Piante infestanti (di Giorgio Borghi)

Un colpo dietro al ginocchio.
Domani sarà un graffietto impercettibile, con un’ombra verdastra.
Poco sotto, i piedi, a turno, lenti, si scambiano effusioni con l’asfalto del centro.
Poco sopra, le viscere che ad un certo punto raggelano. Adagiato sopra ad esse un sacchetto accoglie il sudore acido di un fegato incredulo e turbato.
Ancora più su un cuore, alla stessa altezza di altri tre che gli stanno attorno.
Più in alto di tutto una testa, con una bocca che si rivolge a quelle che la circondano.
E più su una finestra tra tante finestre.
E più su una luna che non c’è.

Sotto di lei, brusio lieve: la tivù confusa di un albergo, i passi degli ultimi che rincasano, i finissimi sistri d’argento da alberi poco lontani.
E quattro terribili orribili roboanti voci che tranquille, stanche a fine serata, in intimità si salutano allo spegnersi degli ultimi discorsi.
E poi un tintinnare diverso, il rimbalzare di qualcosa vicino ai piedi.
Le teste non capiscono e i piedi girano su se stessi come girasoli in un’immagine velocizzata.

La finestra tra le tante finestre.
E dalla finestra una mano con una bifida lignea lingua di serpente.
L’altra mano non si vede ma presto le teste sanno che tende, dietro al serpente, un elastico e sputa sassi.
Sassi.

E poi, un colpo dietro al ginocchio.
Minacce, grida, un bastone.
Increduli nel vicolo, punti interrogativi ed esclamativi, gli otto piedi portano le quattro teste, incredule, un poco lontano.
E con le teste, i cuori turbati.
E gli fegati inaciditi.
E il ginocchio che domani, forse, sarà un poco verdognolo.

Poco lontano, dietro l’angolo, tra le quattro teste che poco prima si auguravano una buona notte, ora rimbalza un nuovo interrogativo, un nuovo argomento.
«È un pazzo uno che dalla finestra tira sassi con la fionda alle persone che parlano in strada all’una di notte?». «È pazzo o, peggio, è qualcosa di meno?». «E se è qualcosa di meno, cosa porta una persona a tutto questo, a tenersi una ciotola di sassi e una fionda sul davanzale, magari tra un fiore e una foto dei nipotini?».
Certamente un disagio, un disagio che indubbiamente c’è e che ha stancato; un disagio che però non può giustificare tutto. E sicuramente non la violenza.
Un disagio urbano, una convivenza difficile che purtroppo non è più solo una situazione da risolvere: è diventato un pretesto per sfoderare la Colt, indossare il cappello e scendere in strada a fare il cow boy, per dettare la propria legge, per trasformarsi nella legge.
E questa è necessariamente la legge del più forte, la legge della violenza che nelle situazioni di disagio e di crisi ha sempre trovato terreno fertile.
Che la nostra città, il nostro paese oggi sia terreno fertile lo dimostra l’inquietante fioritura di “fiori (veramente) del male” nel verde prato padano, che è sempre più grande. Fiori del male nati da semi di odio e intolleranza piantati con la promessa della fioritura di diritti, lavoro e rispetto delle tradizioni.
I fiori dell’odio e dell’intolleranza sono belli e facili da coltivare perché non necessitano di cure particolari, basta piantarli: permettono infatti di bypassare la delicata e complessa, ma sempre fondamentale, fase del dialogo e del confronto, giungendo subito, con la forza, al risultato voluto.
Soltanto che odio e intolleranza sono piante infestanti. Come l’edera: egoiste ed infestanti.
Una volta raggiunto il loro bello scopo populistico sono però ormai fuori controllo, radicati ormai per tutto il prato, soffocando ogni altra erba o fiore.

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Una risposta a “Piante infestanti (di Giorgio Borghi)

  1. E allora che i fiori colorati e belli resistano, che si uniscano contro le piante infestanti. Che raccolgano i loro compagni che stanno appassendo in mancanza dell’acqua e del sole, ricchezze che oggi scarseggiano.

    Bella poesia Giorgio, bella perchè è all’italiana (tratta dalla realtà che supera la fantasia) e perchè trasmette quel sentimento che le piante infestanti cercano tutti i giorni di soffocare.

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