Lo strappo di Jack

Chiuso nella sua stanza d’albergo, Jack si sedette a guardare le vecchie foto che portava sempre con sé e che ritraevano i suoi amici. Faticava ad intravedere in quei tanti occhi la luce che accompagna i sogni giovanili, la voglia di rivincita, la semplice leggerezza del divertimento. Se luce c’era, si trattava di un bagliore privo di colore, un misto di tristezza, rabbia, delusione che ciascun volto esprimeva a modo proprio. Doveva essere il 2010, quello, l’anno dello strappo.

L’avevano definito così fra di loro ,“l’anno dello strappo”, in seguito ad una metafora che Mat fece in uno dei suoi voli pindarici di sociologia universale applicata (Mat aveva il grande dono della chiarezza che derivava dall’uso abituale di esempi pratici). Jack sorrise perché lo ricordava bene:

Immaginate un uomo con un bel paio di pantaloni da lavoro, lisi per l’uso costante. Giorno dopo giorno il tessuto si smaglia, compare qualche millimetro di pelle, ma i pantaloni che fanno? Resistono, perché non sono di quelli che compri dai cinesi, e vale la pena aspettare che si frustino di più. Bene, ci siete? Ok, l’uomo lo nota, prima o poi cederanno, pensa, ma a quei pantaloni ci tiene perché gli hanno tenuto caldo in cantiere durante l’inverno, perché ci poteva andare ovunque anche se erano sporchi, tipo al supermercato, all’ospedale, in banca. Dovrò cambiarli prima o poi, ma poi lo fa? No, cerca di respingere il pensiero e si dedica a cose che ritiene più urgentiUn giorno per un movimento più violento del solito, trama e ordito cedono e l’uomo rimane nudo dalla cintola in giù. Così mica può lavorare, mica può andare a prendere i figli a scuola, o a comprarne un nuovo paio. Ha le chiappe al vento ed è fottuto.

Ed era successo più o meno così, la coscienza collettiva battuta sul tempo dall’ironica fatalità dell’accidente. Consapevole che la crisi non era finita, ciascuno rifletteva intimamente sui molteplici significati dell’espressione “Grande Depressione”, senza però partorire grandi alternative. Di quell’anno Jack ricordava l’affare Wikileaks, il fallimento di alcuni stati del Vecchio Continente, i conseguenti disordini. Poi la politica: la destra divisa, la sinistra incapace, le manifestazioni, gli studenti, i precari diventati infine disoccupati, le sassaiole, i furgoncini della Guardia di Finanza incendiati, Pomigliano d’Arco, i dossier, le intercettazioni, gli affari della cricca all’Aquila, la camorra e i rifiuti a Napoli, la casa del moralista a Pompei. E a Modena? Modena cambiava e rimaneva sempre quella, un po’ come la Contea di Tolkien, dove si chiacchiera tanto ma poi alla fine non succede mai nulla che meriti di elevarsi da semplice fatto ad onore di cronaca. Di quel 2010 a Modena, Jack ricordava solamente la demolizione di alcuni luoghi a lui cari, il resto invece non gli ricordava niente.

Poi il suo sguardo cadde su di una foto ingiallita. Era un banalissimo tramonto, di quelli viola, come tanti nella primavera della pianura, ben diversi dai giallo-arancio dell’estate e da quelli grigio-azzurri dell’autunno. Quella foto ricordò a Jack che anche per lui quello era stato l’anno dello strappo. Ma sul punto di riemerge, tanti ricordi furono ricacciati in qualche pozzo profondo della sua memoria. Tutti tranne uno.

Se lo ricordava ancora, Jack, quel giorno di aprile in cui dopo anni tornava da Jane per chiederle scusa, avendo passato tutto il tragitto che separava le loro case a vagliare ogni possibile espressione per ottenere il suo perdono. Si era persino fermato per prendere un qualcosa di forte al bar dietro casa di lei, si era preso il tempo per fumarsi una sigaretta e trovare la giusta freddezza. Quando arrivò a casa di Jane, suonò il campanello. Risuonò. Le serrande erano abbassate, dell’automobile di solito parcheggiata lì di fronte nessuna traccia. L’impressione che quel luogo fosse deserto non lo sconcertò. Era una possibilità che aveva contemplato.

Jack aveva una grande qualità che in occasioni come quelle si rivelava cruciale. Di fronte alle sorprese, fossero esse favorevoli o infauste, Jack dimostrava una rara prontezza che anche in quel caso gli consentì di agire rimandando a più tardi deduzioni e speculazioni. Scavalcò il cancello e, accertandosi di non essere visto dai vicini, aggirò la villetta raggiungendo il giardino retrostante in mezzo al quale si ergeva il vecchio ciliegio che ben conosceva. Era fiorito, quasi splendeva nel fresco tramonto di aprile, tanto era carico di vita e colore. A Jack, parve quasi che i suoi rami lo invitassero a salire per raggiungere il balcone di Jane al primo piano. La natura sembrava approvare le sue azioni, e lui colse al volo quel silenzioso lasciapassare. Salì agilmente sul primo ramo, si issò stringendone uno superiore, che gli fece sentire quella strana resina degli alberi da frutto su una corteccia tutta scabra. Poi con un balzo fu sul parapetto e con un altro fu sul terrazzino. Lì, di fronte alla finestra della stanza di Jane, ebbe un sussulto e paura. Paura di cosa avrebbe potuto scorgere all’interno: magari tutto vuoto, perché Jane si era trasferita chissaddove; oppure la roba di Jane mischiata caoticamente a quella di un altro uomo; oppure… Scacciò nuovamente i dubbi e sbirciò da uno spiraglio degli scuri. Ci volle un attimo interminabile per abituare gli occhi alla penombra interna.

Tutto era come era sempre stato, e questo lo rassicurò: i libri ordinati sugli scaffali, il letto fatto, la lampada con i braccialetti appesi, le frasi che le piacevano dipinte direttamente sui muri, i suoi quaderni aperti sulla scrivania. Solo una cosa mancava al veloce ma attento appello di Jack. Ai piedi del letto Jane era solita tenere la sua valigia marrone sulla quale giaceva sempre la sua vecchia giacca di cuoio, comprata per cinquanta franchi al mercato delle pulci. Le teneva lì, diceva, perché nei suoi continui andirivieni le pareva inutile rimetterle a posto chiuse nell’armadio. Diceva anche che averle ben in vista, la faceva sentire libera e che lo spirito di una persona si misura da quanto è a portata di mano la sua valigia.

D’un tratto, un movimento involontario ma coordinato degli occhi interruppe la digressione e fece posare il suo sguardo sul comodino. Cos’era quello? Non c’era mai stato sul comodino. Sembrava un pezzo di tessuto legato con un elastico, forse una sciarpa. Poi per qualche strano motivo, come a Stonehnege per un solo attimo dell’intero anno i raggi del sole si concentrano lungo un asse preciso del circolo di pietre, la luce dell’astro calante centrò lo spiraglio della finestra e puntò dritto sul comodino, consentendogli di distinguere la forma e la natura dell’oggetto.

La prontezza di spirito di Jack subì un colpo da cui per molto tempo non si riebbe. Il bello di un uomo d’azione e ragione è che di fronte a certe cose apparentemente senza senso tutta la sua decisione si dissipa, come il calore di una candela accesa in una stanza troppo grande. Il suo amico Africano, fosse stato presente in quel momento, lo avrebbe apostrofato così “Ci sei rimasto stronzo, fratello!”.

Capelli! Erano i capelli lunghi di Jane a giacere morti sul comodino, recisi con tutta probabilità all’altezza delle spalle, ancora l’elastico li teneva assieme.

Mille pensieri gli frullavano in testa. Aveva bisogno di guidare e di riflettere sul da farsi. L’unica cosa che Jack sapeva, era che Jane non sarebbe tornata, ma perché fosse andata via, forse lo sapeva solo il vento. Decise di fermare la macchina per guardare il tramonto che faceva da sfondo al paese di Jane. Le case, gli alberi, il campanile erano già scuri, come qualcosa su cui si spengono i riflettori e cala il sipario. Forse fu per quell’imprevista sensazione di addio che lo fotografò, benché fosse un banalissimo tramonto, di quelli viola, come tanti nella primavera della pianura.

 

 

Dedicato a Fabio Baldoni

e al paziente ricamo dei suoi racconti

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Una risposta a “Lo strappo di Jack

  1. riconoscerei qlla voce ad un miglio di distanza, ad occhi chiusi la riconoscerei tra mille…semplicemente magico…mi pare di averlo vissuto questo racconto!
    SEI PROPRIO BRAVO C.C.
    😉
    Embrasse le vent JACK, SEMPRE!

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