Riforma Gelmini: intervista al prof.Andrea Cossarizza (di Fabio Degli Esposti)

Per chi, come noi, ha scelto di frequentare il liceo, l’università è la strada obbligata. Con la riforma Gelmini saranno apportati cambiamenti fondamentali al sistema universitario, perciò è bene sapere quali saranno e come influenzeranno il nostro futuro.

A detta dello stesso ministro, il Ddl Gelmini si compone sostanzialmente di due parti: una volta ad effettuare tagli per recuperare fondi, e una che mira a limitare il “baronaggio”, (ossia l’influenza delle famiglie radicate nelle cariche universitarie) e ristabilire la meritocrazia nelle università. Ma come verrebbe raggiunto tutto ciò? Il cambiamento più incisivo prevede la trasformazione delle università in “fondazioni di diritto privato” soprattutto per poter risparmiare sul loro mantenimento. Questo significa che le università saranno in larga parte finanziate da privati cittadini che entreranno nei consigli di amministrazione (CdA), e potranno decidere come e dove spendere il loro denaro, scegliendo a quali settori di ricerca dare più fondi e a quali meno, secondo una logica di mercato. Facciamo un esempio: La ricerca scientifica nella facoltà di medicina verrà indirizzata su prodotti che “vendono” come le creme anti-rughe piuttosto che sulla cura delle malattie rare, o ancora, nelle facoltà umanistiche la ricerca intesa come speculazione filosofica raccolta in libri subirà l’influenza degli interessi degli editori che entreranno nei CdA, e che potranno decidere quali libri mettere in circolazione a seconda dei loro interessi. La figura del ricercatore subirà un importante cambiamento: i ricercatori a tempo indeterminato non esisteranno più, ci saranno invece ricercatori a tempo determinato che dopo aver presentato i loro proggetti avranno a disposizione 3 anni di prova per completarli, al termine dei quali, se saranno giudicati meritevoli, potranno continuare a fare ricerca SE ci saranno posti disponibili e SE l’università potrà (o vorrà, secondo la volontà dei “privati”) permettersi di pagarli, dal momento che non vi sarà più una quota stanziata dal ministero per la ricerca, ma ogni ricercatore dovrà farsi finanziare da enti esterni. A questo punto un ricercatore continuerà a essere tale solamente per quattro anni, dopodiché dovrà diventare professore associato o lasciare l’incarico. E se non ci sono posti disponibili come professore? A quanto pare a nessuno importa.

Potreste dire adesso: “ma cos’è che tocca direttamente noi studenti?” La riduzione dell’offerta formativa. Anche i ricercatori ne fanno parte: si sono visti eliminare i compensi e trasformare la propria professione in un “parcheggio” per novelli professori, dunque lasceranno ( molti hanno già lasciato) ogni impegno didattico, che tra l’altro avevano sempre svolto senza retribuzione. La riforma parla anche di eliminare il baronaggio e premiare i meritevoli,però i termini con cui lo fa sono molto generali, e per applicarla è richiesta la promulgazione di “decreti attuativi” che dovranno entrare in vigore 60 giorni dopo la riforma o rimanere per sempre sulla carta. La legge dice che bisogna premiare i migliori: ci vorrà un decreto che dica come farlo. La legge dice che non ci saranno più baroni: ci vorrà un decreto che dica come fare. I tempi per la formulazione di tali decreti sono molto lunghi, in media il parlamento dovrebbe dedicare un giorno alla settimana per un anno intero solo alla definizione dei decreti.Tanto per fare un esempio, la parte della legge Moratti (2005) che ridefiniva le regole dei concorsi per diventare professori non è mai veramente entrata in vigore, e i concorsi sono rimasti bloccati per anni, lasciando molti laureati in una situazione problematica e provocando grossi disagi.

Di ciò si è parlato col professore della facoltà di economia Alberto Rinaldi, venuto al San Carlo durante l’occupazione: ”la riforma è priva di qualsivoglia aspetto positivo: i punti della riforma che premiano la qualità e il merito sono sacrosanti, ma sono solo specchietti per le allodole, perché non ci sarebbe il tempo necessario per promulgare i decreti attuativi, che rimarranno carta morta. Inoltre ci sarà un peggioramento dell’offerta formativa a fronte di un maggior numero di studenti. La riforma parla di “tutela allo studio” ma gli emendamenti per la tutela allo studio approvati dalla commissione di cultura sono stati fatti abrogare dalla stessa Gelmini sotto richiesta della commissione di bilancio.”

Ma Vediamo quello che succede più vicino a noi, parliamo solo di Modena. A questo scopo ho intervistato Andrea Cossarizza, professore alla facoltà di medicina dell’università di Modena e Reggio Emilia.

-”Com’è la situazione dell’università qui a Modena?”

A.C: “ Il nostro ateneo è tra i migliori d’Italia, Modena è piccola, ma la qualità della vita è altissima ed è un ottimo posto per studiare. La nostra situazione è però critica dal punto di vista economico dal momento che ci sono grossi problemi nel reperire i fondi per pagare gli stipendi. C’è un aspetto preoccupante nel nostro lavoro: ci viene richiesto di aumentare l’offerta didattica nonostante il blocco del turn over.”

Il turn over è il ricambio generazionale del corpo docente, dei professori, che la nostra ministra a dispetto del motto “largo ai giovani”, ha bloccato.

A.C: “Ci viene richiesto di accogliere più studenti pur dovendo diminuire il numero degli insegnanti: chi va in pensione non può essere rimpiazzato. Si punta a mandare in pensione professori per avere i soldi necessari a pagare gli altri, ma così si liberano posti che non possono essere occupati. Questa riforma crea posizioni “murate” chiuse.”

– “Ma se l’università verrà convertita in una “fondazione”, in un’azienda, il problema dei fondi sarà risolto, ma ci saranno delle conseguenze: quali?”

A.C: “ La riforma trasforma l’università da luogo di sapere e di cultura in aziende regolate da leggi di mercato e dalla volontà di terzi. Gli interessi privati di chi finanzia le università decreteranno gli argomenti di ricerca, crollerà l’autonomia di sapere e di pensiero.

– “Può farci un esempio?”

A.C:“in teoria se un settore di medicina è ricco e pieno di risorse può creare posizioni di ricercatore come vuole, ma chi fornisce le risorse deciderà su che cosa fare ricerca, seguendo il proprio tornaconto e non una programmazione didattica. Mentre la posizione di ricercatore così creata non offre sbocchi lavorativi né la certezza di mantenere il posto.

– “Sbocchi lavorativi? Spesso si parla di fughe di cervelli, di giovani che cercano lavoro all’estero. Come mai?

A.C: “Qui a Modena l’esempio più lampante sono i biotecnologi: persone su cui sono state investite delle quantità enormi di tempo e di risorse, che mettono il loro cervello al servizio di altre nazioni perché in Italia c’è una grande difficoltà nel trovare sbocchi lavorativi. All’estero vengono invece fatti investimenti importanti e programmazioni a lungo termine.”

– La fuga dei cervelli è costata finora 4.000.000 €, e con la riforma verranno tagliate il 50% delle borse di studio. Alcuni partiti italiani hanno proposto di abbassare il livello della scuola, dicendo che noi italiani abbiamo bisogno di più meccanici e operai che non di scienziati. Lei cosa ne pensa?

A.C.: “Abbassare il livello della formazione è un delirio, è come insegnare a risolvere i problemi usando la clava. Mi auguro sia una battuta.”

– Ha qualche idea?

A.C: “Se aumentassimo le tasse per i singoli studenti e creassimo delle borse di studio serie (quindi molto più dei risibili 500-700 € proposti su molti annunci) per gli studenti meritevoli, il problema sarebbe risolto. Pensateci: gli studenti eccellenti non pagherebbero niente, e quelli che non rientrano nella fascia di eccellenza punterebbero ad entrarvi, le valutazioni non sarebbero più regalate perchè avrebbero un riscontro economico immediato. Ci sarebbe molta più attenzione per le valutazioni dei singoli esami: vita dura per i raccomandati. Questo porterebbe ad un aumento della serietà e dell’efficienza del sistema universitario.”

A conti fatti, secondo il mio parere personale, la riforma potrà portare solo degli svantaggi agli studenti italiani, e se la trasformazione delle università in fondazioni private sarà completa la selezione non avverrà più in base al merito ma in base al censo, in base a quanti soldi potremo versare alla fondazione. Sarà la negazione del diritto allo studio, la morte della meritocrazia.

Sempre secondo il mio modesto parere eh.

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