Perché manifestare?

Venerdì 8 ottobre 2010 si è svolta la Manifestazione Nazionale contro la distruzione della Scuola Pubblica. In tutte le città d’Italia piazze gremite di studenti, che hanno fatto sentire la loro voce attraverso cortei, slogan e cori, per tutta la mattinata.
La domanda che spesso si sente fare (o si fa) è “Perché manifestare?”
Perché perdere il proprio tempo, saltare un giorno di scuola e andare in piazza? Tanto quelli che stanno là a governare non assistono e soprattutto se ne fregano di quello che facciamo noi. Tanto i metodi per cambiare le cose non sono mica questi! Non serve mettersi in mezzo a una strada a gridare… Così non si va da nessuna parte, non cambia niente… Noi non siamo in grado di fare qualcosa di concreto per cambiare le cose, meno che mai modificare un decreto che ormai è già stato approvato. Giusto?

NO.

Partiamo dal “fare qualcosa di concreto”: cosa c’è di più concreto che unire centinaia di persone accomunate dalle stesse idee in una piazza e dare loro la possibilità di parlare? Persone che non vengono a vendere le loro bandiere, che non sbraitano slogan di nessun partito, che non sono altro che studenti, uniti dalla volontà di sapere, prendere parte a ciò che li riguarda, a ciò che in definitiva è la loro vita.
Troppo spesso la gente se ne sta in silenzio tenendo per sé le proprio idee, troppo spesso non si presta attenzione alle parole degli altri, troppo spesso ci chiudiamo nel nostro guscio fingendo che ciò che accade intorno a noi non ci riguardi. La storia del “non cambia niente, non serve a niente, non ha senso” è solo una banalissima scusa, che lascia trasparire una grande e triste verità: chiudere gli occhi spesso è molto più facile di stare a guardare mentre ci distruggono la strada sotto i nostri piedi.

Ma questo non vuole essere solo un attacco al menefreghismo: in un momento come questo è meglio incoraggiarci, spingerci ad andare avanti, a pensare con la propria testa ed agire di conseguenza, senza troppe questioni ideologiche o preconcetti di varia natura.

Rendiamoci conto di quello che accade, di quello che ci riguarda e non facciamolo solo costretti dall’evidenza, non riduciamoci in situazioni estreme, non aspettiamo che ci tolgano la sedia da sotto il sedere, che ci tolgano le ore, ci modifichino il piano formativo così da non farlo più corrispondere a quello che noi, al momento dell’iscrizione, abbiamo sottoscritto. Non aspettiamo di avere una scuola deturpata delle sue funzioni essenziali, smostrata, resa più simile ad un’azienda che al luogo della “formazione dell’individuo e del futuro cittadino” come recita ogni Piano dell’Offerta Formativa che si rispetti.
Non aspettiamo più, perché allora molto probabilmente sarà troppo tardi.

Venerdì, a metà mattina, gli studenti delle scuole di tutta Modena e provincia (alcuni persino da Carpi) si sono riuniti in Piazza Grande per manifestare tutto il loro dissenso e la loro rabbia per il Decreto Gelmini.

E qui torniamo alla domanda di partenza, ossia: come possiamo noi, semplici studenti, pretendere che con questa manifestazione avvenga anche un minimo cambiamento?
C’è chi pensa che lo scopo di un corteo sia quello di far cambiare idea ai nostri cari politici, ma guardiamoci intorno: quante possibilità abbiamo di essere ascoltati? Dovrebbe esserci uno sciopero colossale! Gli studenti in piazza per il loro Futuro, i genitori per il futuro dei figli, gli insegnanti e tutto il personale scolastico per la loro dignità e per il futuro dei loro figli (e anche, particolare non da poco, per il loro posto di lavoro). La scuola è la base, la scuola detiene le redini del futuro, che sembra una frase ad effetto ma è tremendamente reale e concreta. Per questi motivi è estremamente difficile essere ascoltati, ma il primo grande passo per raggiungere un risultato è portare l’informazione e quindi la riflessione nelle teste e sulle bocche della gente, tutta la gente. Così si raggiungono i cambiamenti.

Quelli che venerdì erano presenti, in mezzo alla folla, circondati da persone che sventolavano bandiere, portavano striscioni, cantavano, davanti a studenti che parlavano ad un microfono su un palco improvvisato, insomma, quelli che erano davvero presenti, loro sì che hanno avvertito qualcosa di diverso.

Per loro, che erano lì non solo per manifestare, ma anche per capire, è cambiato qualcosa: si sono resi conto di non essere gli unici, si sono accorti che c’erano troppe cose lasciate in sospeso e che non potevano permettersi di ignorare, soprattutto hanno capito ancora una volta che l’unione fa la forza, sembra una frase buttata lì, ma quando sei in mezzo a centinaia di persone, allora è lì che davvero ti rendi conto dell’unità che può esistere tra perfetti sconosciuti con un ideale comune.

E per chi pensa che dopo due anni di manifestazioni, sit in e scioperi ormai ne abbiamo avuto abbastanza: l’alternativa è starsene buoni e fingere che vada tutto bene.

Valentina Camac
Eugenia Carro

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Una risposta a “Perché manifestare?

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