Prologo

 

Diva

La muta voce ascolta ora

Succube che follia nel corpo e

Nel pensier mio dimora.

 

Tu l’hai infusa , fera

Il potere di risvegliar

Ciò che sopito era,

E di portar a memoria

Ciò che candela ha reso cera

 

Luce di fiammella, scintilla

Aborto del mio animo

Assediata e vessata brilla

In scrigno di buio e cristallo

Mentre questo di rosso stilla

 

Tu lascia che sia

Poiché dell’uom tutto sai

Permetti che sia follia

Ancor ti chiedo di non lasciar

Vagar cieca l’anima mia

 

Diva

Ascolta la preghiera confusa

Del cuore che ti scelse come musa

 

Per tre notti ripetei l’invocazione

la resistenza, la disperazione.

E quello che vidi, con la cecità

della convinzione di ciò che agogno

fu il silenzio.

 

Oltre il sogno

Oltre la realtà

In me…

 

Nel notturno della quarta veglia

un pensiero mi sveglia

eppure continuo a sognare,

come fosse reale

accendo una sigaretta

una stretta di buio e fumo

governa il caos nella stanza

voci e richiami son nella distanza.

Mi alzo e vado verso la finestra

mentre un’alba rossa si desta

con la sua solita visione

pregna di presentimento che

Portata dal vento del mattino spalanca l’apertura

Su un mare di morti, e sulla sua crudele natura.

 

Miriadi e miriadi strappate alla vita

piangono la loro fame infinita

mentre il sole canta la loro pena

sul mio volto appare l’ombra di colei che inquieta

colei che la loro e la mia sete disseta.

 

“assolvi presso di te tutti i peccati

legati alle mie colpe

dona un senso ai sentimenti sfrenati

che ci hanno persi e poi ritrovati.

Donaci l’amore per la vita”

 

Lei non mi rispose

ma mi guardò con malignità

con la fame cieca delle sue infinità

e fui perso tra le salme e i corpi

di coloro che sono morti

 

Il pianto avanza nei miei occhi

il pianto dei vinti, degli sciocchi

il dolore diventa lacerante

se la carne si sfalda

ma solo col sangue la sete si calma.

 

Vidi me stesso riverso al suolo

e fui felice, come chi sulla croce

trova il proprio ruolo

 

Oltre il sogno

Oltre la realtà

Mi parlò con la sua voce

 

“Non essere vittima

Della pena di vivere

Del dolore di esistere

Poiché cosa infima

Rispetto a ciò che resta:

Ombre e spettri nella testa”

 

La sua immagine di donna

mi bacò sulla fronte

mentre il vociare dei suoi fedeli

uccideva i miei pensieri

toccò il mio corpo con le sue mani

consegnandomi i ricordi di domani

spense i sogni nel mio cuore

e  mutò la luce dei miei occhi

in sacro furore

 

Caddi

Nella voragine dove lo spirito stride

Nel luogo ove ascoltai le perdute gride

Di tutti quelli, che ora son miei fratelli.

 

 

Marcello Bergamini

AfricanoDettoIlNero

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7 risposte a “Prologo

  1. lo so che non è un commento adeguato questo, ma certe cose non si riescono a esprimere diversamente: aggettivo e interiezione, piacere e stupore, perché in effetti è questo che, in estrema sintesi, suscita

  2. Sono veramente felice di poter aver sentito questi versi recitati,
    e posso assicurare a tutti che “Prologo” con una birretta e lo scenario dei Giardini Pubblici è al suo top!
    Grazie Marcello

  3. Morirò…
    E porterò via con me il mio amore immenso…
    in quali notti
    in quali malattie
    da quali golia… fui generato…
    Così Grande… Così Inutile…

    Grazie Gabliel… il tuo commento mi riporta indietro di molti anni 🙂

    A presto amici miei.. tutto quello che è il mio mondo è anche vostro.. ora e sempre, da qui fino alla fine della Terra…

    AfricanDettoIlNero

  4. è bellissima. mi fa un po’ paura ma questo è un tuo merito allora perchè è vera. alla fine però più che il prologo, che sta all’inizio, mi sembra la grande fine. mi piace tanto. bravo..

    …Ma perché
    ma perchè mai dovrei io
    abbeverare
    con il mio splendore
    il ventre dimagrato…
    …della terra…?

    • “una stretta di buio e fumo” le tue parole
      per i miei occhi stanchi

      un abbraccio di immagini
      che stringono con la forza della verità

      Una “diva” che appare di rado
      ma che merita di essere attesa
      sempre

  5. Qui dentro ci sono tutti gli anni del liceo, dei poeti cercati, delle sofferenze e delle emozioni, del sangue sparso e dei sorrisi regalati alle persone care: una voragine di senso che urla in mille lingue diverse al cielo il suo esistere, come il fiume sotterraneo di Kubla Kan che emergesse dalla terra sotto forma di gaiser violento. Qui dentro c’è tutto e non c’è nulla da aggiungere, a parte la fratellanza di questa creazione con quella che tu e l’Eu avete prima citato. Per chi non la conosce: Majakovskij.

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