Cose di casa nostra

 Articolo pubblicato su l’Appunto, giornale trimestrale formiginese.

Vorrei raccontarvi una storia, così come i giornali locali – Gazzetta di Modena e l’Informazione di Modena – l’hanno “raccontata” a me. Parlerò di persone realmente esistite e di fatti realmente accaduti. I luoghi di questo racconto sono ben conosciuti da ognuno di voi, perché sono quelli dove siete cresciuti. In questo periodo altri – migliori e più preparati di me – hanno raccontato le medesime storie, ambientate in città diverse ma con finalità affatto diverse dalle mie: informare. Ricordare che il male non è solo un titolo sui giornali o una notizia alla televisione, ma a volte è il nostro vicino di casa o la nostra ignoranza.

Siamo negli anni ’80 quando molti casertani vengono al Nord per esercitare le loro professioni lontani dalle logiche dei Clan, che li obbligavano a barattare diritti con favori, che li tenevano ostaggi dei sistemi clientelari delle loro terre. Sono principalmente muratori e piccoli artigiani. Arrivano con tanta voglia di fare e negli anni alcuni di loro diventano imprenditori. Ma questo benessere porta un nuovo appetito nei Clan che organizzano un’espansione dei loro traffici sfruttando gli onesti conterranei emigrati, prima con richieste di ospitalità poi di favori, infine mazzette. Le stesse paure anche lontani da casa: perché per uno di Casal di Principe o di San Cipriano d’Aversa se chi ti raggiunge – o ti chiede favori – si chiama Schiavone, Iovine, Zagaria, Diana o Caterino, allora non importa se sei a centinaia di chilometri dai loro territori.

Giuseppe Caterino è il primo boss che insedia da noi alcune sue attività: sia commercio lecito che illecito. Diventa così il referente dei Clan nella nostra provincia. L’imposizione del pizzo è solo il punto di partenza; comincia la gestione del traffico di droga poi l’ingresso nel ciclo del cemento: movimento terra, noleggio di mezzi, assunzione di personale, edificazione e vendita di immobili. Aumentano gli interessi ed il denaro, aumenta anche la lotta interna. Le fazioni entrano in guerra e l’episodio più cruento avviene a Modena, in via Benedetto Marcello: una sparatoria dove restano feriti due affiliati. Da questa lotta risultano vincitori gli uomini di Francesco Schiavone, che da questo momento gestirà i traffici illeciti nella nostra provincia. Almeno fino al processo Spartacus. Processo nel quale sedici boss sono condannati all’ergastolo: tra questi i più noti sono lo stesso Schiavone e Caterino, Michele Zagaria, Francesco Iovine e Raffaele Diana. Diana. L’uomo che ha vissuto da latitante fino al 2009. L’ultimo referente conosciuto della camorra a Modena. Il boss che ha vissuto assieme alla famiglia a Bastiglia.

Dagli anni ’90 la commistione tra Clan e territorio è sempre più stretta, sia dal lato imprenditoriale e bancario – numerosi i processi in cui quest’aspetto è dimostrato – sia per la provenienza degli arrestati: entrano in questa lista anche persone nate nel modenese, affiliate alla camorra, mentre prima finivano in manette solo persone di origine campana. E con il passare del tempo anche l’estorsione diventa più ramificata: attraverso l’imposizione dei materiali e delle ditte, la camorra riesce ad entrare, direttamente o in subappalto, nei lavori pubblici oltre che nell’edilizia privata. Ultimo caso arrivato agli onori della cronaca è quello della tentata estorsione alla Pi.Ca. di Nonantola che, dopo aver dato in subappalto la costruzione di una palazzina alla ditta Edil Quattro, si è ritrovata a dover trattare con la famiglia Zagaria. Il meccanismo è semplice: portare gli imprenditori onesti sull’orlo del fallimento, poi iniettare liquidità ed assumere la gestione effettiva dell’impresa. E se sono i Clan che impongono tutto, allora la scalata è semplice. Ma non finisce qui. Perché i guadagni non bastano mai, per questo Modena entra in gioco anche nel ciclo dei rifiuti.

Nell’inchiesta Cambronne della procura di Modena, viene alla luce un’imponente traffico illecito di rifiuti: circa 10 mila tonnellate di fanghi aspirati dalle fosse settiche e finiti, senza alcun trattamento, su terreni agricoli. Coinvolte ditte che operano nei comuni di Modena, Carpi, Castelvetro, Fiorano, Formigine, Nonantola, Vignola e San Cesario. Nel 2008 nell’ambito dell’operazione Ecofarsa del Corpo Forestale dello Stato, viene scoperto un traffico di rifiuti speciali che, invece di esser trattati come previsto dalla legge, finivano direttamente in una discarica gestita da Hera S.p.A. e dalla Regione. L’operazione portò anche al sequestro di un impianto di trattamento rifiuti a Formigine. Dai controlli è stato dimostrato che in soli tre anni sono state smaltite illecitamente oltre 15 mila tonnellate di rifiuti.

In questi anni il territorio modenese è stato luogo di traffici non solo per i Clan, ma anche per la ‘ndrangheta. A differenza dei camorristi, che puntano al controllo del territorio, quest’organizzazione tende esclusivamente ad operazioni d’affari, investimenti per far fruttare il proprio denaro. Il denaro: l’obiettivo primo ed ultimo di questi criminali. Ed è proprio grazie alla sete di denaro che si è sollevato il coperchio degli affari dei calabresi a Modena.

La bomba fatta esplodere nel 2006 davanti all’Agenzia delle entrate di Sassuolo, per evitare un pericoloso accertamento fiscale, fece scattare intercettazioni telefoniche da parte del nucleo investigativo dei Carabinieri di Modena.
E così Paolo Pelaggi – nato a Crotone e abitante a Maranello – è stato accusato di aver piazzato la bomba. Pelaggi, assieme ai fratelli, è entrato anche nell’operazione Point Break del 2010, che ha portato all’arresto di soggetti legati agli Arena, una delle cosche di ’ndrangheta egemoni a Isola Capo Rizzuto e radicate in Nord Italia e Germania. L’inchiesta ha messo in luce un articolato sistema di riciclaggio per mezzo di “frodi carosello”. Presso la Camera di Commercio di Modena risultano iscritte numerose ditte facenti capo ai fratelli di Crotone. Srl, una Spa e ditte individuali, che tra Formigine e Maranello hanno fatto affari. Paolo Pelaggi dal 2005 risulta amministratore unico della Ma.Lu. outlet immobiliare, con sede a Formigine. La Ma.Lu., destinataria del decreto di sequestro da parte dell’autorità giudiziaria, effettuava compravendita di beni immobili e compravendita immobiliare.

Ma questa è un’altra storia. Non meno oscura purtroppo.

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5 risposte a “Cose di casa nostra

  1. Io in Via.Benedetto Marcello ci ho passato gran parte della mia infanzia, e i primi anni della mia adolescenza, io alle scuole Palestrina ho frequentato le elementari, insomma modena-est uno degli estremi, al confine, ora capisco molte cose…
    Terra di confine, terra di nessuno, e di conseguenza, il primo che arriva… ma alla fine rimane sempre terra di nessuno, non è di chi ci vive, non è del comune, non è dei clan, è solo un altro posto in cui nessuno vorrebbe vivere, ma purtroppo in assenza di alternative… ci sopravvivi.

    • Daccordo sulla tua analisi anche se, purtroppo, la zona est di Modena non è stata la sola colpita da episodi di quel genere.

      Sempre negli anni ’90 nella zona sud – Saliceta – è stato compiuto un omicidio riconducibile alla ‘ndrangheta: un affiliato, che probabilmente voleva fare affari senza rispondere alla natia cosca calabrese, è stato freddato da ndranghetisti lombardi.

      Credo che questi episodi – e le diverse provenienze “regionali” – portino ad una triste conclusione: la terra di confine di cui giustamente parli è molto più grande di quello che possiamo immaginare. Ogni territorio dove è possibile far soldi è per la malavita tutta terreno di caccia. Sicuramente per l’assenza dello Stato.

      Volontaria o meno.

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