It’s a long way to the top: il suicidio non premeditato.

Ben sintonizzati ancora una volta sul programma “It’s a long way to the top…”! Qualcuno si sarà convinto che i capitoli precedenti sono ispirati da una qualche forma di nostalgia dei bei tempi del rock’n’roll. Inevitabile. Mi sono a lungo domandato su chi fosse il responsabile della fine del rock’n’roll. Ho cercato a lungo un capro espiatorio sul quale sfogare la rabbia accumulata per l’ascolto obbligato su ogni radio, sulla televsione, e in ogni locale delle deiezioni fecali che il nostro bel mercato discografico oggi produce.

All’inizio nel tentatvio di trovare un colpevole, mi rifugiai in una risposta banale. L’assassino era il mercato, pensai; il movente, non poteva essere altro che il denaro: i tempi del mercato sono veloci, gli artisti non sono più coltivati dai produttori o dalle case discografiche. Fine dei giochi, fine degli investimenti a lungo termine, fine della buona musica, sacrificata sull’altare del mercato, come tutte le altre arti. Costa meno una band che fa il pezzo dell’estate, la novità, il singolo, e poi via nel dimenticatoio, piuttoto che investire energie, tempo, e soldi per costruire una band che sopravviva alla indolente marea del consumismo. Insomma secondo il mercato non esistevano più “ascoltatori” di musica, ma solo “consumatori”. Tutto ciò è innegabilmente vero e maledettamente schifoso. E peggiora di anno in anno.

Poi mi resi conto che la risposta era troppo scontata. Chi ama il rock’n’roll tende sempre a prendersela col sistema, è una questione di DNA, col risultato che prima o poi il sistema ti mangia, ti digerisce, ti espelle e infine tira lo sciacquone. Decisi allora di non cadere nella trappola, e cercai una risposta diversa alla mia indagine. Provai la strada del suicidio. Chi uccise il Rock’n’Roll, fu l’espressione più popolare del Rock’n’Roll: i Guns’n’Roses e i Nirvana.

Perché? Perchè il Rock’n’Roll rappresentava un sogno. Qual era questo sogno? Quello di tutti i poveracci. Quello di tutti i rinnegati, i dimenticati dalla storia, dal mondo, dai ricchi, dalla politica, dalla società. Il sogno di chi non contava niente. Il sogno di poter arrivare sul tetto del mondo con il solo proprio talento. L’unica forma funzionante di meritocrazia. Il Rock’n’Roll è stato –insieme al calcio- la più grande e riuscita scala sociale della storia, che agisse in modo pacifico. Anche la guerra è una scala sociale, perché chi vince migliora radicalmente la propria condizione, ma implica violenza ed eliminazione fisica del nemico e di innocenti. Il Rock’n’roll invece no. Ha fatto sognare milioni di persone che ascoltavano e ha fatto scalare il tetto del mondo a quei pochi che avevano il talento (forse Kurt e Jim e Jimi e Janis e Bon etc., tornassero indietro, non lo rifarebbero, ma il loro destino loro lo sapevano perfettamente).

Ora, mi si dica, perché chi ha il talento non dovrebbe odiare il “mercato”? Io quelle facce incazzate degli adolescenti e degli adulti non disillusi, le comprendo, e sono dalla vostra parte. Anche se non ho il vostro talento, ho imparato molto del mio tempo ad imparare a riconoscerlo. Delle persone amo il talento, e odio quando non viene usato. E non venitemi a dire che sono un anarchico, perché almeno in questo frangente, sono perfettamente d’accordo con Gesù Cristo, a meno che non non si annoveri anche lui fra gli anarchici… (Matteo 25, 14-30).

Perché i Guns’n’Roses e i Nirvana? Perché erano i più barboni, e continuarono ad agghindarsi come tali fino alla loro espolosione (avete presente il cardigan sgualcito di Kurt nel celebre Unplugged?), per fare vedere quanta strada avevano fatto, da dove erano partiti. Da barboni a milionari (si pensi ai primi pezzi dei guns come Move to the City o Reckless Life del 1985 e al mitico Live at Ritz del’88 rispetto al video più costoso di sempre con ville e macchine superlusso come Estranged del 1993). Per farla breve hanno ammazzato la partita, hanno ammazzato (o avverato) il sogno. Chi sarebbe venuto dopo a cosa avrebbe potuto aspirare? Solamente a qualcosa di inferiore o –al massimo- di assimilabile.

Insomma, meglio cambiare strada.

E così andò. E da allora una depressione strisciante cominciò a percepirsi nella nuova musica. Un incapacità di dire senza esplicitare, di trovare nuovi riff, mischiare strumenti e suonare. Voci banali, tutte uguali, chitarre pallide e moribonde, ritmi di batteria da arresto cardiocircolatorio, linee di basso ridotte a quarti riempitivi, piani e organi sotto forma di tastiere elettroniche col suono androide.

Quanti hanno detto Rock’n’Roll is dead, forse avrebbero dovuto dire Rock’n’Roll has suicided.

Ma niente paura. Come ho scritto nelle puntate precedenti, sotto la cenere la brace è ancora accesa. Ci vuole solo un colpo di vento. E quando in pianura si alza il vento, vuol dire che sta per succedere qualcosa di inaspettato…

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