Invisibile (di Veronica Di Santo)

Scarafaggio, relitto della società, topo di fogna, barbone, carogna, scalda – marciapiede…
Questi sono solo pochi dei vari modi in cui mi sono sentito chiamare nel corso degli ultimi nove anni, e nessuno di questi è stato detto con simpatia.
Salve, mi presento: sono John Smith e sono un senzatetto.
Esatto, gente, quel bel ragazzotto di 26 anni con un paio di jeans stracciati, una giacca a vento sbiadita e delle scarpe mezze rotte che vedete mentre sta raccogliendo qualche giornale per la notte al lato della strada sono proprio io! Sempre che mi vediate, però: generalmente le persone tendono a non notare la feccia che marcisce sul marciapiede. Se volontariamente o meno non lo so, è solo che la gente non vuole sapere che i tipi come me esistono e popolano i vicoli bui della città, non vuole sentirsi in colpa perché non è abbastanza generosa da darci qualche moneta e soprattutto non vuole assolutamente pensare che nel giro di un paio di giorni potrebbe diventare il rifiuto umano che sta guardando.
Proprio come è successo a me…
Beh, non proprio: la mia famiglia è stata povera da sempre, io sono nato povero, così come mia madre, ed abbiamo perennemente dovuto tirare un po’ la cinghia; all’inizio non andava male, quando ero ancora piccolo, vivevamo abbastanza bene ed avevamo un po’ di più di quello che ci serviva; però poi è arrivata la Crisi. Avevo 16 anni quando la mia famiglia ha iniziato a sprofondare; c’eravamo solo io, mia madre, mia sorella ed un cane di nome Lola, ma è stato brutto comunque perdere tutto.
Cominciò tutto con la disoccupazione di mia madre; poi, dopo che lei non riuscì a trovare un nuovo lavoro – non che non ci avesse provato con tutti i mezzi possibili – venne lo sfratto e lasciai la scuola.
Qualche mese di stenti dopo, mia madre si suicidò; una volta mi aveva detto che piuttosto che morire lentamente di fame e soffrire avrebbe preso delle pillole o qualcosa di simile e sarebbe finito tutto lì. Chiese anche a me e mia sorella se volevamo seguirla, Lola l’avevamo già riportata da un pezzo al canile dove l’avevamo presa; mia sorella acconsentì, io no.
Ed ora mi ritrovo qui, nove anni senza casa dopo, sotto una coperta di scatoloni (oggi sono stato particolarmente fortunato nella mia ricerca), a mangiucchiare del pane che ho trovato ieri in un bidone; quest’ ultimo dettaglio potrà far arricciare qualche naso, ma dovete sapere che io, a differenza di quasi tutti i miei “colleghi”, mangio solo cibo che ho trovato ancora mezzo incartato, o comunque in buono stato; anzi, di solito vado da quei supermercati qui vicino a farmi dare un po’ di roba che altrimenti verrebbe buttata via perché ha raggiunto la data di scadenza, è ancora buona, sapete?
E anche le vecchiette ogni tanto ci vanno e mi danno sempre qualche spicciolo e qualche buffetto affettuoso, in più il commesso è carino e gentile… Solo che oggi è Domenica ed è tutto chiuso, ed io non mi sono tenuto niente da parte, ieri.
Ah! Sto crepando di freddo! È probabile che domani mattina mi ritrovino morto congelato, succede, ogni tanto.
Generalmente, però, i cadaveri non vengono quasi mai scoperti dagli altri: quando qualcuno di noi muore viene semplicemente trovato da qualcun’ altro di noi, che gli prende i vestiti, se è fortunato qualche soldo, e poi lo butta giù alla Discarica.
La Discarica è dove andiamo a finire tutti noi rifiuti, tutti quelli che non hanno più sogni e non sono spaventati dalla morte ma anzi, a volte, la cercano anche.
Come Pitt, il suicida, che tenta in tutti i modi di uccidersi ma senza mai riuscirci: ha provato ad accoltellarsi, avvelenarsi e spararsi senza successo e oggi si è buttato da un palazzo di tre piani e sfortunatamente è caduto sul tendone parasole di un negozio che gli ha impedito di raggiungere l’obiettivo!
È simpatico Pitt, ogni tanto parliamo. Una volta gli ho chiesto perché non si lanciasse semplicemente sotto un macchina e lui mi ha risposto che aveva il terrore di essere investito fin da quando era bambino. Ahahah!
È strano pensare che queste persone un tempo siano state bambine, anche quelli più giovani sembrano sempre troppo adulti; come Ludovic, il ragazzino di 16 anni che ogni tanto viene a prostituirsi dalle mie parti. A volte, quando lo guardo, mi sembra anche più vecchio di me.
Bah, questa vita è strana: è una continua avventura, anche se poi non si fa mai niente di veramente emozionante; è come una vita di supereroi: tutti hanno dei poteri speciali, ma vi sono tutti così abituati che diventano addirittura noiosi. Il nostro superpotere è quello di andare sempre avanti, di riuscire a sopravvivere; è un’abilità che sembra impossibile agli altri, ma per noi è quasi un dovere, un lavoro, ecco; molti di noi anelano la morte solo per provare di nuovo, o per la prima volta, qualcosa.
Sento uno schianto proprio davanti a me, alzo lo sguardo e vedo che è il corpo di Pitt che è appena riuscito a suicidarsi.
“Congratulazioni!” penso, e poi mi alzo per raggiungere il cadavere.
Ho sempre adorato gli stivali di Pitt.

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