Transmongolica: tre emiliani nel deserto dei tartari – seconda parte (di Francesco Tassi)

(segue dalla prima parte)

 

III stazione: Mongolia: le Olimpiadi di Gengis Khan

Poco importa, ormai siamo in Mongolia: per accorgersene è sufficiente gettare uno sguardo all’oscurità totale che ammanta il treno, non un lume per centinaia di chilometri. Questa è la Notte della steppa, che fa riformulare il concetto di buio ad ogni sedentario abitante di città. Ulaan Baatar è ormai prossima e Mosca è già un ricordo lontano, distanziato da cinque lunghi giorni di viaggio. Al fatidico arrivo, ci accorgiamo  con un pizzico di delusione che la banchina della stazione non è affollata da schiere di arcieri nomadi in arcione, come ci figuravamo i mongoli nelle nostre fantasie nutrite da letture storiche e fumettistiche (da leggere “Corte sconta detta arcana” di Hugo Pratt).  Sono alcune ragazze vestite occidentalissimamente le prime a rivolgerci la parola, in inglese accademico, mentre ci porgono educatamente volantini con gli indirizzi di alloggi per turisti e offerte di “escursioni avventurose” per la steppa, da pagare profumatamente in dollari.

Pare che il trionfante modello capitalistico abbia appiattito la diversità anche in Mongolia, deludendo la nostra sete di esotismo, figlia di quella stessa globalizzazione omogeneizzante che ha esportato per tutto l’ecumene il modello-stampino della città globale, non più caratteristica di un luogo, ma sigillo di un epoca. Ma appena al di fuori della fangosa, scomposta, raccogliticcia capitale, che raccoglie più di metà della popolazione dell’intero paese, siamo costretti a ricrederci all’improvviso: dov’è finita la città? Dov’è sparita l’umana civiltà e il frutto dei suoi lodevoli progressi: le luci al neon, la puzza di benzina, gli irish pub e i palazzoni-formicaio sovietici? Tutto ciò che consideriamo rappresentativo del paesaggio della Terra addomesticata dall’uomo, è scomparso, come dissolto in un mare verde  e silenzioso.

La steppa è sterminata, ondulata, incredibilmente vuota. La punteggiano qua e là  piccole tende circolari, chiamate yurte in tutta l’Asia eccetto che qui, dove prendono il nome di gher , circondate  da mandrie di cavalli e greggi. Un forte vento, che non trova alcun ostacolo roccioso o vegetale alla sua corsa, la accarezza spietatamente. Il monumento di Genghis Khan, un “soldatino” di metallo luccicante, raffigurante l’archetipo del nomade guerriero, è alto 60 metri e si erge dalla steppa, dominando sul panorama desolato, colossale memoriale dell’unificatore dei bellicosi clan mongoli e conquistatore dell’impero più vasto del mondo. Il più celebre dei Khan è morto più di ottocento anni fa, ma in Mongolia sembra oggi più vivo che mai: tutto parla di lui. Il suo nome, diventato marca dopo la transizione al capitalismo del paese negli anni ‘90, campeggia su pressoché ogni oggetto e genere di consumo, dalle magliette alle macchine, alla vodka (migliore di quella russa!). Per non parlare del suo volto baffuto e pacioccoso, che compare in trasparenza su tutti i tagli  della moneta nazionale, il tohgrok.

I mongoli trovano in lui un modello esemplare: Genghis Khan fu certamente un massacratore, com’era d’uso ai suoi tempi, ma dimostrò al mondo che un popolo di pastori nomadi, se uniti insieme dalla stessa salda volontà e dalla fiducia nel loro leader, poteva conquistare il mondo con i mezzi più umili e quotidiani: un arco da caccia e un cavallo.

Anche a noi viaggiatori, pare che questo popolo oggi schiacciato fra i due opprimenti giganti dell’Asia, la Russia e la Cina, non abbia perso l’antico ardore e lo spirito indipendente dei nomadi.  Dopo la fredda insofferenza ostentata da molti russi nei rapporti formali con gli stranieri, ci sembra di aver fatto finalmente ritorno in un paese civile e ospitale, dove chi ci incontra,  per quanto separato da una barriera linguistica insormontabile, sorride e spesso ci stringe la mano.

Non siamo giunti qui in un momento casuale: questa settimana, la terza del mese di luglio, si festeggia il Naadam, la principale festività nazionale, nella quale si celebra la liberazione del paese dalla dominazione cinese ed insieme l’identità del popolo mongolo, legata alla steppa e alla tradizione nomade. Il Naadam infatti è anche e soprattutto un grande torneo olimpico, seguito da tutta la popolazione e celebrato in ogni città e paese, in cui gli atleti si sfidano nelle tre tradizionali abilità mongole:  la lotta, il tiro con l’arco ricurvo e l’equitazione. In questi giorni di festa ogni città e paese si colora delle bandiere nazionali rosse e blu e dei luminosi ed elegantissimi deel, i lunghi abiti tradizionali, chiusi sulla spalla sinistra e cinti dagli uomini con una cintura di cuoio e dalle donne con una fascia sgargiante. In questa settimana, nel grande stadio di Ulaan Bataar, come nelle piccole arene dei paesi dispersi nella steppa, i mongoli si sfidano in questo triplice agone, con la forza dei loro muscoli, la precisione dei rigidi archi e la velocità dei cavalli bassi e tarchiati, cavalcati senza sella da fantini fanciulli. In un paese grande cinque volte l’Italia, ma con poco più di due milioni di abitanti, questi cavalli sono i veri protagonisti della vita quotidiana. Alcuni scorazzano ancora in mandrie selvagge per gli sterminati spazi della steppa, catturando gli insulti degli autisti a cui talvolta bloccano la strada.

Dopo aver vissuto in una yurta mongola in mezzo a un parco naturale, aver guidato al pascolo un gregge insieme a un pastore nomade, ed aver assaggiato lo yoghurt appena prodotto  da una famiglia di generosi nomadi, noi tre emiliani, appagati delle avventure vissute,  ci prepariamo al traumatico ritorno nello Stivale. Ma questa terra così lontana e così diversa, che questa immersione nel Far West dell’Estremo Oriente ci ha permesso di scoprire, resta con noi, impressa indelebilmente nel cuore e nella mente.  Come un prezioso tesoro sottratto, portiamo la Mongolia con noi. Ma anche noi abbiamo lasciato là qualcosa di nostro.  Qualcosa di liquido. Forse è il contrappasso della nostra fame di esotismo, forse il prezzo da pagare per la nostra immersione nell’Alterità. Forse, semplicemente, un intossicazione alimentare, provocata dai freschissimi latticini offertici dai pastori in segno di ospitalità  che i nostri stomaci “etnocentrici” non hanno saputo apprezzare. Ma ciò che importa è che ora la steppa rechi il segno del nostro passaggio e che al nostro  ritorno in Emilia, piangeremo di gioia al profumo di un piatto di tortellini.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...