeotti con il nome della fidanzata o della mamma). Nota: sul parallelismo banda-fidanzata/o, della serie “La banda e il rapporto di coppia: un’anologia pericolosa”, discuteremo prossimamente. Tornando alla questione democratica, questa è solo teoria. Nella pratica la faccenda è molto più ruvida e la scelta del nome rappresenta la prima grande prova che la nostra banda deve affrontare in termini di equilibri, pesi e contrappesi intrapersonali. Se la banda è poi formata da un numero esiguo e pari di elementi, la possibilità di finire nel cul de sac della democrazia è un rischio reale, che può portare gli “scontenti” a cristallizare un certo rancore e dichiarare una Guerra Fredda destinata a durare fino allo scioglimento definitivo.

E’ qui che sorge la prima grande contraddizione del rock’n’roll; se avete letto le prime puntate di “It’s a long way to the top” ve ne sarete certamente accorti. Come fa un gruppo di giovani ribelli squattrinati a darsi una costituzione democratica? E se ci riesce, può mantenere la propria natura ribelle?

Di primo acchito verrebbe da rispondere no ad entrambi i quesiti. O ribelle, o democratico: una cosa sembra escludere l’altra. O Malcolm X, o Martin Luther King. O Fidel Castro o JFK.

Molto spesso la volontà di potenza di ciascun elemento si trasferisce dal piano della dialettica a quello dei Watt: amplificatori monumentali, di impossibile trasporto, vengono installati nelle salette al solo scopo di seppellire a suon di decibel il vicino chitarrista o il cantante, che viene sistematicamente coperto dai suoi compagni armati di strumenti a corde. Poveri cantanti, loro non sono “armati”, dispongono soltanto della voce. Immaginate uno scontro tra Jackie Chan e gli sgherri con la mitraglietta…

Democrazia o tirannide, oligarchia o monarchia illuminata, poco importa, in fin dei conti. Ciò che conta è che si trovi un nome d’effetto e che si vada d’amore e d’accordo.

Ne ho in mente tante, di bande che hanno segnato la storia del rock’n’roll modenese nel decennio 1995-2005. Gli Ateche, gli Slavekill, i Landslide Ladies, gli All in Vein, gli Handle With Care, gli Angus McCog, i NitroRevoltuion, gli Spleen, i FreakOut (quelli di una volta, quando facevano Rock’n’Roll), gli Zoom, i Don’t Care at all, Lobo e i BiAiv, i Bobbit’s Project, i Normativa, i Buoi Filoguidati, le Menadi, le Flight of Fancy, i Blood&Wine, i Vallanzaska, i Dolceuchessina, gli Atwood, Kwick&Mart, i Taubgoat, “one man band” Paolino Ventura, i Bitch, e tanti altri che le bevute degli ultimi anni potrebbero avermi fatto dimenticare. Tutte queste bande avevano una cosa in comune: tutte scrivevano pezzi propri (spesso in italiano!), pur non avendo, nella stragrande maggioranza dei casi, alcun contratto discografico. Motivo per cui, quasi tutte oggi riposano in pace nei ricordi di una generazione di modenesi. Avevano tutte il proprio seguito più o meno numeroso, i propri locali di riferimento, la propria identità. Hanno inciso dischi, in barba spesso alla siae, con strumentazioni che oggi sembrano anteguerra… ricordate “Vai ora vai, ora picchia picchia vai…ora fermo, mi giro dall’altra parte!” (Ateche)? Tutte avevano qualcosa da dire, l’hanno detto, l’hanno scritto. E come gli storici sanno bene, quando qualcosa viene scritto diventa storia. Come tale, questa storia di Modena, messa giù in versi in qualche scantinato, va ricordata, trasmessa e conservata.

Noi del Rasoio siamo con tutte quelle bande, sgangherate, inclassificabili, rumorose e moleste che ancora provano gusto ad attaccare un Jack all’amplificatore e a spazzare via con un MI maggiore e un colpo di rullante i vari Tiziano Ferro e Marco Carta. E se un dio da qualche parte c’è, sarebbe bello che facesse suonare tutte quelle altre sudice facce da checca di Amici, dopo gente come Meghe, Marcello Appio Cassanelli, Andrea Zanasi, Fabio Grenzi, Andrea Govoni, Aldo Belli, Kehyre, Cecco, Vanes, Carlo, Paolino Ventura…! Se ne andrebbero via dal palco a capo chino, con vergogna, implorando l’ufficio di collocamento di trovare loro un posto alla Standa, che si guarderebbe bene dall’assumerli.

Allora sì che queste voci tutte uguali e inespressive che Maria de Filippi, quotidianamente e merdosamente, ci fa ingoiare, verrebbero scaricate nel dimenticatoio della musica e della nostra storia.

allo_meghe_bitch

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6 risposte a “It’s a long way to the top: il nome della banda, Malcolm X e il cul de sac della democrazia

  1. Ma come ti salta in mente di mettere sullo stesso piano un’invenzione televisiva della De Filippi come Marco Carta con uno come Tiziano Ferro che è arrivato al successo senza nemmeno passare da sanremo dove da ragazzino pur provandoci non ritennero fosse adatto a loro, e tanto meno usando i giornaletti di gossip con cui non a mai avuto niente a che fare, TF può anche non piacerti affatto perchè ti piace tutt’altro tipo di musica, benissimo, chi se ne frega, il punto è che lui ha studiato per arrivare a ciò che è diventato e non in una scuola televisiva…ha studiato musica quella vera con il pentagramma davanti, è diplomato in chitarra, ha cantato per anni in un coro gospel, ha fatto gavetta come corista in gruppi rap, e se può contare ha anche un ottimo livello culturale visto che laureato e tu me lo confondi con l’ex parrucchiere baciato in fronte dalla De Filippi e i suoi “amici”? Non ti rendi conto, ma nel momento in cui fai questo dai proprio ragione a loro, agli “amici”, in fondo perchè dannarsi a studiare farsi un mazzo così per riuscire nella vita quado puoi tranquillamente farti raccomadare da Maria tanto per quelli come te una cosa vale l’altra, quindi viva Maria….giusto?

  2. infatti non li confondo. Sono due facce della stessa medaglia.
    Diverse, ma la medaglia è la stessa. Vanno sulla stessa televisione, sugli stessi palchi. E fanno parte dello stesso mercato. La loro immagine, se uno cerca su google le loro foto, è la medesima. I capelli uguali, stessa giacca, stessa camicia. Le pose, le stesse. Le melodie, le stesse, se uno sa di musica sa che non c’è neanche una pentatonica, manco a pagarla. Gli strumenti usati, gli stessi. Le parole dei testi e gli argomenti trattati, gli stessi.

    Se a te piace, placet. La nostra storia SUONA TUTTA DIVERSA.

  3. Per quanto mi sembri incredibile dare ragione a Claudio (eheheh…)stavolta non posso proprio fare altro.
    Mi permetto anche di aggiungere che nella maggior parte dei casi Ferro e gli “amici” hanno anche lo stesso target di fan. E soprattutto hanno in comune una cosa: la predominanza dell’immagine sulla musica… l’unica differenza e’ che i puppets della De Filippi li vediamo trasfomati e imbellettati in diretta, mentre per fortuna ci siamo persi Tiziano Ferro che passa da simpatico omino Michelin di 100 e rotti chili a pseudo-figaccione palestrato a misura di adolescente.
    Io non so di musica e sinceramente una pentatonica non so nemmeno cosa sia, ma posso dire lo stesso che Ferro non c’entra niente, ma zero proprio, con la VERA musica, quella che ti fa vibrare dentro, che ti fa pensare “wow, ma stanno suonando per me”…quella e’ musica seria, altro che tutti questi bambolotti.

    • Lo scontro.
      lo scontro c’è sempre stato.
      Prima poteva essere Ligabue, o chiunque del qualunquismo facesse la sua bandiera.
      Perchè quando vivi quello che suoni può anche “non essere il tuo genere”, ma impari a riconoscere in fretta chi ti prende per il culo.
      Per un semplice motivo: perchè stai parlando della tua vita.
      E in molti non parlano della propria vita per convenienza, in favore di un qualunquismo sociale – trasversale – e mooolto.. commerciale.
      Per questo credo li abbiamo sempre un pò odiati.
      E per fortuna ce ne siamo spesso anche fregati.

  4. Mi commuovo. Chiunque tu sia: grazie! Che bello sentire un piccolo dibattito su questi argomenti. E’ vero Zanna: noi cantavamo e urlavamo (ogni tanto continuiamo a farlo) le nostre storie di vita. Nel migliore dei casi si tratta di vita passata (ma non necessariamente) e questo ci aiutava e ci aiuta ad andare oltre. Ferro e Ligabue non so… il secondo più del primo mi trasmetteva un senso di “verità” nei primi dischi… ma altro non saprei dire
    Grazie ancora
    ciao,
    Cecco

  5. Ciao, sono Ricky ed ero il basso/voce degli Slavekill. Mi hai fatto tornare indietro di 15 anni, quando iniziammo a fare le prime prove e i primi concerti. Quando conobbi persone che tuttora sono amici, penso a Govo, a Macca e Bacco, a Kheyre, agli All in vain, ai Mork, a tante persone e a tanti concerti finiti in altrettante sbronze. Ricordo Paolino blues col vino rosso alle 8 di mattina, lo stesso giorno del mio primo concerto degli sk. Al mattino, in Tenda, la festa del Venturi. Quando la Tenda era una tenda.
    Mi fa piacere che dopo tanti anni qualcuno si ricordi che a Modena si suonava, bene o male si suonava. E si suona. A volte rivedo per caso alcune di quelle facce e di quelle zazzere e mi fa piacere sapere che ancora sono dietro a un microfono, in barba alle etichette e al successo commerciale. Purtroppo ce ne sono anche tanti che sono passati a ingrossare le file delle trbute band, tanto per prendere qualche centone a concerto. Dico purtroppo perché la soddisfazione di suonare una cover non si puó paragonare a quella di suonare un pezzo scritto e sudato in sala prove.
    Grazie per gli articoli che hai scritto, li ho letti con piacere e con nostalgia. Giovani, ingenui e senza paure. Questo era suonare a 15/20 anni.

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