Trenitalia, prima classe

Anche un semplice viaggio di piacere in treno può trasformarsi in un incubo, e darci molto tempo per riflettere sulla situazione di questo paese, diventandone, il treno, col passare delle ore quasi una metafora.

Domenica mi trovavo di ritorno da un week end con amici a Roma, nel pomeriggio alla stazione Termini comincia la nostra Odissea.

 

Roma. Stazione Termini

 

Cerchiamo un normale ed economico Intercity per rientrare ma le biglietterie automatiche ci mostrano che da li partono quasi esclusivamente degli Eurostar, le cosiddette frecce rosse vanto delle ferrovie italiane… Me l’aspettavo perché essendo pendolare da ormai 5 anni mi ero accorto da tempo della nuova strategia di Trenitalia: abbassare al massimo la qualità del normale servizio ferroviario per spostare giocoforza i viaggiatori sui costosissimi nuovi treni ben più lucrosi.

Non ci rassegniamo, e piuttosto che piegarci al ladrocinio facciamo un biglietto per un Intercity, ovviamente essendocene ormai pochi in giro è pieno fino al tetto e dobbiamo rassegnarci alla prima classe, in piedi dato che è imballata pure lei. Prima sorpresa-si-fa-per-dire: costa come star seduti, e non è possibile neanche stare in piedi almeno in seconda classe perché il computer afferma che anche i posti in piedi li sono esauriti. Seconda sorpresa saliti in carrozza: in prima classe non ci sono nemmeno le seggiole a scomparsa lungo i corridoi che tanto spesso vengono in appiglio delle ginocchia del povero viaggiatore, massacrate da ore di viaggio in piedi.

Ci accomodiamo all’inizio del treno fuori dal corridoio, nell’intermezzo tra una carrozza e l’altra, davanti a noi solo la locomotiva, la carogna di un volatile morto è incastrata negli ingranaggi che lo tengono spiaccicato contro il vetro della porta.

Ci mettiamo comodi, chi in piedi a legger il giornale, chi seduto a scrivere e chi dopo un po’ sdraiato a dormire. Ad un’ora dalla partenza il tutto assume l’aria di un bivacco di fortuna assieme al resto dei corridoi del treno, invasi da centinaia di anime rassegnate al deprimente e scomodo viaggio che le attende. Andare in bagno partendo da metà carrozza è un percorso ad ostacoli, ma almeno dalla nostra parte il problema è presto risolto. Il soffitto del nostro bagno infatti dopo un po’ comincia ad innaffiare gli utenti, e trattengo a fatica le risa vedendo gente uscire con le gocce che gli svolazzano via dalla testa. Poco dopo cede un altro tubo anche nell’intermezzo dove siamo accampati, o forse il condotto dell’aria condizionata, e anche li un po’ di persone beneficiano di una doccia compresa nel prezzo del biglietto di prima classe.

Dico altra gente, perché nel frattempo col passare delle stazioni il treno, ben lungi dallo svuotarsi, continua a raccattar passeggeri che non si rassegnano alla dittatura degli Eurostar. I corridoi all’ingresso in Toscana sono ormai un girone dantesco che esplode in sommesse imprecazioni e accidenti più o meno velati al passaggio del carretto-bar che obbliga i passeggeri a schiacciarsi contro le pareti.

Le necessità fisiologiche incombono e vado in bagno, un altro ovviamente, e fatto il necessario mi azzardo a concedermi il lusso di lavarmi le mani. Illusione, il rubinetto sputa poche gocce e poi si ferma, li. Dal soffitto della prima carrozza intanto l’acqua continua a piover giù abbondante con aria beffarda.

 

Ogni viaggio sugli Intercity 583, 586, 587, 590, 594, 597 è un'Odissea

 

Fermata prima di Firenze, sale una ragazza, spalanca gli occhi e fa “bellina la prima classe di Trenitalia”. Oltre le cascate, davanti a lei un groviglio di corpi ammassati un po’ in piedi e un po’ mezzi sdraiati.

A Firenze i fumatori non ce la fanno più e scendono per una sigaretta, ma la sosta è breve e i più devono risalire con la cicca in mano. Chi si infila nel bagno (evitando l’acqua) e chi spalanca le finestre col capotreno che acconsente, il viaggio riprende. Il cartello “vietato fumare” resta li appeso sopra le teste, dopo un po’ la fumana è cosi densa che non quasi non distinguo più le lettere… Ma per fortuna il fumo non mi da troppo fastidio, e poi è da un’ora che mi alzo e mi siedo di continuo per far passare altre persone e ormai ho cominciato a dormicchiare in piedi, ignorando il prossimo e scambiando solo mezze parole coi miei due compagni.

Il capotreno aveva promesso di mandare qualcuno a Firenze a togliere l’uccello morto, ma non si fa vivo nessuno.

Ci manca solo il canonico ritardo degli italici treni, ma per qualche scherzo del destino, o più probabilmente per un momento di pietà della dea sfiga ci viene risparmiato, o meglio contenuto in un solo quarto d’ora. Essendo questo il ritardo standard che prendo sulla tratta Reggio Modena, venendo ora da Roma non ci faccio neanche caso. Arrivo a Reggio, il sottopasso della stazione mi è da tempo famigliare, una cloaca che con la pioggia si allaga sempre e ci si tiene in piedi a fatica.

Il mio viaggio nella prima classe di Trenitalia si conclude alle 21.30 in una piovosa serata reggiana.

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