Il gioco perduto (di Baldoni Fabio)

(racconto tratto da IL SENTIERO DEI PADRI)

 

 

Distillato di ricordi

Scivolava su un corpo sconosciuto da almeno mezz’ora e si chiedeva come mai la sua intrepida compagna non si fosse ancora stancata del suo cattivo umore nonostante l’inspiegabile erezione che lo coinvolgeva meno dell’ultimo disco che passavano alla radio.

Si alzò di scatto e sorrise al suo corpo, riflesso nello specchio appoggiato al pavimento, che suscitava in lui una leggera sensazione di disgusto, mista ad un lieve piacere dato dall’idea del whiskey che stava per versarsi.

Lei provò a pronunciare un’offesa stanca, ma nessuno sapeva quanto lui come quelle parole fossero inutili se sputate addosso ad un uomo ormai perso nei propri pensieri. L’unica cosa che voleva era che se ne andasse al più presto e lo lasciasse da solo ad armeggiare con il frigobar che gli ispirava una insana fiducia nel mondo, una sensazione che aveva ogni volta che puntava lo sguardo su una bottiglia che voleva sfidarlo. Non si voltò nemmeno quando lei riprese i suoi stracci e, troppo lenta come sempre, incominciò a rivestirsi con una smorfia eccitante sul viso struccato. Finalmente era di nuovo solo e si sorprese a fissare la finestra che dava sul parcheggio per vedere se la sua morbida amica sapesse dove andare a quell’ora della notte.

Ma il pensiero lo attraversò solo per un breve istante, subito dopo tutte le sue energie si rivolsero alla bottiglia già aperta che stava tra le sue mani. Cercò un bicchiere in bagno e, sedendosi sul letto ancora caldo, riprese a bere come aveva fatto in quegli ultimi sedici anni: a volte sembra così difficile ricordare le piccole cose che, ripensando al suo primo bicchiere, scoprì di averlo impresso nella memoria come il viso dell’uomo che glielo offrì.

Sorridendo bevve alla salute di suo padre, sperando che in quello stesso momento le fiamme dell’inferno lo avvolgessero, così come il senso di colpa stringeva il suo petto.

Decise di lasciar perdere per quella notte con i ricordi, aveva solo mezza bottiglia e non voleva rivestirsi per andare a comprarne un’altra solo perché doveva far tacere la sua mente. Si fece una breve doccia e riprese a dormire, o almeno era quello che avrebbe dovuto fare, prima che quel sorriso biondo lo colpisse dal bancone del bar in cui aveva passato la serata. Il suo profumo incerto permeava ancora le lenzuola, ma era sicuro che la mattina dopo nemmeno lei si sarebbe ricordata della fantastica notte che non avevano passato insieme. Ci volle un po’ per addormentarsi per colpa dell’insegna del motel che, tipico di un posto di merda come quello, illuminava tutta la stanza nonostante le spesse tende fossero chiuse. Rigirandosi per il letto ripensò al motivo che lo aveva portato in quella città e, per un triste momento se lo ricordò, ma per fortuna il sonno lo colse a metà di una sonora imprecazione.

Tranquilla corsa verso sud 

Verso le nove il mondo riprese a disturbarlo grazie ad uno squillo improvviso nella stanza accanto: senza aprire bocca tirò un pugno alla sottile parete divisoria e pregò che il suo vicino fosse il solito imbecille che si sarebbe preso la briga di venire a bussare alla porta per lamentarsi del suo comportamento; niente di meglio che picchiare qualcuno di prima mattina, almeno così la giornata non sarebbe stata del tutto sprecata come al solito. Purtroppo il misterioso vicino non si fece più sentire e così si concesse ancora un po’ di riposo prima di alzarsi per riprendere il viaggio. Alle dieci il riflesso del sole sullo specchio cominciò a disturbarlo sul serio e così pensò che era l’ora di andarsene da quel buco troppo felice per lui; non ci volle molto per recuperare la sua roba: i pantaloni e la camicia erano per terra come le scarpe, mentre il sacco con gli altri stracci era nel bagno.

Infilò la bottiglia di whiskey ed il bicchiere tra la sue cose ed uscì dalla stanza senza richiudere la porta. Il cielo era limpido e questo gli fece ricordare che gli occhiali da sole erano rimasti sull’autobus, che aveva lasciato il pomeriggio precedente lungo la statale verso Miami: odiava quel sole che sorrideva ad ogni stronzo che illuminava, senza nemmeno prendersi la briga di chiedergli se lo avesse voluto o meno. Lui di sicuro non lo voleva ma era certo che per i prossimi giorni i suoi desideri non sarebbero stati esauditi quindi, strizzando gli occhi più del dovuto, si diresse a piedi verso la strada.

Ora che aveva speso gli ultimi spiccioli per dormire e per passare la serata in quella città sconosciuta, doveva pregare che qualche camionista lo caricasse, altrimenti sotto quella cappa di caldo non sarebbe andato avanti per molto. Camminare lo aiutò inaspettatamente a migliorare il suo umore: dopo un paio di chilometri una station wagon grigia accostò ed un braccio uscì dal finestrino per incoraggiarlo a salire. Avrebbe preferito un camionista, con i suoi lunghi silenzi e la poca curiosità, ma vista la temperatura ogni mezzo di trasporto sarebbe stato il benvenuto. Quando fu più vicino, si sorprese di vedere alla guida di quella macchina da venditore di mezz’età, un giovane che poteva avere al massimo 17 anni: occhi scuri e sorriso troppo aperto per essere un ladro d’auto, in più così stupido da raccogliere autostoppisti.

Aprendo lo sportello sentì “Serve un passaggio capo?”

“No, sto facendo jogging, non si vede?”

Il ragazzo rise di gusto e, mentre lo sportello si richiudeva, partì senza esitazioni; la macchina come previsto aveva cambiato proprietà da poco: nessuna traccia di chiavi, foto di una donna grassa che era stata strappata via in malo modo dal cruscotto e odore di pulito da pochi soldi.

Non bisognava essere dei geni per capire che il marmocchio alla guida non aveva riflettuto molto prima di incominciare quella gita, invece era più facile immaginare dove sarebbe terminata: nella squallida cella di un paese che non conosceva, e che non desiderava nemmeno vedere.

Come se avesse sentito i suoi pensieri il ragazzo disse “Sai, non è mia la macchina.”

“Scommetto che l’hai presa in prestito, vero?”

“Ho capito subito che eri una persona in gamba.”

“Proprio quello che stavo pensando di te.”

Dopo quel breve scambio il ragazzo accelerò come se quegli improvvisi complimenti avessero donato una ventina di cavalli in più a quell’orrenda carretta.

“Vai a Miami?”

“Tu?”

“Certo, non c’è nient’altro qui intorno.”

“Allora vengo con te.”

Sovraeccitato il giovane accese la radio che passava musica rap a tutto volume; le sue mani cominciarono a battere a tempo sul volante mentre a voce sempre più alta accompagnava il cantante nel solito sproloquio contro la società.

“Puoi spegnere?”

“Non ti piace?”

“No.”

Per un attimo sfidò il suo sguardo poi spense la radio con un gesto lento ed insicuro. Dieci minuti di splendido silenzio accompagnarono la macchina verso sud con l’aria fresca che penetrava nei pensieri mentre il ragazzo continuava a guidare con spensierata ingenuità.

Passarono di fianco ad un cartello che indicava la prossima area di servizio e con lo sguardo dritto davanti a sé il giovane disse “Abbiamo bisogno di fare benzina.”

“Fai pure.”

“Mi bastano anche un paio di dollari.”

“Anche se avessi due dollari non li spenderei certo per una macchina come questa.”

Visibilmente arrabbiato si girò di scatto, facendo per un momento sterzare la macchina, ma non aveva il coraggio di inveire contro di lui; provò a controllarsi mentre rallentava per entrare nella stazione di servizio.

Non c’era nessuno alla vista, tranne un grosso cane legato con una catena di ferro ad un gabbiotto di legno che pareva un cesso. Ma la pompa sembrava funzionante, così il ragazzo scese in fretta dalla macchina e, parlando troppo forte, disse “Finalmente un po’ di fortuna: adesso faccio il pieno e poi continuiamo  il viaggio.”

Naturalmente dopo un minuto dal cesso uscì un uomo, alto e lento nei movimenti, che si avvicinò alla macchina.

“Serve aiuto?”

“No grazie, ho quasi finito” rispose il ragazzo, che all’improvviso aveva cominciato a sudare. L’uomo girando attorno alla macchina cercò di capire chi vi fosse ancora dentro ma il rapido movimento del giovane lo distolse da ogni possibile pensiero: voltandosi vide la pompa che continuava a buttare fuori benzina mentre il ragazzo rideva ed urlava così forte da rendere quasi impercettibile l’abbaiare del cane.

“Brutto figlio di puttana!”

Ma il giovane era già corso verso lo sportello aperto e, con una velocità impressionante, aveva acceso la macchina ed era ripartito.

Il suo compagno di viaggio non si scompose nemmeno quando sentì due colpi di fucile che venivano esplosi verso di loro e l’unica cosa che disse fu “Accendi la radio.”

Sorridendo il ragazzo continuò a guidare mentre dalle casse una musica idiota li accompagnava verso la periferia di Miami.

Miami, Florida

Davanti alla stazione delle corriere l’uomo disse “Fammi scendere qui.”

Erano le quindici ed un sole triste lo accolse con il suo caldo abbraccio. Stava per andarsene quando il ragazzo lo bloccò dicendo “A proposito, io sono Tom, e tu?”

Sorrideva ancora quando, voltandosi, l’uomo gli rispose “Io sono stanco di sentire la tua voce da finocchio” e riprese a camminare.

L’ultima cosa che percepì fu un’offesa nemmeno troppo urlata ed una sgommata che portò la macchina ad urtare un cassonetto.

Spera di non rivedermi mai più Tom, pensò, almeno finché non sarai diventato un uomo.

Si mise la sacca sulla spalla e scansando un barbone che chiedeva i soliti spiccioli entrò nella stazione: odore di notti in bianco e pasti freddi lo colpì alla testa finché il suo stomaco non fu tentato di buttare fuori la cena della sera precedente. Lento si avvicinò alla panchina e mentre si sedeva scorse in fondo alla sala il viso che stava cercando. Portoricano e con il vizio di scopare le donne sbagliate, ecco chi era Luis Marchena; purtroppo era anche lo stesso uomo che l’aveva chiamato la settimana precedente per ricordargli il suo più grande errore.

Non che potesse dimenticare quel particolare del suo passato: da quella sera la sua vita era stata un continuo fuggire, da Las Vegas fino ad uno sperduto paesino del Canada; l’unica cosa che non era riuscito a comprendere era come fossero riusciti a trovarlo. Ma in fondo non gli importava granché, tanto ormai era un uomo morto.

Luis non fece nemmeno finta di sorridergli e ne fu contento: tanto valeva sputargli in faccia a quel nano, che di sicuro per ora non gli avrebbe potuto far niente.

“Viaggio piacevole?” disse, sedendosi.

“Quasi bello come rivedere la tua faccia, Marchena.”

“Hai ancora voglia di metterti nei guai vedo, ma è l’ultima volta: goditi questo sole perché non lo rivedrai mai più.”

“Finalmente una buona notizia.”

Luis si alzò e disse “Seguimi adesso, e se mi rompi le palle sarò felice di finire il lavoro che gli altri hanno fallito.”

Uscendo dalla stazione camminarono  verso una macchina blu parcheggiata a pochi metri di distanza; Marchena gli aprì lo sportello di dietro ed entrambi entrarono.

Aria condizionata al massimo ed una musica country di sottofondo, davvero fuori posto in questa parte del paese, fecero pensare ad un texano vecchio stile: due occhi furbi nello specchietto fugarono ogni suo dubbio.

“Rien ne va plus!” disse, ridendo, il guidatore.

“Eddie!”

“Non sei l’unico ad avere le palle attaccate ad un filo ragazzo, ed ormai sono troppo vecchio per scappare.”

“Stai zitto e guida” disse Marchena “non sei qui per fare conversazione.”

La macchina partì lenta e si immerse nel traffico. Eddie era un ottimo guidatore, in fondo era bravo in molte cose.

Tirando fuori il whiskey dalla sacca decise che era proprio il momento per un goccio, mentre con la mente tornò indietro a quel giorno di settembre di venticinque anni prima in cui aveva conosciuto Eddie Murray.

Las Vegas, Nevada

Viveva nei casinò da quando aveva quattro anni, e nei successivi dodici aveva visto più giocate, partite, truffe e puttane lui, di quante se ne possano vedere in una vita intera.

Amava il gioco e lo odiava allo stesso tempo: era attirato dal rischio più che dalla vincita ma non voleva finire come suo padre che si era suicidato dopo l’ennesima scala reale mancata.

E fu così che conobbe Eddie, barista di sera e giocatore di notte, in una città che non conosce il mattino.

Lui viveva in una stanza fuori Las Vegas e nelle nottate di gioco divenne amico di suo padre. I giocatori falliti si attirano come la sfortuna: se sei vicino ad uno di loro cambia tavolo, altrimenti prima che tu te ne accorga arriverà il giorno in cui vedrai gli altri cambiare tavolo quando saranno di fianco a te. Ma lui e suo padre avevano una grossa differenza: Eddie non viveva per il gioco, viveva giocando, e fu questo a salvargli la vita.

Dopo la morte di suo padre lui lo prese a vivere con sé, insegnandogli tutto quello che sapeva, ma presto si accorse che il giovane voleva stare dall’altra parte del tavolo, nel luogo dove la fortuna nasce, non dove muore. Deciso a non finire come il padre il ragazzo divenne croupier, il più giovane che si fosse mai visto in una sala di Las Vegas: non c’era gioco in cui non fosse maestro, a carte o a dadi, e la sua carriera fu un continuo salire verso i tavoli delle sale più importanti. Ma, come si dice, più in alto si sale e più forte è il rumore della caduta; e di sicuro a Las Vegas si sente ancora l’eco della sua.

Quella sera pioveva e le sale erano piene come al solito; lavorava allo StarLight da due anni ed il suo capo verso le ventitré gli disse di prepararsi, che a mezzanotte lo aspettavano nella sala privata per un partita speciale.

Come miglior croupier del casinò non era la prima volta che veniva chiamato a gestire le partite private: ricconi sicuri di essere i più bravi giocatori del mondo, che non volevano sporcarsi le mani ai tavoli dei comuni mortali. Odiava la loro sicurezza e godeva nel vederli perdere, perché rispetto alla gente comune buttare i soldi era per loro una mania e non un modo per sopravvivere.

Preciso come sempre si presentò nella sala ed attese che i suoi sfidanti arrivassero: lui non doveva giocare contro nessuno, lui non vinceva, ma un buon croupier è quello che toglie i soldi ai giocatori senza che loro se ne accorgano; è bravo se riesce a tenerli seduti al tavolo anche mentre stanno perdendo, molto bravo se sa quando farli vincere per fare in modo che gli restino almeno i soldi per la mancia.

Lui era un ottimo croupier.

In ritardo come al solito si avvicinarono quattro persone, ma come si accorse al primo sguardo, solo uno di questi aveva abbastanza soldi per giocare a questo tavolo.

“Buonasera signori” attaccò con un sorriso falso ma convincente “se volete qualcosa da bere, Paul” disse indicando il ragazzo che era in piedi di fianco a lui, “sarà ben lieto di servirvi.”

In tre si avvicinarono mentre l’ultimo rimase in piedi vicino all’uscita.

“Un martini per il signor Driscoll, in fretta” disse quello che doveva essere la guardia del corpo; il terzo era un piccoletto portoricano, che presto avrebbe conosciuto come Luis Marchena.

Driscoll era sudato nonostante l’aria condizionata ma portava con insospettabile eleganza un completo bianco, scarpe comprese, che lo facevano sembrare un finocchio con la puzza sotto il naso.

Non aveva ancora parlato eppure aveva già detto tante cose con lo sguardo e con il movimento del corpo: era calmo e sicuro di sé ed i suoi occhi non si staccavano mai da quelli del croupier che, per spezzare la tensione, disse “A che cosa vuole giocare signor Driscoll?”

“Io gioco solo a BlackJack, cominciamo.”

“Certamente signore” disse, mentre si spostava verso il tavolo, prendendo le carte nuove dal cassetto.

Con gesti lenti preparò tutto e disse “Quando vuole signore.”

Solo Driscoll si sedette al tavolo mentre gli altri uomini, senza scambiarsi una parola, seguivano il gioco da più lontano. Come sempre la prima mezz’ora era di studio, con il banco che perde il giusto per dare stimoli al giocatore, ma nelle sale private si giocava a 1000 dollari la puntata, quindi gli stimoli non potevano essere eccessivi se non si voleva perdere il lavoro.

Driscoll era un discreto giocatore, calmo anche nella sconfitta, sembrava che avesse occhi solo per le carte.

Dopo la prima ora era sotto di 60000 dollari ma non se ne preoccupò per niente anzi, sorridendo disse “Mi avevano detto che eri un ottimo croupier.”

“Grazie signore.”

“Ma si sbagliavano.”

“E, se posso permettermi” chiese irritato “perché si sbagliavano?”

“Perché sei molto più bravo di quanto dicessero, davvero.”

“Troppo buono signore, io faccio solo il mio lavoro” rispose sorridendo a sua volta.

“È la verità, non devi ringraziarmi. Ma visto che sto perdendo magari potresti farmi un favore.”

“Se mi è possibile certamente” ma stava pensando fra sé che, persa la fiducia, il grasso riccone cominciava a farsela sotto.

Invece inaspettatamente la sua richiesta fu “Potremmo alzare la posta a 10000 dollari? Così forse la fortuna girerà, non credi?”

Diecimila era una bella somma davvero: sarebbe stato un gioco da ragazzi spennare quell’individuo, ma per una cifra simile doveva sentire il suo capo e glielo disse.

“Non c’è bisogno di chiedere a nessuno; qui posso giocare quanto voglio, dubiti forse della mia parola?”

“No signore” in realtà non credeva ad una sola parola “però io devo chiedere lo stesso, mi spiace.”

Prendendo su il telefono fece il numero interno del suo superiore che, nonostante l’importanza della posta, disse che non c’erano problemi; e così ripresero a giocare.

Ora non sapeva più se sarebbe stata una buona idea vincere, ma nel dubbio decise di fare un gioco tranquillo.

Alla fine della seconda ora di gioco il banco vinceva 450000 dollari; più giocava e più capiva che non era giusto lasciargli i soldi. La calma che lo aveva contraddistinto all’inizio ora era solo un vago ricordo: sempre più spesso reagiva allo scoprire delle carte con imprecazioni e gesti inconsulti, degni del più infimo dei giocatori.

Era al suo decimo martini e cominciava a parlare da solo; fu in quel momento che chiese una pausa per andare in bagno e così Marchena, rimasto solo nella stanza, si avvicinò al croupier.

“Forse è meglio per te se il signor Driscoll riprende a vincere.”

“Io non c’entro nulla signore” rispose sorridendo “è la fortuna che comanda le carte.”

“Non dire stronzate ragazzo, sappiamo entrambi che la fortuna conta poco a questo tavolo; se vuoi continuare a vivere ti consiglio di perdere.”

Non era la prima volta che qualcuno lo minacciava: un uomo che perde tutto è molto più pericoloso di un nano portoricano, ma dallo sguardo di Luis capì che non stava mentendo; e lui sapeva capire molto bene se uno bluffava.

Quando Driscoll tornò, sembrava di nuovo tranquillo, con passo sicuro e sorriso soddisfatto; notando la macchia di umido sui pantaloni solo due erano le ipotesi possibili: o si era liberato dell’alcool oppure la puttana con cui era stato non aveva fatto del tutto il suo lavoro.

Riflettendo capì che probabilmente aveva avuto l’incontro con un ragazzo e fu in quel momento che si chiese dove diavolo fosse finito Paul.

“Possiamo riprendere.”

“Come vuole signore.”

Nella sua mente rimbalzavano ancora le parole del portoricano, ma non amava perdere, soprattutto contro uomini del genere. Si costrinse lo stesso a far calare il debito del signor Driscoll, che alla fine della terza ora era di soli 50000 dollari.

“La sfortuna è passata, vero ragazzo?”

“È certamente come dice lei signore.”

“Quindi credi che la mia sia solo fortuna?”

“No signore.”

“Dimmi cosa pensi davvero allora.”

“Penso che la fortuna attiri il denaro, ma la bravura ancora di più, signore.”

Sorridendo aprì un nuovo mazzo di carte, come veniva fatto ogni ora, e pensò che invece quel porco stava vincendo solo perché lui lo lasciava fare.

Torna senza guardie del corpo e vedrai cosa vuol dire giocare davvero, si sorprese a pensare queste cose, mentre uno degli uomini al servizio di Driscoll si era addormentato vicino all’ingresso.

Marchena invece lo osservava attento e, mentre i loro sguardi si incrociarono, le sue labbra mute pronunciarono una singola parola: ancora.

Mancava solo un’ora alla fine del turno: ogni croupier non poteva stare più di quattro ore allo stesso tavolo, per evitare che i giocatori avessero dei punti di riferimento e capissero il gioco del banco; sperava solo che Driscoll smettesse di provocarlo e cercasse di godersi le carte. Ma si sbagliava. Utilizzava ogni metodo che conosceva per farlo vincere senza insospettirlo ed evitando di far perdere troppi soldi al casinò, ma nonostante tutto questo divenne sempre più insopportabile, partita dopo partita.

“Così è troppo facile ragazzo” disse tra un sorso e l’altro del suo martini “se volevo giocare in questa maniera potevo chiamare mio nipote.”

Luis e la guardia del corpo risero fin troppo forte mentre Driscoll continuava a fissarlo.

“Se vuole può cambiare croupier, signore.”

“Io avevo chiesto il migliore, ma forse qui non c’è nessuno alla mia altezza.”

“Probabilmente è così signore.”

“Smettila di leccare il culo brutto idiota!” urlava proprio come una checca delusa “So che puoi fare di meglio se vuoi.”

Un attimo di silenzio per riprendere fiato poi disse, quasi con un sibilo “Gioca come sai ragazzo.”

La sua mente aveva già trovato una risposta comoda e sicura per toglierlo finalmente da quella serata di merda ma, senza volerlo, rispose deciso “Non posso.”

Driscoll lo guardò come se non avesse ancora compreso quello che aveva sentito; Marchena intanto scuoteva la testa reprimendo a stento un misteriosa imprecazione.

“Cosa hai detto?”

“Intendevo dire, signore, che forse sono troppo stanco per poter giocare ai miei soliti livelli.” Era una scusa, ma abbastanza buona da poter funzionare.

“Chiama il tuo capo, subito.”

Pensò che l’aspettava un brutto quarto d’ora ma almeno quell’incubo sarebbe terminato; alzò la cornetta per chiamare il suo superiore.

“Non voglio un altro pezzo di merda come te!” inveì contro di lui “Chiama il direttore.”

“Ma signore, a quest’ora…” fu interrotto dallo sguardo di Marchena, che non ammetteva obiezioni.

Prima o poi me la pagherai pensò, ma fu costretto a rispondere invece “D’accordo, lo chiamo subito signore.”

Come sospettava non fu felice di sentirlo: uomo di vecchio stampo il direttore scese più in fretta che poté, seguito da tre guardie private del casinò.

“Signor Driscoll” disse sorridendogli “spero che la serata sia stata di suo gradimento.”

“Miller smettiamola subito con i convenevoli, non ho voglia di essere preso in giro anche da lei.”

Il direttore fissò il croupier di sbieco mentre, avvicinandosi al tavolo, guardò il quantitativo di fiches che Driscoll aveva vinto.

“Niente male come brutta serata, non  crede?” indicò il tavolo ma nessuno gli rispose.

“Adesso mi dica cosa è successo.”

Driscoll bevve lento il drink poi, sedendosi, disse “Il suo uomo ha detto che non sono degno di poter giocare con lui, quindi per tutta la serata mi ha lasciato vincere senza sosta.”

“Non è vero brutto figlio…” ma fu bloccato dal signor Miller “Zitto! Non parlare finché non te lo dico io.”

Ma che cazzo sta succedendo? pensò: mai il direttore lo aveva richiamato e, di certo, mai aveva alzato la voce con qualcuno.

Le guardie del casinò si avvicinarono agli uomini di Driscoll ma dopo un brevissimo scambio di parole con Marchena uscirono dalla sala in silenzio.

Intanto il direttore e Driscoll si erano spostati fuori dalla portata delle orecchie del croupier per parlare fra loro; tutto sembrava uscito da un brutto sogno, per di più in una notte in cui non aveva dormito per niente.

Dopo pochi minuti Miller si avvicinò e disse “Sono riuscito a convincerli a lasciarti andare, il mio consiglio è di farlo alla svelta e senza voltarti indietro.”

La stanza cominciò a girare svelta attorno alle parole sussurrate dal direttore: il croupier si appoggiò al tavolo, troppo scosso per riuscire anche solo a respirare.

“Ma non capisco, signor Miller ho fatto solo il mio lavoro.”

“Queste persone non vivono nel mondo in cui stiamo tu ed io” gli mise una mano sulla spalla “ma per il tuo bene vai via subito ragazzo, non posso fare nient’altro per te” e così dicendo gli infilò una manciata di dollari nella tasca della giacca. Poi lasciò la stanza senza salutare nessuno: passi lenti che sembravano un addio che non poteva essere pronunciato.

Era troppo. Non poteva aver perso tutto per colpa di quel maiale in doppiopetto bianco, che non sapeva ne giocare ne perdere.

Il croupier cercò di mettere a posto i propri pensieri  aiutandosi con  gesti conosciuti ed amati come riordinare il tavolo e riporre le carte; la sua mente intanto continuava a rivivere ogni momento di quella serata, ma nessun particolare gli chiariva la situazione.

“Non credi che sia il momento di andartene?”

Era stato Luis a rompere il silenzio della sala, e solo in quel momento si accorse che il signor Driscoll rideva dentro il suo drink mentre gli altri due uomini erano usciti.

“Signore la prego, non capisco cosa è successo, ma di sicuro non volevo mancarle di rispetto; non mi faccia perdere il lavoro.”

“Dovevi pensarci prima di fare il furbo con me.”

“Ma non volevo fare il furbo” si stava arrabbiando ed ormai non riusciva più a tenere a freno la lingua “ho solo cercato di farla divertire, non è colpa mia se non è abbastanza bravo!”

Il drink cadde dalle sue mani mentre Marchena rimase immobile, quasi non volesse credere alle parole che aveva sentito.

Due passi e si era messo davanti al croupier, una mano dentro la giacca e l’altra a rassicurare il grassone. “Ragazzo questo è stato il tuo ultimo errore.”

Ma era troppo tardi: anni di casinò avevano allenato il croupier a capire sia le carte che gli uomini; con un secondo di anticipo si era spostato verso Luis e più rapido che poté diede un calcio al piccolo portoricano che cadde a terra colpito duro al basso ventre. Driscoll urlava la sua rabbia cercando di richiamare gli altri ma indietreggiava verso la parete opposta.

Ormai era fatta: il ragazzo cominciò a correre senza fermarsi finché non fu all’aria aperta; per fortuna i taxi non mancavano mai davanti al casinò e le sue cose non erano tanto importanti quanto la sua vita.

E da allora non aveva più toccato le carte, non aveva più assaporato il sapore della vittoria ne il dolore della sconfitta, ma non dimenticò mai la stridula voce di Driscoll che lo avrebbe tormentato tutte le notti, in un incubo infinito durato sedici anni.

Silenzi e ricordi

La macchina rallentò per voltare a sinistra verso una strada laterale piccola ed insignificante; perso nei ricordi aveva osservato distrattamente la città che correva fuori dal suo finestrino. Dentro la macchina nessuno parlava e soltanto la radio allentava la tensione del momento: tre uomini le cui vite erano cambiate per colpa di una partita a carte interrotta che, forse, molto presto sarebbe stata terminata.

Finalmente la macchina accostò di fronte ad un palazzo grigio, umido nonostante il clima della zona, ed entrarono in quella che, ad un primo sguardo, sembrava fosse l’uscita posteriore di un piccolo albergo. Eddie camminava disinvolto e si voltò solo un momento per mostrare il suo solito sorriso; Marchena invece chiudeva il gruppo e sembrava si lamentasse in silenzio della lentezza dei due amici. Camminando verso le scale e poi su fino al quarto piano, fu chiarissimo il fatto che l’avevano portato in un hotel di terza scelta e che non volevano che nessuno li vedesse arrivare.

Come inizio non c’è male pensò, mi sa che appena posso devo farmi un goccetto: potrei non avere più tante occasioni per rifarlo.

Si fermarono ad una porta e fu Luis a bussare: non si udì nessuna risposta ma solo un piccolo scatto e la porta che si apriva. La stanza era buia a parte un piccolo fascio di luce proveniente dal bagno; un uomo grasso e silenzioso li accolse senza alzare lo sguardo, si muoveva quasi senza far rumore e sembrava fosse poco contento di avere compagnia.

Marchena spinse dentro il gruppo e richiuse la porta di scatto.

“Adesso sedetevi e non fate i furbi, Mickey resterà a farvi compagnia” disse “vi consiglio di non farlo arrabbiare.”

Senza dire altro uscì dalla camera e lasciò i tre uomini ad osservarsi nella penombra calda ed oppressiva.

Eddie si avvicinò al letto e sdraiandosi disse “Adesso potrai dirmi cosa hai fatto in questi anni” sorrise “non preoccuparti di lui, tanto non ci sente.”

Infatti l’uomo, senza scomporsi, andò verso la finestra e si sedette lento sull’unica sedia della stanza: guardava fuori ma sembrava che la sua testa non fosse lì con loro, il suo sguardo era freddo e faceva pensare ad un animale in trappola, quasi come si sentiva lui.

“Ho viaggiato parecchio” rispose “sono stato al nord.”

Non riusciva a dire altro al vecchio amico: i suoi errori gli avevano rovinato la vita e di nuovo quella colpa ricadeva su di lui.

Andò in  bagno e guardandosi allo specchio capì che Eddie meritava una spiegazione.

E si rivide, giovane in fuga, su un taxi lucido e silenzioso lungo le strade di Las Vegas, luci e ricordi sempre più distanti mentre la sua testa faticava a rispondere alla domanda che gli rimbalzava dentro allo stomaco: perché?

Poi autostop e cibo freddo, panchine scomode e la continua sensazione di essere seguito. Poteva solo dirigersi verso est e così fece.

Città e paesi passavano sotto i suoi piedi senza lasciare nessuna emozione; lavorava solo per poter mangiare, cercando di evitare il più possibile il contatto con la gente. I primi anni furono i peggiori: si doveva spostare di continuo perché appena credeva di poter tirare il fiato ecco che di nuovo si sentiva braccato.

Un paio di volte rischiò di esser preso dagli uomini di Driscoll: non c’era pace per lui, solo la strada e la solitudine.

Negli ultimi tre anni si era nascosto in un piccolo paese del Canada, vicino Buffalo, ed ormai credeva di essere libero, quando una settimana prima era arrivata quella telefonata all’officina dove lavorava.

“Ragazzo, finalmente ci risentiamo.”

Non era riuscito a dire nulla, bloccato dalla certezza di essere ad un passo dalla fine.

“Scommetto che ti ricordi di me, quindi non perderò altro tempo: non provare a scappare di nuovo, abbiamo il tuo amico Eddie con noi.”

“Brutto figlio di puttana! Se solo lo…”

“Silenzio! Hai una settimana per venire a Miami; dopo sarà lui a prendere il tuo posto.”

La minaccia di Marchena era stata il suo unico pensiero negli ultimi giorni e solo ora sentiva il peso di quelle parole che lasciava le sue spalle: probabilmente sarebbe stata la sua ultima notte ma almeno il suo amico era salvo.

Così pensava, mentre Eddie si era avvicinato in silenzio “Lascia stare” sospirò “non mi devi nessuna spiegazione” disse, guardando nello specchio.

Grazie Eddie pensò.

Sedici anni di silenzi non possono essere dimenticati, ma non possono nemmeno essere raccontati.

La fortuna non esiste

Verso le due di notte tre uomini vennero a prenderli e li accompagnarono, senza aprir bocca, verso quello che a prima  vista appariva come un Night Club degli anni cinquanta.

La macchina si fermò davanti all’ingresso dove Marchena li attendeva.

“Benarrivati signori, sono certo che sarà una serata indimenticabile.”

“Basta che ci sia qualcosa da bere, così potrò sopportare anche il tuo brutto muso Marchena.”

Eddie rise ed entrò, seguito dagli altri.

L’intuizione era giusta: erano in un vecchio club, elegante e vuoto; il barista intento a preparare un drink mentre un solitario pianista riempiva il locale di note stanche ed annacquate.

Nessuno degnò il gruppo di un solo sguardo mentre, guidato da Marchena, si dirigeva verso una saletta privata. Ed eccolo là. Il tempo era stato impietoso con lui; se prima possedeva un certo stile ormai l’aveva perduto per sempre: completo bianco come in passato, ma ora sembrava più il tendone di un circo che un vestito. Con le dita stringeva il solito martini ed i suoi occhi azzurri tradivano la smania dell’attesa.

“Sedici anni sono lunghi” disse.

“Non abbastanza per me, signor Driscoll.”

“È stato fortunato, anche troppo, ma la sua buona stella si è spenta ormai.”

Alcune risate degli uomini di Driscoll spinsero i due amici dentro la sala, dove c’era ad aspettarli un tavolo da BlackJack.

Marchena disse “Visto che è la tua ultima sera ho pensato di non farti lavorare croupier.”

In quel momento entrò un giovane che cominciò a sistemare le carte e le fiches.

“Sarà Tony a far girare la fortuna questa sera” disse Driscoll “così finalmente giocheremo alla pari, no?”

“Ho praticamente una pistola alla tempia, signor Driscoll, credo che più alla pari di così si muore.”

“Questo è lo spirito giusto! Si ricordi però che anche se vincerà la sua fine è già decisa; qui ci giochiamo la vita del signor Murray.”

Eddie impassibile osservava l’amico. Sapevano entrambi che non poteva vincere, perché il banco vince sempre.

“Avanti, cominciamo” disse, sorridendo, Driscoll.

Dalle prime mani capì che tutto era organizzato per far concludere la serata in fretta e, purtroppo, male per i due amici. Tony non era un croupier ma un baro, per di più di infimo livello: le carte erano sicuramente segnate e le fiches davanti al signor Driscoll continuavano a salire.

“Vedo che in questi anni ha dimenticato come si fa a giocare” disse rivolto alla sala. Tutti risero mentre Marchena scambiava occhiate d’intesa con Tony.

Non potevi che essere stato tu, dovevo immaginarmelo pensò.

Alla fine della seconda ora capì che non avrebbe potuto continuare a lungo. Aveva fiches per dieci, forse dodici mani, ma Eddie seguitava a fissarlo, sorridendo.

Grazie amico pensò, so che non vuoi farmi sentire in colpa, ma non credo che ci riuscirai.

Driscoll come al solito alternava le carte ed i martini, continuando a scherzare con tutti: doveva aver atteso a lungo questo momento, e la sua vendetta sarebbe arrivata presto.

Erano le cinque.

Fuori Miami era calda ed invitante come al solito: una donna morbida e fiera, gambe aperte e sigaro in bocca, rughe nascoste da strati di silenzi che nessuno sapeva ascoltare.

In quest’atmosfera un uomo stava giocando la sua ultima partita: non contro Driscoll o Marchena, ma contro se stesso. Teneva l’ultima fiche fra le dita, ripensando all’uomo che lo aveva consegnato a questo destino.

Non morirò come mio padre pensò, non posso lasciare che sia il gioco a distruggermi.

Non aveva speranze, in realtà non ne aveva mai avute, e questo lo fece sorridere per un momento.

“Signor Driscoll” disse “anche questa volta il piatto sarà suo ma, mi aiuti a capire una cosa: che soddisfazione c’è a vincere così?”

“Non capisco.”

“Sapevo che voleva vincere, ma pensavo che un giocatore come lei volesse farlo lealmente.”

Era una carta rischiosa, lo sapeva, ma sperava di averlo toccato nel punto più debole.

Sembrava davvero sorpreso da quell’accusa poi, ripresosi, disse sorridendo “Forse non sa perdere.”

“Non mi dica che non si è accorto che il nostro amico Tony ha diretto la partita fin dall’inizio” rispose.

Driscoll appoggiò il martini e guardando Tony negli occhi gridò “È vero?”

La sua voce, come sedici anni prima, sembrava ancora quella di una donna a cui hanno rubato il fidanzato, ma nel suo caso perdeva di forza e decisione vista la sua corporatura ed i suoi lenti movimenti.

Tony non sapeva che fare: visibilmente intimidito osservava a turno Driscoll e Marchena, balbettando scuse ad un interlocutore invisibile.

Marchena si avvicinò al tavolo e con la solita sicurezza disse “Signor Driscoll, voleva la sua vendetta e l’ha avuta; io ho solo fatto in modo che non vi fossero sorprese.”

Girandosi di scatto Driscoll urlò “Ma non avevo bisogno di questo! Non doveva andare così, non doveva andare così!”

Poi nessuno parlò.

Dopo due lunghissimi minuti ed un sorso di martini Driscoll disse “Ora vattene Marchena, e portati via il tuo uomo.”

“Ma signore…”

“Non voglio rivederti mai più.”

Il suo tono fece capire a tutti che la discussione era terminata. Marchena uscì, seguito da Tony, che continuava a guardarsi intorno senza capire dove aveva sbagliato.

Eddie non sapeva se poteva riprendere a respirare, osservava l’amico, sperando che le sorprese per quella nottata non fossero finite.

Quasi nello stesso momento Driscoll guardò il suo avversario e disse “Il suo amico può andare se vuole ma, per lei, il destino era già stato scritto.”

Riprese fiato e continuò “Ho atteso troppo, non posso dimenticare il passato.”

Prendendo le carte in mano cominciò a mescolarle: pian piano ricordò i momenti in cui fare il croupier era stato il suo unico desiderio e capì che, alla fine, era davvero uguale a suo padre. Sarebbe morto, e l’avrebbe fatto giocando.

“Signor Driscoll” disse “lei voleva una partita, ma non l’ha avuta, almeno non come la intendiamo lei ed io.” 

“È vero, ma…”

“Che ne dice di un’ultima mano?” chiese, continuando a mescolare, “Carta più alta vince” concluse sorridendo.

Driscoll era sorpreso, non tanto dalla proposta, quanto dalla totale calma dell’uomo che stava davanti a lui.

“Se lei vince potrà uccidermi, altrimenti…”

“Capisco la sua idea, ma cosa ci guadagno io? La sua vita è già nelle mie mani.”

“Se non gioca continuerà a chiedersi fino alla fine dei suoi giorni se avrebbe vinto o meno, no?”

Driscoll sorrise, non con la bocca ma con gli occhi, e poi disse “Giochiamo.”

Appoggiò il mazzo sul tavolo e, con un gesto che aveva imparato fin da bambino, aprì le carte davanti a Driscoll.

“Prima lei.”

Con le sue dita grandi e sudate accarezzava l’aria, sembrava quasi che volesse leggere il dorso delle carte poi, con uno scatto, ne prese una e la girò.

Donna di fiori.

Proprio la carta per un finocchio pensò, mentre Driscoll rideva, mostrando la carta ai suoi uomini.

“Amico mio, la fortuna le ha davvero voltato le spalle” disse.

Con mano decisa il vecchio croupier prese una carta e, senza guardarla, la lanciò sul tavolo dicendo “La fortuna non esiste.”

Addio

Erano soli.

Carte e fiches buttate per terra dalla furia del signor Driscoll.

Eddie non era riuscito ne a parlare ne a muoversi mentre l’uomo, seguito dalle sue guardie del corpo, era uscito dal locale. Raccogliendo l’asso di cuori chiese “Come hai fatto?”

“Abbiamo giocato per tutta la sera con carte segnate, ho deciso che era arrivato il momento di approfittarne” poi si piegò per raccogliere una fiche da sotto il tavolo.

Eddie lo fissò senza parlare mentre lui usciva dalla sala per ritrovarsi di fronte all’alba più bella che avesse mai visto; l’amico lo chiamò da lontano “Dove andrai?”

“Vado a casa.”

“Ma tu non hai una casa.”

“Hai ragione, ed è per questo che vado via ora così, forse, un giorno la troverò.”

Sentì una risata roca e poi solo il silenzio dei suoi passi stanchi; senza girarsi alzò un braccio e disse “Ciao Eddie.”

La strada era lunga ma come al solito nessuno lo aspettava, quindi senza troppa fretta si diresse verso il nuovo giorno.

Sedendosi sul marciapiede Eddie si accese una sigaretta, fece una lunga tirata e, buttando fuori il fumo come fosse stato l’ultimo soffio della sua vita, disse “Addio, Frank.”

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