Odi et amo: noi, la Libia e il mondo. (di Veronica Botti)

Odi et amo, diceva Catullo alla sua amata, avvinto tra le braccia setose del sentimento.

Se il poeta di Verona oggi si sedesse davanti alla Tv e leggesse velocemente qualche titolo del Telegiornale, probabilmente ripeterebbe quelle stesse parole. Già me lo immagino, a sussurrare “odi, odi, odi sed etiam amo” mentre guarda un mondo ricco di culture a lui sconosciute, un mondo d’ invenzioni, di progresso, ma anche di lotte,disperazione,  voglia di denaro, agire per interesse.

Forse non capirebbe granchè delle vicende libiche, tantomeno si capaciterebbe della presenza di un certo Gheddafi alla guida di un popolo. Ancor meno comprenderebbe il ruolo che il suo Paese ha avuto in questa storia.

Siamo nel Febbraio 2009. Il Parlamento italiano ha votato a favore del Trattato d’Amicizia, Associazione e Cooperazione con la Libia, coi voti favorevoli del centrodestra e l’appoggio di quasi tutta l’opposizone di centrosinistra.  È l’inizio di un idillio tra i due Paesi, palesato da una  richiesta di perdono per l’occupazione coloniale avvenuta in Libia tra il 1911 e il 1943 ad opera dell’Italia, richiesta di cui Silvio Berlusconi si fa portavoce. Col Trattato,  Gheddafi avrebbe venduto all’Italia il 28% dell’energia libica , controllato il flusso di emigrati , capitalizzato le imprese italiane che si trovavano in difficoltà, e in cambio il nostro Paese si sarebbe impegnato a modernizzare la Libia. Un accordo più che ragionevole agli occhi di tutti.

Ed è così che 180 imprese italiane hanno intrapreso affari in Libia, i petroldollari del colonnello sono entrati in numerose compagnie italiane, molte delle quali statali, e le pattuglie in acque libiche hanno bloccato, nel 2010, il 90% degli sbarchi di rifugiati in Sicilia.

È una “love story” che vale all’Italia l’immagine di furba e diplomatica potenza in grado di instaurare solidi rapporti con quei Paesi che al resto del mondo appaiono così ostili e complicati; è una relazione  riconfermata  nel Novembre 2009, quando a Gheddafi, ospite a Roma per un convegno della Fao, viene offerto un accampamento di tende in stile nomade e uno staff di 500 hostess regolarmente stpendiate per deliziare gli occhi del colonnello.

Oggi, allo scadere di un movimentato Marzo 2011, Roma è in punta di piedi tra due abissi, consapevole che comunque vada, ne uscirà leccandosi le ferite.

Dopo le rivolte di Bengasi esplose lo scorso Febbraio, l’Italia si trova in una situazione a dir poco delicata: se da un lato c’è l’onere di dover rispettare e assecondare le decisioni prese dalle Nazioni Unite in merito all’atteggiamento da assumere con la Libia, dall’altro c’è il Trattato del 2009 da onorare.

Quello stesso Trattato che ha permesso a Fahrat Bengara, governatore della banca libica centrale, di divenire vicepresidente di Unicredit, e al regime libico di ottenere (sempre su Unicredit)  una partecipazione del 7,5%,  l’1% del capitale della compagnia petrolifera ENI, il 2% di FIAT Auto e del gigante statale della Difesa, Finmeccanica, operazione conclusa poche settimane prima che iniziasse la rivolta.

Andando contro la  linea d’azione adottata dall’Unione Europea, Roma ha deciso di vigilare la partecipazione della Libia nell’economia italiana.

Inoltre, fondi come la Lybian Investment Authority e istituzioni gestite personalmente da Gheddafi controllano  il 100% della compagnia petrolifera Tamoil Italia, e due squadre di calcio: il 7,5% della Juventus e il 33% della Triestina Calcio.

E mentre i potenti libici sorridono soddisfatti guardando l’Italia barcollare come un funambolo sul palmo della loro mano, Roma prosegue senza sapere dove sta andando. Avanza in punta di piedi, consapevole che nella migliore delle ipotesi continuerà ad investire in Libia, ma con un ruolo nettamente inferiore a quello che potrebbero ottenere altri Stati, accantonata in un angolo e col capo chino.

L’Unione Europea osserva e critica l’Italia sospesa e attendista, Gheddafi l’accusa di tradimento facendo leva su un nazionalismo che può essere utile a unificare la popolazione contro un nemico alternativo.

E intanto ci si chiede che tipo di rapporto sia, e sarà, quello con la Libia:

odio o amore?

Veronica Botti

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4 risposte a “Odi et amo: noi, la Libia e il mondo. (di Veronica Botti)

  1. Molto interessante… anche se… molto triste… alla fine l’Italia dovrebbe come dire “ritirarsi dal mondo”.
    Un bambino viziato che non sa che giocattolo vuole, vede i più grandi giocare a far la guerra e allora si mette a cercare nella sua cesta dei giochi qualcosa che assomigli a una pistola, a un caccia.
    Gli altri ragazzi come l’USA o l’UK hanno sempre la parte in primo piano, e noi piangiamo disperati provando a tirare su la testa facenso vedere che ci siamo anche noi, che siamo capaci di partecipare a una politica internazionale seria.
    Come al solito non abbiamo capito un cazzo noi del Bel Paese… abbruttiti e spalmati su più fronti interni ed esterni, con interessi che fanno acqua putrida da ogni parte.
    I giardini di Boboli a Firenze marciscono, e le collezioni millenarie dell’antichità prendono polvere stipate in musei antropologici senza fondo, e senza fondi (se hai un minitro intelligente non lo metterai micca alla Cultura Per Dio!.cit.).
    Pompei Crolla come fece la gloriosa Atlantide.
    L’Eterno Ritorno di Nietzsche ancora una volta si ripresenta ma per noi è inarrivabile come concetto.

    Siamo sull’orlo della 1° Guerra Mondiale, l’Italia è spaccata su più fronti; il Grande Fratello fa uscire dalla Casa migliaia di idioti la cui madre continua a dare loro dei degni fratelli che puntualmente si presentano al fronte ma invece che sparare agli austriaci con i pezzi d’artiglieria mirano sulle trincee della loro stessa fazione, e l’odore di ovino bruciato permea le valli sottostanti alla vetta 111.
    Giolitti, trapassato con troppi rimpianti, rilascia la seguente dichiarazione sul letto di morte:
    “La rovina dell’Italia è stata entrare in guerra, potevamo fare la parte della Svizzera: vendere i nostri fucili e gli armamenti della Fiocchi sia ai francesi che agli austriaci, le vettovaglie.. potevamo farci un mucchio di soldi, potevamo far fiorire la nostra industria manifatturiera basata sulle cose belle fatte con la sapienza e l’amore Italiano, e invece non mi hanno ascoltato quelle pecore quei tromboni…cosa volete farci sono uno che se la prende… così quando è venuto il turno di Mussolini ho colto l’occasione per fare come Pilato, e me ne sono lavato le mani!”.

    E’ quasi un secolo che abbiamo perso il treno per diventare o meglio Essere un grande paese.
    Così continuando imperterriti a ripetere gli stessi errori un giorno pageremo un duro prezzo per la nostra Mediocrità e Indecisione…

    e se quel giorno fosse già oggi?!
    io dico: “Magari fosse oggi!”

    AfricanDettoIlNero
    Marcello Bergamini

    • Grande Berga, mi è piaciuto questo intervento. Veramente bello!!! Ti e vi dedico una canzone, perché se devo parlare di cosa sta succedendo finisce che prendo in mano la mitraglietta (è dialettica, non vi spaventate, la mia arma) e sparò a raffica. Non ho voglia di fare dei morti, ce ne sono tanti laggiù in Libia e tanti qui in Italia che respirano, camminano e fanno danni silenziosamente. Quindi…

      Enrico Monaco, detto il Rosso

  2. Non posso non essere d’accordo con quanto scrivi.
    Eppure,forse peccando di ottimismo, credo che tra noi non ci siano solo gieffini/e, ma anche ragazzi capaci prossimi a prendere in mano un Paese.
    Credo che la Libia, il Marocco, l’Egitto, ed ora anche la Siria ne siano la dimostrazione.
    Un pensiero a tutti i giovani che nell’ultimo mese hanno condotto rivolte sacrificandosi per il LORO Paese, per i LORO ideali.

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