CHINA POWER, capitolo parentetico 4 – Expo 2010 (parte 2)

TIMBRI, MON AMOUR

La settimana scorsa ho concluso il mio periodo lavorativo all’Expo. Ad ognuno è rimasto qualcosa: a me, un’esperienza di vita, un cinese quasi fluente, una lettera di referenza del direttore, amici dagli occhi a mandorla e spillette degli altri padiglioni regalatemi dai vip in visita. Ai cinesi, il ricordo di un italiano (uno dei pochi) che parla la loro lingua e alcune fotografie sfocate. Ai colleghi italiani, l’impressione di aver visto qualcuno aggirarsi per le sale svolgendo compiti misteriosi. Tutti contenti, dunque.

Inoltre, non ho restituito la card per accedere alla zona Expo (mi sembrava il minimo) così posso tornare là quando voglio per finire di vedermi con calma gli altri padiglioni.

Pochi giorni fa quindi sono stato al padiglione di Taiwan, ma prima di raccontare cosa è successo, bisogna specificare un paio di cose.

Per promuovere l’affluenza di turisti, i responsabili della manifestazione hanno prodotto una sorta di gadget, cioè un passaporto Expo sul quale collezionare timbri dei padiglioni visitati. Il che non sembra implicare niente di male. Dico sembra, perché i cinesi in realtà, specie quelli delle campagne, sono diventati malati. È una droga, è vitale avere il maledetto timbro, è irrinunciabile. Appena vedono il banchetto dei timbri, le persone ci si scagliano sopra dimenticando ogni dignità. Spingere, gridare e graffiare diventa normale e necessario; non è nemmeno importante dove viene fatto questo timbro, va bene qualsiasi supporto cartaceo (e non), mappe, quaderni, bloc-notes, mani e braccia, amici, figli. Anche la quantità non è più rilevante. Alcuni scaricano sul tavolo pacchi da 5 o 10 passaporti, timbrano più pagine. Perché tanta foga? Me lo sono domandato spesso. Come se non bastasse, questo rush confuso peggiora tragicamente in alcuni padiglioni. Qui, credendo di fare una furbata, i timbri sono lasciati sul tavolino in balia dei turisti, che se lo stampano da soli. Tuttavia, dopo che alcuni semplicemente si portavano a casa il timbro per oscuri feticismi, hanno cominciato ad assicurarli al tavolo con catene, corde, tagliole, laser eccetera. Oppure membri del personale molto sfortunati sono destinati a tempo pieno alla timbratura, al ritmo di 30 al minuto. Braccio destro peggio di un tennista nel giro di una settimana. La scena più stupefacente s’è verificata al padiglione olandese, uno di quei casi dove i timbri erano abbandonati sul tavolo. Accade che un cinese se ne impossessa per più di 5 secondi e il connazionale che gli sta accanto, scocciato da tanta arroganza, gli assesta un bel pugno in faccia, per poi saziarsi dello strumento salvifico. Fine dei patemi.

Una situazione del genere non si può spiegare dicendo solo “moda”. Ci doveva essere qualcosa sotto. Infatti pochi giorni dopo, parlando con un mio collega, venni a sapere che alcuni collezionisti giapponesi stavano comprando questi passaporti Expo (completi, è chiaro) per la cifra di 5000 renminbi! Per un cinese medio, questo è lo stipendio di due mesi, forse tre. Improvvisamente mi era chiaro cosa trasformava i turisti in belve.

Anch’io comunque ho iniziato a fare il cacciatore di timbri. Non con l’idea di guadagnarci, sia chiaro. Era solo per integrarmi, perché il passaporto Expo è diventato da queste parti un argomento di conversazione. Quando conosci una persona all’Expo, parlando del più e del meno, discuterai dei mondiali, dei tuoi studi, di quali sono i tuoi ristoranti preferiti in città e di quanti timbri hai.


Quindi dopo aver visto il padiglione di Taiwan, mi sono diretto al banchetto per farmi stampare il passaporto e… cos’è successo? L’ho aperto alla pagina 1 dove avevo i timbri di Hong Kong, Cina e Macao. L’addetta, guardandomi male, si è rifiutata di timbrare! Ho insistito per un po’ e alla fine la ragazza mi ha strappato il passaporto di mano, l’ha sfogliato e ha timbrato a pag. 44, UNITES STATES of AMERICA. Grazie. Poi i suoi colleghi mi hanno accompagnato all’uscita.

Che la questione Taiwan sia così sentita quaggiù, non è un mistero. In ogni caso i cinesi della RPC non ci stanno a pensare neanche un secondo: Taiwan è Cina, punto e basta. Le cartine ufficiali infatti includono l’isola entro la giurisdizione della mainland senza ambiguità. Per come la vedo io, però, la faccenda meriterebbe un approfondimento, ma per ragioni di spazio lo rimando al prossimo articolo. Nel frattempo, andrò a farmi qualche altro timbro, solo il tempo di comprami un casco e un bastone con la punta elettrica, dannazione.

Gabriel deMelant, Shanghai (ancora per poco purtroppo)

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