Che roba, Contessa… (di Tommaso Turci)

Il complimento più bello della mia vita l’ho ricevuto in una domenica di splendida primavera, alle soglie di un bosco sospeso fra cielo e mare alle porte delle Cinque Terre. A farmelo è stato un immigrato marocchino di 28 anni, Ibrahim. Ci troviamo la domenica a lavorare insieme sopra i terrazzamenti che circondano la mia piccola casa.

Credo che Ibrahim sia il primo vero proletario che conosco. Qui in Italia è andato a riempire quel vuoto lasciato dalla nostra generazione nelle aree rurali di tutto il paese. Rurale è un eufemismo per un susseguirsi di dirupi lambiti dal mare e sferzati dal vento sui quali si insinuano vitigni e viticoltori eroici, che come equilibristi paiono sempre sul punto di crollare nel vuoto. Per governare questa terra servono gambe e braccia giovani e forti, il temperamento paziente e scaltro tipico del contadino, antichi e saggi insegnamenti.

La vita di un uomo da queste parti veniva un tempo scandita da questi tre passaggi: nascita dell’individuo sano e robusto (selezione naturale); tempra del carattere attraverso il lavoro e contemporanea acquisizione della sapienza; trasferimento della stessa sapienza ai nuovi nati. Oggi che i nuovi nati fuggono a gambe levate dalle campagne verso altri destini (migliori?), gli ultimi saggi anziani si ritrovano a non sapere più a chi consegnare il loro fardello culturale, e senza più la forza per applicarlo loro stessi.

Quando un giovane immigrato volenteroso arriva in un paesino sperduto fra i colli di La Spezia come Biassa, gli anziani come Lido sono contentissimi: hanno qualcuno a cui insegnare; e proprio Lido mi ha fatto conoscere Ibrahim. Credo che laggiù le persone sotto i trent’anni in grado di costruire un muretto a secco si possano contare sulle dita di una mano. Dato che io non sono fra quelli, sono dovuto ricorrere al suo prezioso aiuto per poter riparare i miei muretti.

La prima volta che mi ha visto non deve aver avuto un’ottima impressione di me: ero arrivato su la sera prima col mio coinquilino Calogero, ci siamo svegliati tardi, siamo usciti fuori per mangiare un panino all’aria aperta, bere una birra, e poi ripartire subito dopo. La seconda volta invece è andata leggermente meglio: mi ha trovato intento a sminuzzare pini caduti con la sega elettrica, da bravo boscaiolo contemporaneo; almeno fa qualcosa, avrà pensato! Difatti mi ha lasciato fare per un po’. Poi, visto che faticavo come un suino in estate, mosso da compassione si avvicina e mi fa: “Scusi, perché non usi lacuna?”. Io subito non capisco, aggrotto la fronte. Allora lui scompare e ricompare con una scure, una mazza e un cuneo: “Lacuna!”. Pianta il cuneo nel tronco, con due colpi di mazza lo spacca a metà. Piglia la scure, con due colpi l’ha fatto in quattro. Allibisco. “Usa lacuna, fa meno fatica!”. Grazie.

Dopo cinque ore di lacuna ottengo la mia medaglia al valor boscaiolo, Ibrahim mi chiede gentilmente di accompagnarlo a Biassa in macchina (da casa mia al paese è un bel pezzo a piedi). Una volta giù, mi invita a bere qualcosa a casa sua. La cosa mi sorprende molto: non me lo sarei mai aspettato. Mi rendo conto di non essere mai stato a casa di un immigrato in Italia. E in effetti, dopo averla vista, penso tuttora di non essere stato in una casa: per una scala pericolante si accede ad un locale di quattro metri per quattro per due; contro tre delle pareti altrettanti letti incastrati come in un tetris; su uno di questi sta seduto un Tunisino che sta mangiando una zuppa di verdure. Vede entrare un ospite, sorride e me ne offre un po’. Rifiuto garbatamente, rendendomi conto del valore e del significato del suo gesto; sulla quarta parete la TV da 1 pollice (mozzato) trasmette una specie di MTV marocchina; un filo con sopra il bucato steso corre da un angolo all’altro della stanza; Ibrahim scopare in un buco del pavimento del quale subito non mi ero accorto. Risorge dopo cinque minuti con un bicchiere ed una esotica teiera in mano: “Chai, tè marocchino!”. Il loro italiano è stentato, il mio arabo… Dopo una scalcinata conversazione su Al Jazeera penso sia meglio andarmene, e faccio per alzarmi. Loro mi trattengono, non facciamo nulla ma vogliono che resti con loro. Me ne sto lì ad osservarli, mi guardo intorno, non posso non perdermi nelle mie riflessioni: fra poco tornerò nella mia casa, la mia seconda casa, che sembra una reggia in confronto a questo rifugio; ma dove la trovano la forza per alzarsi ogni mattina?; e io che ogni tanto penso fra me e me che sia scomodo vivere in una doppia; ma dov’è il bagno???; questo posto mi ricorda l’Etiopia…ma davvero aprirò quella porta e fuori vedrò l’Italia? Come mai invece dall’Italia non riuscivo a vedere questo posto?

Al nostro terzo incontro eravamo finalmente amici. Mi sveglio di buon mattino e lo trovo come ogni domenica già fuori al lavoro. Mi metto a segare un tronco di pino per la lunga, cosa che sembrerebbe assai svantaggiosa. “Perché tagli così” mi fa, memore dei miei inesperti affanni. Ma questa volta non sa che ho frequentato uno stage da Lido, il giorno precedente, il quale mi ha spiegato come costruire delle panche di legno. “Faccio delle panchine!”. Il volto gli si illumina di stupore. Lo stimo molto, per cui sono contento di averlo stupito. “Aaaah! Bravo, bravo!”.

Finito quel logorante taglio, mi rimetto a scassare alacremente tronchi col metodo appreso la volta precedente. Uno di questi è particolarmente ostico, il mio colpo fa volare il cuneo poco distante da Ibrahim. Non si tratta però del cuneo di ferro, bensì di uno di legno che ho costruito io stesso poco prima. Ibrahim non lo sa, e vedendolo pensa che sia il manico del mio attrezzo, disintegrato da un colpo sgangherato. Mi guarda sornione: “Rotto la mazza, eh?”. Io mi avvicino, raccolgo il legno, glielo porgo ed esclamo fiero: “No, è lacuna!”.

Non so bene descrivervi che cosa si dipinse sul suo volto in quel momento, un’espressione non più sorpresa, ma quasi ammirata, come se io avessi superato un passaggio, una prova, l’iniziazione a quel piccolo grande mondo: temperamento scaltro, la seconda fase. Parlò così con entusiasmo, ed è allora che ricevetti il complimento più bello della mia vita:

  • Sì bravo, perché lacuna di ferro era troppo sottile, allora tu preso legno, costruito lacuna più spesso così funzioni meglio! Bravo! Tu ragioni.

Il ragazzo venuto da Marrakech sedeva sul muretto accanto a me, davanti a noi il mare sterminato fino alla Corsica, alla nostra destra il sole scendeva pian piano, nell’aria andava una musica che fino ad allora, troppo intento al lavoro, avevo scordato di ascoltare.

  • Ibra, ma tu li conosci i Rolling Stones?
  • No, non conosce.
  • Sono questi qua.
  • Ah, musica bella. Bella musica.
  • Rock ‘n’ Roll…
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2 risposte a “Che roba, Contessa… (di Tommaso Turci)

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