La visione di Chiddi

Era un giorno tardo invernale di qualche anno fa. A farmi compagnia c’era un sole malato, come lo si definisce da queste parti quando, complice una mistura di smog e foschia, assume un aspetto debole e malsano. Doveva essere il 2005, quando studiavo ancora all’università ed era periodo di esami. Come ogni giorno, finito di stare chino sui libri, mi recai in stazione ad aspettare la corriera che mi avrebbe riportato a casa, a Marzaglia, dove vivevo con la mia famiglia.

A quel tempo, conoscevo un nigeriano di Abuja, di nome Chiddi che frequentava i locali dell’università per connettersi e comunicare via internet con sua moglie. Di professione, se così si può dire, faceva il prete protestante, ed era persona di grande spirito, nonstante le mille peripezie che avevano contrassegnato la sua vita.

Mentre aspettavo la corriera, dicevo, vidi Chiddi salutarmi da lontano ed avvicinarsi a me con la sua risata tonante, come quella di chi è felice di incontrarti e non si premura di nasconderlo né a te né agli sconosciuti presenti. Non parlava italiano, ma quel tipico inglese africano così difficile da comprendere per chi come me è più abituato alle cadenze soft-core del British-English o alle intemperanze fonetiche degli Yankees, ormai assimilate per le massiccie dosi di Blues e Rock’n’Roll. Si sedette al mio fianco sul muretto; io posai il libro che stavo leggendo (doveva essere un fantasy di George Martin) e ci mettemmo a discorrere: “come va?” “la tua famiglia?” “tua moglie?” le solite cose… poi mi chiese cosa avrei fatto una volta terminati gli studi. Io risposi che il mio sogno era fare l’archeologo e/o il musicista. Lui rise sonoramente e mi disse: “Just like Martin Luther King! You call it a dream, brother! You say ‘I have a dream’!”. Risi anche io, pensando che in effetti ogni sogno ha una sua dimensione: anche se il mio non era un sogno grande e nobile quanto quello del reverendo King, era pur sempre bello averne uno.

Poi, fattosi più serio, quasi come se l’arteria clericale si fosse aperta per far grondare fuori qualcosa di divino, mi disse questo: un sogno può essere vuoto, come le parole dette ad una ragazza in una notte d’estate. Il sogno è dio a donartelo, ma sta a te, uomo, trasformarlo in una visione. E’ una questione di distanze, perché quando un sogno muta in visione non è più così lontano. Prima lo immagini e ti sembra bellissimo, poi inizi ad intravederlo, poi lo vedi ancora più vicino e rimani colpito dal fatto che non è così bello (e qui si fermano i poco testardi). Poi sembra diventare una questione di orgoglio e continui a inseguirlo, lo sfiori, provi ad agguantarlo e lui scotta, sfugge, finché con l’ultimo colpo di reni lo fai tuo.

Quando terminò quello che sembrava un sermone, improvvisamente un colpo di vento spazzò via il velo dall’aspetto malsano e il sole, al tramonto, guarì.

A distanza di cinque anni, non so ancora come interpretare quel segno. Forse fu solo una strana coincidenza, un cambiamento repentino nella pressione atmosferica, forse una magia di Chiddi (vai a sapere ‘sti africani…), o un vero e proprio intervento divino. O magari fu solo il frutto della mia immaginazione, al tempo assai più fervida. Fatto sta che ne ho memoria quasi fosse ieri, e oggi, ancora inspiegabilmente, le parole di Chiddi tornano a farmi visita. Vorrei dirgli che il mio sogno è poi diventato una visione, ma anche che è difficile condividerlo con le persone a cui voglio bene. Sarà la crisi, sarà il momento, non so, ma a me pare che molti abbiano dimenticato come e cosa sognare e sia diventato perciò impossibile per loro comprendere le aspirazioni altrui, tanto che al solo sentirne parlare deviano lo sguardo e la conversazione. Ormai avere un sogno è diventato un tabù.

Non vidi più Chiddi da quel giorno. Forse è tornato in Africa. Se lo vedessi oggi gli chiederei “come va?” “la tua famiglia?” “tua moglie?” le solite cose…poi gli direi: Caro Chiddi, quel giorno di febbraio avevi ragione e se il tuo collega, il reverendo King, non lo avessero ammazzato prima, forse l’avrebbe realizzato quarant’anni prima di Obama quel sogno.

A Guido e alla sua tele

 

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6 risposte a “La visione di Chiddi

  1. mi piace moltissimo claude! ed è proprio vero, un sogno può essere vuoto, e più ti avvicini più ti accorgi che non può essere meraviglioso come l’avevi immaginato. l’equilibrio e la difficoltà forse sta proprio nel capire la bellezza della visione, come la chiami tu, cioè del sogno che si avvicina alla realtà.
    e se il velo che nascondeva il sole è volato via sai bene che è tutto merito del vento, e tu sai bene cosa vuol dire il vento…

  2. ciao a tuttì . Ho letto perfettamente ogni singola parola che mi hai scritto nell altro blog . Si lo devo ammettere tutto quello che hai scritto non solo sono delle bellissime parole ma è anche la verità !comunque mi ha fatto piacere leggerle . Mi hai anche confortata è vero vorrei anzi voglio far qualcosa per tuttì ma non posso non sono Dio

    • Grazie Marta, sono felice per ciò che mi dici. Comunque non avere l’ansia di fare qualcosa per tutti, fai qualcosa per qualcuno. Questo è già fare qualcosa per tutti, perché si diventa un esempio concreto per gli altri.

  3. ti devo confessare una cosa che ho aiutato e pedonato tantissime persone però Dio mi ha sempre ricambiata e ne sono contenta molto ! Ogni giorno se faccio qualcosa di buono non so se è il mio senso ma mi viene subito ricambiata da altre persone non dalle stesse .

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