The Great Indifference

 

La Grande Indifferenza (The Great Indifference) è una patologia riscontrata in esemplari umani di sesso maschile e femminile e senza distinzioni di età. Non è di origine virale, non è una malattia epidemica e non è sporadica. Anche se non è infettiva è consigliabile evitare quanto più possibile di stare a contatto con chi è stato contagiato. Può comportare gravi ricadute sulla salute fisica e mentale del malato e di coloro che gli stanno intorno anche a distanza di tempo. È difficile da diagnosticare perché la sua sintomatologia è vastissima, e varia da persona a persona, ed è persino più difficile da curare in quanto si possono prendere provvedimenti solo nel momento in cui è il malato stesso a rendersi conto della presenza della suddetta patologia. La cura può essere somministrata seguendo diverse scuole di pensiero, alcune più affidabili di altre (“quando c’era la guerra la gente aveva meno tempo per tutte ste pare mentali”), altre frutto della tradizione e delle credenze popolari (“canta che ti passa”), in alcuni dei paesi più arretrati sulle coste dell’Australia e dell’America del Sud si pone rimedio alla patologia mediante una pratica rituale in cui i malati vengono soppressi brutalmente e i loro corpi gettati nel mare. Attraverso la navigazione e la fatica, si ritiene, potranno nascere nella vita successiva temprati e sani. Curioso notare come in tutte e tre le scuole di pensiero sui metodi di cura/debellazione o annientamento della patologia ci sia un punto in comune: la fatica.

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13 risposte a “The Great Indifference

  1. per curarsi basterebbe guardarsi allo specchio, se non fosse che il malato non è in grado di specchiarsi e tantomeno di riconoscersi e accettarsi nemmeno con l’aiuto di un terzo.
    i calci in culo fanno bene al cuore in quanto sfogo ma giovano poco al malato.
    purtroppo giulia, l’unica cura efficace è quella che parte dal malato stesso, e tutto il mondo della scienza ripone fiducia nella autodiagnosi, accettazione e conseguente rimedio, ma sciaguratamente la tipologia della disfunzione implica un’inevitabile incapacità nell’affrontare i problemi, in modo particolare i propri.
    ecco spiegato il perchè di metodologie di sradicamento del malessere che a prima vista possono apparire alquanto primitive se non addirittura grottesche.

  2. Beh, esiste una buona indifferenza e una cattiva indifferenza. Quella con la quale ci difendiamo dalle cose troppo stupide o da quelle persone con le quali abbiamo tentato un confronto e il loro atteggiamento è rimasto poco costruttivo e totalmente incompatibile con la propria visione delle cose.
    Quella cattiva è l’indifferenza che ti porta a vivere in generale il mondo con superficialità perché non si ha la forza o più spesso la voglia di affaticarsi per provare emozioni e sentimenti (è faticoso amare, odiare ecc. ecc.). Oppure l’indifferenza di chi si sente superiore sempre e comunque, magari perché si crede che ci sia troppa stupidità in giro e quindi è meglio non rischiare di essere contagiati scendendo a confrontarsi con gli altri. Oppure c’è l’indifferenza di chi ha paura e che reagisce facendo finta di niente, rimuovendo i problemi o semplicemente smettendo di considerarli tali. Eduardo De Filippo aveva inventato un personaggio napoletano che per ogni problema liquidava la questione sminuendo, diceva sempre “è cos’i niente”.
    Penso che mettendosi ad indagare a fondo le sfumature di questa cattiva indifferenza si scoprirebbe un mondo intero, un sistema culturale.

  3. indifferenza, al di là dell’ironia che ho cercato di dare all’articolo (finalizzata a sdrammatizzare un argomento che per me è davvero fonte di inquietudine o se non altro di coinvolgimento), e come si dice, fuor di metafora, è una piaga nel vero senso della parola, e si trova in natura sotto molte e differenti forme, come ha ricordato Enrico qui sopra, dalle più banali e riconoscibili fino alle più false, stronze e ingannevoli che si possano immaginare.
    personalmente, se devo riflettere su quale sia la forma peggiore ammetto di non pensare subito al disinteresse per il sociale, che certo è un tema gettonato al momento; la non curanza e l’egoismo credo siano dovute a fattori strettamente personali, individuali. una morsa insomma che stringe lo stomaco a quei tanti che spesso rendono evidente la loro indifferenza quando si parla di un interesse pubblico o collettivo che sia, come ben sappiamo, negando il loro contributo, facendo finta di niente eccetera eccetera eccetera. ma questa a mio avviso è solo la punta di un iceberg molto freddo e più sconvolgente di quanto spesso ci si possa immaginare. E’ una sorta di buco nero, l’indifferenza, e quello che secondo me ne fa una brutta “malattia” e su cui ponevo l’accento prima sono le conseguenze disastrose ad effetto domino che si trascina dietro, sul soggetto in questione e chi gli sta intorno. l’indifferenza di cui parlo è quella che non ti fa capire chi sei e cosa vuoi, che non ti fa specchiare, appunto, non ti fa riconoscere in niente, e questo porta ad una serie di effetti indesiderati secondo me inevitabili: guardarsi dentro, per quanto dura possa essere, ti porta a non capire più niente? porta solo confusione, disperazione, angoscia? bene! evitiamo di farlo allora! questo è il ragionamento che secondo me porta progressivamente e inesorabilmente al Buco Nero. e più si va avanti più ci si abitua a questo andamento, e per non impazzire davanti a questo scempio si finisce per accettarlo questo buco, per rendere quasi dolce, come se fosse voluta, pensata, questa discesa, e non sono non ci si riconosce, ma non si desidera nemmeno più provare a farlo. ecco perchè secondo me è tanto grave.

  4. Concordo pienamente, Eugi, quando dici che l’indifferenza è un disastroso buco nero, però non credo che sia così inutile l’aiuto di un terzo. Certo, la fatica per uscire da questa malattia sarà tutta del malato, ma allora il terzo che si accorge della malattia del soggetto e non fa nulla perchè “può guarire solo autonomamente”, non è anche lui in un certo senso indifferente? Penso che come ci voglia il coraggio per capire e ammettere di avere il problema del totale disinteressamento per sè stessi o per i problemi comuni, così ne serve altrettanto per confessare ad un amico quanto si vede, ossia che sta perdendo l’interesse per ogni cosa, anche per i suoi problemi. Forse, allora, non si vuole l’aiuto di un terzo perchè si ha paura che lui ci dica la verità così com’è, senza falsità…o no?

  5. Ho avuto occasione solo recentemente di poter leggere questo articolo e i vostri bellissimi commenti e vi rinnovo i miei complimenti per la qualità spesso molto profonda delle discussioni affrontate in questo blog. Volevo dire la mia, in parte per esperienza personale, in parte perchè comunque mi sembra un argomento vastissimo su cui si potrebbero aggiungere infiniti altri motivi di interesse. A mio parere è molto difficile sconfiggere l’indifferenza, ma se la consideriamo in termini psicologici come apatia o pessimismo, financo con veri e propri sintomi di depressione, l’unico modo per contrastarla è quella di riuscire a vederne non proprio il lato positivo, ma ricostruendone il percorso interiore riuscire ad uscirne traendo quasi una forza ulteriore dall’esperienza negativa, che se affrontata ti tempra in modo molto più efficace e profondo di qualunque piccolo ottimismo di facciata. Una metafora che può sintetizzare tutto questo può essere ‘chi dorme sui sassi si sveglia prima’, per cui sì, ci vuole sicuramente fatica per uscire dalla difficoltà, ma soprattutto è utile la difficoltà per vivere, e anche la sofferenza e il dolore trovano in questa lezione di vita la loro dimensione utile e in un certo senso quasi ‘positiva’, sicuramente preferibile rispetto a una vita insipida e priva di preoccupazioni che però ti impedisce di vivere appieno emotivamente o di oltrepassare la superficialità dei rapporti sociali. E’ vero che forse solo da soli si può affrontare fino in fondo se stessi, ma occorre una certa umiltà, avere il coraggio di aprirsi agli altri, non chiudersi a riccio. Soprattutto volevo rispondere a Eugenia sul concetto di ‘specchiarsi’, perchè può essere ambiguo: anche il narcisista, anzi soprattutto il narcisista, non fa altro che specchiarsi, eppure non ha evoluzione, anzi involve in un essere sempre meno consapevole di se stesso, e questo perchè oggettiva la sua stessa persona, reificando la propria immagine in una fotografia ideale per rendersi immortale come Dorian Gray. Noi viviamo in una società dello spettacolo pieno di schermi e vetrine in cui il nuovo ‘tipo’ psicologico è narcisistico, e anche i complessi psicanalitici più diffusi non sono più quelli edipici freudiani ma soprattutto tipi narcisistici. Il tipo narcisistico tende all’inazione perchè preferisce avere di fronte a sè il brivido dei vari mondi o stili di vita possibili senza sceglierne nessuno, ma solo avere l’imbarazzo della scelta, e se guardiamo bene anche l’accumulatore capitalista o l’avaro presenta lo stesso meccanismo di fondo. La depressione si avvia a divenire la regine delle ‘malattie’ della psiche, succedendo sul trono all’isteria e alla schizofrenia. Eppure, come nell’antica malinconia, al fondo della sua passività si cela un germe di metamorfosi, nella sua ombra sopravvive l’idea di una comunicazione non simulata ma significativa. Solo i casi più gravi purtroppo presentano anime contratte in un essere inespressivo e gesti indecifrabili che eppure vorrebbero ancora un’ultima volta cercare di rivolgersi alla luce, ma il possibile che si può tentare per aiutare anche questi casi va sempre tentato, ma tornando ai casi più comuni dovremmo cominciare soprattutto a rivolgersi a noi stessi. Di fronte a una società di questo tipo si può ripartire solo da sani rapporti interpersonali, non aspettarsi che cali dall’alto una soluzione ad ogni problema, ma ripartire da capo, dal basso, sporcarsi le mani con le discussioni, le passioni, i racconti d’esperienze, le litigate, incontri meno virtuali e meno alienati. Non essendo più abituati a questo incontriamo difficoltà anche con le persone più vicine a noi, ma troppo spesso ci dimentichiamo che la felicità per un giovane è a portata di mano, che non c’è bisogno di chissà quale realizzazione personale o ambizione da raggiungere per trovare se stessi. Un errore storico della psichiatria, oltre a quello di separare i cosiddetti ‘malati’ dal resto della società e rinchiuderli nei manicomi, cosa che per fortuna non si fa più, almeno in Italia, con qualche scandalosa eccezione di cui poco si parla, poteva essere quello di far costringere il paziente a concentrarsi anima e corpo sulla propria malattia, il che è sicuramente importante per esserne consapevoli, e la coscienza è l’unico stadio in cui si può agire sulla realtà, peccato anche che concentrarsi solo sugli aspetti negativi di una persona non aiuti a valorizzarla, nè ad aiutarla od orientarla verso un cambiamento possibile, e oggi si tende piuttosto a curare maggiormente gli aspetti creativi o comunque positivi di una persona e sviluppare il più possibile quelli, anzichè concentrarsi sugli altri, il che non significa per forza cercare di rimuoverli, ma semplicemente accettarli rendendosi conto che però non sono gli unici o principali indizi che ci dicono tutto di questa persona. Ma per finire con un pensiero positivo, anche un caso più sfortunato può ancora ‘redimersi, perchè quando il singolo sprofonda nella malinconica constatazione di essere un nulla, paradossalmente diviene insensibile all’euforia della società dello spettacolo che ha contribuito a renderlo così, e si avvicina pericolosamente alla verità, e per questo l’indifferenza del depresso è avvertita come una seria minaccia e abbandonata al braccio secolare della psichiatria, che lo catalogherà definitivamente classificandolo come ‘malato mentale’. No, il sentimento della “insensatezza” della vita non è sempre un sintomo patologico che ha bisogno di essere curato, bensì spesso un sentimento pienamente giustificato nei confronti del fatto dell’insensatezza, un segno di disposizione ancora integra della verità, per non dire addirittura un sintomo di salute. Come diceva il grande Antonin Artaud(genio teatrale internato in manicomio per diversi anni): Nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito o inventato se non per uscire letteralmente dall’inferno(ce n’era una più bella ma non la trovo più e non la ricordo benissimo), oppure in “Van Gogh, il suicidato della società”: “Parliamo pure della buona salute mentale di Van Gogh il quale, in tutta la sua vita, si è fatto cuocere solo una mano e non ha fatto altro, per il resto, che mozzarsi una volta l’orecchio sinistro, in un mondo in cui si mangia ogni giorno vagina cotta in salsa verde o sesso di neonato flagellato e aizzato alla rabbia, colto così com’è all’uscita dal sesso materno. E questa non è un’immagine, ma un fatto abbondantemente e quotidianamente ripetuto e coltivato sulla terra intera. Ed è così, per quanto delirante possa sembrare tale affermazione, che la vita presente si mantiene nella sua vecchia atmosfera di stupro, disordine, delirio, sregolatezza, pazzia cronica, inerzia borghese, anomalia psichica (perché non l’uomo, ma il mondo è diventato un anormale), di voluta disonestà ed esimia tartuferia, di lurido disprezzo per tutto ciò che mostra di avere razza, di rivendicazione di un ordine fondato interamente sul compiersi di una primitiva ingiustizia, di crimine organizzato, insomma.”

    • ti ringrazio molto, davvero, per questo tuo bellissimo commento. prima che mi dimentichi https://ilrasoio.wordpress.com/2011/05/30/linferno-dei-dimenticati-gli-emarginati-degli-ospedali-psichiatrici-giudiziari/ (delle tragiche eccezioni di cui parli si parla poco davvero, ma se può interessarti da poco abbiamo pubblicato questo articolo). comunque, il mio articolo era meno “medico”, per intenderci, e più personale, indotto da una serie di eventi e riflessioni. in qualche modo ho voluto esporre nella pubblica piazza il mostro dell’indifferenza in tutta la sua bruttezza, sventolarlo fuori dalla finestra in segno di disprezzo, così che tutti possano vedere che dietro la sua facciata di maledizione e dolce patetica discesa verso il basso in realtà non c’è nulla. era anche un tentativo di ridicolizzare ed esorcizzare quello che per me è un mostro e che genera in me un’inquietudine che ritengo non meriti. una sorta di rito apotropaico insomma. ma non era e non è ovviamente mia intenzione ironizzare o inveire sul disagio psicologico e mentale di cui parli. riguardo allo specchiarsi, capisco bene cosa intendi e il rischio dell’introspezione insensata che degenera in narcisismo, è chiaro, guardare se stessi in senso narcisistico e guardare se stessi in senso purificatorio, chiarificatore e “terapeutico” sono due cose esattamente, secondo me, agli antipodi. nel momento in cui lo specchiarsi diventa non vedere nulla di più di quel che vogliamo vedere di noi, compiacerci di questo e non accorgerci dei fantasmi e dei mostri che aleggiano sopra e dentro di noi, allora chiaramente il senso dell’introspezione è andato perso. mi rendo conto poi della complessità e della vastità del discorso, e non so se ho saputo rispondere come si deve a tutte le interessantissime questioni che hai esposto, se c’è qualcosa che ho dimenticato o se non ho risposto coerentemente non mancare di farmelo notare e cercherò come meglio potrò di rimediare. grazie ancora dell’interesse

  6. ho letto ora della risposta! 🙂 e sono proprio contento che abbiate trattato in un articolo specifico il tema delicato degli ospedali psichiatrici. in merito al tema di questa pagina sì, mi pare che tu abbia centrato il punto, ovvero la decisiva differenza fra introspezione narcisistica(in realtà autodistruttiva) e introspezione autocritica come percorso interiore, di crescita e tutto. il confine è netto, anche se pure in letteratura e filosofia trovi tantissimi esempi di persone combattute fra questi due poli. Credo ad esempio che nel Romanticismo puoi trovare sicuramente entrambe, poi adesso non mi sembra il caso di fare un trattato sull’argomento, però quello che volevo specificare è che appunto, da una parte l’istinto di conservazione è l’unico che ti mantiene davvero in vita, nel senso che se prendiamo la noia o la depressione come istinti di morte, la via più veloce al suicidio(banalizzando terribilmente questo discorso) è il senso di colpa e l’odio verso se stessi, il che però può anche essere l’inadeguatezza verso l’ideale di se stessi(ci sono tante forme). Di sicuro il narcisismo è il più pericoloso dei rifugi, e il vero unico modo di amare se stessi è non solo conoscere i propri limiti ma quasi considerare in modo positivo i propri difetti come indispensabili per la formazione della propria personalità. Poi chiudo qui perchè io non studio psicologia e non voglio azzardare ulteriori prese di posizione difficili da argomentare. Ciao a tutti!

  7. è ovvio che se manca una certa dose di umiltà, anche ammettere i propri difetti può tramutarsi in una forma di narcisismo, ma insomma, non c’è bisogno di fare l’intera casistica fenomenologica

  8. Pingback: Il Belpaese dei Bambini Invisibili « Articoli per Modena e altre destinazioni·

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