3 bozzetti narrativi (di Yassin Mouftakir)

AMATA LUNA

Con un soffio che fu quasi uno sbuffo d’impazienza, spense l’ultima candela. Si avvicinò alla finestra, trascinandosi dietro la sua vecchia sedia a dondolo, si sistemò meglio che poté ed aspettò, cullandosi dolcemente; ed infine, tra le stelle, vide far capolino la sua amata e candida compagna, da tempo andata in cielo, che lo guardava con nostalgia e malinconia. E così, il vecchio boscaiolo passò un’altra notte, come ogni notte di quegli ultimi trent’anni.

Una sera però, un canto lo condusse fuori e non si accorse che aprendo la porta per uscire un’improvvisa brezza spense tutte le candele d’un colpo. S’incamminò fra prati e colli fino a raggiungere lo stagno dei cigni. Guardò in basso e vide la sua amata specchiarsi nell’acqua limpida. Allora si avvicinò, si chinò e con le vecchie mani rugose raccolse la sua candida metà. Si sedette appoggiandosi ad un albero per contemplare con serenità ciò che aveva tra le mani.

Ed in quella calda sera d’estate, l’acqua tra le mani pian piano evaporò, ma il vecchio sorrideva, perché anche qualcosa di suo, più profondo del suo respiro, stava evaporando, per andare verso il cielo stellato a ricongiungersi con la sua Amata Luna.

IL TERZO

Questo racconto riguarda ognuno di noi, poiché ne siamo tutti protagonisti. Consciamente o inconsciamente ad ognuno di noi è successo, succede o succederà ciò che di seguito è narrato.

V’era un uomo qualunque, che da bambino, dall’interno della sua culla, guardava i suoi genitori, sorridenti e felici, tanto importanti per lui. Ma c’era qualcosa in più, dietro di loro, che lo guardava con altrettanto affetto e che non riusciva a distinguere bene; sentì solo una porta che si chiudeva.

E quando crebbe un po’ e giocava con i suoi due amichetti, compagni di fantasiose avventure, c’era qualcun altro con loro, che lo aiutava a scavalcare la staccionata, ad arrampicarsi sugli alberi o a calciare la palla.

Poi venne il momento degli amori, di quegli sguardi intensi negli occhi, ma ancora sentiva che lui e lei non erano soli in quel vasto prato di campagna, v’era una terza presenza che gli dava consigli, la stessa ch’era con lui quando accompagnava suo figlio a scuola o gli insegnava ad andare in bicicletta.

Con lui rimase fino alla fine quando, ormai vecchio, l’uomo era disteso sul suo letto, a destra la moglie e a sinistra il figlio; ai piedi del letto, sorridente, stava il suo compagno di vita, quella terza presenza che prima non distingueva ma che ora aveva imparato a riconoscere.

Il Terzo gli tendeva la mano, sicuro e forte, e il vecchio gliela strinse lasciando che lo aiutasse ad alzarsi, e a farsi accompagnare ad una porta che prima non c’era. Aprendola, una nuova stanza gli si presentò davanti, ampia, luminosa e fresca. Dentro c’era tanta gente che lo stava aspettando: i suoi genitori, i suoi due amici, i nonni e altri conoscenti. L’uomo si girò. Lui e il Terzo si guardarono negli occhi piangendo e si abbracciarono.

Ma gli occhi del terzo ora erano puntati sul nipote del vecchio e mentre usciva, l’uomo chiuse gli occhi e sentì solo una porta che si chiudeva.

IL VISITATORE

Il fumo del sigaro era opprimente e nauseante, le finestre sbarrate. La bianca luce del pomeriggio che filtrava dalle tapparelle rendeva lo studio lugubre e molto più afoso di quanto non fosse già. Cercai senza successo una posizione comoda su quella vecchia sedia in vimini che mi aveva rifilato. Il notaio mi fissava con impazienza al di là della scrivania, rigirandosi tra le labbra quel suo prezioso cubano. Ero lì per l’eredità di mio padre, passato a miglior vita circa tre mesi fa. Non ci vedevamo da più di vent’anni, eppure sembrava che sul letto di morte si fosse ricordato di me.

«Lei è l’ultimo e unico erede rimasto», annunciò il notaio.

 Non si era per niente ricordato di me. Quando uscii dallo studio, sicuramente più sollevato, mi sentivo un po’ perplesso. Il mio caro genitore mi aveva inconsapevolmente lasciato una vecchia casa di cui non avevo mai sentito parlare. Un mese più tardi completai il trasloco.

Così eccomi qua, pensai davanti al grande cancello della villetta. In stile vittoriano, grigia e solitaria; mi piaceva così. Entrai. A parte i cartoni delle mie cianfrusaglie, la casa era completamente spoglia: neanche un mobiletto. Iniziai a girarla per prendere confidenza e all’ultimo piano mi trovai di fronte ad una porta nera  con una scritta in lettere d’ottone: Notaio. Doveva essere l’ufficio del mio vecchio bisnonno. Aprii piano e ciò che vidi mi fece avere un fremito di sorpresa: era l’unica stanza completamente arredata della casa, ma non solo: sembrava ancora in utilizzo, poiché era tutto in ordine e pulito. Ma una cosa non mi piacque: la poltrona dietro la scrivania ondeggiava come se qualcuno si fosse alzato di tutta fretta. Ci fu un improvviso rumore dal piano terra, una porta che sbatteva. Scesi di corsa le scale ma tutto era ancora deserto: l’enorme atrio, vuoto… e per terra qualcosa di scintillante: un tagliacarte d’argento. Lo presi pensando che in quella situazione, in cui mi era capitato uno strano visitatore, l’oggetto mi tornava assai utile. Uno scricchiolio mi fece destare da quei pensieri e tornai di fretta all’ultimo piano. Con cautela aprii la porta dell’ufficio. Una strana nebbiolina aleggiava lì dentro: era fumo, di sigaro, e confuso scorgevo qualcuno seduto nella vecchia poltrona, che mi puntava contro una vecchia rivoltella:«Lei non è l’ultimo e unico erede rimasto», disse la voce del mio vecchio bisnonno.

Mentre il foro di proiettile nel mio petto si tingeva di rosso, sorridevo, perché a quanto pareva, infine, mio padre si era davvero ricordato di me.

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