Salendo la scala

Gradini.

Li noto subito.

Sono migliaia, centinaia,  milioni.

Innanzi a me si staglia un muro di gradini bianchi.

Tutto attorno è tenebra.

Non so cosa mi aspetta lassù.

Non so se ci voglio andare.

Ma il mio corpo non lascia spazio ai dubbi e inizia l’ascesa verso la vetta.

E mentre mi domando cosa mi spinga a salire mi rendo conto che dietro di me ho lasciato già un buon numero di bianco manto incantato.

La salita sembra facile e non mi perdo d’animo.

Qualcosa mi attrae, mi cattura, chiama il corpo a gran voce.

La mente non resiste più.

Sono a metà.

Nero è il mondo che mi circonda ma io ho la sicurezza del bianco innanzi a me.

I gradini però sembrano moltiplicarsi.

Più ne salgo e più mi rendo conto che quelli che mi dividono dalla vetta sono numerosi.

Per un attimo mi sembra di non muovermi affatto.

Perché sto salendo? Perché continuo a salire?

Ora è la fatica a farsi sentire. Sudo freddo.

Le gambe si fanno un po’ pesanti.

No ce la posso fare, ce la devo fare, sto arrivando! Aspettatemi!

Sotto di me un baratro oscuro illuminato da un flebile raggio di luce ancestrale.

Sollevo le gambe con molta fatica.

Quasi inciampo contro uno spigolo d’alzato.

E realizzo.

I gradini sono più grandi.

Continuo imperterrito nella mia scalata.

Dove voglio arrivare? Cosa voglio dimostrare?

Salgo.

Prima un piede, poi l’altro.

Ancora, ancora per mille volta ancora.

Ho perso il conto di quanti gradini ho già fatto.

Cento? Duecento? Mille?

Che importanza ha?

E’ il buio ad osservarmi e il suo giudizio per me non conta.

Accidenti quanto sudo.

D’un tratto mi fermo.

Per la prima volta la mia salita si arresta.

Sto facendo i gradini anche con le mani.

Sto usando le mani per spingermi sempre più in alto.

Perché questa scalinata ciclopica diventa così impervia.

No! Non devo fermarmi.

Qualcosa, qualcuno mi aspetta lassù e se torno indietro sarà solo tenebra e nulla più.

Avanzo ancora spinto da un’attrazione malsana.

Sto sudando.

I gradini sono gelidi.

Ora li faccio con tutto il corpo.

Mi sto arrampicando su una nuda parete bianca.

Afferro lo spigolo e mi spingo con tutta la forza.

Ora è necessario fare un salto per potermi aggrappare stabilmente.

Sto arrivando aspettami!

Ancora dieci, cento, mille gradini.

Mi fermo.

Non riesco più ad arrampicarmi.

I gradini si sono fatti troppo alti e ce ne sono ancora così tanti.

Sotto di me un abisso.

Sopra di me una montagna.

Sono fermo così su un gradino qualunque di questa immensa scala.

Troppo stanco per scendere, troppo piccolo per salire.

I gradini si sono fatti sempre più grandi ma come è possibile?

E ora cosa faccio?

Lassù mi aspettano.

Poi lo vedo.

E’ una figura enorme.

Mi sta venendo incontro.

Non ne distinguo i tratti ma mi pare un uomo.

E’ immenso e sta scendendo i gradini.

Forse si è accorto che non riuscivo ad avanzare e mi sta venendo a prendere.

Che gioia! Mi porterà lassù!

Lo aspetto felice.

E’ stata dura questa salita ma ne varrà la pena.

Mi si gela il sangue.

La titanica figura ora è abbastanza vicina per distinguerne il volto.

Sono io.

Sono io che sto scendendo la scala.

Sono io? Sono io?

Io?

Ma lassù mi aspettano.

Si avvicina.

Devo salire.

Sto per piangere. Il volto mi si riga dalle lacrime.

Scoppio in un pianto isterico e urlo.

Io devo salire! Devo salire mi stanno aspettando!

Ma  il me stesso che mi viene incontro non mi sente.

Scende veloce.

Arriva al mio gradino.

Urlo ancora.

Io devo salire!

La mia voce diventa bestiale. Sono un animale.

Il piede mi si avvicina.

Tutto diviene oscurità.

Mi comprime sul duro gradino.

Sento le ossa sgretolarsi in un suono agghiacciante.

Mi schiaccia.

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