Il Mostro

Di fronte alla mia roulotte, nel campeggio a Jesolo, ce n’era un’altra molto piccola, abitata da un uomo peruviano sui cinquant’anni. Un pomeriggio è arrivata una ragazza. Mi ricordo bene della prima volta che l’ho vista: pioveva a dirotto e faceva parecchio freddo per essere ai primi di agosto, e lei indossava una gonna  e dei sandalini minuscoli. Aveva un viso e un’espressione assolutamente anonimi.

Capelli chiari color sabbia, occhi azzurro grigio nascosti da un paio di occhiali da vista, labbra sottili.

Quando mi sono presentata lei mi ha sorriso molto timidamente e con una voce sottile sottile mi ha detto il suo nome, Isabella; ha aperto la porta della roulotte ed è entrata, chiudendola immediatamente alle sue spalle.

La vedevo di rado, solitamente usciva quando l’uomo peruviano se ne andava al lavoro e lei stava sulla soglia a fissarlo, muta. Ho immaginato che fosse il suo compagno, anche se lei pareva molto più giovane di lui. Lui era un tipo molto scontroso, lei timidissima. Era ungherese e non sapeva una parola di italiano, parlava  solo un po’ di spagnolo,  e quelle poche volte che ci rivolgevamo la parola tentavo di farmi capire con il poco spagnolo che so.

La vedevo sempre sola, o chiusa nella roulotte o intenta a cucinare per il suo presunto compagno.

Un pomeriggio ero seduta al tavolo sotto la veranda a sgranocchiare pringles e l’ho vista, ancora una volta da sola. Le ho fatto cenno di avvicinarsi e poi le ho offerto una sedia. Lei si è seduta molto lentamente, giocherellando con i capelli. Le ho offerto una pringles e lei mi ha sorriso e l’ha presa. Non dicevamo nulla, stavamo nella silenziosa compagnia dell’altra, ma era piacevole. In quel momento è arrivato un amico del suo compagno, con due buste piene di bottiglie di birra. Le ha appoggiate fuori dalla roulotte e ha biascicato in spagnolo qualcosa del tipo “Stasera si fa festa”.

L’espressione di lei si è immediatamente rabbuiata e ha cominciato a fissare torva le bottiglie di birra. “Non mi piace” mi ha detto in spagnolo guardandole. E io “nemmeno a me..”.

Lei mi ha guardata con uno sguardo spaventato: “Lui diventa… violento. Quando beve.”

Mi sono bloccata. “Come?”

Ha cominciato a parlare a bassa voce. “Io devo stare sempre attenta. A quello che faccio, a quello che dico, tutto. Io… Io non posso andare in bagno senza il suo permesso..”

L’ho guardata, scioccata.

“Lui mi ha mentito. Aveva detto che mi amava, che voleva passare la sua vita con me. Diceva che era giovane, ma non era vero. Io ho 27 anni, lui diceva di averne quaranta, invece ne ha cinquanta”

L’ho guardata, in silenzio, per darle il tempo di proseguire.

“Ci siamo conosciuti qualche anno fa, io vivevo ancora in Ungheria. Lui era… così diverso. Era dolce e gentile, e diceva di amarmi. Mi chiamava sempre, mi scriveva poesie. Mi ha fatto tante promesse… Che non ha mai mantenuto…”

“Sei venuta in italia… per lui? E hai imparato lo spagnolo perché è la sua lingua?”

“Sì”

Non sapevo in che modo risponderle, me lei senza aspettare che aprissi bocca ha continuato a raccontare.

“Diceva che in Italia sarei stata bene. Diceva che poteva trovarmi un lavoro senza problemi. Sono venuta qui perché ci credevo.

Io lo amo. Ma lui no, lui dice di sì, ma non è vero. Lui è…crudele. È violento, spietato, immorale. Io sono una donna che vive nella moralità – e mentre lo diceva teneva le mani strette al petto – lui no. Lui vive nella immoralità. Lui mi usa… è solo per il sesso che mi tiene ancora con sé. Sa che io non ce la faccio a…”

Abbiamo sentito dei passi, e l’ho visto ritornare. Lei senza dire una parola è corsa dentro la roulotte e si è chiusa dentro.

Io ero scioccata.

Dopo un paio d’ore l’uomo è uscito per andare al lavoro. Piano piano la porta della roulotte si è aperta, e lei è uscita a lavare i panni. Quando è tornata si è messa a stenderli. Aveva un’espressione disperata.

Sono andata da lei, preoccupata. Le ho offerto un bicchiere d’acqua. Lei senza dire una parola l’ha bevuto e dopo avermi ringraziata è scoppiata a piangere.

Non sapevo cosa dire per farla stare meglio, così l’ho fatta sedere e le ho stretto la mano. Lei mi ha guardata e tra le lacrime ha ricominciato a parlare, senza preoccuparsi del fatto che io per lei ero una semisconosciuta, senza pensare, istintivamente.

“Lui… lui mi vuole costringere a dormire con quel suo amico. Perché gli doveva un favore. Non vuole dei soldi, lui vuole guardare.” Singhiozza. “Io non sono una prostituta. Lui forse vorrebbe, ma io non lo sono e non lo sarò mai. Lui è malato. Ha detto che se avessi raccontato queste cose a qualcuno me l’avrebbe fatta pagare”

Mentre parlava stringeva la mia mano.

“Ti prego, non dirlo a nessuno, nemmeno a tuo padre. Lui non deve sapere che ho parlato con qualcuno. Lui non vuole che io parli con nessuno. Se parlo con degli uomini è geloso e si arrabbia e mi fa del male, ma tu sei una ragazza, anche se vede che parliamo forse non dice niente, perché tu non puoi fare nulla di male per lui, capito?”

“…Sì. Isabella, tu devi fare qualcosa. Non puoi permettere che ti rovini la vita in questo modo. Denuncialo, chiama la polizia, qualcuno!!”

“Non posso. I documenti, non sono a posto… Se li chiamo passerò dei guai”

Ho cercato di farla ragionare, per quanto in quel momento la situazione mi sembrasse assurda.

“Isabella, per favore, non puoi stare con lui. Non hai amici, fratelli o sorelle che ti possono dare una mano?”

Le lacrime erano scomparse, era più tranquilla. Penso che parlare con qualcuno e sfogarsi, dire quelle cose che prima si teneva dentro, l’avesse fatta stare meglio. Si è messa a raccontare della sua famiglia, del padre che stava male e della sorella che era a Roma. Dei pochi soldi della famiglia. Di un amico, che era in Germania, ma che se lei fosse riuscita a contattare forse l’avrebbe aiutata. Sorrideva quando parlava della sua vecchia vita, prima del mostro. Io le facevo domande su di lei, su quello che faceva in Ungheria, su come aveva fatto ad imparare solo lo spagnolo e non l’italiano, pur stando Italia. Lei parlava tantissimo, ogni tanto rideva.

“E’ così bello poter parlare. Lui non vuole che io parli, mai. Mi dice ‘devi parlare solo quando io te lo chiedo’.  Tu invece mi ascolti.

Si era fatto buio, le ho chiesto se le andava di cenare con me. Lei ha annuito con un sorriso.

Dopo la cena mi ha chiesto, titubante:

“Io.. potrei usare internet? Lui quando mi lascia sola porta sempre con sé il mio portafogli e quando ritorna controlla sempre il mio cellulare. Non vuole che mi avvicini ad un computer perché teme che io possa contattare qualcuno.”

“Certo che puoi usare internet. Quanto ne hai bisogno. Qualsiasi cosa io possa fare per aiutarti, tu non esitare a chiedere”

“Io proverò a contattare il mio amico in Germania… Grazie.”

Dopo quella serata passata insieme a parlare, ogni volta che l’uomo che la costringeva a restare con lui mi passava davanti provavo il più profondo disgusto. Di giorno lei stava nella roulotte, come sempre. Ogni tanto però apriva la porta, mi guardava e mi sorrideva. Quando lui usciva per andare al lavoro lei tirava un sospiro di sollievo e spalancava la porta, usciva, preparava da mangiare in attesa che lui ritornasse. Viveva aspettando il suo ritorno, non poteva stare senza di lui, anche se lui la umiliava e sfruttava, se ne rendeva conto.

Un pomeriggio sono andata da lei.

“Domani mattina parto, ho avuto dei problemi a casa e devo tornare subito a Modena.  Volevo salutarti..”

Lei mi ha guardata sorpresa, e mi ha chiesto se andava tutto bene.

“Tranquilla, nulla di grave!”

“Sono riuscita a contattare il mio amico. Lui per ora non riesce ad aiutarmi… però i primi di settembre me ne vado. Scappo”

Ero contenta di vedere che stava trovando il coraggio per lasciare il mostro. Mi ha chiesto se più tardi le potevo prestare il portatile per rispondere alla mail del suo amico. Io le avevo promesso che appena avessi visto che lui se ne andava glielo avrei portato, così avrei anche approfittato per salutarla.

Era scesa la sera.

Sono uscita con il portatile tra le mani e ho bussato alla porta della sua roulotte. Strano, dentro era buio. L’ho chiamata, non rispondeva, non c’era. Eppure aveva detto che mi avrebbe aspettata.

Non l’ho più vista. Il mattino dopo sono partita per tornare a casa. Non so perché non ci fosse stata. Non ho fatto altro che chiedermi se avessi potuto fare di più, se avessi dovuto parlare con qualcuno nonostante la promessa di non farlo. Non avevo nulla di lei, né il numero di telefono, né una mail, nulla. Ero terrorizzata al pensiero che non ce l’avesse fatta, che fosse rimasta con lui.

Poi, un giorno di settembre, ho telefonato a mio padre, rimasto a Jesolo per lavoro.

Dopo qualche chiacchiera gli ho chiesto se i vicini di roulotte c’erano ancora.

Mi ha risposto di sì, che quell’uomo era ancora lì.

“E Isabella, papà? Quella ragazza che stava con quel tizio? C’è ancora?”

“Ah, si, quella ragazza strana. No, lei non c’è più… Un mattino l’ho vista con le valigie, penso se ne sia andata. Sì, un paio di settimane fa. Non è più tornata.”

Ce l’aveva fatta.

Valentina Camac

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Una risposta a “Il Mostro

  1. Purtroppo quella della violenza sulle donne è una storia sentita e risentita. Una storia che leggiamo in mille salse diverse, e che dovrebbe sempre stupirci.
    Ciò che ancor più dovrebbe stupirci, è che non c’è bisogno di andare lontano per trovare quel tipo di storie.
    Spesso basta dare un occhio alla vicina di casa. O di roulotte.

    Bel pezzo, vale!
    E ancora meglio il lieto fine. 🙂

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