Principio di scarica elettrica (11° parte)

Baratro e Duke salirono su quell’altissimo ponte che è Rialto, ancora una volta facendo lo slalom tra i turisti. Appena il Saggio li vide accennò un sorriso e lì abbracciò serenamente: sembrava molto tranquillo, e questo a Baratro non tornava.

“Avete fatto un buon viaggio?”.

Duke rispose un sì sarcastico, poi continuò: “A parte questi rozzi turisti, che girano per l’isola come zombie attirati da qualcosa di magico; servirebbe un apripista per levarseli da davanti. Sono troppi ed insopportabili”. Baratro rideva dell’uscita dell’amico: tipico di Duke. Poi guardò il Saggio, contento di averlo finalmente ritrovato.

Erano le sette di sera ed il sole stava ormai calando, così andarono in un’osteria a mangiare e bere come facevano i marinai della Repubblica Veneziana di un tempo: lontani finalmente dalle urla scomposte dei turisti e dalle loro cene discutibili. Furono accolti dall’oste che, con un marcato accento veneziano, li fece accomodare e li servì rapidamente.

Il Saggio sembrava aver messo da parte quella sua inconsueta tranquillità iniziale: una luce strana e scintillante cominciava a balenare nei suoi occhi e Baratro, resosene conto, gli chiese: “Che facciamo questa sera?”. Lui si mise a ridere, cercando di dissimulare quell’incredibile pensiero che percorreva il suo cervello come un animale impazzito. Guardandoli dritti negli occhi chiese: “Avete mai sentito il suono di una chitarra rimbombare sulle onde del mare?”. Quella domanda, detta in quel modo teatrale dal Saggio, che era una persona incredibile, non poté che avere un effetto dirompente nella mente e nei cuori dei due. Duke preso dall’emozione e dalla curiosità lo prese per il bavero e, quasi minaccioso, chiese di cosa stesse parlando. Il Saggio, soddisfatto di aver infiammato i loro animi rise per un po’ tra sé e sé, poi aggiunse: “Questa sera uno dei più grandi gruppi mai esistiti suonerà in laguna dalle parti di Dorsoduro” poi estrasse dalla tasca tre biglietti e aggiunse “Questi sono i nostri lasciapassare”.

Baratro e Duke erano senza parole: guardavano il Saggio senza più capire niente. La loro razionalità si era fottuta, come dopo una corsa in macchina in una lunga notte di follie: con il cambio che, a forza di essere messo alla prova da mani stanche, si blocca inesorabilmente. Erano rimasti in folle. Ma poi si ripresero da quello stato e scoppiarono in un ringraziamento clamoroso, fatto di abbracci ed ovazioni, tanto che ogni persona del locale si voltò a guardarli, chi ridendo felicemente, chi considerandoli dei pazzi.

Ora camminavano per le calli, con la pancia piena e la mente sgombra. Il loro passo era lento ed inesorabile: superava i numerosi ponti ed aggirava le mille chiese.

La sera Venezia è uno spettacolo: attorno alle 8 la città si calma e sembra che le persone e i palazzi, i ponti ed il mare, tutto, stia bene assieme, come in un grande affresco idilliaco. Mentre vedevano tutto questo un leggero vento spirava dolce sulla laguna, incantata e sorpresa dalla sua stessa bellezza.

In questo quadro i tre arrivarono di fronte alla Facoltà di Architettura, che era stata costruita sulle ceneri di una vecchia fabbrica di cotone. Poi il Saggio li invitò a salire su una piccolissima collinetta lì davanti per assistere allo spettacolo che si estendeva sotto ai loro occhi: un palco, che sorgeva tra i canali e che sembrava incastonato nell’intricato disegno di quelle strade, era già assediato da centinaia di ragazzi e ragazze di tutte le età, che continuavano ad affluire da ogni parte.

Baratro, estasiato da quella visione, stava pensando “ragazzi e ragazze, come noi, qui a Venezia per vedere un concerto pazzesco… No va beh”, così si girò verso gli altri due e guardandoli negli occhi gridò: “Cosa stiamo aspettando!?”. Poi si voltò e scese dalla collinetta correndo verso quel mare di gente. Mentre scendeva si voltò diverse volte per guardare a che punto fossero gli altri. La terza volta inciampò su sé stesso e finì di slancio addosso ad un tipo che cadde clamorosamente per terra. I due si rialzarono subito. Baratro non ebbe neanche il tempo di chiedere scusa che l’altro, un ragazzo alto e ben piazzato, cominciò ad offenderlo in dialetto veneziano dicendogliene di tutti i colori. Lui per fortuna non aveva capito la maggior parte degli insulti e continuava a scusarsi dispiaciuto per l’accaduto, ma l’altro sembrava sordo e continuava a cercare in Baratro un senso di colpa che non avrebbe mai trovato. Nel frattempo Duke li aveva raggiunti e, stufo di assistere a quella scena patetica, si intromise nella discussione portandosi di fronte al veneziano e, a cinque centimetri dal suo viso, disse: “Ciao. Io sono un suo amico” indicando Baratro, poi continuò “Vorrei poterti offrire da bere per riparare al suo grave errore, che ne dici?”. Il veneziano indietreggiò di un passo, colpito da quell’inaspettata proposta, poi la sua espressione prese a cambiare lentamente fino a che non si fece mansueta e, ridacchiando qualcosa in dialetto con i suoi amici, indicò una strada vicina.

Così, uno stuolo di veneziani e due giovani modenesi, si mossero assieme alla ricerca di una birra.

Enrico Monaco

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