Crolli annunciati: Pompei come la Seconda Repubblica

In questi giorni convulsi di guerra dichiarata ma non combattuta apertamente tra Fini e Berlusconi sembra ormai chiaro a tutti che le fragili fondamenta su cui poggiava la  Seconda Repubblica sono crollate, contestualmente all’irreversibile crisi di Berlusconi che porterà a nuove elezioni entro qualche mese (forse fine marzo-aprile, come dice informalmente Maroni a Vendola e Giordano, cioè appena i parlamentari avranno ottenuto il vitalizio, come prevede la legge dopo due anni e mezzo di legislatura*).

Il crollo della Schola Armaturarum Juventutis Pompeianae, l’edificio di addestramento dei Gladiatori di Pompei è forse un presagio nefasto del crollo di questa Seconda Repubblica? A volte certe cose sono dei segni augurali.

I Romani, del resto, di predizioni e presagi se ne intendevano e stavolta ce ne hanno inviato uno direttamente dal 79 d.C. anno in cui la storia di Pompei si è bloccata, come in una fotografia, rimanendo sepolta sotto metri di pomici vulcaniche fino alla sua riscoperta nel 1748.

Cadrà il governo, ma questa ormai non sembra più una disgrazia, anzi, se qualcuno di veramente “onorevole” -benché in parlamento di onorevoli con questa legge elettorale ce ne sono entrati pochi- staccasse la spina, nessuno si stupirebbe più di tanto.

Ciò che è successo a Pompei, invece, sconcerta e rimane una vergogna indicibile per l’Italia, per il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, per tutti i responsabili che la magistratura identificherà come tali. Pompei non è solo patrimonio del nostro Paese ma è patrimonio dell’Umanità (UNESCO), E un patrimonio tanto in termini culturali quanto economici, essendo il sito archeologico più visitato in Italia con 2 milioni e mezzo di visitatori e ben 20 milioni di euro di entrate l’anno. Il nostro Paese ha quindi l’onere e l’onore di conservare un patrimonio globale.

E’ pur vero che gli ultimi veloci avvicendamenti e commissariamenti in Soprintendenza a Pompei (Piero Guzzo, Marcello Fiori, Jeannette Papadopoulos) hanno fatto sospettare che la reggenza di quella soprintendenza fosse piuttosto complicata, forse per le infiltrazioni camorristiche che potrebbero aver interessato la gestione del sito. Guzzo il 31 gennaio di quest’anno dichiarava a El Pais in un’intervista: “a Pompei la cosa più importante è combattere l’infiltrazione della Camorra, che costruisce edifici illegali da cui osserva e controlla gli affari nella zona”. Nel giugno del 2009, ad esempio, la polizia di Napoli scoprì un tunnel segreto di 30 metri pieno di oggetti rubati che andava dagli scavi fino a una abitazione civile.

C’è poco da fare: lo Stato a Pompei è assente, manda fondi in misura assai consistente, ma probabilmente i funzionari assegnati alla loro gestione hanno le mani legate dal lungo braccio della malavita locale. La conservazione degli edifici, delle pitture -celebre il colore cosiddetto “rosso pompeiano” degli affreschi, e dei materiali archeologici in genere costa, deve essere organizzata e il fatto che si tratti di ambiente aperto, vicino al mare (vento, umidità, sali) certo non aiuta. I soldi però non mancavano, il personale nemmeno (la Soprintendenza Archeologica di Pompei a circa 600 dipendenti, più o meno il numero di deputati a Montecitorio, coincidenze?).

Ci preme denunciare che la mancanza di attenzione da parte delle istituzioni per la nostra più grande ricchezza, la nostra Storia, e per i suoi ancor visibili fasti, riportati in luce dal lavoro di migliaia di archeologi non può che riempire di amarezza. L’Italia è il paese turisticamente più visitato al mondo, grazie ai suoi paesaggi naturali e antropici: se la politica avesse più lungimiranza, investirebbe per prima cosa su i nostri beni culturali e ambientali. Patrimonio culturale e infrastrutture per la fruizione, servizi e produzioni primarie ecologicamente compatibili. I beni culturali sono già lì, non bisogna costruire niente, non inquinano, sono belli perché armonicamente inseriti nel paesaggio. Occorre solo conservarli, studiarli con le moderne metodologie di ricerca e quindi valorizzarli, costruire intorno ad essi un clima di interesse culturale e idonee infrastrutture che ne facilitino la fruizione.

A questo scopo il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha fatto ben poco. E’ parere ormai consolidato nel settore che il MiBAC sia quasi al totale sfacelo, giacché, com’è noto, è uno dei ministeri meno finanziati e meno politicamente rilevanti.

Il messaggio dei nostri antenati pompeiani è difficilmente equivocabile: dopo 15 anni di Seconda Repubblica, che equivale a dire dopo 15 anni di rincoglionimento collettivo occorre cambiare radicalmente strada. I romani sapevano farlo con i colpi di stato. Bastava avere i pretoriani dalla propria. Gli italiani devono solo staccare la spina ai moribondi: Berlusconi,  D’Alema e  tutti quelli che hanno permesso che la domus dei Gladiatori a Pompei e la nostra Repubblica crollassero come castelli di sabbia.

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*Il vitalizio dei parlamentari ammonta a 2.792 euro al mese (dopo 2 anni e mezzo di legislatura) e a 3.108 euro, nel caso di legislatura completata.
Ogni anno di contributi aggiunge qualcosa, ad esempio un parlamentare i carica da più di 20 anni percepisce una pensione mensile di 8.455 euro.

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2 risposte a “Crolli annunciati: Pompei come la Seconda Repubblica

  1. Mah, mio padre ha lavorato nove mesi, credo, alle rovine di Pompei e mi ha raccontato che c’erano scene molto simpatiche, tipo operai che smerciavano reperti per arrotondare, addetti che si preoccupavano unicamente di aprire e chiudere il cancello, perché quello era il loro compito, anche se poi il giardino andava in merda perché l’addetto-del-giardino non c’era, oppure attrezzatura rubata miracolosamente riapparsa in un vicolo dopo lamentele con il custode che disse “adesso ci penso io”.
    Il fatto è che sì, è inutile nascondersi dietro un dito, la mafia è dentro e succhierà soldi.

  2. Pingback: Anno 2010: lo Strappo « Articoli per Modena e altre destinazioni·

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