Itaca

 

Tu ed io e i giochi che ci hanno legati, a cavalcare volpi e cacciare fauni, una mano in tasca e nell’altra un mozzicone di sigaretta, fuoco nelle narici attraverso il bosco, abbiamo rimbalzato di speranza in speranza per poi schiantarci sul mio ego ipertrofrico galleggiante di spiagge, quante volte ci ho pensato, tutti i sogni che risaccano in bruma, fotografie si succedono una dopo l’altra negli occhi di un gabbiano. Abbiamo affondato i piedi nella terra, alla ricerca di luce che non potevamo capire, sempre affamati, sempre accesi, riflessi sullo specchio della realtà. Superficie, sempre e comunque, perchè faceva male andare fino in fondo, mordere carne per arrivare non so dove, l’inchiostro si fondeva con la notte e riempivamo di valigie una macchina troppo vecchia per portarci lontano dalle nostre paure. Ti ho sostenuta fintanto che ho potuto, a dimostrare comprensione e magnificenza, lo splendore di mani dipinte sul muro che mi afferrano come manichini colorati, ho sentito il sapore di casa, sapeva di armadi pieni di cianfrusaglie e conchiglie. Casa è una strega persa nel bosco, una parentesi graffa che si chiude con una quadra, un’allucinazione nel cuore di una notte di tanti anni fa, di una donna con i capelli viola e un microfono in mano, paralizzata nel bianco di camera mia, e una cantante anni 80′ era forse cio’ che mi teneva ancora attaccato alla realtà e non ne sapevo neanche il motivo. Ci si ricorda di vecchi edifici cadenti al limite del cinema estivo, graffiti che dividono la città dalla follia, angoli bui di speranza cieca per sentirsi bambini ancora una volta e chiedersi perchè per continuare ad esistere. La tazza gira sul tavolo, orbita intorno alla candela, due esseri bianchi alla costante ricerca di loro stessi, ipnotizzati da una luce verticale che si incaglia nelle pieghe della cera. Tre per noi, ancora una volta uniti e senza voglia di parlare, tre per le anime che abbiamo cercato inutilmente di salvare, tre per avere ancora sangue da dimenticare. Ci siamo trovati in cima alla collina e all’Albero, sul fondo di una motosega staccati dal mondo, senza più lacrime per parlare greco, solamente una volta, ancora e sempre, al di là della nave e del 13 Apollo lei mangiava bocconi di girasole, senza guardarsi indietro, con le mani protese verso la luna e la luna protesa verso il mare, come se tutto quello di cui avesse bisogno le potesse in realtà bastare. Sempre scontenti, sempre stanchi, dalla rivoluzione siamo passati all’esproprio borghese, in cui tutti quanti avevano poco e si sono ritrovati senza nemmeno un’anima da consolare, come al mercato bestiame, 21 grammi di quella buona te la fanno per 40000, se sei ricco abbastanza puoi fartene un paio, per sentirsi meno soli circondati dai soldi. Un cimitero vivente, case, denaro e il topolino bianco cerca sotto il cuscino la moneta da dare a Caronte, dietro l’orecchio si nascondeva un cacciavite con il quale Eolo forgiava anelli di cemento per soffiare vita nell’aria. Centro difesa, centro attacco, il portiere di centro sinistra si era ritrovato massacrato dai fascisti, scontento del saluto romano che non aveva asservito alla nobile piega del braccio, ad ombrello, per salutare all’italiana chi di italiano non sapeva neanche ‘ti amo’, chi si trovava a spendere soldi nel marmo della fontana di trevi e non aveva la consapevolezza che per ogni moneta una stella si spegneva. La via lattea si infrange con i biscotti all’insegna di una buona colazione, macchiata con un poco di caffe, si fonde nel resto del nero del mondo, Cosmo in picchiata, apprezza la caduta Libera di mio padre che capitombola giù dalle scale della piazza Pomposa, capelli rossi, e passeggino, tornare piccoli per ricordare quanto fa male non sapere le cose, restare zitti a fumarsi un cannone al tramonto, sempre più spesso, fino all’autunno. Bianchi di stanchezza di rabbia di parole non vomitate e di vomito non parlato, ci siamo abbracciati in un cesso pubblico per capire che eravamo ancora amici, che il mondo non era cambiato, non ancora, per restare in silenzio a guardare un anno che si spegne per sentire un mare che ci viene a dividere e congelarci finalmente in un film muto. Il robot in cucina ad affettare il pane mentre sua moglie la signorina Sguardostorto si intreccia le mani con elastici e fili d’erba, a comporre un nido per aironi. Gli uccelli vanno e vengono e non lasciano un posto se prima non hanno stanziato sul tetto, se non si sono sentiti a casa almeno una volta, riscaldati dal tepore del comignolo, ascoltando le voci della televisione come mondi in differita, sfasati anni luce da ciò che è reale, da pianti urla risate e vino versato sul tappeto, anni salati da regalare ai ricordi, che valgono ben più di ogni mattone che abbiamo cementato intorno alle nostre certezze, anni solo per l’abitudine, anni per volare via. E un rito voodoo su chi non ha altro che non il dolore che cosa porta se non la felicità, la negazione dell’esistenza altresì detta Madama Entropia cammina a braccetto con un impiegato di banca, pantaloni corti, calze bianche, cravatte con righe troppo colorate e occhiali spessi, capelli radi, sguardo perso nella canna della pistola che tiene nascosta nel cassetto, sempre carica, sempre pronta a suicidare una vita. Lo sciamano ride infilando piano gli spilli in un fantoccio di porcellana, delicato tanto quanto le ossa di Afrodite quella che Paride aveva scelto, e a ogni ago, un sussulto di gioia, l’impiegato di banca che striscia per terra arrancando alla ricerca di una carnet di assegni, ma non c’è banconota di taglio superiore ai 200 nè espressione burocratica che lo possa salvare dal suo sentirsi vero, dall’impatto inaspettato di qualcosa di vivo, di non cattivo. Io e te sulle altalene intorno un concerto di ciclopi violinisti, niente violenza perchè siamo vigliacchi, senza dubbio vecchi, troppo bambini per piantare un tizzone rovente nel loro stupido cieco occhio. Danzare insieme mi toglie la vita, riporta indietro il treno nel tunnel, quando bambino mi trovavo a girare nel parco sotto casa come un matto, mia nonna a guardarmi da sotto le foglie, nella stanza da letto. Con Era ci siamo incontrati e come primo incontro sono stati caffè e introspezioni psicologiche, sedute di trauma, ma scalzi, come se conoscersi non fosse tanto male, come se non conoscersi sarebbe stato peggio, come tutto ciò che non ci siamo detti sia in realtà ciò che ci tiene insieme. Ancora una volta sul ponte di ferro, ipnotizzati dai treni che passano sulla via della seta, poetesse tessono sciarpe di lana e vetro aspettando risposte e urla che lasciano il segno per poi spegnersi nel fiume, tra le onde. La politica della deviazione standard, stigmatizzata come troppo lontana dalla media, prevedeva un’equazione di primo grado con un paio di incognite, tanto per dire ‘x’ e ‘y’, spazio e tempo, vita e morte. Ma il cecchino dagli occhi arancioni, feroce proselito della normalità, le ciglia bruciate dal mirino, restava appostato dietro a un bidone del rusco ad aspettare che qualcuno uscisse per strada, e sparare per riportare tutto sotto controllo cartesiano. Ho strappato gli indici destri ai sostenitori del regno, la lingua agli attori senza spirito e frantumato le rotule a coloro che marciano sui fiori, perchè lo status quo è in realtà un equivoco, per le notti passate a sognare, per la consapevolezza di essere e di avere vita da annusare.

La nave ritorna, accompagna la pioggia, remo su remo accarezza il sale, ciò che rimane è il viaggio e un biglietto strappato al vento che dice ‘sola andata per tutto e niente’.

Nell’alba tra le colonne mi ritrovo ad osservare scogliere avvolte dalla nebbia, finalmente a casa.

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