Il disinnesco (di Giovanni Galli)

Bacone. Ecco, l’inventore della scienza moderna. Ci interessa perché da questo barone fraudolento in poi il “sapere” non sarà più considerato in solo, ma sempre accompagnato dal “potere”. Per un inizio non troppo perturbante, può funzionare. Allora, paragoniamo le conseguenze dell’apprendimento del sapere-potere in luoghi e tempi diversi; parliamo ad esempio del know how di qualsiasi azienda, industria, gruppo et coetera. Avere know how permette di essere avvantaggiati sul mercato (sempre che il mercato ci sia – cioè, ci può essere a Terzigno l’azienda di ingegneria ambientale più evoluta al mondo, senza che il mercato offra la possibilità di applicare il proprio know how). In questo caso ci muoviamo in un ambiente istituzionalizzato e civile, ma è molto più facile immaginare il vantaggio ricavato dal sapere-potere in caso di guerra: per esempio,  io, Presidente che rappresento la Nazione, SO che un determinato paese nasconde degli ordigni nucleari o batteriologico-chimici, quindi POSSO invaderlo. Certo, questa è una provocazione, però chi ha le armi e/o le tecniche più avanzate vince le guerre. Chi fornisce però il sapere per costruire armi o affinare tecniche sono veri e propri esperti. Questi esperti sono i nipoti di Bacone, il quale dichiarava di voler “fare violenza alla natura” per mezzo della scienza. Bè, sì, questo è un escamotage retorico, ma non voglio disprezzare la scienza, semmai quelli che continuano a fare scienza dura in un tempo e in un luogo (luogo in senso allargato, non mi riferisco all’Emilia Romagna o all’Italia, perché si riderebbe molto e non me la sento di ridere, ora) in cui non c’è più confine netto tra una “scienza” e un’altra. Quindi addolcimento della scienza dura in molle, tanto che non si parla più di Filosofia da un pezzo, semmai di filosofie, del siffatto programma di partito, del siffatto programma televisivo, della scienza, della matematica, dei cartoni animati, dei profumi, dei generi, del genitivo in generale. E il fatto che un programma di partito (sempre che ci sia, quella dei programmi di partito è un’ontologia molto nebulosa) si appoggi ad una determinata filosofia, lo infonde di una certa rispettabilità apparente, che cade pur sempre all’occhio. Ma non si dà il fatto che una scienza molle perda di potere, rispetto ad una scienza dura, anzi, rende il rapporto sapere-potere ancora più ambiguo: da qui nascono gli spin-doktor, con la K da personaggio maligno di racconti di fantascienza, che attorniano i personaggi politici, che invece fanno parte di quelle storie, che già dalle prime righe ti dicono che, se non butti via in fretta il libro che stai cominciando a leggere e non ti dai una mossa a disinnescare quei personaggi un po’ di finzione, ma con poteri veri purtroppo, il finale non sarà certo uno dei migliori. Se capiamo che abbiamo il compito di fare questo disinnesco, siamo ad un buon punto. Poi occorre fare rete, tam tam, l’unico modo per diffondere il verbo e consolidare la notizia. Poi vengo invece al punto cruciale, il punto che più mi inquieta. E il punto è una domanda che rivolgo a tutti quelli che leggeranno questa cosa e non solo: perché mentre sto studiando all’Università di Bologna ho l’impressione che le stesse persone che mi insegnano, tentino allo stesso tempo, consapevolmente o meno, di disinnescarmi?
Se non sopportate chi pecca di ingenuità, allora siete già dall’altra parte e probabilmente non leggerete queste parole. Sennò, andate avanti.
Se c’è una qualche ciclicità storica nel fatto che i giovani debbano da sempre guadagnarsi il futuro, ci aiutino gli archeologi. Se invece il “disinnesco del sapere” è diventata una qualità tutta italiana o sociale, ci aiutino i sociologi. Se può la poietikè techné aiutarci a trovare un nuovo linguaggio per uscire dalla afasia della violenza, mediatica e non, eccoci. O forse siamo tutti (tutti quelli che vogliono disinnescare per non essere disinnescati) a doverci aiutare, forse senza alternativa all’aiuto e alla fatica del disinnesco. Anzi, sicuramente senza alternativa al disinnesco. La nostra lotta per l’esistenza fisica e sociale non ci condanna più ad essere liberi, come predicava la penna di Sartre, ma ad essere ladri di futuro, perché la libertà sarà conquistata dopo il disinnesco.

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