Crisi e responsabilità degli amministratori pubblici

Qualcuno dei soliti “antipolitici” – come me insomma – potrebbe uscirsene facilmente con una battutina sul fatto che, ormai, politici e responsabilità siano un ossimoro.

Tuttavia in queste mie prime righe su questo blog voglio peccar d’eccessiva fiducia nella classe politica e pensare che, nonostante lo sbraco a cui assistiamo quotidianamente, esista ancora una larga maggioranza di amministratori interessati al bene comune. Forse trattasi di una razza in via d’estinzione, ma non dubito che, almeno nei piccoli e medi comuni, sopravviva una classe di amministratori pubblici capaci di lasciare i dettami del partito e le operazioni di bassa macelleria politica fuori dall’uscio, per concentrarsi esclusivamente nel lavoro di spettanza: governare il proprio Comune.

Quello di cui voglio parlare è il particolare e delicato compito che spetta a questi gestori della cosa pubblica in un momento delicato quale quello coincidente con una dura crisi economica, lasciati pressoché soli davanti ai suoi effetti non solo economici ma soprattutto sociali (anche se, com’è noto, i fenomeni economici sono semplicemente una particolare manifestazione di quelli che più ampiamente vengono definiti sociali), e alle prese coi durissimi tagli del governo centrale, che non si preoccupa molto dell’impennata degli sfratti, dei mutui insoluti, delle cifre sulla disoccupazione ma trova tutti i miliardi necessari per acquistare i nuovi aerei militari eurofighter e tutto il tempo necessario per risolvere i guai giudiziari di mister B.

Perché penso che gli umili “amministratori di campagna” abbiano un ruolo decisivo nel far fronte alla crisi? Che mai potranno farci se già prima i servizi sociali e assistenziali facevano acqua da tutte le parti? Lo penso per il semplice motivo che essi sono il primo anello della catena che, teoricamente, collega cittadini e governanti di ogni livello e porta il comune sentire dei primi ai piani alti che, sempre teoricamente, dovrebbero tenerne conto.

Un sindaco il cui ufficio si affaccia sulla piazza del paese dove al mattino si tiene il mercato e al pomeriggio, ai crocicchi, gli anziani parlottano e i bambini giocano o un consigliere che toglie al suo impiego al negozio di alimentari o all’officina sottocasa il tempo per partecipare ai lavori consiliari, sono i politici più d’ogni altro a contatto con la popolazione – della quale fanno parte integrante, a differenza degli alti papaveri estraniati dalla vita del volgo – e perciò in grado di leggerne la situazione e coglierne le aspettative, partecipando attivamente alla formazione del comune sentire grazie al loro naturale inserimento nella vita della comunità.

Ciò, sommato al loro ruolo di primi amministratori del territorio, che gli attribuisce responsabilità, e quindi poteri forse non primari, ma certamente importanti, in campi quali l’istruzione, l’assistenza (ad anziani, disoccupati, giovani…), la pubblica sicurezza ecc. ne fa, usando una metafora militaresca, l’equivalente degli ufficiali in prima linea, che con loro esempio e operato contribuiscono a tenere alto il morale e l’operatività della truppa, a guidarla nei compiti troppo particolari perché i generali possano metterci becco.

Ecco perché in una situazione come quella attuale sono, a mio avviso, i sindaci e i loro collaboratori i primi a doversi accorgere del momento esatto in cui i danni che seguono una crisi finanziaria cominciano a manifestarsi, traslandosi, nella “realtà” (cioè coi problemi già accennati, sfratti, disoccupazione, sacche di degrado e povertà crescenti…). E hanno la possibilità di farlo ben prima degli economisti e dei politici alle prese con sterili dati macroeconomici.

Proseguiamo nel ragionamento. Va da se che un amministratore ha, in condizioni normali come in tempi bui, un compito importante: tenere unita la sua comunità, impedire la nascita di contrasti tra le sue componenti facendo opera di mediazione tra parti sociali e prevenire il venir meno dei rapporti di solidarietà e collaborazione tanto più facilmente presenti in piccole comunità “paesane”. Purtroppo in ogni crisi economica che si rispetti, una delle conseguenze più nefaste è l’acuirsi del conflitto sociale, la lotta tra poveri e tra coloro che poveri non vogliono diventare, la lotta dei penultimi contro gli ultimi, la ricerca fanatica dell’untore. In altre parole, negli ultimi due anni la caccia all’immigrato ha ormai raggiunto livelli d’allarme, e non solo in Italia, se guardiamo ai tristi risultati elettorali europei che vedono in salita un po’ ovunque quella che Giorgio Bocca descrive, guardando al nostro paese, come la marea neonazista.

Cosi, il nostro sindaco del paesello si trova a far fronte ad una dilagante povertà che a coloro che poveri lo erano già (immigrati e qualche italiano) aggiunge i benestanti decaduti (italiani), e a risorse sempre minori per aiutare entrambi. Il difficile compito consiste quindi nel mobilitare tutte le energie e le risorse per tenere assieme questo corpo sociale, per calmare questa miscela esplosiva prima che raggiunga il punto di non ritorno. Sopra ogni cosa, il nostro sindaco, che rappresenta tutti i cittadini ed è il primo rappresentate dello Stato sul territorio, farà attenzione a non prendere sfacciatamente le parti di alcuni cittadini contro altri.

Ho voluto scrivere queste brevi riflessioni per tentare di convincermi che le cose dovrebbero andare in tal modo, nonostante la realtà propini ogni giorno esempi contrari che fanno vacillare le mie sicurezze.

Non in tutta Italia troviamo amministratori cosi illuminati infatti… Dal profondo nord si susseguono da tempo voci allarmanti di cacce alle streghe, operazioni di pulizia etnica a bassa intensità, ostilità selvaggia contro il “diverso”.

Il famigerato Comune di Adro è l’archetipo perfetto di ciò che intendo. Una piccola comunità con alta percentuale di immigrati in una terra fortemente colpita dalla crisi e un sindaco che qualcuno ha definito bonariamente “folkloristico” (ma anche più volte inguaiato con la legge). In questa comunità abbiamo un amministratore la cui soluzione alla crisi è tutta qui.

Si parte dalla negazione dei pasti ai bambini, soggetti facilissimi da colpire, bersaglio quindi privilegiato per i vigliacchi, e si procede di questo passo. Il contesto di allarme sociale farà si che i benpensanti se ne stiano zitti e che il consenso sia alto mentre si attua una sfrenata aggressione nei confronti di quella parte della comunità che si è deciso di usare come capro espiatorio, sulla quale gettare tutto il peso della crisi. Sacrificarne 10 per salvarne (forse) 100. In guerra può esser lecito, ma non siamo in guerra.

Siamo alle prese con amministratori, Oscar Lancini è solo uno dei tanti, che hanno deciso di fomentare lo scontro e la macelleria sociale per far distogliere lo sguardo dalla propria incapacità di trovare soluzioni civili. Ma è appunto solo uno dei tanti che negli ultimissimi anni hanno scelto questa strada.

Tuttavia, come scrivevo all’inizio, voglio esser sicuro che stiamo parlando di una minoranza urlante, di un eccezione che conferma la regola. Anche se l’evolversi della situazione mi fa pensare a un non lontano capovolgimento di questo detto.

*Ad Alessandro Marmiroli

va il più caro saluto e ringraziamento

di tutta la redazione del Rasoio

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