Le donne di Modena hanno le ossa grandi

Anna Magnani

Anna Magnani

Oggi vogliamo dimostrare, attraverso i dati statistici forniti dal comune, che anche a Modena, ricca città dell’Emilia produttiva, esiste tuttora una “questione femminile”. L’Italia, d’altronde, è piena di “questioni”, di problemi irrisolti, di zavorre che oggi più che mai ci appesantiscono nella rincorsa ai paesi occidentali più civilmente avanzati. Non pretendiamo oggi di dire nulla che già non si sappia, ma vogliamo, con la sintesi che questa piattaforma impone, dare una profondità storica al fenomeno di emancipazione femminile delle donne modenesi negli ultimi decenni.

Importante però è fare una premessa: chi scrive è uomo, perciò è giusto mettere in chiaro lo scopo di questo articolo. Sono fermamente convinto che la tendenza alla crisi demografica, economica, sociale e culturale di questo paese (fatto di uomini, donne e bambini) dipenda anche e in buona parte da una condizione femminile distinta e spesso discriminata. La transizione ad una condizione diversa e migliore rispetto al passato sta creando tensioni che occorre assolutamente superare, continuando nel processo di emancipazione che con le ragazze degli anni ’60 ebbe il colpo di reni decisivo, e che oggi sta – forse – prendendo una strada inattesa e pericolosa.

Furono quelle ragazze della fine degli anni ’60 a scardinare le abitudini delle madri e delle madri delle loro madri, abitudini sedimentate da tempo immemore nella cultura occidentale. Dio, patria e famiglia, diceva un vecchio motto conservatore. Dio per tutti (anche per bambini, single e vedovi), la patria per gli uomini, la famiglia per le donne. Come a dire che la divisione dei ruoli imponeva all’uomo la rappresentanza nella vita pubblica della famiglia e alla donna la gestione dell’ambito privato. Oggi questa formula è evidentemente superata: credo però, più nell’idea che nella pratica. I grafici che seguono cercheranno di dimostrare che c’è ancora molto da lavorare, ma bisogna capire esattamente dove si vuole intervenire e che metodo utilizzare.


Almeno due figli: è una questione di fitness.

Anche in biologia la fitness è in qualche modo una questione di salute, giacché rappresenta  il rapporto numerico tra genitori e figli, cioè il rapporto tra due generazioni di individui. Una popolazione stazionaria di animali è stabile quando la fitness è uguale a 1, quando cioè ad ogni coppia genitoriale corrispondono due figli. Insomma è una popolazione “in salute”. Fino al 1971 la media dei figli per donna era di 2. Quindi fitness uguale a 1. Popolazione stabile e “in salute”. Nel decennio 1971-81 il valore della fitness subisce un tracollo consistente. Da due figli per donna a uno soltanto. Quindi una fitness di 0,5. Capirete cosa significa questo in termini demografici. Un dimezzamento della popolazione nell’arco di una generazione! Ma come si vede dagli articoli precedenti di “Numeri sulla città” pubblicati su questo blog, la popolazione modenese rimane stabile. Perché? Grazie all’immigrazione. Quando le donne immigrate straniere si sono ricongiunte con i maschi giovani-adulti arrivati per primi a Modena, la media di figli per donna torna a salire, fino a quasi 1,5 (fitness=0,75), poiché si presume che queste donne rispondano ad una concezione familiare propria dei paesi i via di sviluppo, dove dal numero di figli dipende il successo della politica familiare. L’emancipazione femminile si mostra come il primo fattore di controllo demografico non coatto. Se le donne dei paesi con popolazione in sovrannumero spingessero le donne ad emanciparsi, forse il rapporto individui/risorse sarebbe più sostenibile…

La guerra dei vent’anni

Meno figli ed un’età media al primo parto in forte crescita. Nel decennio 1981-91 si passa da 26,5 anni a 30. Non sembrerebbe molto, ma è un cambio culturale di portata epocale. Qualcuno potrebbe dire che le donne “si riprendono i propri vent’anni” e decidono di dedicarsi ai figli alla soglia dei 30. Sappiamo quante lotte le donne hanno dovuto fare all’interno della famiglia e della società per poter appropiarsi della propria adolescenza e giovinezza. Oggi la media è ancora cresciuta ma ad un ritmo più lento, arrivando nel 2008 a quota 31 anni circa al primo figlio (che mediamente è anche l’unico!). Vedremo più avanti che questo innalzamento dell’età del primo parto è l’effetto di politiche del lavoro in Italia pessime, senza ammortizzatori sociali e tutele che per la maggioranza delle donne nella fascia d’età 25-35 non consentano loro di vivere questi dieci anni cruciali con la giusta serenità e la necessaria stabilità economica.

“Tesoro…all’uscita della chiesa voglio le colombe bianche che volano!”.

“Cara, vanno bene lo stesso dei piccioni?”

Mentre cambiava il numero di figli e l’età media al parto, rimanevano pressoché invariati i matrimoni. Se è vero che il fare più di un figlio dipende dalle possibilità economiche, dal tempo e dalle energie spendibili della coppia, il matrimonio è invece un indicatore puramente e squisitamente culturale. Da metà degli anni ’90, quindi più in ritardo dei fenomeni precedentemente decritti, si nota il tracollo dei contratti di matrimonio in particolar modo di quello religioso, che nel 2002 subisce il sorpasso dai matrimoni civili. “Non osi l’uomo separare ciò che Dio unisce” dice il prete alla fine del matrimonio cattolico. I più prudenti hanno probabilmente pensato che non era il caso scomodare l’onnipotente ed hanno optato per un profilo più basso che risponde al motto “ciò che il Sindaco unisce, si può sempre disfare”. Tanto se il sindaco è del PD, il Sì detto dagli sposi non vale perché “bisognava discuterne prima del referendum”. Si prenda il corsivo col tenore di spassionata battuta, ispirata dall’ultimo articolo di Enrico Monaco sul Rasoio, a proposito di cosa succede a Pomigliano d’Arco, e di come il Partito Democratico si sia barcamenato tra le posizioni dei “padroni” della Fiat e degli operai di Pomigliano, perdendo un’altra occasione buona (come direbbe Vasco Rossi).

Se il “lavoro libera”allora le donne sono meno libere degli uomini.

Passando ad analizzare i dati relativi all’occupazione all’anno 2008. Si vede come nella fascia 30-44, nell’età subito posteriore a quella del primo figlio (v. sopra), fra i disoccupati si notano più di 1000 donne in più rispetto agli uomini. Questo è l’annoso problema dell’assunzione delle donne in età di parto e matrimonio. Meglio collaboratrici che dipendenti. Ciò che sconvolge è che anche nella classe d’età successiva la tendenza permane, nonostante dai 45 in poi si presume che le donne non abbiano praticamente più figli. Le più giovani, d’età inferiore ai 29 anni, sono quelle che soffrono di meno discriminazioni, segno che le donne “giovani” sono ben accette nel mondo del lavoro (per approfondire il tema della “giovinezza” delle donne si veda il documentario in calce dal titolo “Il corpo delle donne“).

Poi il grafico più indicativo. Se si guarda alle cause di fine rapporto di lavoro, si vedono chiaramente due cose. La prima è che indipendentemente dal sesso,  sono maggiori le cessazioni per scadenza di contratto che per dimissioni. Cioè è maggiore il numero di contratti a tempo determinato o di collaborazione che quelli a tempo indeterminato. Ci sarebbe molto da discutere sulla qualità dell’imprenditoria, del settore pubblico e delle politiche che consentono questo scempio di mani e teste in nome del profitto e di costi del lavoro più bassi. Ma il Rasoio, state tranquilli, non si esimerà dall’occuparsi della questione lavoro, e lo farà senza sconti. Inoltre si nota che le donne sono discriminate anche in questo. Le “dimissioni” ossia il licenziamento non coatto è più frequente per gli uomini, mentre alle donne tocca più frequentemente che agli uomini la scadenza del contratto. Insomma gli uomini possono scegliere di lasciare un lavoro per un altro, le donne sono tendenzialmente costrette a sottostare alle leggi del mercato.

Eppure come si rileva nel grafico sui settori di occupazione, le donne sono la stragrande maggioranza nel settore pubblico,  rappresentato da istruzione, servizi sociali, sanità e amministrazione. Nel settore privato sono preferiti gli uomini, specialmente nei lavori fisicamente impegnativi come l’edilizia, l’agricoltura o la metalmeccanica. Se ne deduce che la formazione paga di più per gli uomini che per le donne, giacché nei settori dove occorre una forma di lavoro specializzato la maggioranza è rappresentata da uomini.

Dopo questo breve excursus bisogna trarre delle conclusioni. I dati dimostrano che se l’emancipazione culturale della donna è in atto, anche se affatto non completa, quella economica risulta ancora lontanissima. Quanto sono legati questi due aspetti? Le donne riusciranno mai a raggiungere una completa parità di diritti? Quelli civili e politici sono raggiunti, ma quelli sono regolati dalle leggi dello Stato. Ma i diritti regolati dalle leggi del mercato? Il mercato mortifica la donna nell’ambito economico-lavorativo e non le consente una piena acquisizione di indipendenza che all’uomo è invece garantita. Allora che fare per un futuro più giusto e libero?

Parola a voi.

Qui sotto troverete un documentario interessantissimo, già mandato in televisione (su RaiTre, manco a farlo apposta), sul rapporto donna-immagine che sopra non abbiamo trattato perché a questo proposito ci è sembrato che il documentario sia piuttosto esplicativo, e -a tratti- sconcertante. Guardatelo!

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2 risposte a “Le donne di Modena hanno le ossa grandi

  1. Articolo molto interessante e preciso. Il documentario alla fine è una splendida conclusione. L’avevo già visto dal blog di Grillo, tempo fa, ma rivederlo alla luce dell’articolo me l’ha fatto comprendere meglio.

    Le parti più terrificanti sono quelle sulla paura di mostrare il proprio volto; e quella sul giocare con gli stereotipi.
    Ho due riflessioni, entrambe figlie di quest’ultimo tema.

    Se l’emancipazione femminile passa attraverso il superamento dello stereotipo e la profonda comprensione dei medesimi, in televisione abbiamo frequenti esempi di donne non emancipate, il che trasmette un messaggio pessimo al telespettatore (maschio o femmina), perché è come se avallasse quel genere di status. Quindi il processo di emancipazione di quelle donne che compaiono in televisione rischia di provocare un’involuzione del ruolo della donna nella società.

    L’altra riflessione è: il prodotto televisivo è modellato secondo le esigenze di un pubblico. Nel documentario si dice che le donne sono manifestate in televisione in modo da rispondere a ipotetici ideali maschili. Quindi il problema descritto nel documentario abbraccia anche la maggioranza della popolazione maschile. Per ogni donna che viene umiliata in televisione esisteranno dieci o cento uomini che vogliono vederla umiliata. Altrimenti mediaset e rai si guadagnerebbero lo share con altri programmi. O no?

    Quindi vorrei aggiungere una conclusione all’articolo di Claudio: non penso sia il mercato direttamente responsabile delle iniquità, questo perché il mercato diventa sempre e ovunque espressione di una società che lo fonda. D’altra parte per esserci una merce (e un valore) ci dev’essere un compratore. Perciò il problema deriva, a monte, dall’uomo. Ora mi chiedo: quale uomo?

  2. Pingback: E le donne dissero: “Ora Basta”! « Articoli per Modena e altre destinazioni·

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