Da Pomigliano a Mirafiori: scontro nella roccaforte operaia.

A giugno dell’anno scorso cominciavano i mondiali di calcio e gran parte dell’Italia riscopriva l’entusiasmo azzurro: dopo aver vinto nel 2006 dovevamo quantomeno difendere ciò che avevamo conquistato di fronte al  mondo intero. Si riaccendeva così l’orgoglio nazionale, e si dimenticavano i problemi del paese per essere tutti più uniti in quella nuova sfida collettiva.

Mentre tutto ciò accadeva, nel silenzio e nell’ombra dove in pochi hanno il coraggio di guardare nasceva e cresceva il germe dell’azione Marchionne: le prime proposte di rinnovamento del gruppo Fiat venivano studiate ed esposte per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco (rimando ad un articolo scritto allora per chi volesse approfondire https://ilrasoio.wordpress.com/2010/06/26/cosa-succede-a-pomigliano-darco/). Per la prima volta dopo stagioni di conquiste si cercava di togliere diritti ai lavoratori in nome della produttività e dell’efficienza, valori che giungevano alle orecchie degli operai e degli italiani, accompagnati da una chimera che doveva spaventarli: la globalizzazione. “l’Italia è ormai inserita in nuovi scenari internazionali “, “le relazione industriali dovranno cambiare“, “dobbiamo competere con i salari dei cinesi e dei brasiliani“. Spesso i politici erano soltanto dei portatori di affermazioni generiche, che accrescevano la paura della popolazione, mentre il gioco veniva condotto ai piani alti dai vertici della Fiat e dai sindacati, che per la prima volta rompevano la tradizionale unità sindacale.

A Pomigliano ci fu il referendum per decidere le nuove condizioni di lavoro, e sappiamo com’è andata. Vinsero i sì, e il fronte dei no della Fiom fu consistente. Il sindacato metalmeccanico della Cgil predisse: “questo è l’inizio del metodo Marchionne che si estenderà anche agli altri stabilimenti”; e molti li denunciavano definendoli come “estremisti”, dicendo di essere troppo antagonisti, ideologici, sordi alle istanze della globalizzazione e delle altre parti sociali.

L’estate passava. Termini Imerese si dava per spacciato e nello stabilimento di Melfi crescevano delle tensione che l’azienda cercava di seppellire licenziando in tronco tre operai, stranamente iscritti alla Fiom. L’intervento di un giudice poi li reintegrava sul posto di lavoro.

Arrivava infine l’autunno. Le tensioni erano forti in tutto il paese, gli scontri si moltiplicavano in tutto il Vecchio Continente e non solo. E gli occhi erano puntati su Mirafiori, storico baluardo dell’industria italiana.

In questo stabilimento, nel cuore di Torino, lavorano 5.000 operai. Mirafiori è storia, un pezzo di Italia che è stato il centro del movimento operaio italiano, e il cuore dell’automobile italiana. Qui si sarebbe combattuta una grande battaglia, la più dura, tra Marchionne e la Fiom.

Veniva così presentato nell’autunno del 2010 un nuovo contratto di lavoro e approvato prima della fine dell’anno. Questo, sulla falsariga di quello presentato a Pomigliano d’Arco, richiede agli operai di lavorare di più, riducendo le pause di cui dispongono, ampliando il numero dei turni e richiedendo straordinari obbligatori. Inoltre ci sono provvedimenti restrittivi sulla malattia, sul diritto di sciopero e sulle regole della rappresentanza sindacale. Naturalmente per capire bene che cosa ci fosse scritto il quel contratto ci sono voluti giorni e giorni di giornali, telegiornali e approfondimento, e comunque non è stato facile arrivare a comprendere chiaramente la sostanza della questione, anche perché una netta contrapposizione tra le parti ha favorito più lo scontro frontale che la discussione: da una parte Marchionne, la Cisl e la Uil hanno chiesto la sottoscrizione senza se e senza ma, dall’altra la Fiom lo ha rifiutato in blocco. I primi hanno sostenuto che l’investimento è una condizione necessaria e indispensabile per mantenere aperto Mirafiori e quindi che il nuovo contratto di lavoro rappresenta un salto in avanti nei rapporti industriali; la Fiom invece sottolinea la volontà della Fiat di scaricare sugli operai il peso di nuove politiche che tolgono diritti acquisiti e che tutto questo fa tornare la fabbrica indietro di 30 anni. Chi avrebbe dovuto mediare la situazione è stato latitante o inconsistente, o è arrivato troppo tardi.  Il governo ha appoggiato la linea Marchionne senza intromettersi sostanzialmente nella questione; la segretaria della Cigl ha cercato una mediazione tra le posizioni della Fiom e della Fiat, fino a quando non si è resa conto di avere poco potere contrattuale di fronte all’azienda e così ha deciso di sostenere la battaglia di Landini (segretario della Fiom); il Pd, che già all’epoca di Pomigliano si era diviso esprimendo in parte posizioni a sostegno di Marchionne, in parte a sostegno della Fiom e in parte nell’interesse del paese, non è riuscito a trovare una sintesi e infine per non spaccarsi ulteriormente è rimasto su posizioni ambigue. Emblematiche sono le parole di D’Alema apparse in un’intervista del Corriere della Sera nelle prime settimane di gennaio “Non so se nel referendum di Mirafiori avrei votato sì o no, non sono un operaio della Fiat ed io quell’operaio lo rispetto”. Le uniche forze che sostengono con tenacia la Fiom per la tutela dei diritti dei lavoratori sono state l’Italia dei Valori e Sinistra Ecologia e Libertà. Il leader di Sel, Nichi Vendola, nei giorni più caldi dello scontro ha raggiunto gli operai di Mirafiori davanti ai cancelli dello stabilimento, azione criticata da tutto il resto della classe dirigente, forse perché se gli altri ci fossero andati avrebbero rischiato di ricevere insulti da una buona parte degli operai. 

Alla fine è stato indetto un referendum (13 e 14 gennaio) nella fabbrica per approvare o meno il nuovo contratto di lavoro, al quale sono legati gli investimenti che potranno garantire il futuro dello stabilimento. Molti hanno parlato di ricatto, a questo proposito, ed effettivamente credo che il ricatto ci sia stato. Spiego il perché. Non si è mai avuta la sensazione in questa vicenda che ci fossero possibilità diverse dall’approvazione dell’accordo o di un suo rifiuto, con conseguente morte di Mirafiori. E questo è avvenuto perché non c’è stato un dibattito concreto nel paese, che facesse emergere il problema e varie soluzioni praticabili. Inoltre le maggiori forze politiche se ne sono lavate le mani, contribuendo ad alimentare lo scontro a discapito di un confronto propositivo. Questa situazione ha indebolito i sindacati e li ha portati a spaccarsi, e così nessuno ha potuto contrattare con l’azienda soluzioni diverse da quelle da essa presentate. In tutto questo Sel e Idv sono state oscurate mediaticamente e ostacolate politicamente perché avverse alla politica di Marchionne, ed in ogni caso non avrebbero avuto la forza per poter mediare tra la Fiat e i sindacati. Così gli operai sono rimasti da soli.

Questo schema si ripete spesso in Italia, ed è legato principalmente alla mancanza di un’opposizione coesa a mio parere, che sia in grado di rappresentare una parte dei cittadini (di cui gli operai e la Fiat come azienda in questo caso sono l’esempio, altre volte sono gli studenti, i dipendenti pubblici, le piccole medie imprese ecc.ecc.). Sarà per questo che in molti miei articoli ritorna la critica al Partito Democratico, che dal momento che è il maggiore partito di opposizione, deve poi assumersi la responsabilità di quello che questo comporta. Giudicheranno gli elettori.

In ogni caso gli operai sono andati al voto in un contesto di tensione altissimo, che ha visto nelle settimane precedenti una fortissima contrapposizione tra i sindacati, con assemblee pubbliche, volantinaggi e discussioni accese davanti ai cancelli. A questo proposito riporto una serie di interviste che rendono bene l’idea della situazione nella quale si è andati a votare.

http://www.youtube.com/watch?v=wjzL8fe6ihs

Ora ci si potrebbe chiedere come si fa a non votare sì a questo referendum in queste condizioni. Non è stata lasciata scelta ai lavoratori, e penso che molti che si sono espressi a favore lo abbiano fatto solo per paura di perdere il posto di lavoro. Ma vorrei sottolineare l’importanza della contestazione della Fiom. Questo sindacato ha dimostrato vitalità e coraggio, perché non si è sottomesso all’atteggiamento arrogante con cui Marchionne si è imposto nei confronti degli operai. Si è opposto, ha cercato altre strade, ha chiesto perché la Fiat in questi anni invece di investire gli incentivi pubblici in innovazione per costruire macchine dotate di migliori tecnologie (meno inquinanti, elettriche ecc. ecc.) abbia continuato con una produzione di bassa qualità. Se si fossero fatti questi investimenti forse oggi gli operai di Mirafiori non avrebbero dovuto affrontare queste condizioni di lavoro, forse sarebbero anche meglio retribuiti. In ogni caso la Fiom ha dimostrato di non avere un atteggiamento rinunciatario a differenza degli altri sindacati, di sapersi opporre a delle condizioni che rimangono in ogni caso alla luce della Costituzione ingiuste. Ha reagito alla situazione come gli studenti che non si sono arresi ai tagli, come quei politici che in mezzo a tanto schifo continuano a lavorare con senso di responsabilità, come tutti quei cittadini che ogni giorno lottano per affermare la loro dignità come uomini, e che rivendicano una vita degna di questo nome, che insomma non si arrendono.

Quando poi questo atteggiamento viene strumentalizzato e tacciato di antagonismo, estremismo, o di approccio ideologico, io penso che probabilemente chi sta usando queste categorie lo faccia perché non sa fare altro che prendere atto della realtà sulla quale non è in grado di agire, e arrendersi a chi è più forte. Forse queste persone confondono l’antagonismo con la contrapposizione, l’estremismo con la forza e l’ideologia con valore ideale. Landini e gli operai della Fiom hanno lottato e lotteranno per delle condizioni giuste, e sicuramente escono a testa alta da questo scontro, anche se questa battaglia è stata persa.

Enrico Monaco

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7 risposte a “Da Pomigliano a Mirafiori: scontro nella roccaforte operaia.

  1. Complimenti Enrico. Ottimo articolo, scorrevole e ben documentato. Vorrei aprire una parentesi per sottolineare che già da molto tempo nel nostro distretto ceramico le persone alla produzione lavora con tre turni che coprono le ventiquattro ore, però sarebbe da approfondire se si conoscesse qualcuno come sono i loro diritti, se sono equiparabili a quelli imposti dai vertici Fiat.

    Ieri a mio parere si è avuto un altro tassello che fa comprendere come l’economia attuale sta accellerando troppo e i diritti delle persone sono sempre più rosicati: vi lascio con una domanda”quanto può andare avanti questo consumismo?”

  2. Grazie Alberto, è molto interessante la questione dei turni degli operai nel distretto ceramico. Bisognerebbe capire a livello locale quali sono i rapporti di forza tra le imprese, i sindacati e la politica: sarebbe un’analisi molto interessante.

    Non credo che l’economia stia accelerando, perché la produzione in Europa è più bassa rispetto agli anni addietro. Il problema è che negli ultimi decenni ci sono state due diverse politiche: una è stata quella di mantenere la produzione senza cambiarla sostanzialmente (e la Fiat ne è un esempio); l’altra è stata quella seguita ad esempio dalle case automobilistiche francesci e tedesche che hanno puntato sull’innovazione e di conseguenza su produzioni di più alta qualità (macchine che consumano meno, inquinano meno). Questa seconda strada permette di essere competitivi con i paesi emergenti e allo stesso tempo di aumentare gli stipendi degli operai. Poi io mi chiedo, non si possono assumere gli operai invece che aumentare i turni e quindi le ore lavorative di quelli già assunti?
    Sull’ultima domanda penso che per porre un freno al consumismo bisogna cambiare la mentalità con la quale si produce. Intendo dire che sarebbe importante che la politica aprisse veramente con autorevolezza una discussione sulla questione, riuscendo ad emanciparsi da un sistema economico dal quale è costantemente ricattata. Dobbiamo recuperare ed incentivare la capacità di riparare ad esempio. Meglio ristrutturare una casa che costruirne una nuova e averne una vecchia fatiscente, oppure è meglio riparare un caricabatterie che comprarne uno nuovo. Queste sono scelte politiche.

    Inoltre se si valorizzano produzioni più lente e a più alto valore si possono rispettare i diritti dei lavoratori, produrre meno e meglio. Faccio un esempio. Se costruisco una lavatrice con buoni materiali e ben funzionante, magari con materiali riciclati, chi l’acquista avrà un prodotto ben funzionante per un lungo tempo. Una produzione di qualità necessità di lavoratori specializzati che quindi siano ben retribuiti. Inoltre il loro lavoro è più lungo rispetto ad una produzione industriale automatizzata, quindi bisogna investire su questo (formazione dei lavoratori, loro specializzazione e aumento dei posti di lavoro).
    Se si taglia sempre sul lavoro si accresce la difficoltà degli operai e il loro malcontento, e si arricchiscono i grandi imprenditori o finanzieri (come Marchionne). Tutto questo prima o poi porta ad un cambiamento dell’organizzazione del lavoro: nel 900 è avvenuta con duri scontri e dure lotte. Come vogliamo che avvenga nel XXI secolo?

  3. Ciao Enrico.
    Hai pienamente ragione.
    Anche io sono per il produrre prodotti di qualità, ma come tu ben sai qui in Italia si sta creando un vortice di produzione veloce, poco stimolo per i lavoratori e salari bassi : tutto ciò ha il risultato di un prodotto scarso e non competitivo. Mettici pure che ora non ci sono più i negozietti con cui avevi un buon rapporto e garanzia di cortesia e competenze, con l’aumento(e sempre più aumenterà qui a Modena questa tendenza: tra poco si inizierà a costruire l’IkeA dove hanno creato il Decathlon) di catene che realmente trattano i dipendenti come merci, in un vortice di contratti interinali che hanno come risultato un servizio pessimo per il cliente finale.
    Per il resto continua così Enrico. Un saluto da Alberto di Appunto

  4. Complimenti per la profondità di analisi, finalmente si valuta il mondo del lavoro come una scacchiera al cui interno il problema Fiat è un elemento, importante quanto vogliamo, ma solo un elemento.
    Per un momento dimentichiamo l’accordo discriminatorio firmato da Cisl, Uil e gli altri sindacati gialli e concentriamoci sul piano industriale, sull’innovazione.
    Il mondo sta camminando velocemente verso due direzioni; da un lato la saturazione dei mercati (auto, ceramica ecc) in particolare nel mondo occidentale, dall’altro verso il basso costo dei beni prodotti.
    Per stare al passo è necessario ridurre i costi per essere competitivi nei confronti dei produttori posizionati sui mercati emergenti, ma è praticamente impossibile pensare, almeno nel breve periodo, di competere sui prezzi. Mondi diversi, culture diverse, aspettative ed orizzonti troppo diversi.
    Un televisore prodotto in Cina costerà sempre meno di uno prodotto in Italia (infatti penso che l’unico produttore italiano, la Mizar, sia fallita).
    Quindi siamo destinati a morire?
    Forse, dipende da noi.
    Siamo arrivati al punto che per sopravvivere dobbiamo creare dei bisogni nuovi, bisogni ad alto contenuto aggiunto, bisogni al cui interno lo studio e la tecnologia facciano la differenza.
    Arrivo al dunque, almeno per l’auto, produrre auto ecologiche a basso impatto ambientale genererebbe nuovi bisogni; auto ecologiche con dei costi di gestioni inferiori agli attuali sarebbero un grandissimo stimolo per il mercato in quanto sarebbe sostanzialmente un mercato nuovo da conquistare, facendo morire il mercato tradizionale.
    Questo è il punto centrale della contesa, ovvero le case che arriveranno per prime all’auto ecologica, idrogeno o elettrica che sia, saranno quelle che si stancheranno di vendere, guadagnare e creare ricchezza nel loro paese.
    Ragionamento banale, me ne rendo conto, ma è l’unica via e per percorrerla esiste uno solo strumento: la ricerca.
    A molti sarà passato inosservato, mentre la Fiat sbandierava un investimento da 2 (due), ma probabilmente sarà 1 (uno), miliardi di euro a Torino, alla Renault esplodeva una spy story, degna del miglior Le Carré, su una presunta remuneratissima vendita di segreti industriali passati dalla casa francese ai cinesi.
    Di cosa si parla? Di banalissime batterie per auto elettriche.
    Sapete quanto ha investito la Renault sulle batterie, ripeto batterie non stabilimenti?
    4 (quattro) miliardi di euro, capite, mentre la Fiat pensa di risolvere il problema producendo dei Suv, oltr’alpe investono cifre fantastiche sull’auto del futuro.
    Che dire?
    Forse che la Francia, come la Germania, davanti ad una crisi epocale non ha tagliato l’università e la ricerca?
    Forse che entrambi i paesi utilizzano la concertazione per risolvere i problemi.
    Forse che i loro governanti capiscono di economia e globalizzazione?
    Non lo so, vedete voi.
    Basta, per oggi ho scritto troppo, ma mi riprometto di postare a breve sul tema delle turnazioni.
    Ci sono passato anch’io, da giovane, anzi quando ero più giovane e Vi posso garantire che tutti i turni non hanno lo stesso spessore.
    La catena di montaggio è sicuramente la peggiore.
    Buona serata a tutti ed un saluto ad Enrico.

    Mario

  5. Grazie del commento Mario, aggiunge ulteriori aspetti in una situazione complessa e articolata. Sono d’accordo con la tua analisi e non ho molto da aggiungere se non che se invece di stare sempre a piagere miseria forse sarebbe meglio confrontarsi e competere con gli altri paesi. Ma la stampa italiana non parla delle politiche industriali di Francia e Germania.
    Andremo avanti in autonomia con informazioni di prima mano.

  6. Buonasera ragazzi,
    come anticipato scrivo qualche riga sui turni notturni.
    In questo caso mi posso definire, a differenza di Fassino, persona competente perchè li ho toccati con mano per quasi vent’anni.
    Partiamo da una banalità: l’uomo ha dei ritmi biologici figli della propria evoluzione, vive, come gli animali non notturni, in armonia ed equilibrio con il sole.
    A mezzanotte quale tratto accomuna cavalli, galline, mucche e uomini?
    Il fatto che dormano!
    Ok, io un pò prima e Voi giovani un pò dopo, ma il senso è chiaro.
    Il ritmo biologico è il primo problema, ma non l’unico.
    In fondo i fornai lavorano di notte, anzi, a pensarci bene anche le forze dell’ordine, gli addetti ospedalieri ecc ecc.
    Allora perchè fare tanto casino per gli operai della Fiat?
    Perchè il lavoro in catena di montaggio, a differenza di altri mestieri, ha gli stessi ritmi sia di giorno che di notte.
    Prendiamo un pronto soccorso: mediamente di notte è meno attivo e quindi il personale può permettersi dei ritmi più blandi, nei reparti, ormai poche volte, se non ci sono “chiamate” da parte dei pazienti si può anche “sonnecchiare” (è giusto!).
    Nelle ceramiche e nelle aziende meccaniche si cerca di mettere in condizione, i lavoratori notturni, di svolgere mansioni di controllo e non di partenza produzione.
    Vi garantisco che trovarsi alle 03 di notte con un problema tecnico da risolvere è assolutamente tragico.
    La catena di montaggio non conosce i cicli della natura, ma solo i cicli produttivi e questo rende logorante l’attività notturna.
    Nemmeno Fassino lavora di notte.
    Mario

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