Eredità di sangue (di Baldoni Fabio)

(racconto tratto da IL SENTIERO DEI PADRI – racconto vincitore del premio letterario nazionale Città di Sassuolo 2006)

Ricordo che era lunedì, credo

Una pioggia leggera cercava di cullarmi, dentro ad un vestito insignificante che non mi apparteneva, affittato in un posto qualunque appena fuori Chicago, in quella primavera del ‘77.

Oggi sono morto e l’unica cosa che mi consola è che non rivedrò mio padre all’inferno: lui non credeva in Dio, credeva solo in se stesso.

È strano, ma spesso la vita comincia ad un funerale

Mi sono svegliato triste, per nessun motivo in particolare, ma mi piace essere imbronciato davanti ad un nuovo giorno. Mary era in bagno. Sicura e controllata anche nei gesti più semplici dava l’impressione di essere sempre un passo avanti agli altri, come chi ti osserva dall’alto, scuotendo la testa ad ogni tuo errore.

Mi faceva incazzare, perché sapevo cosa stava pensando: in ritardo anche per il funerale del padre. Davanti allo specchio, con i suoi gioielli e gli occhi ben truccati, stava preparando il solito rimprovero.

Cristo, era mio padre, vero. Ed è proprio per questo che non mi sono svegliato in orario: ormai non potrò mai più fargli pagare le sue colpe, nemmeno le mie, tanto vale almeno prendersi la soddisfazione di mancargli di rispetto per l’ultima volta.

“Tra mezz’ora saranno qui, alzati amore.”

Amore, quale amore? Sono sei mesi che non scopiamo.

Il fatto è che non sei più quella che ho conosciuto. No, in realtà sono io che sono sempre lo stesso, ed è questo il vero problema.

I cimiteri mi fanno sempre pensare a feste malriuscite: feste in cui vorresti andar via subito, ma c’è sempre qualcosa di inspiegabile che ti trattiene. Questa volta a trattenermi è lo sguardo ingenuo di questo giovane prete di provincia, tutto preso a dire belle parole per un uomo che non le ha mai meritate; della poca gente davanti alla bara è sicuramente lui il più commosso. Purtroppo le uniche due persone che hanno amato mio padre sono morte, tutti gli altri hanno trovato un buon motivo per non venire ed io sono qui solo perché non avevo niente di meglio da fare.

Finita la cerimonia mi ritrovo da solo, davanti a questa terra smossa, Mary si è allontanata con il prete, forse per lasciarmi il tempo di dire un inutile addio. Soltanto adesso mi rendo conto che i tre uomini che hanno seguito il rito in disparte si sono avvicinati in silenzio.

“Condoglianze, signor Resnick.”

È un signore anziano, ben vestito, accompagnato da due giovani pugili, almeno questa è l’impressione che danno i loro brutti musi e quelle spalle larghe.

“Grazie, signor?”

“Morris.”

“Era un amico di mio padre?”

“Diciamo che abbiamo fatto affari insieme.”

Affari? Mio padre da anni era dedito a due sole cose: fumare e masturbarsi, e non sempre in quest’ordine.

“Ora devo andare, la ringrazio per essere venuto.”

“Aspetti un momento, sono qui per parlare con lei, si tratta di suo padre.”

Sapevo che dovevo rimanere a letto questa mattina, ora dovrò ascoltare anche gli stupidi ricordi di un vecchio.

“Suo padre è morto di cancro?”

“Sì, ai polmoni.”

“Non potrebbe essersi suicidato?”

“Suicidio? E perché mai?”

“Sa, il cancro, la solitudine…”

Ci mancava solo la solitudine: mio padre non sopportava nessuno, cristo. È già tanto che io sia riuscito a venire qui, non posso ascoltare anche queste stronzate.

“Lo ha sentito negli ultimi tempi?”

“No.”

Cominciava a darmi sui nervi “Signor Morris, io e mio padre non eravamo molto legati; adesso devo andare.”

Ma quei due cazzo di pugili, senza dire una parola, non mi lasciavano andare.

“Sapeva che suo padre aveva dei debiti?”

Non risposi.

“Deve sapere che suo padre ha puntato forte negli ultimi tempi, tanto forte che ha perso anche quello che non aveva.”

Ora cominciavo a capire, ma solo una domanda mi rimbalzava nello stomaco “Cosa volete da me?”

“Quello che ci doveva suo padre, signor Resnick.”

“Quanto.”

“Quattrocentosettantacinquemila dollari.”

Merda! “Non ho tutti quei soldi.”

Non avrò mai tutti quei soldi, cazzo.

“Allora non disperi signor Resnick: rivedrà suo padre molto presto.”

Quelle parole mi colpirono prima nella testa e poi alla gola: non riuscivo più a parlare. Guardai i due giovani e poi il signor Morris, cercando nei loro volti una soluzione che da solo non riuscivo a trovare. “Ma…ci sarà pure qualcosa che posso fare…non voglio morire.”

Il vecchio sorrise e sibilò “Lei non ci crederà signor Resnick, ma sapevo che l’avrebbe detto.”

Uccidere non è poi così difficile di lunedì pomeriggio

Mary era in bagno. Indaffarata con il miscelatore della doccia che continuava a non funzionare a dovere.

“Domattina bisognerà dire qualcosa al direttore, caro.”

Certo, domattina: e chi ci arriva a domattina?

Vestito ancora come al funerale me ne stavo sdraiato, nelle orecchie le parole di quel vecchio pazzo.

“Certo che può fare qualcosa, signor Resnick.”

Non ero riuscito a dire una parola in macchina: Mary avrà pensato che finalmente avevo cominciato a sentirmi triste per il funerale.

“Se vuole ripagare il debito dovrà fare un lavoretto per me.”

Triste: cazzo non ho mai odiato mio padre come in questo momento.

“Una cosa molto semplice, signor Resnick.”

Anche da morto continuava a rovinarmi la vita.

“Domattina alla reception dell’albergo troverà una busta per lei: ci sarà una foto ed un indirizzo.” Sono sicuro che dal buio della sua tomba starà ridendo di me, soddisfatto per avermi rifilato anche l’ultima delle sue stronzate.

“Uccida quell’uomo ed il debito sarà ripagato.”

Non sono riuscito a dormire. Mi sono rigirato nel letto per tutta la notte, cercando un buon motivo per non farlo; ma se non ripagherò quel debito verranno a cercarmi e per me sarà finita.

Ho lasciato un biglietto: torno per cena, mi spiace per tutto. Ti amo.

Troppo malinconico e falso, lo so; ma se dovrò morire oggi, tanto vale lasciare almeno un bel ricordo a qualcuno.

Trovata la busta chiamai un taxi. Non osavo ancora aprirla, sperando che fosse tutto solo un crudele scherzo della mia mente. Andai a fare spese: una pistola non potevo permettermela, non sapevo nemmeno usarla; meglio un coltello mi dissi, e cosí lo comprai insieme al mio primo pacchetto di sigarette, in uno squallido supermercato alla periferia di Chicago.

Se non inizio ora quando lo potrò mai fare?

Poi aprii la busta.

Era piccola, semplice: dentro c’era la foto in bianco e nero di un uomo calvo, sulla sessantina, ed un indirizzo scritto a macchina sul retro. Nessun nome per fortuna. Era già così difficile, se avessi saputo anche il nome sarebbe stato impossibile non immaginare la sua vita: passato, presente e quel futuro, che stavo per cancellargli.

Il palazzo era in una zona tranquilla vicino al parco, sette piani di solido cemento che contenevano il mio domani; dovevo solo uccidere uno sconosciuto per poterlo vivere.

Era da poco passato mezzogiorno e speravo che fosse in casa per il pranzo. Per fortuna l’ingresso del palazzo era deserto e così salii, lungo le scale, fino al quarto piano: interno quattrocentosei, così recitava la foto.

Attesi cinque minuti davanti a quella porta muta senza sapere cosa fare, senza sapere cosa dire.

Poi bussai.

Passarono pochi secondi eppure mi sembrò un’eternità, ma non scappai, anche se era la cosa più giusta da fare. Il vecchio era in vestaglia, la testa ciondolante sul collo mentre trascinava i piedi dentro a ciabatte consumate dal tempo.

“Frank! Finalmente sei venuto a trovarmi, sapevo che non ti eri dimenticato di me.”

Chi cazzo è Frank?

Mi attirò a sé e con un gesto lento ma deciso mi abbracciò: il suo odore era di carne in putrefazione, dolce e acido allo stesso tempo. Mentre il suo corpo aderiva al mio sentii il peso del coltello che premeva contro il mio fianco, come una ferita che non poteva essere rimarginata.

“Siediti, vado a prendere qualcosa da bere.”

La stanza era piccola e piena di ricordi, con troppe foto alle pareti: testimoni silenziosi di una vita ormai in declino. Il vecchio tornò con un vassoio in mano, traballante quasi quanto lui, mentre cercava di offrirmi una birra chiara. Mi alzai e lo colpii così, senza dire una parola, con la lama che affondava nel suo torace: un rumore sordo di carne lacerata e poi quello, più forte, del vassoio che cadeva a terra. Quell’uomo che avevo appena conosciuto e ucciso si accasciò contro di me, gli occhi cercavano le parole giuste da dire, ma la sua bocca non emetteva alcun suono. Lo guardai cadere poi corsi in bagno, a vomitare la colazione che non avevo consumato. Dopo pochi minuti tornai nella sala e pensai che finalmente era tutto finito quando lo sentii sussurrare “Ti voglio bene Frank, ti voglio bene.”

Un pompino non è il modo migliore per dirsi addio

Continuava a tremare e a sorridere.

Cristo, mi sorrideva, e non voleva morire. Cominciai ad aprire i cassetti e a mettere sottosopra la casa, per simulare un furto, ma non riuscivo a non guardare quel corpo ancora attaccato alla vita.

Fu così che trovai la pistola: senza pensarci la presi e la puntai contro il vecchio “Muori cazzo!”

Lui sorrideva, tutto preso dalla sua follia senile, mi guardava e forse vedeva quel figlio che ormai l’aveva dimenticato.

E sparai.

Questa è l’ultima immagine che ho di quella stanza in decomposizione. Poi corsi, non so dire per quanto, cercando di scappare da me stesso. Vagai per strade che non conoscevo, fra visi che sembravano colpirmi come una silenziosa verità.

Il taxi si fermò davanti all’albergo.

Quando entrai nella camera Mary era sdraiata sul letto, fasciata nel suo tailleur nero, con una domanda stampata in faccia “Ti sembra questa l’ora di tornare?”

Ero sconvolto, non sapevo cosa dire e nemmeno se volevo parlare con qualcuno.

“Dove sei stato tutto il giorno? Ma guarda come hai rovinato il vestito!”

Mi sedetti per terra, con la schiena contro il muro; la ascoltavo con gli occhi mentre con la mente rivivevo ogni secondo di quella giornata.

“Allora, vuoi dirmi dove sei stato?”

Cominciai a ridere. Non so perché lo feci, più lei alzava la voce più io ridevo.

“Cosa ci trovi di così tanto divertente? Ti ho aspettato tutto il giorno senza sapere cosa fare: una noia mortale” e partì il suo schiaffo.

Era troppo.

Non che non avesse il diritto di farlo, ma in quel momento avevo bisogno di comprensione, non di un attacco. Così tirai fuori la pistola: lei mi guardò irritata, nessuna traccia di paura in quegli occhi truccati. “Dove l’hai presa?”

Con un gesto secco la colpii con la mano aperta, senza dire una parola. Adesso mi guardava come se non mi avesse mai visto prima; piccole lacrime scendevano su quelle guance tirate, mentre il labbro inferiore sanguinava lentamente. Era in ginocchio, bloccata in una posizione d’attesa, ma finalmente muta.

Mi sentivo forte, come mai lo ero stato in vita mia: quella pistola pulsava nella mano e dentro ai pantaloni; adrenalina liquida che volevo farle assaporare.

“Succhialo” dissi, allargando le gambe davanti al suo volto, e le puntai l’arma alla tempia.

Tremante ed insicura muoveva le mani su di me; erano mesi che non mi toccava, eppure sembravano passati anni. Con le dita scoprì il mio pene grigio ed umido, pochi ciuffi di pelo su una pelle troppo chiara. Godevo di quel potere, la sua bocca piena di lacrime e di me. Tenevo la pistola contro i suoi capelli, guidandola verso il mio desiderio di soffocare il passato dentro di lei.

Ma non venni: ero in piedi e non capivo il perché di quel mancato piacere. Il mio cazzo restava inerme, lei singhiozzava, cercando di smuoverlo da quell’inaspettato torpore. Poi alzò la testa, solo per un momento, e mi guardò: non c’era più terrore nei suoi occhi, solo compassione.

Era stato naturale ritornare qui, dopo quella giornata folle ed interminabile. Avevo lasciato l’albergo in fretta mentre Mary, accucciata in un angolo, aveva smesso di piangere. Non ero nemmeno riuscito a guardarla un ultima volta; avevo troppa paura di vedere me stesso dentro ai suoi occhi.

Camminavo nella luce morbida del cimitero cercando, in quel silenzio di solitudine infinita, l’uomo che ero stato. Davanti alla tomba di mio padre vidi una persona, mi dava le spalle ma sembrava aspettarmi. Era il signor Morris.

“Cosa ci fa qui?”

“Secondo lei, signor Resnick?”

Mi avevano seguito, che stupido a non pensarci.

“Sono venuto a congratularmi con lei, e per darle questa.”

Era una piccola busta.

“L’ultimo desiderio di suo padre, è giusto che lei lo sappia.”

“Ma…” che cazzo sta dicendo questo?

“L’uomo che ha ucciso oggi, signor Resnick, si chiamava Peters: Floyd Peters.”

“Non voglio sapere chi era…non voglio.”

“Ma deve.”

Non sapevo cosa pensare.

“È stato suo padre ad indicarmi lei per ripagare il debito, ed io ho colto l’occasione per togliere di mezzo un vecchio amico.”

Ero fuori di me: preso in giro sia da mio padre che da questo pezzo di merda in abito scuro.

“Non avrebbe dovuto farlo, me la pagherà!”

“Signor Resnick, non credo che in questo momento sia nella posizione migliore per minacciare qualcuno; oggi ha ucciso un uomo e mi basta una telefonata per rovinarle la vita.”

Ha ragione, ho ucciso un uomo: uno in più che differenza fa?

Presi la pistola dalla tasca della giacca e sorrisi “Adesso non ha più voglia di fare il furbo vero?”

Sentii nitido il colpo che arrivava alle mie spalle, poi più nulla. Naturalmente non era solo.

Gli assassini non tornano a casa

Avevo ancora fra le mani la busta, ora sporca del mio sangue. La aprii a fatica, mentre il dolore cominciava a mischiarsi con i pensieri che affollavano i miei ultimi istanti.

In una grafia incerta mio padre aveva scritto poche parole: sapevo che l’avresti fatto, sei sempre stato un idiota.

Quello che mi dava fastidio non era che avesse avuto ragione, ma che il suo ultimo pensiero fosse stato per me e, soprattutto, che questo mi facesse così tanto piacere.

Ma per fortuna cominciò a piovere: non avrei potuto sopportare di morire in una bella giornata, almeno non oggi.

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