Rivolta in Egitto: tra democrazia e poteri oscuri. (di Alberto Canuri)

1. IL PASSATO

Per capire attentamente la rivoluzione popolare in Egitto a partire da fine gennaio 2011, è necessaria una cronistoria del paese dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale.

Partiamo dal 1948, anno in cui,dopo la nascita dello Stato d’Israele, vi fu la prima guerra arabo-israeliana. L’Egitto uscì sconfitto dalla guerra, peggiorando la situazione economica già grave. Nel 1952  Gamal Nasser, a capo dell’organizzazione militare  Liberi Ufficiali , con un colpo di stato si pone al potere in Egitto. Per lui, come per molti altri del suo gruppo, era inammissibile la corruzione e lo stretto legame con la Gran Bretagna del regime monarchico di re Farouq.

L’organizzazione dei Liberi Ufficiali iniziarono a mettere in cantiere ampi progetti di ristrutturazione dell’economia e della società soltanto dopo la guerra di Suez del 1959.Essa fu frutto di un’invasione dell’Egitto preparata e condotta con molta superficialità dalle forze della Gran Bretagna, Francia e Israele per rovesciare Nasser, il quale oltre ad aver nazionalizzato il canale di Suez, stava sostenendo gli algerini in rivolta contro il colonialismo francese e aveva appena concluso con la Cecoslovacchia l’acquisto di una fornitura militare che minacciava di mutare l’equilibrio di potere nella regione. L’invasione fallì e al contempo aumentarono il prestigio del potere di Nasser sia in Egitto che nel Medio Oriente. Nasser iniziò una politica antimperialista, confiscando le proprietà degli imperialisti e utilizzandole per finanziare un rapido sviluppo economico e sociale. In quegli anni \vi furono numerosi fattori positivi, quali un’efficiente riforma agraria, l’ampliamento dei diritti delle donne e lo sviluppo di un funzionale sistema scolastico e sanitario. Vi erano però anche fattori negativi, quali il ricorso al pugno duro per reprimere qualsiasi oppositore(in quegli anni le carceri egiziane erano piene di dissidenti politici, dai militanti di  sinistra agli islamici più radicali) e una concreta limitazione dei diritti degli operai.

Il modello egiziano venne ammirato e copiato da Iraq e Siria.

Nel 1967 Nasser ordinò la chiusura del Canale di Suez alle navi israeliane. Nasser definiva Israele  “un pugnale diretto contro la nazione araba”, ritenendolo un intralcio all’unità araba. Israele iniziò la seconda guerra contro i paesi arabi. La guerra durò solo 6 giorni e si risolse con una clamorosa sconfitta degli eserciti arabi. L’esercito israeliano conquistò l’intera città di Gerusalemme, la Cisgiordania, la penisola del Sinai e le alture del Golan.

Nasser muore nel 1970, e gli succede Anwar al Sadat. Il nuovo presidente si potrà ricordare per tre elementi.

Il primo è la liberalizzazione dell’economia, la quale ebbe pessimi risultati dal punto di vista

sociale : disoccupazione, violenza, povertà, mancanza di servizi, analfabetismo, ed un divario incolmabile tra i poveri e i ricchi, segnarono livelli mai visti prima di allora.

Il secondo è la guerra sferrata da Egitto e Siria  contro Israele , definita “del Kippur” in quanto iniziò nel giorno della tale festività ebraica. La guerra si risolse senza vincitori né vinti.

Terzo elemento fu la firma a Camp David nel 1978 da parte di al-Sadat del primo trattato di pace con Israele, con il quale l’Egitto recuperò una parte della zona del Sinai, e soprattutto riconobbe, dopo trent’anni di ostilità, lo Stato d’Israele, rinunciando alla speranza di tanti arabi di vedere la Palestina libera. Il trattato suscitò malcontenti generali in Egitto, bloccati solo con l’uso di una dura repressione. E sul  piano della politica estera , l’Egitto viene sia dalla Lega Araba sia dalla Conferenza Islamica.

Proprio in quel momento in cui l’economia egiziana era a livelli bassissimi e la rabbia popolare incrementava sempre più, un ufficiale dell’esercito egiziano con simpatie islamiche, freddò il presidente con tre colpi di Kalanshnikov il 6 ottobre 1981.

A succedergli fu il vice-presidente Hosni Mubarak.

Il nuovo presidente proseguì in modo più deciso l’apertura economica, smantellando progressivamente il settore pubblico e aprendo la strada ad un’autentica trasformazione capitalistica dell’economia egiziana.

Il Partito Nazionale Democratico(PND) filo-presidenziale ha vinto tutte le competizioni elettorali, conquistando sempre l’assoluta maggioranza nei seggi. Da sottolineare che i partiti dell’opposizione sono sempre stati ostacolati, anche con arresti e aggressioni, nelle varie sedute elettorali. Sotto Mubarak, soprattutto negli anni ’90, l’Egitto ha conosciuto una pericolosa escalation del terrorismo estremista islamico. La cieca furia del terrorismo ha tuttavia isolato gli estremisti dalla  maggioranza musulmana della popolazione. Questa perdita di contatto con la base popolare ha condotto progressivamente alla sconfitta del terrorismo interno.

L’Egitto di Mubarak ,riguardo al piano politico internazionale, ha perso ulteriormente peso: nonostante il paese sia stato riammesso sia nella Lega Araba sia nella Conferenza Islamica, il suo schieramento sempre più netto a favore degli Stati Uniti ha indebolito la sua capacità contrattuale nei confronti dei paesi arabi.

 

2. IL PRESENTE

Arriviamo a metà gennaio 2011: una folla di milioni di cittadini egiziani invade le strade e le piazze (ormai famosa la piazza Tahrir) della capitale invocando la cacciata dal potere di Mubarak, in carica da ben 31 anni.

Se analizziamo la protesta possiamo evidenziare due punti importanti: è una rivolta da considerarsi “giovane”, in quanto a manifestare sono soprattutto ragazzi sotto i 30 anni( che rappresentano ben i 30 % della popolazione ), ed è laica, non legata a nessun tipo di ideologia religiosa ( non si vedono infatti nelle manifestazioni bandiere islamiche, ma solo bandiere nazionali).

Ma veniamo a capire i motivi di questa rivoluzione, che passerà certamente alla storia.

Uno dei motivi più importanti è da trovarsi nell’economia. Se ci si fermasse a solo alcuni dati , l’economia sembrerebbe florida: negli ultimi cinque anni è cresciuta a tassi superiori del 5%, attraversando, senza particolari contraccolpi, la crisi del 2008/2009. Questo ha permesso la creazione nel quinquennio di circa 4 milioni di nuovi posti di lavoro e la caduta del tasso di disoccupazione dall’11 al 9 %. Tuttavia bisogna andare a vedere altri dati, quali ad esempio un elevatissimo tasso di disoccupazione giovanile, in quanto l’incremento del livello di scolarizzazione ,fortemente voluto  dal governo egiziano negli ultimi anni, non è stato seguito da un aumento della domanda di lavoro qualificato. Altri punto dolente è la frenata dell’esportazioni di petrolio, in quanto ,per l’aumento del fabbisogno interno, l’Egitto da esportatore,dal 2011 è diventato importatore della preziosa materia prima. Se poi si aggiunge che l’incremento demografico(all’incirca 80 milioni di abitanti secondo stime recenti è lo stato più popoloso del Medio Oriente e il secondo stato più popoloso dell’Africa, in maggioranza concentrati lungo il corso del Nilo ) non ha avuto un supporto adeguato di sussidi e sovvenzioni sociali, e il prezzo delle materie prime alimentari ha raggiunto massimi storici( l’Egitto è il più grande importatore di grano nel mondo per quantità), si capisce che la situazione è diventata altamente critica.

Se ci si  sofferma sulla politica, si ha un paese in cui la corruzione è a livelli altissimi, e i partiti oppositori, tra i quali I Fratelli Musulmani a matrice islamica, non riescono, per vari brogli,arresti  e intimidazioni, a poter essere una reale opposizione al partito PND di Mubarak . Si è in presenza di una democrazia , che non ha nessun connotato democratico.

Dal punto di vista dei rapporti con i paesi esteri, questa situazione è vista in due modi differenti. Dalla parte degli Stati Uniti, si palesa un proprio imbarazzo nei confronti di Mubarak,in contrasto con la fiducia espressa dalla Casa Bianca nei confronti del suo vice Suleiman, il quale, secondo gli ultimi telegrammi pubblicati da Wikileaks, rappresenterebbe la soluzione preferita anche da Israele. Obama ha segnalato che, pur accennando alle preoccupazioni americane riguardo al rispetto dei diritti umani in Egitto, non vorrebbe troppo contestare apertamente Mubarak, perché questi costituisce “una forza per la stabilità e il bene in Medio Oriente” ed è stato per molti aspetti “un alleato forte per gli Stati Uniti”. Obama ha inoltre detto di non considerare Mubarak un leader autoritario, anche se vi sono critiche sul modo in cui funziona la politica in Egitto.

D ‘altro canto il Presidente iraniano Ahmadinejad ha appoggiato il progetto della rivoluzione , aggiungendo con molta autorevolezza che sta nascendo un nuovo Medio Oriente, libero dagli Stati Uniti e da Israele, e ha invitato gli egiziani a diffidare dell’amicizia mostrata dagli americani.

Divergenze molto ampie, in una situazione in cui è palese che sia Israele che gli Usa hanno timore che dall’attuale confusione nasca una forza comandante a matrice islamica. Secondo il Time “La posizione di Mubarak nei confronti d’Israele è servita a frenare gli altri stati arabi, per non parlare degli 80 milioni di egiziani le cui opinioni su Israele sono ,secondo i sondaggi, tra le più negative nel mondo”.

Dati molto tristi e inquietanti di questo primo mese di rivoluzione  sono stati i più di 300 morti tra i manifestanti e di circa un migliaio di feriti, l’allontanamento dei vari reporter internazionali dai principali luoghi di manifestazione, numerosi casi di intimidazioni, aggressioni e arresti degli inviati delle varie testate giornalistiche e televisive.

 

 

 

3. IL FUTURO

 

Mentre scrivo questo articolo (11 febbraio 2011) si apprende che Mubarak si è dimesso, lasciando il potere ai militari.

Nel futuro si dovrà gestire un’enorme perdita economica causata da uno stallo di tutte le industrie

(soprattutto quella del turismo, importantissima fonte di ricchezza), dall’assalto ai conti con annessa fuga di capitali, appena le banche riapriranno. Difficilmente imprenditori e capitali saranno investiti in quest’Egitto strappato.

Cosa prevede il futuro? Quali vie si dovranno percorrere per ritrovare un equilibrio saldo? Potremmo ipotizzarne tre, a mio avviso:

1)      La prima è quella di un lento passaggio ad una reale democrazia, che necessiterà di molto tempo per uno sviluppo economico che permetta un minore divario tra le classi sociali e una migliore redistribuzione del denaro.

2)      La seconda è l’entrata al potere del vice Suleiman, ipotesi non gradita al popolo, sperando che non utilizzi per calmarla il pugno duro, che provocherebbe un enorme costo di vite umane. Questa situazione non cambierebbe di tanto le problematiche molto gravi che attanagliano il paese.

3)      La terza via è quella di una rapida ascesa del gruppo I Fratelli Musulmani e soprattutto di altri gruppi islamici più estremisti. Ciò potrebbe essere di rilievo, in quanto la posizione dell’Egitto nel Medio Oriente è fondamentale per la stabilità. Israele si potrebbe allarmare, memore del passato bellicoso tra i due stati. Potrebbe iniziare una spirale d’odio nei confronti d’Israele, con conseguenti problematiche internazionali (pensate che cosa può succedere se venisse bloccato il canale di Suez).

Un paese bucato e al limite. E in attesa, in attesa di una forza di volontà e di una moralità talmente strong da ricreare i binari su cui tornare a viaggiare uniti.

Alberto Canuri

 

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